IL PITTORE DEL DESERTO: IL FASCINO DELLE OPERE DI MARIUS LEDDA IN MOSTRA A MILANO

Marius Ledda
Marius Ledda

di Sergio Portas

Per noi che giochiamo spesso con le parole, quest’unione provvisoria della FASI (Federazione Associazioni Sarde in Italia)con il FAI (Fondo per l’Ambiente Italiano)non poteva non risultare fecondo nel mettere su una mostra di un pittore sardo di fine Novecento, Marius Ledda è nato a Cagliari nel 1880, in uno di quei prestigiosi edifici che, mercé la generosità di ricchi borghesi, tornano alla fruizione degli italiani “normali”. Per avere a dimora villa Necchi Campiglio un poco speciali bisognava essere, questi Necchi facevano concorrenza, con le loro macchine da cucire, alle più note Singer, ma ne vendevano lo stesso un’infinità, in tempi in cui ogni sartoria italiana era, in nuce, un piccolo laboratorio “Armani” o “Prada”. Nel ’32, quando fu costruita, l’architetto milanese Portaluppi già l’aveva dotata di piscina riscaldata e campo da tennis. Circondata da un giardino sontuoso, a due passi da piazza San Babila, raccoglie oggi mobili art decò nonché quadri e sculture di artisti del periodo, Morandi, Martini, ma anche qualche Tiepolo e Canaletto. Sono sicuro che Marius Ledda apprezzerebbe di essere in tale nobile compagnia artistica. Lui che aveva lasciato Cagliari a diciotto anni per seguire il padre a Napoli, capitano di marina. E aveva poi seguito, nel peregrinare che lo contraddistinse quasi fosse un destino, l’intricata storia del primo Novecento. Nel 1910 vince un concorso per ritrarre i sovrani del Montenegro (vale ricordare che la madre dell’allora re d’Italia, Umberto secondo di Savoia, era una Pietrovic Njegos Jelena, detta Elena, montenegrina). L’anno dopo segue le truppe italiane in Libia, nell’avventura coloniale che il primo ministro Giovanni Giolitti aveva voluto per “muovere la grande proletaria” (cfr. G.Pascoli) nell’intento di evitare che le altre “grandi” d’Europa si annettessero ogni più piccola parte delle terre africane. E l’Italietta nostra rimanesse a becco asciutto. Nel 1915 quando scoppia la grande guerra è a Bucarest, dove il suocero è direttore delle scuole italiane all’estero. Scappa le bombe tedesche e si rifugia, con la famiglia, a San Pietroburgo. Inesorabile due anni dopo lo sorprende la rivoluzione bolscevica. Colmo della sfortuna, richiesto di schierarsi a costo della vita ( altro che Milan o Inter) entra a fare parte dello schieramento “bianco” che combatte l’armata rossa di Lev Trockji. Si sa come andò a finire. Fuga di nuovo a Bucarest e rientro in Italia nel ’20, giusto per godersi appieno l’avvento di quel maestro di scuola che divenne Duce del fascismo e che tenne banco per due decenni. E allora nel ’27 è a Parigi per tornare a Milano tre anni dopo. Poteva scampare a una seconda guerra mondiale? Certo che no, anzi una bomba alleata centra il suo “studio” e distrugge per sempre una produzione artistica di vent’anni. Poi, finalmente, a Roma, in pace, sino al 1965. Giustamente Tonino Mulas nella prefazione al catalogo titola definendolo “migrante avventuroso” e continua sottolineando che più che sardo il Ledda è da considerarsi un pittore europeo a tutto tondo. Anche se nel 1950 è insieme ai vari  Ciusa, Biasi, Lai, Fois, Sassu, insomma il meglio che la l’isola nostra avesse espresso per una mostra di “arte moderna della Sardegna”, che si tenne a valle Giulia, tra gli altri presente l’allora ministro dell’agricoltura Antonio Segni. La nipote Gabriella Ledda ha un ricordo intenso di quel nonno bohémien, “pittore del deserto”, come lo soprannominarono a Tripoli dove aveva conosciuto quella che sarà la sua compagna per la vita. Qui a Milano, oltre ai quadri, sono esposti un buon numero di disegni, fra i quali un suo autoritratto. Con pochi tratti