A MILANO, PRESSO "CASA MARRAS", FLAVIO SORIGA HA PRESENTATO IL SUO ULTIMO LIBRO "IL CUORE DEI BRIGANTI"

 

nel "salotto" di Antonio Marras, da sinistra: Renato Soru, Flavio Soriga, Lella Costa
nel "salotto" di Antonio Marras, da sinistra: Renato Soru, Flavio Soriga, Lella Costa

di Sergio Portas

Antonio Marras, che di mestiere fa il “creativo”, è uno di quei fortunati mortali che, qualunque cosa facciano nella vita (lavorativa), hanno riconosciuto da tutti un “quid” di originalità talmente elevato, talmente esclusivo, da venire universalmente ricompensato con fiumi di denaro. Beato lui. In grazia di queste sue qualità si divide tra Alghero, dove ha residenza ed è nato, Parigi, Tokio e ogni posto nell’universo mondo, dove sfilino eteree ed evanescenti fanciulle indossando capi d’abbigliamento i cui costi, per lo più, escludono dall’acquisto tutta una serie di categorie ora in esponenziale aumento: cassaintegrati, disoccupati, giovani maschi e femmine, specie se nati in Sardegna (è il capitalismo, bellezza!). Oggi, a Milano, offre signorilmente la sua “casa Marras”, uno spazio ricavato in un’ex officina meccanica nel cuore della vecchia città operaia, da lui meravigliosamente riattato con “arte povera”, vecchi divani e lampadari a gogò, per la presentazione di un libro di uno scrittore sardo: Flavio Soriga. Il padrone di casa è “more solito” assente ma, cosa davvero inusuale, insieme all’attrice milanese Lella Costa che fa da madrina al giovane Soriga, che veramente nasce in quel di Uta (Ca) nel ’75 e quindi non è più il ragazzino che sembra, è presente all’”evento” anche l’ex presidente (il termine governatore oggi impropriamente in uso nei media è francamente odioso) della regione Sardegna Soru Renato da Sanluri. Soriga lo presenta al pubblico definendolo “amministratore proveniente da una provincia che si chiama Medio Campidano, che esiste realmente”, e a riprova cita la presenza in sala del vostro cronista con cui aveva scambiato prima qualche battuta. E si dichiara timoroso del suo giudizio (di Soru non del mio). Quando l’avevo letto io questo, “Il Cuore dei Briganti” (Bompiani 2010) non mi aveva fatto una grande impressione. Un “librone” di 350 pagine ambientato in un’isola del Mediterraneo, nella seconda metà del settecento. Con storie di “cappa e spada” che s’intrecciano ad amori folli, con cortigiane e tradimenti, fughe e battaglie d’ogni sorta, riscatti di figli espletanti nobili sentimenti a fronte di padri severi dal cuore duro per definizione. Insomma uno di quei libri che io definisco da “viaggio aereo”, che si legge tra un check-in e un ritardo di qualche ora se ci si mette di mezzo il vulcano che sapete. Ma forse mi toccherà di rileggerlo. Non tanto per le parole di Lella Costa che, quando parla dell’opera letteraria di Soriga, è spudoratamente esagerata. Non è la prima volta che le sento raccontare del loro primo incontro al festival di Mantova dove lo scrittore sardo vinse un prestigioso premio internazionale col suo “I Diavoli di Nuraiò” (questo sì, a mio avviso, molto bello davvero). Anche per questo libro usa aggettivi quali sorprendente, bellissimo, appassionante, parla di una “scrittura musicale” e di uno scrittore che si sente danzare con dentro una felicità tutta speciale. Ci trova dentro un delirio picaresco e onirico che lo rendono unico, imperdibile. Anche se parecchio diverso dalla sua normale produzione letteraria. Insomma è troppo calata nella parte dell’”innamorata” anche se, da quella grande attrice che è, modula il suo entusiasmo con tale leggiadria da parere assolutamente sincera e credibile nell’ammissione di un’ammirazione incondizionata per l’opera. Quello che semina più dubbi nel giudizio che ne avevo dato io, è invece Soru. Che comincia declinando una conoscenza non banale degli scrittori sardi di ultima generazione, bravi, riflettenti uno spirito di risorgimento della società sarda che aveva fatto sperare potesse raggiungere livelli di competitività pari a quelli acquisiti da questa “new age” letteraria. E quindi Soriga insieme ai vari Fois, Niffoi, Todde, Agus, Murgia. Molti dei quali gli sono stati vicini nella campagna elettorale. Di