Gli atti di un convegno pavese in ricordo del poeta sardo Peppino Marotto

di Osvaldo Galli, Paolo Pulina e Salvatore Tola

 

Dalle pagine degli atti, da poco pubblicati,  del convegno su Peppino Marotto, tenutosi a Santa Cristina e Bissone (in provincia di Pavia) il 18 maggio 2008, proponiamo le relazioni di Osvaldo Galli, presidente del Museo Contadino della Bassa Pavese,  e di Paolo Pulina. Dalla rubrica "Libri" del quotidiano di Sassari "La Nuova Sardegna" riprendiamo la scheda bibliografica degli atti  curata da Salvatore Tola.

 

Santa Cristina e Bissone e  Peppino Marotto

di Osvaldo Galli

Museo Contadino della Bassa Pavese di Santa Cristina e Bissone (Pavia)

Peppino Marotto è stato tra di noi per un breve periodo, a calcare e a lavorare la nostra terra,  ma questo è sufficiente affinché il nostro Museo Contadino della Bassa Pavese lo ricordi;  perché il nostro Museo non è solo un luogo per esporre attrezzi e strumenti di lavoro dei nostri contadini, ma anche, e, soprattutto, un luogo dove si ricerca, si racconta e si studia il mondo contadino, e più in generale la cultura che in diversi modi si riallaccia alla tematica della società contadina.

Quando ho letto la frase di Marotto riportata da Pulina nel suo articolo che abbiamo pubblicato nel sito Internet del nostro Museo  e nel n. datato gennaio-marzo 2008 del nostro Notiziario ("Una cosa mi mancava: il calore della mia gente… Qui ad Orgosolo ero conosciuto come dirigente politico, già l’essere emigrato mi sembrava una fuga…"), mi è venuto in mente l’attacco di una canzone di Francesco Guccini, dal titolo Vorrei che fa così:

…..Vorrei conoscer l’odore del tuo paese, / camminare di casa nel tuo giardino, / respirare nell’aria sale e maggese, / gli aromi della tua salvia e del rosmarino. / Vorrei che tutti gli anziani mi salutassero / parlando con me del tempo e dei giorni andati, / vorrei che gli amici tuoi tutti mi parlassero, / come se amici fossimo sempre stati…

Penso che non capita solo a me che – quando scopri che senti tue (perché in qualche modo ti appartengono e ti coinvolgono) le cose che una persona ha fatto o ha detto –  scatta la volontà di saperne di più al suo riguardo. E’ quindi con grande piacere che ospitiamo questa iniziativa che permette a noi di conoscere in modo più approfondito la figura di Peppino Marotto. Una figura che viene da una terra lontana dalla nostra, non solo per la distanza che ci separa dalla sua Sardegna,  ma anche per la diversità delle tradizioni e della cultura isolane. Eppure Peppino ci fa scoprire che i sentimenti di riscatto di cui era portatore sono molto simili alle gesta e alle lotte contadine condotte anche sul nostro territorio. Certo è che, se avessimo potuto conoscerlo in vita e avessimo potuto farlo ritornare per qualche tempo qui,  avremmo avuto modo di imparare da lui, sicuri che sarebbe stato con noi nel lavoro di ricerca e di ricordo che questo Museo senza paternalismi porta avanti. In questi giorni il mio pensiero, nel preparare l’iniziativa di oggi, era questo: chi l’ha conosciuto, sapeva il valore di quest’uomo? Ha capito con chi aveva a che fare? Certo era un salariato obbligato, sicuramente è venuto da noi per miseria o altro;  ma chi l’ha avvicinato,  chi lavorava con lui,  aveva capito la bontà del suo pensiero? Spero proprio che la risposta sia positiva.  Quando muore un poeta, una porzione di sapere muore con lui. E’ una regola che vale senza limiti geografici o temporali, è una norma che va da sé. "Kenze Neke" sostiene che in Sardegna questa regola ha però un valore doppio, vuoi per la mancanza di eroi, se non occasionali, che popolano la storia antica e recente dell’isola, vuoi per l’assoluta e secolare contrapposizione che ha visto disprezzare in Sardegna ciò che proviene dal seno materno…

(Nota. I "Kenze Neke" sono un gruppo etnorock sardo, formatosi a Siniscola (NU) nel 1989 e testimone dell’indentità sarda. Il nome "Kenze Neke" nella variante locale della lingua sarda significa "senza colpa", in memoria di Michele Schirru, l’anarchico sardo fucilato nel 1931 perché scoperto mentre progettava di uccidere Mussolini e il cui plotone d’esecuzione, su preciso volere dello stesso Mussolini, fu composto esclusivamente da fascisti sardi). 

