IL MITO DI PERON NELLA LEGGENDA DEL "CAUDILLO" DI MAMOIADA: L'INTERESSE DI GIOVANNI MARIA BELLU PER L'EMIGRAZIONE SARDA IN ARGENTINA

Juan Domingo Peron

Juan Domingo Peron


di Sergio Portas

Con una battuta si potrebbe dire che a Giovanni Maria Bellu piacciono le storie di emigrazione perché anche lui, in fondo, è un emigrato, infatti nasce a Cagliari nel ‘57, ma vive a Roma, dove sbarcava il lunario facendo l’inviato speciale di “Repubblica” (ora è approdato all’Unità di Concita de Gregorio). Con i “Fantasmi di Portopalo” aveva scritto un bel libro su uno dei tanti naufragi di clandestini che fanno del Mediterraneo del sud un liquido cimitero che non conosce crisi di spazio, con questo suo ultimo edito da Bompiani: ”L’uomo che volle essere Peron” il suo interesse si sposta verso l’emigrazione sarda in Argentina all’inizio del secolo scorso. In realtà così come è titolato il libro sembra che a interessarlo sia solo questo Giovanni Piras, di Mamoiada, scomparso nel grande paese sudamericano poco prima della “grande guerra”, renitente alla leva dunque che, se si fosse presentato, non avrebbe scampato le mostrine rosse della “Sassari” e le peripezie dei militari sardi agli ordini di Emilio Lussu. Ma è il modo di scomparire che intriga il Bellu, stante che una di quelle leggende metropolitane che si fanno storia nei paesi di Sardegna, lo danno per “risorto” sotto le spoglie nientedimeno che di Juan Domingo Peron, per tre volte eletto presidente d’Argentina, marito di Evita, una delle figure femminili che prima di altre riuscì a tingere di rosa la politica del novecento (e di nero le cronache dei giornali con le incredibili peripezie che dovette subire la sua salma mummificata). Ancora oggi, se volete vincere un’elezione in terra argentina, avete da dichiararvi “peronisti” e cosa in realtà voglia dire questo pronunciamento neppure gli studiosi di scienze politiche sanno ben dire, un qualche cosa che ha a che fare col populismo di sinistra, che a ben guardare sarebbe un ossimoro, che dice tutto e contemporaneamente il suo contrario. Ma torniamo al Piras, ancora oggi gran parte della gente di Mamoiada spergiura che è lui a essere diventato il “caudillo” argentino, riconosciuto dai parenti sulle foto dei giornali nonché dai suoi compagni di ventura che con lui emigrarono, seguendo allora quella fiumana d’italiani che si contavano a milioni (decine) e che, non tutti lo ricordano, erano allora per la gran parte provenienti dalle regioni del nord, Veneto in testa. Diciamo che questo è il filo rosso che il “nostro cronista” si mette a seguire quando decide di vestire i panni del giornalista, che ogni tanto si leva per scrivere di quella vita che attendeva i nostri emigrati, immaginandone comportamenti e nostalgie, che se Giovanni Piras dovette vestire la divisa da generale argentino aveva bene da incontrarlo prima o poi per potergliela sfilare. E uno di loro, dopo quel fatale appuntamento, aveva da mutarsi in fantasma. In verità un altro fantasma tutt’altro che evanescente percorre con l’autore le pagine di questo libro, è quello del padre morto da poco, il “Vecchio” come lo chiama lui, “s’abbogau” (l’avvocato), che da sempre lavora al tribunale di Cagliari ma che, rimasto vedovo presto, spesso ritorna, in compagnia del figliolo, nel paese di Arasolè, dove i suoi antenati erano padroni di terre. Che Arasolè sia paese letterario di un altro grande scrittore sardo, Ciccittu Masala, forse non è neanche il caso di ricordarlo, questo riconoscimento comunque la dice lunga anche sul pensiero etico politico di Giovanni Maria Bellu, che non manda a dire a nessuno come la pensi sui pericoli che sta correndo la nostra democrazia in tempi in cui, a dire del capo del governo in carica, la “magistratura rossa vuole sovvertire il voto popolare”. Il padre di Bellu è stato fascista convinto, ha fatto la guerra in Spagna e in Africa orientale, ha assistito attonito al crollo dei valori che a scuola gli avevano insegnato a perseguire, ad amare.  