Quale energia? Problemi e prospettive per la Sardegna

di Elisabetta Strazzera (nella foto Graziano Milia)

 

Quale sarebbe l’impatto della scelta nucleare in una realtà a forte vocazione turistica come quella sarda? E per l’ambiente? Quali le conseguenze e le ricadute per l’economia dell’isola? Su questi temi si è tenuto un convegno, organizzato dal quotidiano Epolis presso la sede di Confindustria di Cagliari. Partecipavano al dibattito Enzo Cirillo, direttore di Epolis; Alberto Scanu, presidente Associazione Industriali della Sardegna Meridionale; Graziano Milia, presidente della Provincia di Cagliari; Giuliano Murgia, presidente di Sardegna Ricerche; Giacomo Cao, docente di Ingegneria Chimica dell’Università di Cagliari; e Giuseppe Citterio, direttore Pianificazione e Sviluppo della Saras SpA. L’incontro ha fornito lo spunto per qualche riflessione circa gli effetti della opzione nucleare e di quella eolica -allo stato attuale, la principale tra le fonti rinnovabili in termini di produzione energetica- sul territorio sardo. Che impatto possono avere le diverse strategie di investimento sull’economia? Dal punto di vista dei benefici dell’indotto, possiamo dire quasi nessuno: data la struttura produttiva sarda, l’unica parte del processo produttivo dei grandi impianti energetici in cui le imprese sarde possono operare è forse quella della costruzione di basamenti per le pale eoliche e di torri di raffreddamento per il nucleare. Per una valutazione degli altri effetti, esaminiamo più in dettaglio le opzioni del nucleare e dell’eolico. L’opzione nucleare, proposta con decisione dal Governo Berlusconi, sarà presumibilmente destinata a produrre forti scontri a livello istituzionale (con le Regioni, le Province ed i Comuni che sarebbero destinati ad ospitare le centrali), e con l’opinione pubblica in generale. Il Governo dichiara che il ritorno al nucleare era contenuto nel programma politico del Popolo delle Libertà: dunque, la maggioranza degli italiani condividerebbe la scelta di costruire nuove centrali nucleari nel territorio nazionale. In realtà, la lettura di quel programma rivela che esso conteneva solo uno stringato accenno al nucleare: "partecipazione ai progetti europei di energia nucleare di ultima generazione". L’interpretazione secondo la quale questa voce del programma implicava la costruzione di impianti nucleari di terza generazione nel territorio italiano è quanto meno opinabile, ed ancor più che questa abbia ricevuto il consenso dagli elettori. Ricordiamo invece che gli elettori italiani, con il referendum del 1987, avevano chiaramente espresso la loro contrarietà a che un organo di Governo centrale potesse imporre ad un ente locale la localizzazione di un impianto di produzione di energia nucleare sul proprio territorio. Il Consiglio Regionale della Sardegna ha recentemente approvato, con voto bipartisan, un ordine del giorno che esprimeva assoluta contrarietà alla costruzione di centrali nucleari in Sardegna: vedremo come proseguirà il processo politico. Sono ben noti gli aspetti negativi dell’opzione nucleare di terza generazione (per citarne alcuni: il problema delle scorie; la dipendenza da una risorsa scarsa, l’uranio; i costi di impianto; i lunghi ed incerti tempi di realizzazione dell’opera e inizio attività). Per quanto riguarda specificamente la collocazione in Sardegna di uno (o più) impianti nucleari, sono condivisibili alcune osservazioni di Graziano Milia: innanzitutto, un impianto nucleare è un grande consumatore di acqua. La Sardegna è notoriamente una regione con problemi di scarsità idrica, per la quale i settori produttivi (agricoltura ed industria) devono competere con il settore civile/residenziale. È vero che per le esigenze di raffreddamento potrebbe essere utilizzata l’acqua di mare, ma con notevoli costi ambientali, dato che sia il pompaggio che il riversamento in mare dell’acqua calda producono gravissimi danni all’habitat costiero. Fra i siti possibili candidati alla localizzazione di un impianto si parla di una zona con disponibilità di acqua dolce: il bacino del Cirras, tra S. Giusta ed Arborea. Sarebbe interessante sapere che effetti produrrà questa scelta, anche semplicemente in termini di immagine, sul mercato dei prodotti ortofrutticoli, dell’allevamento, della itticoltura del comprensorio agricolo di Arborea e S. Giusta. Per non parlare degli effetti ancora più gravi, in termini economici e soprattutto sanitari, qualora dovessero verificarsi casi di perdite radioattive nell’ambiente. Anche se si volesse ritenere (come suggerito da Milia) non significativo, in termini probabilistici, il rischio di un evento catastrofico quale quello occorso nella centrale di Chernobyl, la probabilità di inquinamento da fughe di materiale radioattivo è invece tutt’altro che trascurabile, come le recenti esperienze in Francia e in Giappone dimostrano. L’impatto di una scelta di questo genere su un territorio a vocazione agricola, agro-pastorale e turistica sarebbe devastante. Quali alternative? La Sardegna ha una particolare vocazione per la produzione di energie rinnovabili: in Italia è fra le regioni con maggiore irraggiamento solare e maggiore ventosità, il che la rende particolarmente competitiva per la produzione di energia solare ed eolica. Dopo il periodo di stand-by della legislatura Soru, assistiamo adesso ad una autentica corsa all’eolico in Sardegna: sono attualmente in fase di realizzazione nuovi parchi eolici, alcuni di grandi dimensioni, e sono previsti ampliamenti di parchi eolici già operativi. Vale la pena sottolineare come sia del tutto assente una strategia politica regionale al riguardo: come rilevato da Alberto Scanu, il Piano energetico ambientale regionale dovrebbe essere aggiornato, alla luce delle nuove condizioni di domanda e offerta di mercato, e dei più recenti assetti normativi.

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