La storia millenaria del costume tradizionale in Sardegna



a cura di Massimiliano Perlato
 

La Sardegna, è storia nota, fu dominata dagli Spagnoli per quasi tre secoli, anni in cui fu imposto un sistema feudale capace di deprimere qualsiasi prospettiva di crescita, economica e sociale. Furono i grandi viaggiatori dell’800 che la riscoprirono, dei quali il più famoso fu Alberto La Marmora. Nei loro racconti si leggeva lo stupore per le meraviglie naturali, per gli imponenti nuraghi e per le Principesse Barbare, agghindate nei loro vestiti, poveri nei materiali, ma ricchi nei ricami, nei tagli e nelle cuciture. I costumi sardi furono scoperti in uno stato notevolmente avanzato della loro evoluzione, con tutta probabilità, il vestito tradizionale femminile ha seguito un’evoluzione che parte da migliaia d’anni avanti Cristo. Nella sua forma originaria si pensa che il vestito era formato da un unico pezzo, a parte il fazzoletto che copriva il capo (su mucadori). La divisione in una lunga gonna (sa gunnedda) e la camicia bianca (su ‘entone) arrivarono in seguito, sicuramente con l’affinarsi delle tecniche di tessitura. Un importante accessorio, che arricchiva notevolmente l’eleganza dei vestiti, era il corpetto (su corittu). Tutti questi capi, nel corso dei secoli, sono stati oggetto di correzioni ed abbellimenti, così in alcuni paesi il fazzoletto è raccolto sulla testa, in altri è stato trasformato in un capo d’abbigliamento pesante e poco pratico, quasi una mantella, ma con preziosi ricami e rifiniture. In altri paesi la gonna e il fazzoletto sono diventati un pezzo unico, ma qualsiasi variante si trovasse, il risultato doveva essere lo stesso: un’eleganza raggiante che accompagnasse una bellezza altrettanto solare. Gli studiosi del costume isolano, sono certi che chi ha datato questa tradizione ai tempi della dominazione spagnola, ha commesso un errore grossolano. Non si sarebbe potuta creare una tale diversificazione di costumi in così breve tempo. Tutti i vestiti hanno ricami e motivi che possono essere considerati come le bandiere del paese. Inoltre esistono molte varianti di uno stesso costume, per le diverse fasi della vita: nubile, sposa, vedova. E’ innegabile, tuttavia, un’influenza degli Aragonesi sulla moda delle città più grandi. Il successo dei vestiti locali fu ben evidente durante il regno dei piemontesi. Infatti tra le nobildonne della casata Savoia era di moda indossarli durante le visite. Si è convinti che questa usanza abbia dato una spinta al rinnovamento ed al miglioramento di alcuni abiti. E’ da precisare che tale evoluzione non va interpretata come una riverenza verso i reali, piuttosto per dare mostra della maestria nel cucito e per esaltare le tradizioni del paese di appartenenza. Il costume maschile conserva molti più caratteri comuni nell’intera Sardegna ed in generale, è molto semplice sia nei materiali che nel taglio. Il copricapo dell’uomo era "sa berritta", una sorta di sacco che era lasciato cadere lungo la spalla. Proprio nel copricapo si nota la maggior variabilità: a Cagliari e Sassari è stato introdotto un corto e rigido sacchetto di probabile origine ligure; gran parte dei paesi del cagliaritano indossano una berritta libera o raccolta. In altri paesi dell’isola si è preferito estromettere questo capo di vestiario, indossato quasi esclusivamente dagli anziani. I pantaloni (bragas) sono bianchi nella quasi totalità dei casi confezionati in lino o cotone. Dalla vita, i calzoni scendevano larghi fino alle ginocchia, dove le "cartzas" o "crazzas", coprivano il resto della gamba e le scarpe. In alcuni costumi si ritrova una sorta di gonnellino che ricopre il pantalone all’altezza della cintola, generalmente nero come il calzare. Le camicie, di lino o cotone, si differenziavano, seppur di poco, per via dei ricami nel collo o nelle maniche. La vera differenza la facevano i corpetti, arricchiti con pregiati ricami. Molto famosi quelli indossati dagli uomini di Orgosolo ed Oliena. Un altro indumento diffuso quanto il corpetto, è "su collettu", una sorta di giubba che arriva fin sotto la vita, che poteva essere in orbace o in pelle. A completamento del vestito, per i periodi invernali o le fresche serate primaverili ed autunnali, s’indossava un lungo cappotto (su gabbanu) oppure la famosa "best’e peddi" o "sa stebeddi" che è il capo più antico del vestiario sardo. In italiano questa veste è indicata come "mastruca", la cui importanza storica è legata ai riferimenti che Cicerone diede dei sardi: "pelliti" o "ladruncoli mastrucati". Il capo è formato da pelle di pecora, conciata all’interno, mentre sull’esterno è lasciata grezza. In termini d’utilità, si pensa che questo tipo di confezione potesse concedere un isolamento migliore, mentre molti anziani raccontano di camuffamenti utilizzati per le imboscate o per sfuggire alla giustizia. La più famosa mastruca attualmente utilizzata è quella nera dei Mamuthones di Mamoiada. In generale, si può affermare che il denominatore comune del vestito maschile è l’orbace, tessuto ricavato dalla lavorazione della lana, apprezzato per le caratteristiche di tener caldo e far respirare la pelle, anche se definito alquanto "pungente".

