A SETTEMBRE, CON MOLTA PROBABILITA', VERRA' RESA NOTA LA MAPPA DEI SITI PER IL NUCLEARE. COSA SUCCEDERA' IN SARDEGNA?

probabile sito per il nuovo nucleare nella piana di Cirras, nei pressi di Oristano
probabile sito per il nuovo nucleare nella piana di Cirras, nei pressi di Oristano

di Martina Manieli

La mappa dei siti sarà pronta entro il 23 settembre. È quanto ha riferito Fedora Quattrocchi, responsabile dell’unità funzionale di geochimica dei fluidi, stoccaggio e geotermia dell’Ingv, l’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia, alla commissione Ambiente del Senato. “ La Sogin ha aperto l’iter per iniziare le ricerche per la posizione del parco tecnologico nucleare” . La Società Gestione Impianti Nucleari, Sogin, si occupa della chiusura del ciclo di vita delle quattro centrali nucleari ancora presenti in Italia e della gestione dei rifiuti radioattivi. Il parco tecnologico nucleare è quindi il sito destinato ad accogliere le scorie. Una lista ufficiosa era già circolata la primavera scorsa, quando Greenpeace aveva diffuso un comunicato nel quale identificava i siti più probabili per l’installazione di nuovi impianti e depositi, sulla base dei criteri approvati dal governo e di vecchie carte del Comitato nazionale per l’energia nucleare, che oggi si chiama Enea.
Secondo questi studi uno dei siti potrebbe ricadere in Sardegna sulla piana di Cirras, tra Arborea e Santa Giusta. A identificarlo come idoneo una serie di fattori, come la vicinanza di porto, aeroporto e ferrovia e la disponibilità d’acqua, garantita dalla diga di Santa Chiara e necessaria per l’attività degli impianti. La Sardegna, inoltre, è una terra geologicamente antica, a ridotto rischio sismico e scarsamente abitata.
Le reazioni non si sono fatte attendere e, in maniera trasversale rispetto alle posizioni politiche, gruppi di cittadini e partiti si sono mobilitati per sensibilizzare l’opinione pubblica e scongiurare il rischio di un reattore nucleare dietro casa. Sono state costituite associazioni, organizzate manifestazioni, conferenze e dibattiti.
Di ritorno dell’Italia al nucleare si parla ormai da tempo, prima ancora che il governo francese e quello italiano firmassero, il 24 febbraio 2009, un accordo internazionale per la cooperazione sulla ricerca, sviluppo e costruzione, nonché smaltimento delle scorie. Da allora però non sono mai state diffuse notizie ufficiali relative alla localizzazione dei siti destinati alle centrali e allo stoccaggio dei residui di lavorazione. Nonostante ciò, intorno al problema si sono sviluppati dibattiti e iniziative pubbliche, che hanno coinvolto anche le parti politiche a diversi livelli e con posizioni contrastanti. Si è sviluppata una comunicazione dei giornali, del passaparola, dai partiti politici e degli scienziati, ognuno portatore di un proprio interesse e di una propria opinione. “La governance della percezione pubblica del rischio è una delle maggiori sfide che la politica contemporanea deve affrontare” scrive lo psicologo sociale Giuseppe Veltri su Italianieuropei.net. “Nonostante ciò le sue dinamiche sono state spesso fraintese”. Il 9 luglio il Senato dà il via libera al DdL sullo sviluppo, che dichiara i siti “di interesse strategico nazionale” e quindi soggetti al controllo militare, ma rimanda la scelta su quali siano. “Stiamo lavorando per voi” potrebbe essere un’efficace sintesi di questa visione paternalistica della politica, che decide sulla base di conoscenze tecniche, senza tener conto delle richieste dei cittadini. Gli interessi collettivi sono, in questa concezione, esclusiva competenza di un gruppo di esperti. La richiesta di coinvolgimento nei processi decisionali che emerge “dal basso” è dovuta semplicemente a mancanza di competenze adeguate. “Chi teme il nucleare è solo perché non lo conosce” ha ribadito il fisico Paolo Randaccio, dell’università di Cagliari, durante il convegno “Nucleare o fonti energetiche eco-sostenibili?” organizzato a Terralba il 24 aprile scorso dal comitato Atera energia pro sa Sardigna, associazione nata per sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi delle energie. Di diverso avviso il Nobel Carlo Rubbia, che sostiene che sia “inutile insistere su una tecnologia che crea solo problemi e ha bisogno di troppo tempo per dare risultati”. Bruno D’Aguanno, direttore del programma Energie Rinnovabili del CRS4, fisico anche lui, fa un’osservazione a proposito della scelta: ”Sono le comunità locali che devono decidere dopo aver conosciuto attraverso il dibattito costi e benefici, secondo il principio democratico”.
E le comunità locali sembrano pronte a dare battaglia. Con raccolte di firme per referendum, proposti da Idv e Sardigna Natzione e sostenuto da Wwf, manifestazioni come il Chernobyl Day e mostre, convegni, dibattiti pubblici. L’Eurobarometro rivela che il 55% degli italiani associa la parola nucleare a rischio, in linea con la percezione degli europei. Secondo il Rapporto Italia dell’Eurispes, il fronte dei no è al 45,7% contro il 38,8 dei favorevoli. E la fiducia diminuisce al crescere del livello di istruzione: i più scettici risultano essere i laureati, col 49,7. Anche tra gli esponenti del mondo politico le posizioni sono trasversali. Il presidente della Regione, Ugo Cappellacci sostiene che “in Sardegna non c’è posto per le centrali, perché intendiamo imboccare con decisione un’altra strada: quella delle energie rinnovabili e della green economy”, ribadendo la posizione assunta durante la campagna elettorale: “dovranno passare sul mio corpo”. Di segno opposto la linea del suo partito che, al governo dal 2008, ha deciso il ritorno del nucleare in Italia. Rimane a questo punto da scoprire quale peso sarà in grado di esercitare il governatore sulle decisioni di portata nazionale.

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