SCENARIO INQUIETANTE DEL MONDO DEL LAVORO IN SARDEGNA: SI AGGRAVA LA CRISI DEL SULCIS IGLESIENTE

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di Paola Ferri

Le industrie del Sulcis Iglesiente, che sino a ieri costituivano l’asse portante dell’economia del territorio, presentano oggi un panorama sconfortante, con l’unica eccezione dell’Alcoa Trasformazioni, tornata ad essere pienamente operativa. Per il resto, lo scenario è drammatico, con la decadenza delle industrie che ha coinvolto tutti i settori, compreso quello commerciale e artigianale. A metà di quest’anno il numero dei cassintegrati ha raggiunto le tremila unità, ma potrebbe continuare a crescere.

 Un accordo fra istituzioni nazionali, regionali e sindacali si proponeva, nel 1993, di risollevare le sorti economiche del Sulcis-Iglesiente, devastato dal crollo del grande sogno minerario. A distanza di diciassette anni, quello stesso territorio si ritrova, oggi, a fronteggiare una crisi per certi aspetti decisamente più profonda rispetto a quella legata alla riconversione delle aree minerarie. I disoccupati sono 35 mila (a fronte dei circa 130 mila abitanti), ma si tratta di un numero in continua ascesa, che rischia di paralizzare definitivamente una comunità in perenne agonia. «Stiamo vivendo una crisi senza precedenti. Se la chiusura delle miniere riguardava principalmente il settore metallifero – dichiara il segretario territoriale Cisl del Sulcis, Fabio Enne – la decadenza delle industrie coinvolge il collettivo, investe tutti i settori, compresi quelli commerciali e artigianali. L’unica risposta possibile per i lavoratori in difficoltà è l’ammortizzatore sociale, un salvagente indispensabile ma non certo la soluzione dei problemi». «Nel Sulcis-Iglesiente – aggiunge Franco Bardi, segretario generale Fiom Cgil – alla fine dello scorso anno si contavano 2.500 lavoratori aventi diritto alla cassa integrazione e alla mobilità. A metà di quest’anno, il numero è già salito a tremila e, purtroppo, esistono tutti i presupposti perché continui a crescere». I numeri parlano da soli: nel Sulcis si registra il più alto tasso di disoccupazione rispetto alla media isolana (15,8 contro 15,4 per cento). Ma se ai “disoccupati” propriamente detti si sommano “gli inoccupati” (coloro che non hanno mai lavorato), la percentuale aumenta notevolmente. Insomma, il mercato difficilmente offre occasioni di lavoro ai giovani (costretti ad andarsene), mentre è estremamente difficile per gli adulti trovarne un altro, dopo aver perso il cosiddetto “posto fisso”. Le industrie del Sulcis-Iglesiente, che fino a ieri costituivano l’asse portante dell’economia del territorio, presentano un panorama sconfortante. L’unica eccezione è rappresentata dall’Alcoa Trasformazioni srl (600 lavoratori), la fabbrica di alluminio primario, dove – superata la crisi tecnica di alcuni mesi fa – la produzione ha ripreso ai livelli di sempre. Per il resto, lo scenario è drammatico. Alla Portovesme srl, su un organico di 650 lavoratori (70 dei quali nello stabilimento di San Gavino, fermo anch’esso da mesi), ben 250 sono in cassa integrazione in deroga a rotazione. L’Eurallumina, che produceva l’allumina, materia prima per l’Alcoa, è praticamente paralizzata da quasi due anni. Su un organico di 390 unità lavorative, 375 sono in cassa integrazione; 15 gli addetti alla manutenzione degli impianti. Le speranze di ripresa dell’attività lavorativa sono rinviate di almeno altri 18 mesi. Numeri drammatici anche per lo stabilimento dell’Ila (poi Otefal Sail), fermo da due anni, che trasformava in laminati l’alluminio prodotto dall’Alcoa. L’organico dei dipendenti diretti era di 200 unità, mentre gli appalti fornivano prestazioni d’opera per altri 45 lavoratori. Al lavoro sono rimasti in 3, alle dipendenze dei curatori fallimentari, gli altri sono in cassa integrazione in deroga. Cassa integrazione in deroga anche per i 70 lavoratori della Rockwool, che hanno assistito allo smantellamento degli impianti di produzione di lana di roccia. Macchine, forni e tutto quanto necessario alla trasformazione dei basalti in materiale isolante sono finiti in India. Futuro incerto, infine, sia pure con qualche prospettiva in positivo, per la Carbosulcis. Ma vediamo, più in particolare, la situazione, azienda per azienda.

