DIFENDERE IL LAVORO: UN DIRITTO DELL'UOMO SEMPRE PIU' DIFFICILE DA SALVAGUARDARE

Maria Letizia Pruna
Maria Letizia Pruna

di Maria Letizia Pruna

Siamo ben consapevoli che il diritto al lavoro sancito dalla costituzione è un diritto non effettivo, tant’è che la mancanza di un lavoro non dà universalmente accesso ad un sostegno pubblico. In Italia la disoccupazione non è mai stata considerata un rischio sociale, inteso come evento che prescinde dalla volontà dei singoli e che deriva dal funzionamento del sistema economico e sociale, pertanto meritevole di un sostegno pubblico come avviene in altri paesi. Solo la disoccupazione di alcune categorie di lavoratori è sommariamente protetta, gli altri devono cavarsela in famiglia o arrangiarsi da soli. Gli altri sono più dei due terzi dei lavoratori e delle lavoratrici che perdono il lavoro o non riescono a trovarlo. Ma il diritto al lavoro resta un principio sancito dalla Costituzione, benché le condizioni che rendano effettivo questo diritto – come recita l’art. 4 – non sono mai state propriamente al centro dell’azione politica. Nessuno, nella politica e nelle istituzioni, si comporta come se credesse davvero che il lavoro è un diritto, nessuno reagisce alla disoccupazione come farebbe di fronte alla negazione di un diritto – che so, quello di andare a votare (che è anche un dovere civico, e pure il lavoro dovrebbe esserlo). E’ sempre più difficile difendere il lavoro perché ciò che hanno in mente i lavoratori e le lavoratrici quando pensano al diritto al lavoro è tutta un’altra cosa rispetto al lavoro che intendono i governi di questo secolo, in particolare nel caso italiano (l’Italia è sempre un caso…). Sempre più di frequente, negli ultimi anni, trapelano nel nostro paese pensieri “pubblici” che fanno riflettere sul significato attribuito al lavoro, e danno una misura della distanza – assai più grande di quella dichiarata o percepita – tra il dettato costituzionale e il pensiero politico (ed economico) dominante. Quale significato del lavoro, mi sono chiesta, c’è dietro la frase di un grande manager che per difendere l’entità crescente e inarrivabile dei propri emolumenti – e l’abissale distanza dai salari dei “suoi” operai – dichiara “provate voi a fare la vita che faccio io”? E quale significato del lavoro si cela dietro la dichiarazione di uno stimato giuslavorista e parlamentare che, per legittimare la volontà unilaterale di una grande industria di introdurre un peggioramento delle condizioni di lavoro (già dure), sostiene che in certe regioni di questo paese è ragionevole accettare un simile peggioramento perché l’alternativa a quel lavoro è la camorra?
Dopo un lungo silenzio, e un respiro profondo, bisogna provare a riflettere. Nel primo caso si percepisce immediatamente l’incapacità del manager di immaginare il lavoro – non quello di un’ora o di un giorno, ma la sequenza ininterrotta dei turni di lavoro in fabbrica, per mesi e anni – di un operaio di Melfi o di Pomigliano d’Arco o di Mirafiori, ma anche quello che c’è prima e dopo il lavoro in fabbrica, cioè la vita di un operaio e della sua famiglia in un paese del Sud o in una città del Nord (una periferia, s’intende). In secondo luogo, si ricava l’impressione di un pieno ritorno al convincimento che l’unico lavoro che conta e che vale un compenso elevato è quello di chi dirige l’azienda e non quello di coloro che rendono materialmente possibile la produzione. Il reddito astronomico di un alto dirigente sarebbe giustificato dalla astronomica differenza tra le fatiche e le responsabilità di chi dirige e quelle di chi produce. Allora quanto dovrebbero guadagnare i minatori cileni intrappolati a 700 metri sotto terra? Nel secondo caso si intravede invece la legittimazione di una cittadinanza minore, il riconoscimento – con una esortazione ad accettare questa minorità – che il diritto al lavoro non può essere uguale in ogni parte del paese. Ridefinire i diritti in base alla conformità con lo stato delle cose significa ridurre i diritti e legittimare lo stato delle cose. Il diritto alla salute, ad esempio, sancito dall’art. 32 della Costituzione (“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”) può essere ridimensionato affermando che alcuni cittadini e cittadine hanno diritto ad essere un po’ meno sani? Dovremmo quindi dire ai bambini di Taranto che devono accettare di morire un po’ di più di leucemia perché l’alternativa all’ILVA è la ‘ndrangheta; e per tenere in piedi l’impianto siderurgico bisogna accettare un pesante deterioramento delle condizioni ambientali e della propria salute, come succede anche a Portoscuso, a Sarroch e in tanti altri siti industriali: pare si debba scegliere tra due rischi, quello di diventare più poveri o quello di ammalarsi. Nei fatti, è questa l’alternativa che viene posta a molte comunità di questo paese diseguale, così poco convinto dei diritti fondamentali, non a caso quasi tutti violati o ignorati. Ma questo è uno stato delle cose che va cambiato, non legittimato. Bisogna smetterla di benedire ogni industria che avvelena e fissa condizioni di lavoro sempre peggiori soltanto perché lasciamo che l’alternativa a quella industria sia la disoccupazione o la criminalità. Allo stesso modo, il diritto al lavoro non può essere ridotto ad un diritto a lavorare di tanto in tanto. Non si è mai visto un diritto discontinuo. Se il diritto al lavoro si trasforma in un “diritto ai lavori” – come prefigura il piano triennale approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 30 luglio (“Liberare il lavoro per liberare i lavori”) e la legislazione degli ultimi vent’anni – poiché nessuno può garantire che i lavori siano continuativi si acquisirà – senza averlo mai rivendicato – il diritto alla disoccupazione, quella che inevitabilmente si determina quando si perde un lavoro e se ne cerca un altro. Il lavoro inteso in questo modo si traduce nel “diritto” a cambiare continuamente, senza certezza e con pochi margini di scelta, i riferimenti fondamentali della vita: il mestiere, le mansioni, la durata e l’organizzazione dell’orario, il luogo di lavoro, le relazioni sociali, il tipo di impresa, la retribuzione. Non solo da giovani ma per l’intera vita. Ministri, legislatori, manager, hanno idea di che cosa voglia dire concretamente? E’ sempre più difficile difendere il lavoro perché la politica e le istituzioni dimenticano le persone, non le vedono, non riescono a immaginare le loro vite, così puntano diritto a smontare le regole che le proteggono.

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