Le variazioni nei costumi sono tante quanto i paesi della Sardegna: alcune singolarità come "su sereniccu", un mantello che si gettava sulle spalle unito da due fibbie ed una catenella, furono importate in tempi relativamente recenti, magari nello stesso periodo in cui furono introdotti i cappelli a larghe tese. Nel costume femminile i capi più appariscenti sono il velo e la gonna o in alcuni casi "su devantali" (il grembiule). Ma gli accessori più preziosi sono i gioielli. Le più antiche gioie isolane sono quelle in argento, mentre quelle in oro e filigrana compaiono solo di recente. Nei gioielli, a fianco delle figure religiose nate con il cristianesimo, si possono ritrovare amuleti molto antichi, con funzione di protezione contro il malocchio. Inoltre sono comuni anche le fogge di animali stilizzati che si rifanno, molto probabilmente alle fattezze dei bronzetti nuragici. I gioielli potevano essere adoperati per reggere il corpetto, un grembiule, un velo, o poteva anche capitare il contrario, cioè che accessori comuni come i bottoni, nei costumi della festa, diventassero dei prezzi pregiata dell’arte orafa.

Molti studiosi delle usanze popolari tendono a dare lo stesso significato alla tradizione ed al folklore, mentre altri tendono ad usare i due termini per differenziare le usanze o come strettamente correlate all’identità di un popolo o quelle realizzate ad hoc per l’industria turistica. Quando si pubblicizza l’uso del costume tradizionale nella quotidianità di molti centri barbaricini, si fa un chiaro esempio di folklore a scopo pubblicitario. La realtà sulle aree più tradizionaliste è che le donne di una certa età usano ancora il velo, gonne molto lunghe e castigate. A volte portano il vestito del lutto che è punitivo quasi come un burqa dell’Afghanistan, ma non il costume tradizionale, utilizzato esclusivamente durante le feste. Quindi, chi vuole fare una scorpacciata tra gli abiti più belli che il Mediterraneo può offrire, può partecipare alla Sagra del Redentore di Nuoro, a quella di Sant’Efisio a Cagliari, oppure alla Cavalcata Sarda di Sassari: sono veri e propri tributi alla bellezza del costume sardo.

Una risposta a “La storia millenaria del costume tradizionale in Sardegna”

  1. Vorrei poter leggere il testo!! Il giallo chiaro sul bianco è stata una scelta infelice, se poteste modificarlo ve ne sarei grata perchè l’articolo sembra interessante. Grazie

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