di matita i giocatori di carte turchi di Odessa sembrano prendere corpo ( sono del 1917) e paiono volerti offrire un bicchiere di quello che non può essere vino , che il Libro sacro lo vieta ai credenti, e non può essere che tè fortemente zuccherato, come è l’uso. E quei bolscevichi tratti sempre intorno a un tavolo, ancora increduli di poter bisbigliare tra loro della prigionia dello Zar di Russia, nonché granduca di Finlandia di Lituania, duca dello Schlewig-Holstein ecc. ecc. Vicino a un olio su tela del ’45 in cui dei girasoli arancioni fanno a gara per prevalere sul verde delle foglie, è una fotografia che lo ritrae con la moglie, in testa un casco coloniale a fare ombra a due baffi importanti. Stivali ai piedi e cravatta, dietro svetta una palma in mezzo ai fichi d’india: “Tripoli, bel suol d’amore, sarai italiana al rombo del cannon…”. Nel catalogo allegato alla mostra sono presenti alcune opere di cui più nulla si sa, purtroppo riprodotte in bianco e nero: un vero peccato che il “bazar di Scutari” del 1910 sembra venirci incontro col passo cadenzato delle donne velate che si chinano a contrattare le pezze di stoffa esposte sui marciapiedi polverosi. E anche l’odalisca del ’22 ha uno sguardo tutt’altro che ammaliatore, perso com’è nella profondità dei suoi pensieri. Le donne alla fonte, nonché i pescatori di Cassis fanno tutti parte di un modo di dipingere “volumetrico”, tipo la tempera delle “bagnanti” del 1932 che fanno da copertina al catalogo ( di ascendenza picassiana le definisce  Elena Pontiggia, critica d’arte). Del 1934 è il quadro esposto ancora  oggi alla Galleria d’Arte Moderna di Milano: “i Maratoneti, una monumentale composizione di figure che evocano lo stile greco arcaico, filtrandolo attraverso la stilizzazione delle forme.” (sempre E. Pontiggia). E poi , qui esposte, una serie di nature morte in cui è evidente l’ispirazione cubista del Pablo malagueno. Segnatamente la natura morta con pesci e la composizione con chitarra. Le opere degli anni cinquanta tornano ad essere di tipo surrealista, sia le due figure mitologiche, un olio del’53, sia soprattutto i cavalli di Diomede dello stesso anno ripensano al De Chirico della mitologia greca. E nel periodo romano continua questa ricerca insaporendola dalle passate esperienze cubiste metafisiche e surrealiste. Scrive ancora Elena Pontiggia: “Coerente, però, rimane la sua ispirazione, il nucleo poetico della sua pittura che, potremmo dire,consiste nel desiderio di uscire dal tempo e di vedere le cose sotto l’aspetto dell’eternità”. Le opere di Marius Ledda sono sparse in vari musei d’Europa e molte in collezioni private. Certo sarebbe bello che, almeno una volta, tornassero a Cagliari per offrirsi all’ammirazione dei suoi conterranei. Che davvero non è artista di secondo piano. In un suo “carnet intimo” rinvenuto in una valigia di cartone che si era salvata dalla rivoluzione russa del 1918 aveva lasciato scritto: “Vi sono pittori che trasformano il sole in una macchia, ma ve ne sono altri che per merito della loro arte e della loro intelligenza trasformano una macchia gialla in sole”.

3 risposte a “IL PITTORE DEL DESERTO: IL FASCINO DELLE OPERE DI MARIUS LEDDA IN MOSTRA A MILANO”

  1. Ringiazio Sergio Portas per il bell’articolo su mio nonno Marius, vorrei mettermi in contatto con lui. Il mio cellulare 3383205542

  2. Salve, possiedo da tempo un quadro firmato Marius. Questo quadro rappresenta due bambini con una ciotola in mano in una casa. Vorrei sapere se mi potreste dare qualche informazione. A presto.

  3. Buongiorno sono in possesso di due quadri di Marius Ledda, mi potete dire dove posso acquistare il catalogo della mostra 2010 o altri suoi cataloghi ?
    grazie Roberto

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