DOVE LA NATURA E’ ANCORA REGINA: FUNTANAZZA … ADORO QUEST’ANGOLO SELVAGGIO DI SARDEGNA

Funtanazza in Costa Verde
Funtanazza in Costa Verde

di Sergio Portas

A leggere i cartelli che il comune di Arbus si è premurato di esporre giusto sopra quello che fa presente come il nuovo proprietario declini ogni responsabilità per la strada sgarruppata e le buche ( il comune ci tiene a sottolineare che non ci sono bagnini di sorveglianza) verrebbe da pensare che questa spiaggia di Funtanazza non se la voglia sponsorizzare proprio nessuno. Un vero inspiegabile mistero per il vostro cronista che se ne viene da Guspini passando per Montevecchio, attraversando chilometri di macchia mediterranea dove tra cisti e lentischi i cervi sardi vanno moltiplicandosi al riparo da occhi indiscreti e arrivando poi a quella vera e propria cattedrale di pini mediterranei che ti fa sbucare sul terrazzo naturale che domina la marina, accompagnato dal concerto delle cicale che lottano con lo sciabordio delle onde per il predominio sonoro del posto. Ogni volta che ci vengo e l’occhio mi cade sul manufatto decrepito dell’ex colonia marina ancora dominante mi viene da pensare che, una volta, i figli dei lavoratori manuali, dei minatori, erano trattati meglio di oggi. Tra gli oleandri fitti di fiori rosa e carminio si possono ancora vedere le due piscine che si riempivano d’acqua di mare, la piattaforma per i tuffi dei più esperti, e tra la pineta ormai cassa di risonanza delle cicale, le altalene rugginose, una volta splendenti di acciai, dove i più piccini passavano le ore del meriggio assolato. Anche scendendo verso la spiaggia ci si lascia alle spalle pezzi di miniera, vecchie tubature dell’acqua dolce e i vecchi gabinetti e le docce. Il mare ha portato quintalate di sabbia che anni addietro si era mangiato nel suo eterno migrare. Sabbia dorata, a guardarla bene, specie sulla destra del catino naturale, frammista a conchiglia spezzata finemente, mista a granellini di corallo rosso. Il mare assume colori di smeraldo che si tinge di blu al largo: una striscia color lapislazzulo, come quelli che si vendevano una volta nel mercato di Kabul, prima che sovietici e talebani ne facessero lo scempio di oggi. Raramente la spiaggia è affollata, oggi che qualche nuvola ha dissuaso i più esigenti di sole, alle nove del mattino conto cinque ombrelloni, a delimitare spazi che si contano a parecchie decine di metri l’uno dall’altro. A sinistra, dove gli scogli a strapiombo formano grotte naturali le cui volte sono tempestate da conchiglie inglobate dalla rena calcarea milioni di anni fa, un signore di mezza età si aggira , col mare che gli accarezza i ginocchi, con un forchettone dal lungo manico. Non vedessi con i miei occhi un polipetto subito preda della sua (presumo) diletta consorte avrei pensato che fosse a caccia di arselle, altro che muta e pesi di piombo, altro che apnee di lungo respiro, per una insalata di sogno basta una forchetta dal manico lungo. E un occhio allenato presumo, che di una cosa sono sicuro, io non farei che pungere il mare, rimanessi pure tutta una estate nell’analogo tentativo. Tra i bagnanti anche una famiglia dai capelli d’oro zecchino, finlandesi? Chissà! Come abbiano trovato la strada per questo angolo incontaminato di natura mi piacerebbe indagare, ma intercalano in una lingua che assomiglia al finnico degli ungheresi più che allo svedese dei tedeschi. Comunque sono espressione d’ottimismo, se anche nel Nord Europa si spande la fama di Funtanazza per come è, per la cruda bellezza della vegetazione che la circonda, per la vastità della sua apertura sul mare che ti fa intravvedere le dune di Piscinas spiccare candide in lontananza fra il verde dominante dei bassi cespugli di mirto. Al pensiero che, prima o poi, un qualche imprenditore si accingerà a fare dello scheletro rugginoso dell’ex colonia un albergo a cinquantacinque stelle, un poco mi si stringe il cuore. Ci saranno camion e gru che dovranno percorrere la grotta-galleria formata dai pini marittimi, scompigliando la striscia rossa degli aghi appassiti che delimita l’asfalto improbabile della strada di adesso. E anche le cicale, presumo, saranno zittite dalle betoniere vomitanti cemento. Ma ci vorrà qualche anno e , se i cittadini sapranno esercitare il loro diritto di critica, tutta questa bellezza non sarà stravolta del tutto, magari un poco più condivisa. Che se anche nordiche torme di turisti si fermassero in quel di Arbus e venissero a Funtanazza solo pel mare, non ne saremmo gelosi, noi, pronipoti dei minatori di un tempo che giustamente scelsero il tratto di costa più bello per allietare la vacanza dei loro figli. Anche allora le cicale tentavano, invano, di gareggiare con le risa di gioia dei fanciulli sardi.

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