 

Perché un  convegno a S. Cristina e Bissone su Peppino Marotto

di Paolo Pulina

vicepresidente vicario del Circolo culturale sardo "Logudoro" di Pavia, responsabile Comunicazione della Federazione delle Associazioni Sarde in Italia (FASI)

La vita di Peppino Marotto è strettamente legata al nome di una località sarda che connota, per così dire, per antonomasia i problemi del banditismo, cioè Orgosolo, ma è connessa  anche ad una vicenda culturale di cui brevemente dirò che è stata poi quella che ha fatto nascere in me il desiderio di ricordarlo qui a Santa Cristina e Bissone. Per farla breve, nel 1968 Giuseppe Fiori, già conosciuto a livello nazionale come giornalista e scrittore (soprattutto dopo la pubblicazione nel 1966 presso Laterza di una biografia non oleografica di Antonio Gramsci) pubblicò, sempre presso Laterza, nella collana  "Libri del tempo", il volume   La società del malessere. Se pensiamo al momento in cui il libro apparve, il titolo sembra alludere al malessere della società italiana e direi internazionale e quindi sembrerebbe riferirsi alla crisi di un intero sistema a seguito delle impetuose  rivolte degli studenti e degli operai. Invece il libro riguarda ancora una volta la Sardegna. Breve notazione antropologica: a noi sardi, quando nasciamo ci  viene inoculato uno speciale  virus,  per cui, se  siamo in Sardegna naturalmente ci occupiamo  della Sardegna, se  andiamo via continuiamo ad interessarci della Sardegna, anche da morti (lo aveva capito bene Dante, il quale nel canto XXII dell’Inferno riferendosi a Michele Zanche e a frate Gomita di Gallura, condannati nel girone  dei barattieri, così li presenta: "e a dir di Sardegna le loro lingue non si senton stanche") continueremo a parlare della Sardegna. Naturalmente ci guardiamo bene dal considerare questo fatto una maledizione: siamo nati in un’isola vera, in cui hanno fruttificato i semi di un’identità speciale (non omologabile a quella della terraferma italiana compresa la quasi-appendice costituita dalla Sicilia) e in cui si sono affinati i saperi che, per quanto arcaici,  non per questo hanno dimostrato di non poter resistere all’usura del tempo (basta pensare alla forma-nuraghe). Abbiamo insomma sviluppato  una forma mentis che ci spinge a  impegnarci sempre a fondo a favore della nostra isola per salvaguardarne e custodirne i suoi tesori,  nascosti ai non sardi.      Qualche volta, lo dico come battuta, siamo anche presi in giro perché sembra che ci vogliamo assegnare un ruolo di primo piano  per ciò che riguarda le vicende storiche  in generale. Faccio due soli esempi. Oggi qui, se io dico che c’è una ipotesi per cui Cristoforo Colombo è nato in Sardegna tutti penserete a una boutade, e invece no! E’ da poco uscito un libro in Spagna in cui si sostiene che Cristoforo Colombo è nato in Sardegna e non ha studiato quindi a Pavia: notizia che, se provata,  non farebbe  certo piacere agli studiosi,  pavesi e non pavesi, che questo fatto lo hanno dato ormai per accalarato. Se io dico  che Juan Perón era sardo, molti magari saltano sulla sedia: ebbene, ci sono a tutt’oggi  quattro libri che vogliono documentare il fatto che Juan Perón altri non era che un Giovanni Piras emigrato dalla Sardegna in Argentina. Nella intervista con Marotto inserita nel libro La società del malessere (1968), viene ricostruita la vicenda che porta alla decisione di Marotto di lasciare Orgosolo, nel 1963, all’età di  38 anni e di venire in provincia di Pavia (nel libro di Fiori Chignolo Po compare come Chinolo: è il caso qui di farlo notare) a lavorare in una stalla che "era una stalla con criteri assolutamente nuovi per me, ho visto che le vacche si tenevano alla catena, dovevamo pulirle e dargli da mangiare sempre legate e non riuscivo a concepirlo abituato al bestiame in libertà". Nel 1968 Peppino Marotto è già un personaggio perché è stato intervistato da Franco Cagnetta per una,  subito diventata famosa,  "Inchiesta su Orgosolo" pubblicata nel 1954 dalla rivista "Nuovi Argomenti" diretta da Alberto Moravia. Purtroppo la Biografia di vita di Giuseppe Marotto, pastore orgolese non è ripubblicata dallo stesso Cagnetta nella edizione Guaraldi di questa inchiesta, riproposta col titolo Banditi ad Orgosolo (titolo che richiama quello del  film di Vittorio De Seta presentato con grande successo  a Venezia nel 1961), ma in ogni caso in qualche libreria antiquaria credo che  si possa  trovare una copia della prima edizione dell’opera di Cagnetta. Marotto, prima di arrivare in provincia di Pavia, era quindi un personaggio pienamente inserito nelle vicende della sua Orgosolo ed è uno che  ha dimestichezza con le questioni e sa trattare con la gente del suo pasee (se parlava di "mancanza del calore" che poteva dargli la sua gente, non è certo perché non fosse in grado di instaurare rapporti con le persone di qui). Siamo qui oggi perché, quando, alla fine del 2007, si sono diffuse le prime notizie su questo barbaro assassinio, a me è venuto spontaneo ritornare su questa intervista rilasciata da Marotto a Giuseppe Fiori, testo che avevo già rammentato sulle pagine del quotidiano locale "La Provincia Pavese" quando
