INTERVISTA A NICOLA CONTINI, SECONDO AL CONCORSO "STORIE DI EMIGRATI SARDI" CON IL FILM "MARIE MARIA"

Nicola Contini
Nicola Contini

di Salvatore Pinna

Come cineasta si paragona al “lupo mannaro che deve andare in cerca delle prede”. Le prede sono le immagini che cerca dove le trova già fatte. Conclude il proprio profilo affermando di essere “un entusiasta che non ama girare”. C’è in queste espressioni il gusto del paradosso ma anche una chiave di lettura interpretativa delle sue opere. Il personaggio in questione è Nicola Contini, un trentenne di Cortoghiana che, attualmente, lavora a Siena dove svolge svariate attività nel settore audiovisivo. Gli spettatori cagliaritani hanno avuto modo di conoscerlo di recente come secondo classificato nel concorso per progetti “Storie di emigrati sardi”, organizzato dalla Società Umanitaria e  dall’Assessorato al lavoro, da cui è nato il film “Marie, Maria” che è stato proiettato a Cineworld il 27 aprile scorso.

Dalle tue produzioni, visibili sul sito www.loadinglab.net, si evince un interesse alle tematiche sociali. Dipende da una precisa scelta artistica o dal tipo di committenza quasi sempre pubblica? O da entrambe le cose?
Alla fine della mia carriera universitaria, decisi di fare la tesi sul cinema multisensoriale (tattile olfattivo ecc.); per questa ragione iniziai a lavorare presso l’ufficio accoglienza disabili dell’Università degli studi di Siena. Cambiai tesi e studiai la percezione dell’arte nelle persone non vedenti e contribuii a creare dal nulla “Vietato non toccare”, la mostra che è stata recentemente anche a Cagliari. Entrando in contatto con la realtà della disabilità ti senti parte di una comunità più vasta che hai voglia di scoprire, di ascoltare… essere tutto occhi. E qui il documentarista deve saper fare il proprio lavoro:  mettersi in gioco e diventare strumento di una narrazione più ampia di quella che saprebbe costruire da solo, con le sue convinzioni, i suoi pregiudizi.

 Ha fatto il  “Master en Teoria y Pratica del Documental Creativo”. Il documentario creativo mi pare si leghi ad una propensione che non è evidente soltanto nei tuoi corti e documentari che ho potuto vedere, ma anche in quella che è senza dubbio la tua opera più complessa, cioè “Marie, Maria”.  
Studiare cinema a Barcellona mi ha dato la possibilità di vivere in un ambiente stimolante da un punto di vista intellettuale, crescere come documentarista, sorprendermi a riflettere sul mio ruolo nella società, sentire l’esigenza di affinare i miei strumenti di narratore, lì inoltre ho potuto conoscere registi come Isaki Lacuesta e Andres Duque, e critici come Josetxo Cerdan.

Cosa si intende per documentario di creazione?
Il documentario non è  solo quello imposto sempre più raramente dalla televisione, con una voce off ad appiattire, normalizzare, informare, se ci riesce; ricordiamoci che il cinema d’avanguardia è fondamentalmente documentaristico. Gioca con la realtà e con i comportamenti umani, relazionali, sociali. Il documentario di creazione riconosce la natura ambigua della realtà, l’impossibilità della ricostruzione univoca; la natura frammentata della memoria, controversa. Il documentario di creazione non si pone il solo obiettivo di raccontare l’accaduto, ma reinterpreta la realtà attraverso un processo di soggettivazione, attraverso lo sguardo obliquo dell’autore e qui si lascia trasportare dalle immagini, ascolta le suggestioni dei suoni come in un gioco un po’ anarchico, dallo sguardo attento, senza pregiudizi.

