INIZIATIVE PER I GIOVANI SARDI: LA NECESSITA' DI COINVOLGERE LE NUOVE GENERAZIONI NELLE ATTIVITA' DEI CIRCOLI (LA RISPOSTA ALL'ULTIMO SCRITTO DI VITALE SCANU)

alcuni giovani sardi che hanno partecipato al seminario di viniviticoltura organizzato dalla F.A.S.I. (Federazione delle Associazioni Sarde in Italia)
alcuni giovani sardi che hanno partecipato al seminario di viniviticoltura organizzato dalla F.A.S.I. (Federazione delle Associazioni Sarde in Italia)

di Paolo Pulina

 

Vitale Scanu, nel suo terzo intervento in materia di strategie per una più efficiente azione delle Federazioni dei Circoli degli emigrati sardi nel mondo, afferma: « Pulina dice che già i Circoli e gli iscritti sono bene attivi per le manifestazioni culturali; a me pare che in tutto questo non ci sia una grande programmazione strategica nelle confederazioni (e non mi riferisco solo alla FASI) ». Finalmente, adesso possiamo ragionare. Il discorso di Scanu –  è stata dura strappargli la concessione (o, se volete, la confessione) ma ce l’ho fatta –  riguarda tutte le confederazioni, e non solo la FASI. Già nelle mie due precedenti risposte (nelle quali peraltro ho invitato sia i dirigenti dei Circoli sia i responsabili del settore Giovani, a livello nazionale e circoscrizionale, della FASI a pronunciarsi sulle valutazioni di Scanu), ho chiarito che ribattevo alle sue ingenerose considerazioni nei confronti della FASI come giornalista collaboratore dei siti Internet e dei giornali che ospitano le cronache delle iniziative dei Circoli della FASI (e non solo), non nella veste “formale” di responsabile della Comunicazione della FASI.

Veniamo ai diversi punti. Scanu riporta citazioni da dichiarazioni di decani (che sono «le persone più anziane e autorevoli di un gruppo»)   dell’emigrazione sarda organizzata nel mondo: Vittorio Vargiu (consultore dell’Argentina nella Consulta regionale dell’Emigrazione), Raffaele Melis Pilloni (consultore della Spagna nella stessa Consulta), Filippo Soggiu (presidente emerito della FASI).

Tutte le loro osservazioni (sulla necessità di coinvolgere i giovani di seconda e terza generazione; sulla sottovalutazione che vi è in Sardegna delle risorse costituite dalle esperienze maturate e dalle competenze acquisite dagli emigrati – tra questi io considero anche quelli che si sono trasferiti nell’Italia continentale -) sono assolutamente condivisibili.

Scanu sostiene che non si fa niente di efficace « per ricuperare alla identità questa fascia di cittadini sardi “di fuori”, chiamati di seconda, terza e quarta generazione ». A suo avviso, « i Circoli spesso vivono al passato, nel proprio orticello, fuori del tempo, crogiolandosi in celebrazioni retro delle solite “glorie” poco stimolanti per i giovani d’oggi. Vedo che parliamo della stessa cosa in Spagna, in Canada, in Italia, in Argentina e ho sentito le stesse cose a Zurigo, a Losanna, a Lucerna, a Bodio, a Basilea ».

Mi sembra un giudizio stroncatorio che non aiuta a sollevare il morale delle centinaia di volontari che, in tutto il mondo, tengono alta la bandiera dei Quattro Mori. Nessuno comunque nega le difficoltà che esistono nell’ interessare i giovani. Credo che nessuna Federazione e (nel suo piccolo) nessun Circolo abbia di proposito mancato di promuovere iniziative specifiche rivolte ad essi; certo, i risultati non possono essere considerati brillanti (ma, evidentemente, il problema non è riconoscere questo ma trovare una via di soluzione, che peraltro non può essere uguale per tutte le situazioni neanche in quelle che all’apparenza potrebbero essere  considerate assimilabili: tipo quelle di circoli che operano nelle diverse città universitarie).

Scrive Scanu: « II prof. Pulina assicura che esistono già i canali interni di comunicazione e che i mezzi cartacei esistenti van bene così. L’assessore Manca sostiene però che è essenziale “riformare il sistema e assottigliare il processo cartaceo”. A me il “Messaggero Sardo” di marzo è arrivato il 18 maggio, informandomi che l’incontro della Consulta è previsto per il 16 aprile… ».

Sul destino del “Messaggero Sardo” riporto il resoconto di quanto ho dichiarato nella riunione del Direttivo nazionale della FASI (Milano, 14 marzo 2010).

«Nella prima riunione della rinnovata Consulta per l’emigrazione il nuovo Assessore del Lavoro, Franco Manca, ha affrontato, tra le altre, la questione del futuro del “Messaggero Sardo”. Risulta dal resoconto di Antonello e Gianni De Candia che appare sul numero del “Messaggero Sardo” datato gennaio 2010 (a tutt’oggi visibile solo in Internet): “L’Assessore ha poi sostenuto che si possono ridurre anche i costi del Messaggero Sardo (per il giornale sono previsti in bilancio 600 mila euro): “Penso all’uso di tecnologie diverse, al satellitare, le televisioni, penso all’analogico per ridurre i costi della carta e della spedizione, magari riducendo da 11 a 4 i numeri da stampare. In altre parole penso a forme di comunicazione più efficienti e più efficaci; d’altra parte Murdock ha detto che i giornali cartacei sono destinati a scomparire. Il problema è di ragionare su un diverso utilizzo delle risorse”. Domenico Scala, rappresentante dei circoli sardi in Svizzera, e recentemente nominato vicepresidente vicario della Consulta, ha dichiarato: “Abbiamo bisogno di visibilità a livello regionale. Una visibilità che non ci può dare Il Messaggero Sardo” ».