Alcoa – Investimenti e sviluppo industriale garantiti per tre anni, nessun esubero di dipendenti, sospensione “temporanea” della produzione primaria di alluminio nello stabilimento veneto di Fusina, recupero della produttività e piena produzione degli impianti sardi di Portovesme. Sono questi i punti salienti dell’accordo raggiunto alla fine di maggio tra sindacati e Alcoa, con la mediazione del ministero dello Sviluppo economico, per il mantenimento dei siti italiani della multinazionale dell’alluminio, dopo sette mesi di duro confronto, anche con il Governo nazionale. Via libera anche da Bruxelles alla legge sulla sicurezza energetica per le isole maggiori, che contiene gli strumenti che consentono ad Alcoa di abbattere il costo della bolletta elettrica. Importanti i dati sugli investimenti: la multinazionale ame­ricana metterà sul piatto un piano da quasi 100 milioni di euro complessivi per i prossimi tre anni (60 in Sardegna e 34, 6 in Veneto), necessari per mettere in marcia le celle elettrolitiche oggi ferme (40), per l’impiantistica e le manutenzioni straordinarie già programmate (20) e per salvaguardare l’occupazione dell’impianto veneto, avviando parte del personale in prepensionamento. All’accordo di maggio ha fatto seguito quello di agosto, a seguito del quale Alcoa ed Enel hanno sottoscritto un contratto di fornitura di energia elettrica che mette al riparo la fabbrica di Portovesme fino al 31 dicembre 2012. Questo fatto, unito al provvedimento sull’energia interrompibile messo in campo dal Governo, garantirà prezzi dell’energia competitivi nella produzione di alluminio primario a Portovesme. A riferire i termini dell’accordo alle segreterie provinciali di Fiom Cgil, Fms Cisl, Uilm e ai delegati della Rsu, è stato il responsabile europeo Giuseppe Toia. Senza entrare nel merito delle varie clausole che regolano i rapporti contrattuali tra le due aziende, Toia ha spiegato che il prezzo stabilito – nonostante le diverse aspettative – è stato ritenuto accettabile e in linea con i prezzi correnti in Europa. Un passo fondamentale nel percorso che era stato ideato a inizio anno per scongiurare la fermata della fabbrica, dove lavorano (tra dipendenti diretti e degli appalti) circa 800 persone. L’accordo con Enel permette di guardare ai prossimi tre anni con serenità, ma la soluzione definitiva è ancora da scrivere.

 
 

Portovesme srl – L’azienda vorrebbe investire quasi 350 milioni di euro per aumentare gli attuali livelli produttivi. Al riguardo, ha già elaborato i progetti per il parco eolico (per l’autoproduzione di energia elettrica) e per il potenziamento della linea elettrolitica. Inoltre, sta cercando di definire il destino del ciclo piombo, fermo ormai da più di un anno. Eppure, gli investimenti non possono decollare perché mancano le autorizzazioni. Intanto, la cassa integrazione, che riguarda a rotazione 250 lavoratori, è stata rinnovata per altri 24 mesi. Nel corso di un incontro tenutosi ai primi di settembre fra sindacati, Confindustria e vertici aziendali, l’amministratore delegato Carlo Lolliri ha ribadito ancora una volta che la Glencore (proprietaria della fabbrica) è pronta a far partire gli investimenti anche subito, confermando la volontà di garantire i posti di lavoro e di puntare ad una prospettiva di lungo periodo. «Ma – ha aggiunto – servono tempi celeri negli iter autorizzativi, altrimenti tutto il piano industriale potrebbe essere compromesso». Richiamando la Regione sarda alle proprie responsabilità, i rappresentanti sindacali hanno sottolineato che «ci troviamo nella condizione assurda di una politica che paralizza un progetto di centinaia di milioni di euro in una zona con mille problemi come il Sulcis-Iglesiente». Chiamato in causa, il presidente della Giunta, Ugo Cappellacci, ha dato ampie assicurazioni sull’appoggio regionale al piano industriale della Glencore. Lo ha fatto nel corso di un incontro svoltosi il 10 settembre, al quale hanno partecipato le organizzazioni sindacali, i dirigenti della Portovesme e gli assessori regionali dell’Industria, Sandro Angioni, del Lavoro, Franco Manca, e dell’Ambiente, Giuliano Uras. «La Regione – ha affermato Cappellacci – considera strategico il progetto della Portovesme srl e lo sostiene presso il Governo nazionale e il ministero dell’Ambiente. Dopo l’esito positivo della Conferenza dei servizi, aspettiamo le autorizzazioni definitive e la delibera del Cipe sul contratto di programma, che ha già ottenuto il via libera dalla Conferenza Stato-Regioni. Per quanto ci riguarda, stiamo portando avanti gli adempimenti di nostra competenza».