La nipote di Maria, che ha filmato non solo le sue vacanze in Sardegna ma anche la vita in Germania ha realizzato senza saperlo del materiale che sarà preziosissimo in futuro per la costruzione di una narrazione dell’emigrazione sarda.
Scegliendo di utilizzare questo materiale, volevo in qualche modo trovare un terreno condiviso dagli emigrati stessi; raccontare le loro storie con il loro stesso sistema di autorappresentazione: i filmini familiari, i momenti di festa, di vacanza, di svago.
Volevo in qualche modo rintracciare un punto di vista interno alla comunità più vasta degli emigrati e dire: da qui parte la mia storia, vedete, la stoffa è la stessa, guardata come l’ho cucita io; perché si parla con la loro stessa maniera di raccontarsi… è un incontro tra pari, magari che riesce a dar vita ad un sentimento condiviso, un ritrovarsi attraverso le immagini (“anch’io ho fatto quella strada per tornare in Sardegna, quel patrimonio visivo mi appartiene…”)

Sino a che punto le voci autentiche o autenticate aiutano nella comprensione della storia? Dico un’eresia: delle voci attoriali non avrebbero aiutato meglio il seguire i molteplici fili del racconto delle due Marie? C’è già tanta autenticità nei contenuti!  
Su questo ho riflettuto moltissimo… ma è stata più forte di me la “necessità” di coinvolgere le donne emigrate veramente, il voler fare un documentario non solo su di loro ma anche con loro, inserendole nel processo di creazione, chiamandole in causa in prima persona.
So bene da un punto di vista della fruizione “spettatoriale”, l’effetto non è perfettamente riuscito ma mi è sembrato un omaggio a tutte le donne mettere come voce Carole-Marie, figlia di sardi emigrati in Francia ma poi tornata in Sardegna come ricercatrice; oppure Giovanna, emigrata nelle terre senesi, fortemente legata alla Sardegna, a fare da contraltare con la sua voce carica di nostalgia a quella fiera, indignata di Maria.
E con loro, credimi, è  stato un processo di crescita; non un esercizio stilistico: ho conosciuto le loro difficoltà, loro che hanno accettato di  condividere le storie di altre donne, simili a loro; hanno capito l’importanza del loro ruolo all’interno del documentario; era come un gioco di specchi, potevano rifiutare di specchiarsi per paura, timore di vedere quello che non sarebbe piaciuto o invece guardare allo specchio altre storie per capire la propria nel continuo processo di autonarrazione a cui si sottopongono gli emigrati….  

Vorrei capire meglio le riprese subacquee iniziali che, occorre sottolinearlo, non sono dei riutilizzi ma sono girate per questo film: servono a dire che siamo in Sardegna? E perché il respiro subacqueo accompagna l’inizio del film sino alla prima lettera di Marie?
Isabelle, la protagonista del documentario, ama fare immersioni, da questo punto di vista è  una perfetta turista che sceglie la Sardegna come luogo per le sue esplorazioni subacquee  (la vediamo anche nei filmati in super8 mentre si prepara)…
Ma da un punto di vista narrativo per me, queste esplorazioni subacquee, che poi si collegano con il mare sgranato alla fine, danno il via al racconto; è come un immergersi non solo fisicamente nella storia con tutto sé stessi lasciando che il respiro, sempre più profondo e rarefatto, detti il suo ritmo ipnotico nel tentativo di andare oltre la superficie delle cose.

I concorsi “Storie di emigrati sardi” come “Il cinema racconta il lavoro” si stanno rivelando opportunità importanti per i giovani cineasti sardi. 
Qui mi preme sottolineare come siano importanti le iniziative dirette ad investire nelle piccole produzioni, nei ragazzi che hanno voglia di raccontare la Sardegna, perché le capacità e le professionalità in questo settore non mi pare manchino; manca forse un po’ di coraggio  e lungimiranza da parte delle politiche di governo.
Non resta che affidarsi all’Europa: il programma media contribuisce a dare ossigeno al cinema d’essai europeo e punta a sviluppare delle sinergie positive tra produzioni di vari paesi europei e registi promettenti. Fatih Akin, autore della “Sposa Turca” e di “Ai confini del Paradiso”, è proprio uno dei registi che ha trovato spazio grazie anche ai progetti Media 

