TRILOGIA BANNARESE: "THARSIS", "MI RITORNI IN MENTE" E "BACHIS FRAU EMIGRATO", I LIBRI DI VITALE SCANU

i libri di Vitale Scanu
i libri di Vitale Scanu

di Vitale Scanu

La nostra identità è strutturata su quello che abbiamo vissuto e che è sedimentato nella nostra memoria. Abbiamo il dovere della memoria; senza memoria siamo come alberi senza radici. Sono la memoria e il ricordo che fanno cultura e progresso. Noi siamo il riassunto, il prolungamento dei nostri antenati, che ci mandano il loro saluto e ci consegnano le loro idee ancestrali attraverso i loro monumenti e i reperti dei loro manufatti. “La regione in cui un uomo è nato ne plasma la mente”, dice il filosofo Curtius, e ciò si potrebbe tradurre con “mentalità”, “identità etnica”.

Non esiste cesura tra i vari tempi: noi ne costituiamo la continuazione. Passato, presente e futuro non sono luoghi stagni, incomunicanti. Gli eventi personali degli anni che abbiamo vissuto hanno le radici nel passato, ce li portiamo nelle nostre vite attuali e li consegniamo ai figli. Dal buio dei millenni fino a oggi, fino a domani, è un passamano senza fine che trasmette una specificità etnica. Anche la morte, in fondo, è cosa secondaria: “La morte di un uomo – diceva Thomas Mann – è meno affar suo che non di chi gli sopravvive”.

La Sardegna è un luogo dove le usanze, i modelli di vita antica, i valori (anche quelli negativi, malauguratamente), le idee, le favole… permangono più a lungo nella memoria collettiva, dove più stagionano, rimanendo immutati. Già lo aveva notato Cicerone: “Sed habet profecto quiddam Sardinia adpositum ad recordationem praeteritae memoriae”; la Sardegna ha davvero un qualcosa di speciale che le permette di ricordare il passato.

Riflettendo su questo, io ho voluto scrivere tre libri che restassero per sempre come un piccolo museo tascabile della mia Bannari (oggi Villa Verde). Il primo, Tharsis, descrive il suo passato remoto. Il secondo, Mi ritorni in mente, il suo passato prossimo. Il suo presente e il suo futuro sono contenuti nel terzo libro: Bachis Frau emigrato. Questa affettuosa trilogia abbraccia un arco di tempo che, dalle nebbie del passato della sua prima esistenza nuragica sulla montagna, arriva fino al presente e si dirama verso il futuro con la speranza in pugno. Un tempo che è della stessa qualità del tempo dei “Cento anni di solitudine” di Garcìa Marquez, durante il quale tutto, comprese le vite che vi si conducono, resta sostanzialmente invariato attorno a quel piccolo fulcro che è il paese di Bannari. La ripetitività del tempo e degli avvenimenti, tra fiaba e realtà, è appunto il tema dei tre libri. Per quanto ne so, nessuna delle piccole comunità della Marmilla è accessoriata di tante pagine che rivisitano la loro esistenza. Consegnando al futuro la preistoria e la vita attuale di Bannari, i tre libri vogliono dar conto del suo sustrato autoctono e delle sue speranze per un futuro migliore.

THARSIS

Questo il titolo del primo libro, che ci presenta la vita di una famiglia preistorica al passato remoto, vissuta nella zona del monte Arci, ai tempi dell’ossidiana. Sono dati difficili da ricucire letterariamente, perché, all’infuori dei pochi elementi che ci giungono dai reperti archeologici, di qualche usanza o credenza arcaica che ancora oggi persiste e delle citazioni degli autori antichi latini e greci, non possediamo concretezze utilizzabili scientificamente. Il suo pregio sta specialmente in quelle ricche note storiche sulle quali si articola la trama. Il libro tenta, su quelle note, una verosimile ricostruzione di quel periodo remotissimo in fondo ai millenni durante il quale si sono formate le nostre specificità etniche.

Tempi trapassati, sì. Ma di certo i nostri avi sono ancora lì sulla montagna, lungo quei sentieri che percorrono la gariga e le leccete del monte Arci, in quei penetrali abitati dalle loro ombre. Perfino i venti che spazzano le solitudini di quei pianori montani sembrano trasportare voci famigliari. Gli atomi, infatti, sono indistruttibili: “Niente si crea, niente si distrugge”, dice la scienza. E’ la Legge fisica della conservazione della materia. Il che vuol dire che gli atomi dei nostri antenati sono ancora lì sui monti. Perché noi sentiamo vicinanza e affetto per la nostra terra più che per altre? Perché ci sentiamo ancora, più che con altri, legati in famigliarità con i nostri padri e con le innumerevoli matrioske dalle quali, di vita in vita, ci è arrivata l’esistenza. Se una potenza sovrumana riuscisse a riassemblare quegli atomi, potremmo rivedere ancora i nostri avi aggirarsi nella montagna, dove essi hanno vissuto, sofferto, cantato; dove sono andati a caccia, hanno formato la loro famiglia, abbracciato i loro bambini.