Eurallumina – Il momento della resa dei conti si avvicina. A quattro mesi dalla scadenza della cassa integrazione in deroga, gli operai diretti e delle imprese di appalto della fabbrica di ossido di alluminio si preparano a lanciare una controffensiva durissima, qualora il vertice romano di fine settembre, fissato al ministero dello Sviluppo economico, dovesse concludersi con il solito nulla di fatto. L’ultimo incontro nella capitale si è svolto ai primi di agosto e si è chiuso con un verbale firmato da Ministero, Regione, Provincia e sindacati. Mancava la multinazionale Rusal, che dovrebbe dare una risposta proprio nel prossimo vertice. Negli ultimi 18 mesi, ovvero dall’inizio della vertenza, lo stabilimento è stato continuamente presidiato dai lavoratori in lotta, ma con l’approssimarsi della scadenza i sindacati ribadiscono i termini della questione. «Il progetto individuato e sottoscritto nel verbale d’incontro del 4 agosto al ministero – sottolineano i delegati della Rsu Eurallumina – prevede la fornitura di vapore da una nuova caldaia alimentata a carbone, realizzata da una nuova società. Per la costruzione di questo impianto si sono impegnati il Ministero e la Regione, e la stessa Rusal sarebbe d’accordo. Crediamo pertanto che siano state già avviate le procedure per il finanziamento. Nel periodo transitorio, necessario per la realizzazione del nuovo impianto, occorre disporre di olio combustibile a basso prezzo e, in questa fase, è necessario l’intervento dell’Eni, che dovrebbe fornirlo a un prezzo più basso del costo di mercato». Questi gli auspici di Regione, Provincia e Sindacati, ma resta da vedere quale sarà la posizione dell’ente petrolifero. Sarà in grado il Governo di convincere l’Eni (di cui il ministero dello Sviluppo economico è il principale azionista) a vendere sottocosto l’olio combustibile? Resta poi da definire la questione, tuttora insoluta, del bacino dei fanghi rossi, necessariamente da ampliare (o da individuare ex novo) nell’ipotesi di ripresa della produzione.

Ila – Tutti i dipendenti in cassa integrazione da due anni, con la fabbrica ferma e in attesa che qualcuno si faccia avanti per rilevarla e rilanciarla. Alla precarietà di una situazione già difficile, ai primi di luglio si è aggiunta la preoccupazione per l’imminente scadenza della cassa integrazione: se non si fosse trovata una formula per prorogare gli ammortizzatori sociali, gli operai avrebbero rischiato il licenziamento collettivo e la mobilità. Una schiarita è arrivata a metà mese dal giudice fallimentare del Tribunale di Cagliari, che ha accolto la proposta scaturita dal verbale di accordo sottoscritto da Regione, organizzazioni sindacali e curatela fallimentare dell’ex Ila di Portovesme di prorogare la cassa integrazione per i lavoratori della società fallita. «Un provvedimento importante – ha commentato l’assessore regionale del Lavoro, Franco Manca – in attesa che si trovi una soluzione per la loro ricollocazione nel mercato del lavoro». A questo punto – almeno così si sperava – avrebbe dovuto essere più agevole concentrarsi sulle prospettive della fabbrica di laminati in alluminio. Prospettive da discutere, alla fine del cruciale mese di luglio, al ministero dello Sviluppo economico in una riunione tra istituzioni e organizzazioni sindacali. L’incontro è avvenuto il giorno 28: la delegazione della Ila e gli esponenti sindacali si sono recati al ministero , dove il curatore fallimentare ha ribadito che le ultime due aste per vendere la fabbrica sono andate deserte e che, al momento, non esisteva alcun imprenditore interessato a comprare e rilanciare lo stabilimento. «Un incontro inutile – è stato il commento dei sindacalisti presenti –. Ritardi, indifferenza e poca determinazione stanno confermando la chiusura. Cè da augurarsi che a breve possa ripetersi l’incontro, ma prima deve essere istruito un percorso, che al momento non esiste». Non solo i sindacati, ma anche i rappresentanti delle istituzioni sarde (l’assessore regionale all’Industria, Sandro Angioni, e il presidente della Provincia, Tore Cherchi) si sono espressi molto chiaramente: «Tutte le vertenze del Sulcis-Iglesiente dovranno essere seguite direttamente dalla Presidenza del Consiglio dei ministri».