INTERVISTA A NICOLA CONTINI, SECONDO AL CONCORSO “STORIE DI EMIGRATI SARDI” CON IL FILM “MARIE MARIA”

Come cineasta si paragona al “lupo mannaro che deve andare in cerca delle prede”. Le prede sono le immagini che cerca dove le trova già fatte. Conclude il proprio profilo affermando di essere “un entusiasta che non ama girare”. C’è in queste espressioni il gusto del paradosso ma anche una chiave di lettura interpretativa delle sue opere. Il personaggio in questione è Nicola Contini, un trentenne di Cortoghiana che, attualmente, lavora a Siena dove svolge svariate attività nel settore audiovisivo. Gli spettatori cagliaritani hanno avuto modo di conoscerlo di recente come secondo classificato nel concorso per progetti “Storie di emigrati sardi”, organizzato dalla Società Umanitaria e  dall’Assessorato al lavoro, da cui è nato il film “Marie, Maria” che è stato proiettato a Cineworld il 27 aprile scorso.

Dalle tue produzioni, visibili sul sito www.loadinglab.net, si evince un interesse alle tematiche sociali. Dipende da una precisa scelta artistica o dal tipo di committenza quasi sempre pubblica? O da entrambe le cose?
Alla fine della mia carriera universitaria, decisi di fare la tesi sul cinema multisensoriale (tattile olfattivo ecc.); per questa ragione iniziai a lavorare presso l’ufficio accoglienza disabili dell’Università degli studi di Siena. Cambiai tesi e studiai la percezione dell’arte nelle persone non vedenti e contribuii a creare dal nulla “Vietato non toccare”, la mostra che è stata recentemente anche a Cagliari. Entrando in contatto con la realtà della disabilità ti senti parte di una comunità più vasta che hai voglia di scoprire, di ascoltare… essere tutto occhi. E qui il documentarista deve saper fare il proprio lavoro:  mettersi in gioco e diventare strumento di una narrazione più ampia di quella che saprebbe costruire da solo, con le sue convinzioni, i suoi pregiudizi.

 Ha fatto il  “Master en Teoria y Pratica del Documental Creativo”. Il documentario creativo mi pare si leghi ad una propensione che non è evidente soltanto nei tuoi corti e documentari che ho potuto vedere, ma anche in quella che è senza dubbio la tua opera più complessa, cioè “Marie, Maria”.  
Studiare cinema a Barcellona mi ha dato la possibilità di vivere in un ambiente stimolante da un punto di vista intellettuale, crescere come documentarista, sorprendermi a riflettere sul mio ruolo nella società, sentire l’esigenza di affinare i miei strumenti di narratore, lì inoltre ho potuto conoscere registi come Isaki Lacuesta e Andres Duque, e critici come Josetxo Cerdan.

Cosa si intende per documentario di creazione?
Il documentario non è  solo quello imposto sempre più raramente dalla televisione, con una voce off ad appiattire, normalizzare, informare, se ci riesce; ricordiamoci che il cinema d’avanguardia è fondamentalmente documentaristico. Gioca con la realtà e con i comportamenti umani, relazionali, sociali. Il documentario di creazione riconosce la natura ambigua della realtà, l’impossibilità della ricostruzione univoca; la natura frammentata della memoria, controversa. Il documentario di creazione non si pone il solo obiettivo di raccontare l’accaduto, ma reinterpreta la realtà attraverso un processo di soggettivazione, attraverso lo sguardo obliquo dell’autore e qui si lascia trasportare dalle immagini, ascolta le suggestioni dei suoni come in un gioco un po’ anarchico, dallo sguardo attento, senza pregiudizi.