Ma sono i suoi valori oramai e non è certo disposto a metterli in discussione con un figlio che si circonda di amici che “hanno fatto il ‘68”. In più (questo lo dico io) è un padre sardo, abituato a parlare spesso con i silenzi piuttosto che con arringhe che pure sono state parte grande del suo mestiere per vivere. Bravo l’autore a descrivere nei dialoghi questa impossibilità cromosomica che impedisce ai padri sardi (impediva) di esternare il loro bene per i figli con una dichiarazione orale: ” ti voglio bene”. E bravo a descrivere la Sardegna e soprattutto i sardi, con le loro idiosincrasie, quell’incredibile possibilità che hanno di togliere il saluto, per tutta la vita, anche ai parenti stretti se sono convinti di aver subito “uno sgarbo”. E’ una cosa tutta nostra questa e, per tornare al Giovanni Piras del libro, rende assolutamente naturale che, dall’oggi al domani, smetta di scrivere e di dare notizie di sé, dopo che gli hanno nascosto la notizia della morte della madre (per non parlare del certificato che gli faceva “molto bisogno” e che non gli inviavano da casa). Ma anche il clima forense di una certa Cagliari del dopoguerra è tinteggiato con la grazia di un acquarello, come par di vedere quella penombra dei salotti di Mamoiada, quando l’aranciata era servita nel servizio buono a riprova che quello non era solo un paese di mammuthones e issoccadores. Poi c’è Peron naturalmente, addetto militare in Italia dal ’38 al ’40, per molti storici fu qui e allora che prese piede la sua filosofia giustizialista, che molto deve al fascismo di Mussolini. E alcuni personaggi dei misteri italiani contemporanei come Licio Gelli, che di Peron e del suo modo di intendere la politica e il governare non poteva che essere amico e con Peron rientrò in Argentina nel ’73, pochi mesi prima che il “caudillo” spirasse e lasciasse alla seconda moglie Isabelita l’eredità del governo della nazione (ci volle un ulteriore golpe militare per poterla sloggiare da lì). Questo Peron che spesso si era vantato di avere antenati sardi e, facendo seguito a uno stereotipo ben radicato che li vuole rancorosi, avrebbe saputo vendicarsi dei suoi numerosi nemici. Un libro a cerchi concentrici che, magicamente, sanno intersecarsi l’uno con l’altro grazie alla maestria dell’autore che da bravo cronista si è innamorato di una storia stravagante nata in quel di Mamoiada dove “come ad Arasolè, d’inverno non c’è niente da fare”.  “Perché capita che uno scrittore incontra una storia, o viceversa, ed è allora che scatta la magia, il colpo di fulmine, esattamente come quando ci si innamora” (“Se Peron si chiamava Piras”, 29 aprile da “Repubblica”, Carlo Lucarelli). Anche Giancarlo De Cataldo, come del resto Lucarelli, è “giallista” di successo e scrive che: ”…Bellu si è messo sulle tracce di un segreto, lo ha indagato, strada facendo ha ritrovato se stesso e le sue radici, e alla fine ci ha consegnato un racconto in forma di mito…Ciò che conta sono le storie che i miti alimentano, la loro qualità, la ricaduta che hanno sulla vita di ciascuno di noi. Come scrisse Joseph Campbell, a una sola cosa, dopotutto, servono i miti: a vivere meglio”. Sottoscrivo parola per parola.

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Un commento

  1. vorrei sapere se in argentina c’è un ritratto di Peron,firmato da un italiano Gianni Reggio.Io sono una pronipote e sono in possesso della foto di un quadro con il ritratto del presidente argentino,se esiste,vorrei sapere se c’è un sito che si può visitare,grazie

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