La figura della donna in Sardegna

di Mariella Cortès

 

"Me lo portarono a casa un mattino di giugno, spoiolato e smembrato a colpi di scure come un maiale… Lo stesi sul tavolo di granito del cortile, quello che usavamo per le feste grandi, e lo lavai col getto della pompa… Ptù, maledetti siano quelli che gli hanno squarciato il petto per strappargli il cuore con le mani e prenderlo a calci come una palla di stracci!" Il famoso incipit de "La vedova scalza", best seller di Salvatore Niffoi ha riaperto negli scorsi anni il discorso legato alla figura della donna in Sardegna. Una figura portante in una società eminentemente matriarcale che rivendica radici ben più profonde. Va precisato che, a partire dai primi anni del Novecento si diffuse a livello nazionale un vero e proprio "mito" della donna sarda anche grazie all’esposizione della celebre scultura di Francesco Ciusa dal titolo "La madre dell’ucciso" in occasione della Biennale di Venezia del 1907. Di lì a breve, si susseguirono una serie di importanti figure femminili che rivendicarono la propria posizione nella storia e il loro ruolo di cardini della società sarda. Purtroppo, come sottolinea Joyce Lussu, tra Otto e Novecento buona parte degli studiosi e dei letterati che scriveva delle donne sarde,  incappava nel  "mito del matriarcato". La maggiore libertà spaziale femminile, i ruoli di autorità e di prestigio delle donne, erano in larga parte dovuti ad uno stato di necessità, come quello che aveva prodotto analoghe condizioni nelle comunità marinare e nelle società mercantili-manifatturiere. Questo ne faceva delle donne di polso in grado di gestire situazioni difficili e di portare avanti da sole un’intera famiglia. Ma non si tratta solo di un gusto esotico eminentemente letterario bensì di una lunga tradizione storica e antropologica che vede sin dai primi secoli della storia dell’Isola, la donna al centro della società. A parlarci sono le statuette della dea madre lasciate come segno di devozione in siti di epoca prenuragica e i  relativi culti; ancora gli oggetti della tessitura e delle filatura, gli aghi d’osso e le ceramiche tipici delle attività femminili. Nella  Sardegna giudicale vi sono diverse vicende che vedono protagoniste le donne: se è notissima la figura della carismatica Eleonora d’Arborea che donò alla Sardegna il primo codice statutario in senso moderno meno conosciuta e soprattutto svalutata è quella di Adelasia di Lacon Gunale, ultima giudicessa di Torres che incappando in una serie di vicende sfavorevoli, di natura politica e personale, vide sgretolarsi il suo regno senza poter far nulla.  Vi sono poi tutti quei saperi nascosti delle donne sui quali ampiamente si dilunga Eugenia Tognotti. La buona massaja o meri ‘e domo conosceva i rimedi naturali per risolvere diversi problemi di salute e sapeva utilizzare le erbe officinali. Se questa conoscenza portò molte donne sul rogo dell’inquisizione, ne fece altresì oggetto di studio di molti viaggiatori Ottocenteschi che, giunti in Sardegna, mettevano in evidenza la profonda conoscenza di piante e metodi di guarigione che non implicavano l’intervento medico. E infatti il ruolo di "supplenza sanitaria" delle donne durò a lungo: basti pensare che mentre si festeggiava l’Unità d’Italia, la Sardegna contava ancora 105 comuni privi di qualunque servizio sanitario e 310 senza farmacia. Altro discorso riguarda invece le levatrici, la cui prestazione, extradomestica e retribuita venne via via assottigliandosi incorrendo in lunghe pratiche burocratiche già nel 1700. La diatriba tra medici e levatrici proseguì per tutto l’Ottocento dando ai primi l’arma delle nuove scoperte chimiche e alimentandosi in riviste come "Sardegna Medica" o "Il farina" nelle quali medici e professionisti denunciavano il fatto che un ramo tanto importante della medicina fosse in mano alle donne! . L’apertura a Sassari nel 1886 della prima Scuola di Ostetricia fu una grande conquista che, seppur lentamente, avvicinò le donne al mondo della medicina e dell’università in generale che fino ad allora era stato quasi prevalentemente maschile. Nel Novecento alle attività prevalentemente femminili, le donne inizieranno, con l’apertura delle fabbriche e i movimenti femministi ad imporsi in contesti lavorativi in cui il loro accesso era precluso. Ad una letteratura e poesia che aveva dipinto la donna sarda lungi dalle visioni classicistiche e stilnoviste, come figura in grado di incarnare l’appartenenza al luogo d’origine come perfetta custode del passato e vigilatrice silenziosa del presente si affiancano  diverse produzioni tutte al femminile che a fine Ottocento mettono al centro la figura femminile. Valga per tutti l’esempio del premio nobel Grazia Deledda che uscì dal focolare domestico per raccontarlo al grande pubblico mentre invece dal punto di vista giornalistico è interessante il "periodico mensile femminile", come riportato in testata,fondato e diretto dalla signora Maria Manca, "La Donna Sarda". La rivista non comprendeva solo scritti letterari ed esercizi di bella scrittura ma era un eccellente veicoli di discussione, promozione e scambio di nuove idee tutte al femminile. Nata a Cagliari nel 1898, è l’emblema di un mondo che cambia e che vede l’esigenza di una crescita mentale e culturale che deve coinvolgere le donne. Tutte le donne. Una sottolineatura dovuta se si rilegge la frase che capeggiava qualche anno prima dell’uscita della "Donna sarda" su un’altra rivista, sempre sarda del 1875,  "La donna e la civiltà": "Le donne devono unirsi in un unico scopo, il quale sia l’istruirsi e l’educarsi sempre più, per poter ben governare ciascuna la propria famiglia ed essere generose, giuste e imparziali con essa".

2 risposte a “La figura della donna in Sardegna”

  1. Consiglio di vedere il film di Vittorio De Seta “Un Giorno In Barbagia” 1958U n bell’esempio della laboriosità della donna sarda di appena solo 50 anni fà….La Barbagia in Sardegna in una regione di pastori, che vivono lontano la maggior parte dell’anno con le greggi. I paesi rimangono affidati alle donne, che Tagliano la legna, lavorano i campi, preparano il pane ecc. ecc.

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