La nipote di Maria, che ha filmato non solo le sue vacanze in Sardegna ma anche la vita in Germania ha realizzato senza saperlo del materiale che sarà preziosissimo in futuro per la costruzione di una narrazione dell’emigrazione sarda.
Scegliendo di utilizzare questo materiale, volevo in qualche modo trovare un terreno condiviso dagli emigrati stessi; raccontare le loro storie con il loro stesso sistema di autorappresentazione: i filmini familiari, i momenti di festa, di vacanza, di svago.
Volevo in qualche modo rintracciare un punto di vista interno alla comunità più vasta degli emigrati e dire: da qui parte la mia storia, vedete, la stoffa è la stessa, guardata come l’ho cucita io; perché si parla con la loro stessa maniera di raccontarsi… è un incontro tra pari, magari che riesce a dar vita ad un sentimento condiviso, un ritrovarsi attraverso le immagini (“anch’io ho fatto quella strada per tornare in Sardegna, quel patrimonio visivo mi appartiene…”)

Sino a che punto le voci autentiche o autenticate aiutano nella comprensione della storia? Dico un’eresia: delle voci attoriali non avrebbero aiutato meglio il seguire i molteplici fili del racconto delle due Marie? C’è già tanta autenticità nei contenuti!  
Su questo ho riflettuto moltissimo… ma è stata più forte di me la “necessità” di coinvolgere le donne emigrate veramente, il voler fare un documentario non solo su di loro ma anche con loro, inserendole nel processo di creazione, chiamandole in causa in prima persona.
So bene da un punto di vista della fruizione “spettatoriale”, l’effetto non è perfettamente riuscito ma mi è sembrato un omaggio a tutte le donne mettere come voce Carole-Marie, figlia di sardi emigrati in Francia ma poi tornata in Sardegna come ricercatrice; oppure Giovanna, emigrata nelle terre senesi, fortemente legata alla Sardegna, a fare da contraltare con la sua voce carica di nostalgia a quella fiera, indignata di Maria.
E con loro, credimi, è  stato un processo di crescita; non un esercizio stilistico: ho conosciuto le loro difficoltà, loro che hanno accettato di  condividere le storie di altre donne, simili a loro; hanno capito l’importanza del loro ruolo all’interno del documentario; era come un gioco di specchi, potevano rifiutare di specchiarsi per paura, timore di vedere quello che non sarebbe piaciuto o invece guardare allo specchio altre storie per capire la propria nel continuo processo di autonarrazione a cui si sottopongono gli emigrati….  

Vorrei capire meglio le riprese subacquee iniziali che, occorre sottolinearlo, non sono dei riutilizzi ma sono girate per questo film: servono a dire che siamo in Sardegna? E perché il respiro subacqueo accompagna l’inizio del film sino alla prima lettera di Marie?
Isabelle, la protagonista del documentario, ama fare immersioni, da questo punto di vista è  una perfetta turista che sceglie la Sardegna come luogo per le sue esplorazioni subacquee  (la vediamo anche nei filmati in super8 mentre si prepara)…
Ma da un punto di vista narrativo per me, queste esplorazioni subacquee, che poi si collegano con il mare sgranato alla fine, danno il via al racconto; è come un immergersi non solo fisicamente nella storia con tutto sé stessi lasciando che il respiro, sempre più profondo e rarefatto, detti il suo ritmo ipnotico nel tentativo di andare oltre la superficie delle cose.

I concorsi “Storie di emigrati sardi” come “Il cinema racconta il lavoro” si stanno rivelando opportunità importanti per i giovani cineasti sardi. 
Qui mi preme sottolineare come siano importanti le iniziative dirette ad investire nelle piccole produzioni, nei ragazzi che hanno voglia di raccontare la Sardegna, perché le capacità e le professionalità in questo settore non mi pare manchino; manca forse un po’ di coraggio  e lungimiranza da parte delle politiche di governo.
Non resta che affidarsi all’Europa: il programma media contribuisce a dare ossigeno al cinema d’essai europeo e punta a sviluppare delle sinergie positive tra produzioni di vari paesi europei e registi promettenti. Fatih Akin, autore della “Sposa Turca” e di “Ai confini del Paradiso”, è proprio uno dei registi che ha trovato spazio grazie anche ai progetti Media

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