Rockwool – Potrebbe essere diviso in tre tronconi l’organico della Rockwool, la fabbrica di lana di roccia della multinazionale svedese, chiusa da oltre un anno. Questa prospettiva è emersa al termine dell’incontro che si è svolto a Roma l’8 settembre, nella sede del ministero dello Sviluppo economico, alla presenza del capo dell’unità di crisi, Giampiero Castano, dell’assessore regionale dell’industria, Sandro Angioni, e dei rappresentanti della società e dei lavoratori. La soluzione prospettata consentirebbe di salvare almeno la metà dell’organico (una trentina di posti di lavoro), che potrebbe essere rilevato, con l’intero fabbricato, dalla Cooperativa San Lorenzo, che già in passato aveva manifestato interesse ad avviare un’attività produttiva all’interno della struttura industriale. Il resto dei dipendenti verrebbe avviato a corsi di riqualificazione ambientale, con sbocco lavorativo nei siti minerari dismessi. Infine, per gli over 50 è stato delineato un percorso di accompagnamento alla pensione. «Durante l’incontro – si legge in una nota dell’assessorato regionale, dopo il vertice romano – è stato valutato lo stato di attuazione degli accordi sottoscritti negli scorsi mesi ed è emerso che rimane aperta la prospettiva dell’impiego, per quasi la metà dei dipendenti, nel progetto di bioedilizia innovativa che sarà in capo alla Cooperativa San Lorenzo». L’argomento sarà all’ordine del giorno del prossimo vertice tra sindacati, azienda, Regione e Ministero, che sarà convocato entro novembre. Intanto, davanti ai cancelli di Campo Pisano prosegue la mobilitazione e l’occupazione dei lavoratori.

Carbosulcis – Con un apposito provvedimento di legge dello scorso agosto, il Parlamento ha stabilito di prorogare di un anno i termini per la privatizzazione della miniera Carbosulcis. Un anno di respiro, un lungo tempo supplementare per credere ancora nel progetto integrato centrale-miniera per l’utilizzo del carbone Sulcis. La Sardegna incassa dunque la proroga di un anno della possibilità di mettere a gara internazionale l’importante sfida industriale di usare il minerale sardo riducendo a zero le emissioni di anidride carbonica. La responsabilità del progetto rimane, come previsto sin dall’inizio, nelle mani della Regione. La Camera dei deputati si è occupata dell’argomento anche durante la discussione di un ordine del giorno del deputato Mauro Pili, sul rilancio del progetto miniera Carbosulcis-Centrale e sul bacino carbonifero del Sulcis. Due i punti cruciali trattati nel dibattito: innanzitutto la questione dei famosi incentivi Cip 6 (ritenuti aiuti di Stato dall’Unione europea); in secondo luogo, la possibilità di allocare nel Sulcis una delle dodici centrali da realizzare in Europa per l’impiego della tecnologia pulita basata sulla cattura e il sequestro nel sottosuolo dell’anidride carbonica. A distanza di pochi giorni, il sottosegretario del ministero dello Sviluppo economico, Stefano Saglia, ha firmato il decreto per la costituzione di un gruppo di lavoro, denominato “Progetto Sulcis”, che dovrà definire la fattibilità economica e tecnica della gara internazionale per la concessione della licenza integrata, organizzando le attività per la sua attuazione. In pratica, il primo passo concreto verso la redazione del bando di gara per la privatizzazione della miniera di Nuraxi Figus e lo sfruttamento del carbone Sulcis attraverso una tecnologia “pulita”. Il gruppo di lavoro è guidato dallo stesso sottosegretario ed è composto, fra gli altri, da Mario Porcu (in rappresentanza di Sotacarbo-Carbosulcis) e da un rappresentante della Regione, che deve ancora essere nominato. Una volta avvenuta quest’ultima nomina, che i sindacati stanno sollecitando con insistenza, è auspicabile che la partita si chiuda quanto prima, senza dover attendere tutti i 12 mesi di proroga concessi dal Parlamento nazionale.

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