SARDI PELLITI

S'Archittu
S'Archittu

di Alfonso Stiglitz

A chi da Oristano si dirige verso Santa Caterina di Pittinurri (Cuglieri), lungo la strada statale 292 (Occidentale sarda), in una delle ultime curve prima di arrivare alla borgata di S’archittu, appare sulla sinistra una grande stele in pietra con un testo in sardo: A Ampsicora e Hosto/ a sos tremiza patriottas sardos/ chi/ pro s’indipendenzia ‘e sa Sardinnia/ in ojos sos lugores de su mare/ po no esser iscraos de Roma/ in custas baddes de dolore/ hant derremadu su samben issoro/ Campu ‘e Corra 215 a.C. – 1998. Per un archeologo la sensazione è quella di spaesamento, nel leggere l’elogio di un grande uomo che viene trasformato/travisato da colonialista, esponente di una élite fortemente connessa con il potere di Cartagine, a eroe di una guerra nazionalitaria ante litteram dei sardi contro gli invasori. Si inventa, cioè, una tradizione. Chi era, nella realtà storica Hampsicora? Era il primo dei principi dei Sardi, come lo chiama Tito Livio, il suo nome e le sue tradizioni politiche sembrano riportarlo a quel complesso mondo di coloni trasferiti da Cartagine nei suoi domini. Appartiene, cioè, a quelli che Nicola Damasceno chiamava i Sardolibici,  gruppi di coloni trasferiti in Sardegna (volenti o nolenti) per colonizzare le terre, soprattutto quelle di confine; non è un caso che Hampsicora si trovi a Cornus luogo di cerniera tra la montagna e la pianura. Nel 215 a. C., una ventina d’anni dopo la presa di possesso della Sardegna da parte dei Romani, un autentico scippo nei confronti di Cartagine, Hampsicora guida la rivolta a capo dei punici di Sardegna, rivolta fomentata e rifornita direttamente dalla metropoli africana. Una rivolta in cui è palese l’isolamento dei rivoltosi, ai quali non sembrano unirsi neanche le altre città puniche della Sardegna. Hampsicora tenta, invano, la carta dell’alleanza con gli altri Sardi, di cui non conosciamo il nome, ma che Tito Livio chiama spregiativamente Sardi pelliti, vestiti di pelli. L’ambasceria è interrotta drammaticamente dalla notizia della sconfitta e morte del figlio Hostus, andato allo sbaraglio contro i romani. Hampsicora torna e, sconfitto, si suicida. Non abbiamo traccia di una partecipazione dei Sardi pelliti alla battaglia e, in effetti, perché avrebbero dovuto partecipare alla rivolta di un colonialista noto contro un nuovo colonialista, di cui ancora non era chiara la qualità? I tempi e i modi della “loro rivolta” saranno altri. La rivolta, la morte del figlio combattente, il nobile suicidio davanti alla tragedia: sono tutti gli elementi di una visione romantica dell’epos nazionalitario. Non è un caso che il percorso di questa “invenzione” nasca nell’ottocento, nel fervore europeo dei nuovi nazionalismi. Una poesia del 1836 rende l’idea: La terra che fuvvi benigna nutrice / Gli altari, le spose, la vostra cervice / Al giogo togliete del crudo oppressor / S’imbeva il terreno del sangue abborrito: / Ei narri la strage del patrio suo lito; / Paventi in eterno d’Icnusa il valor. Pensiamo ai drammi mandati in scena, dall’Ampsicora, dramma eroico nuovissimo di Agostino Airaldi (1833), all’Ampsicora, ossia supremo sforzo per la sarda indipendenza, di Bartolomeo Ortolani (1865), fino all’ Amsicora. Scene di un antico dramma di Salvatore Scano (1865), per citare alcuni esempi, tralasciando gli scritti degli storici. Da lì l’esaltazione romantica del personaggio all’interno di un quadro di forte patriottismo cittadino e di invenzione, nel senso di scoperta e ri/costruzione di glorie locali. È la costruzione di un passato comune per ri/stabilire un’identità nel periodo successivo alla fallita rivoluzione angioiana, questa già più in sintonia con le nostre idee attuali di rivolta anticoloniale. Una tradizione che, curiosamente, prende per oro colato quello che dicono gli storici colonialisti romani senza una lettura critica e nella quale la storia della Sardegna si basa su uno scontro di civiltà tra pianura e montagna, tra contadini e pastori, tra colonizzatori e colonizzati, in sostanza tra civiltà (pianura, contadini, colonizzatori) e barbarie (montagna, pastori, colonizzati). E questo sempre, in un tempo lunghissimo, che finisce per diventare mitico, con la ricerca di una perduta originalità primitiva collocata in un immaginario geografico così come volevano gli storici romani che vedevano un continuo conflitto tra i civili e i barbari, questi ultimi bellicosi, selvaggi e nobili ma, ovviamente, destinati alla sconfitta dalla superiore civiltà. Un modello afflitto da sconfittismo, quasi una maledizione nostra, che nella sofferenza e nel sangue vede nascere il germe della nazione. Pare incredibile, ma la serie delle sconfitte celebrate si allunga nel tempo e oggi commemmoriamo con grande festa di popolo, non la promulgazione della Carta de Logu supremo prodotto della stagione dei Giudicati, ancora studiata per la sua qualità innovativa, ma l’occidroxiu, il massacro di Sanluri suprema sconfitta della “naciò sardesca”. In tutto questo restano, ovviamente, assenti le ragioni dei vinti, del perché si ribellarono e del perché furono sconfitti, e, soprattutto, se fu una ininterrotta sequenza di rivolte/sconfitte o se, invece, oltre alle sconfitte ci sia un mondo culturale, politico e sociale complesso capace di esprimersi non solo e non tanto militarmente. Un mondo diverso da quello del “turismo culturale” alla ricerca dell’indigeno fissato ineluttabilmente in un’epoca che, in quanto primitiva, non ha storia e non ha identità. Un po’ come fa Tito Livio che, da lontano, incapace di avvicinare lo sguardo su quei gruppi ai quali si rivolse invano il latifondista Hampsicora, li chiamò Sardi pelliti. O forse era solo un antesignano delle nuove tendenze della moda del prêt à porter.

Fornisco la traduzione dell’iscrizione di s’Archittu per chi non conosce il sardo. Ad Amsicora e Hosto/ ai tremila patrioti sardi/ che/ per l’indipendenza della Sardegna/ negli occhi il riflesso del mare/ per non essere schiavi di Roma/ in queste valli di dolore/ hanno versato il loro sangue/ Campu ‘e Corra 215 a.c. – 1998.

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