A fronte di queste sbrigative analisi,

– ho sottolineato ancora una volta l’indispensabilità del mantenimento della edizione cartacea del “Messaggero Sardo” a vantaggio soprattutto dell’affezionato pubblico dei lettori costituito dai sardi emigrati sparsi per il mondo che non hanno una non più giovane età e che solo in qualche raro caso possiedono pratica delle nuove tecnologie;

– ho ricordato che, durante il recente lungo anno di interruzione della pubblicazione, la redazione del giornale, che meritoriamente non ha chiuso la sede, è stata tempestata da migliaia di lettere attraverso le quali gli emigrati hanno manifestato disappunto e rabbia per il mancato arrivo del “loro” giornale nelle proprie case;

– ho rammentato che la ripresa della pubblicazione (prima in versione on line e poi in realizzazione cartacea) è stata salutata con grande e affettuoso calore dai circoli e dai singoli lettori in tutto il mondo;

– ho ricordato giustappunto che da alcuni anni l’edizione di ogni numero del mensile è visibile in Internet almeno un mese prima che esso si materializzi nelle cassette della posta dei lettori e che quindi le nuove tecnologie non sono sconosciute all’attuale organizzazione del “Messaggero Sardo”;

– ho affermato che l’eventuale riduzione a quattro dei numeri da pubblicarsi durante l’anno non migliorerebbe certo il ruolo (che nessuno nega che può essere attualmente considerato inadeguato) del mensile come strumento informativo tra il mondo dell’emigrazione sarda organizzata e le istituzioni regionali e locali della Sardegna;

– ho considerato, infatti, che, se è vero che il giornale può essere reso più efficiente ed efficace dal punto di vista della comunicazione (non solo quindi sotto il profilo dei contenuti ma anche sotto quello della veste grafica) non si capisce che senso abbia il miglioramento di un giornale di fatto condannato ad essere un foglio in carta leggera di cui disinteressarsi data la sporadicità delle apparizioni annue (è certo inoltre che l’edizione Internet, data la sua immutabilità per mesi, allontanerebbe qualsiasi “navigatore”);

– ho invitato la FASI ad affrontare la questione del futuro del “Messaggero Sardo” nell’ambito di specifici incontri ai vari livelli delle strutture della Federazione (Esecutivo, Circoscrizioni, Circoli);

– ho auspicato che a questi incontri non vogliano sottrarsi gli accaniti oppositori della stampa cartacea, che ancora per molti anni è destinata a svolgere un ruolo insostituibile nei processi di comunicazione tra gli individui, anche se tra di essi si interpongono distanze di migliaia di chilometri ».

Come vedi, caro Scanu, per usare le tue parole, anche nel caso del “Messaggero Sardo”, « tutto è perfettibile. E non è umiliante riconoscerlo » (a buon intenditore…). Per quanto riguarda le suggestive citazioni da Pirandello e dallo scrittore inglese  J. E. Crawford Flicht (conoscitore della Sardegna) sul valore aggiunto che hanno i luoghi della nostra infanzia (per quanto riguarda la nostra esperienza l’isola di Sardegna) come custodi dei “profumi” dei nostri ricordi, personalmente sono uso rimandare a ciò che dice Cesare Pavese nei suoi romanzi “langhigiani” (letti a Ploaghe) o il sacerdote letterato pavese Cesare Angelini nei suoi saggi sul “piacere della memoria, anche  dei luoghi” (che non ho letto improduttivamente a Pavia visto che ho pubblicato una “Guida letteraria della provincia di Pavia” di oltre 300 pagine).

Non entro nel merito della questione dei “programmi federali”. Già nelle  due risposte precedenti credo di aver chiarito che la FASI in particolare ma anche le altre Federazioni hanno dato prova di essere in grado, a livello centrale, di elaborare e realizzare progetti culturali “di lungo respiro”: per ovvi motivi di spazio non posso fare nessun elenco per quanto riguarda la FASI.

Riporto l’accorato appello di Scanu : « Il  “contatto fisico” con la nostra terra madre continuerà ad essere la fontana perenne dell’identità. Giovani sardi venite in Sardegna, tornate a casa, restaurate la vostra identità!».

Io sono più realista: mi basterebbe che i giovani di seconda e terza generazione frequentassero i nostri circoli; si impegnassero nei direttivi delle associazioni, facendo proposte che possano interessare e magari motivare i loro coetanei (attraverso la musica, innanzitutto; attraverso l’uso delle nuove tecnologie di comunicazione; ecc.). Scanu mi consideri pure un illuso ma io non rinuncio all’idea che almeno a questo i Circoli possono servire: a far da tramite tra i giovani sardi “di fuori” di seconda e terza generazione e l’isola del/i loro genitore/i (non necessariamente entrambi di origine sarda) per ciò che significa la Sardegna non solo come entità fisica ma anche e soprattutto come rappresentazione “spirituale” quindi come “deposito” immateriale di etnicità e di eticità. I Circoli possono preparare questo  speciale “viaggio in Sardegna” di questi giovani.

Unica citazione finale:  “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti” (Cesare Pavese,  “La luna e i falò”). Il volume di Enzo Scandurra  “Un paese ci vuole. Ripartire dai luoghi” (2007) ruota proprio  intorno a una riflessione sui luoghi intesi non solo come contesti fisici ma anche come ambiti di dimensione psichica in cui si svolge la vita quotidiana delle singole persone.

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