Soriga dice che un poco lo deve rimproverare, andandosene a vivere a Roma, quasi volesse davvero dimettersi da sardo, come scriveva nel suo fortunato “Sardinia Blues”. In realtà anche quest’ultimo tratta assolutamente di Sardegna. Anzi è un libro militante. Dietro una narrazione disordinata (sono d’accordo) in realtà a lui (confessa che possa essere frutto di ossessione personale) sembra un libro fortemente politico. In cui evidente è la storia incompiuta di un popolo (sardo?) che voleva farsi nazione. Con spunti di riflessione sul potere dei governanti e sul perché spesso gli umili finiscono per amare chi li tiranneggia. E ogni rimando alla situazione politica nazionale non è puramente causale. Accanto al raccontare un poco rocambolesco, forte, esagitato, il libro gli pare pieno di citazioni, di suggestioni inerenti al rapporto tra governati e “baroni” odierni. Con tratti di grande poesia, specie quelli che tratteggiano le vicende dei padri, orrendamente severi in gioventù, che debbono piegarsi all’età che li tiranneggia e li costringe a essere meno intolleranti, più vulnerabili, quasi debbano arrendersi all’amore dei figli man mano che questi si fanno grandi. Flavio Soriga, al solito, è istrione di se stesso, descrive i sette mesi che ha impiegato a scrivere il libro come un periodo magico, una goduria, immerso nelle storie che, lui malgrado, prendevano strade inimmaginate prima. Che suo padre fosse un divoratore di Rete 4 e di tutti, ma proprio tutti, i film di John Waine non è un caso e si riflette nella “sceneggiatura” del libro. Ne legge un brano con voce stentorea, saltando ogni punteggiatura. Poi è la volta di una poesia di Benvenuto Lobina, il poeta Villanova Tulo (SS): “E cun cantu Caddus eus curtu/ o nonnu deus e tui./ Cuaddus a sa nua/ caddus chenza ‘e ferrai,/ annigranta in ‘i notti de Lugori,/ narrascendànta asutta e sa ventana/si di scidanta in punta ‘e mesunotti/ ca no bianta s’ora/ de partiri cun nosu a tottu fua.” E continua declamandola sino in fondo, in italiano. Che il libro inizia con una “bardana” in casa di un prelato non proprio castissimo. Con la Costa duetta simpaticamente intorno alla (brutta) copertina del libro, scelta da lui: un “tronista” scuro nel sembiante, alle spalle il quadro raffigurante la Vergine di Guadalupe. Anche Soru si dimostra buon conoscitore di poeti, citando, a memoria, “La Casada infiel” di Federico Garcia Lorca: “…e la portai al fiume, credendo che fosse ragazza, eppure avea marito…”. Insomma una “performance” assolutamente inusuale ma ricca di spunti i più diversi, che è molto piaciuta al pubblico. Alla fine non ho potuto non avvicinare Renato Soru, gli ho chiesto, come nel nostro primo incontro quando ancora non era “entrato in politica”, cosa ha intenzione di fare di Funtanazza e dell’ex colonia per i figli dei minatori di Montevecchio, ora in rovina, che sovrasta la spiaggia. Temo che dovrò venderla, non potrò farci nulla, mi dice sconsolato. Troppe strumentalizzazioni da parte di chi ora governa la regione. Avevamo chiesto di poter impiantare quattro pale eoliche per alimentare con corrente “dolce” tutta la struttura di Tiscali. Ci hanno accusato di essere parte dello scandalo eolico che sta squassando la giunta regionale sarda. Mi occorre di dire che leggere il nome di Sardegna sulle prime pagine dei quotidiani nazionali “che contano”, accomunata con quello di noti mestatori i cui nomi compaiono nelle trame più oscure che hanno minato da sempre la democrazia di questo nostro paese, dal crac Ambrosiano e l’uccisione del banchiere Calvi sotto il ponte dei frati neri a Londra, allo scandalo della loggia massonica “segreta” P2 , ai capitali mafiosi di Pippo Calò, fa un’impressione di vertigine. Di sconforto. Ugo Cappellacci, presidente della regione sarda, Denis Verdini, coordinatore nazionale del partito della libertà, Flavio Carboni. Uniti a “fare affari”. Lo dicono le intercettazioni telefoniche. Tra poco, se passa la legge bavaglio in parlamento, sarà reato penale scriverne sui giornali. Per tutelare la loro privacy, naturalmente. Povera Sardegna, pov
era Italia!

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