 

MI RITORNI IN MENTE

Questo secondo libro è un affettuoso ricordo del piccolo mondo antico che fu la Bannari del passato prossimo, con le sue tante persone semplici, le sue feste, le sue solitudini montane; di quando le sue aie cantavano di allegria, il postale che arrivava in mezzo a nuvole di polvere con l’imperiale pieno di bagagli, le vie piene di paglia e di odor di fieno, gli autunni con “l’aspro odor dei vini”, l’erbetta tenera ai margini delle strade, su lugòri che filtra silenzioso tra le fronde degli alberi, la primavera che corre nei prati verdi e i bambini nelle viuzze come le rondini nel cielo azzurro Giotto… Un piccolo museo portatile di un villaggio fatto di nulla, dove stagnava immobile la malinconia dei pomeriggi autunnali, e le pecore ammeriavano sonnolente sotto le grandi querce. “Dolce paese… Ben riconosco in te le usate forme/ con gli occhi incerti tra ‘l sorriso e il pianto/ e in quelle seguo de’ miei sogni l’orme/ erranti dietro il giovenile incanto/… Di lontano/ pace dicono al cuor le tue colline/ con le nebbie sfumanti e il verde piano/ ridente ne le piogge mattutine” (G. Carducci, Traversando la maremma).

Paese mio in mezzo alle colline… accucciato e quasi nascosto in quella depressione geografica, dove, l’estate, il sole fissa l’occhio rovente sulla terra, tostando le cose e gli uomini… Un paesino che si è accordato con il paesaggio che lo circonda, bello grazie al gradevole scenario che la natura gli ha messo attorno… in uno scialo condiviso di serenità e di pace. “Sempre un villaggio, sempre una campagna mi ride al cuore… sempre mi torna in mente il mio paese” (G. Pascoli, Romagna).

Tempi di semplicità e di gioia pura che non torneranno più. Nelle pagine di “Mi ritorni in mente” intendevo, dando una stretta di mano ai nostri antenati, catturare i ricordi fuggiti indietro nel tempo e riportarli al presente. Chi li ha conosciuti crede di possedere nell’anima un tesoro di emozioni inestimabili. Oggi si vive in un mondo snaturato e falso dove tutto corre senza sosta e tutto si compra, anche il divertimento. Ma allora no. Allora l’allegria e i sentimenti li si facevano in casa, erano davvero nostri, perciò erano autentici e profondi.

BACHIS FRAU EMIGRATO

       “Bachis Frau emigrato – scrive Il Sole 24 Ore – è più di un romanzo: è la descrizione fascinosa di una speranza che diventa progetto, di un progetto che diventa realtà”.

       Nel mio terzo libro “Bachis Frau emigrato” si descrive un viaggio affascinante nel mondo dell’emigrazione, che vuole evidenziare l’affetto mai rinnegato di un giovane emigrato della Marmilla per la sua terra d’origine (che lo ha formato spiritualmente e intellettualmente) e nel contempo descrivere l’esito positivo di un arricchimento della propria identità, che si trova a operare in un contesto sociale completamente diverso dal suo.

Innegabilmente, i nostri emigrati alla fine della loro esperienza lavorativa all’estero, si sentono un po’ svizzeri, un po’ francesi, un po’ australiani, per l’interscambio delle mentalità. Mi spiego. Se io ho un euro e tu hai un euro e ce lo scambiamo, restiamo con un euro ciascuno. Ma se io ho una cultura e tu ne hai un’altra, e ce la scambiamo, alla fine restiamo con due culture ciascuno. E’ come ritrovarsi alla fine con due anime: la prima rappresentata dalle radici della propria identità nativa indistruttibile e irrinunciabile; la seconda dagli elementi di valore acquisiti nella comunità ospitante.

Bachis Frau emigrato parla di un giovane che, da un villaggio sperduto nella Sardegna centrale più profonda, Bànnari (oggi Villa Verde), assillato dalla povertà, nel periodo del secondo dopoguerra, mette in valigia i suoi sogni e la sua gioventù e affronta l’avventura dell’emigrazione. Per circa quattro decenni svolge il suo lavoro nelle acciaierie della Monteforno-Von Roll nel Ticino. Sposa una ragazza del suo paese e insieme formano la loro famiglia in Svizzera. Raggiunta l’età pensionabile, ritornano al paese d’origine mettendo a frutto il loro arricchimento professionale e culturale a beneficio della comunità.

Bachis Frau rappresenta uno, dieci, cento emigrati i quali, oltre a imbottigliare preziose conoscenze professionali riesce nel contempo a salvare ostinatamente la propria identità di Sardo e, con intelligenza, tesaurizza anche le novità e i valori positivi offertigli dall’ambiente per lui alieno dove si è trovato a operare.

Bachis Frau emigrato (info@marwan.it) è in fondo un canto all’identità sarda, all’emigrazione, al lavoro, alla speranza per un tempo futuro; è come un sogno fatto ad occhi aperti, come una pagina scritta domani.

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