Fiori, nel dicembre 1985,  era venuto a presentare uno dei suoi libri, Emilio Lussu. Il cavaliere di Rossomori,  proprio presso il nostro circolo.  Il direttore  della "Provincia Pavese" mi aveva chiesto di illustrare le opere  di  Fiori e naturalmente non avevo potuto non mettere in evidenza il collegamento tra Pavia e la Sardegna che veniva ad essere emblematizzato nella citazione fatta da Marotto delle sue esperienze lavorative sia a  Santa Cristina e Bissone sia a Lambrinia di Chignolo Po. Ho ripreso la parte di quell’articolo riferita a Marotto e di getto l’ho completata con le riflessioni suggeritemi dall’emozione del momento. A stretto giro di posta elettronica il mio ricordo di Marotto è andato sui siti Internet con i quali collaboro e subito dopo è stato ripreso da Osvaldo Galli nel sito Internet e nel Notiziario del vostro Museo. Diversi giornali (compresa la prestigiosa rivista "Làcanas" diretta da Paolo Pillonca)  mi hanno riservato l’onore di pubblicare il mio intervento. Venendo qui stamattina da Melzo discutevamo con Paolo Pillonca anche di certi fenomeni enigmatici che fanno sì che, per esempio, se persone diverse si occupano di un certo argomento, finisce che, per vie spesso inimmaginabili, una "forza superiore"  le spinga ad incontrarsi per discutere insieme. Anche nel caso di questa commemorazione, che mi sembra particolarmente adeguata alla natura del personaggio, ci ha aiutato  una congiunzione favorevole delle stelle. Dopo che  Osvaldo Galli aveva pubblicato il mio ricordo di Marotto, c’eravamo accordati per trovare l’occasione di valorizzare la testimonianza di questa presenza,  sia pure temporanea,  di Marotto in questa realtà comunale che  peraltro alla memoria della civiltà contadina ha dedicato una struttura particolarmente importante a tal punto che la Regione Lombardia l’ha riconosciuta anche ufficialmente. Però ci si diceva:  cosa facciamo? Quando lo facciamo?  Il caso (? solo il caso?) ha voluto che io sapessi per tempo da Paolo Pillonca che ci saremmo trovati  nella giornata di ieri a Melzo, in provincia di Milano, dove il circolo sardo di Carnate ha ricordato la figura di Raimondo Piras, al quale il circolo è intitolato. Il nome di Piras ai non sardi può non dire niente ma per i sardi invece rappresenta la personalità apicale tra i  poeti improvvisatori della nostra isola. Il 17 maggio Paolo Pillonca è a Melzo a commemorare il re dei poeti improvvisatori sardi  e il giorno dopo, cioè oggi, può essere qui a Santa Cristina e Bissone a commemorare, con il figlio Francesco (presenza gradita quanto imprevista fino a qualche ora fa). Insomma sembra che sia Marotto sia  Raimondo Piras abbiano positivamente "congiurato" per farci  trovare  tutti qui riuniti a Santa Cristina e Bissone. Quando muore un poeta – è stato ricordato -, una porzione del sapere muore con lui. Noi che siamo aperti al dialogo interculturale sappiamo anche che si dice in Africa che,  quando muore un poeta,  è come se morisse un’intera biblioteca. Marotto ha scritto libri di poesie in sardo in cui ha introdotto i temi della politica; ma è stato anche agitatore sociale in difesa del territorio della "sua" Orgosolo (la popolazione locale ha contrastato con successo  l’installazione di un campo militare) e si è battuto, come sindacalista,  per la salvaguardia dei diritti  individuali;  ma ha avuto anche una funzione culturale importante come componente del "Coro a tenore di Orgosolo" ed in questa veste ha girato il mondo chiamato dai circoli sardi per testimoniare  la sua passione civile e la sua capacità di dar conto, anche "lontano da casa", spesso anche in termini di  improvvisazione poetica, di quello che era il suo sentimento di appartenenza all’etnia sarda.

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Scheda bibliografica degli atti del convegno su Peppino Marotto

di Salvatore Tola

«Peppino Marotto a Santa Cristina e Bissone», a cura di Paolo Pulina, Museo contadino della Bassa Pavese, 5 euro. Il piccolo volume (che si può richiedere a osvagalli@libero.it) raccoglie gli atti del convegno organizzato, il 18 maggio 2008, dal Circolo culturale sardo "Logudoro" di Pavia e dal Museo contadino per rievocare il periodo trascorso, nella prima metà degli anni Sessanta,  in quel centro da Marotto, il noto poeta orgolese ucciso alla fine del 2007. Un episodio doloroso che ha cancellato la vita di un poeta molto amato e ferito il cuore di Orgosolo. Ai saluti del sindaco e del direttore del Museo Osvaldo Galli seguono le relazioni di Gesuino Piga, di Paolo Pulina e di Paolo Pillonca.

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