Tottus in Pari, 263: entroterra, acre poesia

La prima impressione è di un’armoniosa dolcezza di curve, tanto che, vista dall’alto, la costa fa mostra di una pendenza uniforme, comoda e poco inclinata. Così non è, e sarà sufficiente scendere di quota perché la complessità di questo straordinario anfiteatro naturale appaia nella sua interezza. Il progressivo declinare prende avvio dal lontano Supramonte, la mitica montagna della Sardegna centro orientale, di cui conserva la stessa copertura calcarea giurassica e con cui ha evidenti analogie paesaggistiche, tanto da essere considerata la naturale propaggine marina. Il paesaggio è aspro, spesso interrotto da dirupi bruschi, forre ampie che celano minuscole vallette, ampi terrazzamenti impietosamente frastagliati, arcate sontuosamente orlate di vegetazione, che forano pareti affilate. Acque e vento hanno lavorato senza risparmio, curando sia i particolari minimi, sia gli scenari più grandiosi. Così i campi carreggiati, mirabile sintesi dell’opera di scavo operata dal ruscellamento tra pendenze di infima diversità, rievocano, in minuscole porzioni di roccia, singolari paesaggi montani in miniatura, impreziositi a volte da incredibili ginepri "bonsai" che spuntano in fessure da niente. Per contro, scorrendo impetuosa tra le varie linee di faglia, l’acqua ha inciso violentemente la roccia, aprendosi varchi stretti e tortuosi. Sono le "codule", vistose cicatrici che intagliano profondamente la montagna e che palcano il tormentoso percorso in quiete calette. Cale di stupefacente bellezza, sospese tra sogno e realtà. Alcune ciottolose, altre di sabbia finissima, scevre da impurità. "Ispuligi de nie", si chiama una di loro, e vuol dire "pulci di neve" con indovinato rimando all’abbacinante candore della neve. Oppure "Cala Ilune", oggi Cala Luna, felice gemellaggio con la forma e la suggestione della luna. Ma anche, e allora la suggestione si fa estrema, Cala Mariolu, dove la foca monca "mariuola", rubava i pesci ai ponzesi, antichi pionieri della pesca in queste acque. Cale indifese, premurosamente protette però da una falesia imponente, brusca e precipite, frontiera ultima tra la montagna e il mare. E’ interrata anche, la falesia, da lingue di firodi sinuosi, dove l’acqua è cheta anche quando fuori è burrasca. Perché in questo mare, d’inverno accade spesso che il grecale e lo scirocco ed anche la tramontana gonfino le acque scatenando tempeste furiose che scaraventano onde altissime, ribollenti di schiuma lattiginosa, a frustare selvaggiamente la roccia. Nell’entroterra costiero, inaccessibili spianate rocciose, chiuse dalle fratture del calcare più imponenti, hanno consentito la sopravvivenza di microcosmi forestali, atavici di aspetto e di età. Anche qui, infatti, nonostante le asperità dell’ambiente, la scure del boscaiolo e dei carbonari ha inferto ferite letali all’uniformità boschiva che ammantava la costa. In quelle vallette nascoste, però, lecci altissimi si stringono l’un l’altro, compattando le fronde e consentendo l’accesso solo a singoli, furtivi raggi di sole. E’ faticoso accedere a quest’ombra perpetua; poi si avanza stupiti sul soffice e pastoso cumolo uniforme di foglie mutanti in humus, accompagnati dalla "razionale illusione" di pensarsi i primi officianti in quel tempio estraneo alla dimensione temporale. Altrove sulla costa è il regno del ginepro fenicio, che spesso si sporge dalla roccia per stagliarsi vanitoso sul mare, di rosmarini aromatici, di ruvidi olivastri, anche di dimensioni considerevoli, dei verdeggianti macchioni di lentischio e di giganteschi corbezzoli arborei. Angoli reconditi ospitano vetusti tassi. E poi annosi carrubi, delicati ornielli, drappelli di terebinti, e le ginestre dell’Etna, anonime tutto l’anno salvo poi prorompere nel giallo esuberante della fioritura estiva. Appena inizia la primavera, quale tripudio di verdi, gialli, arancio, ruggine, rossi allo sbocciare dell’euforbia che infiocca per intero la costa. Cui fa riscontro, nei mesi estivi, l’ordinato rosa degli oleandri che misto al viola degli agnocasti drappeggia il percorso delle codule sinanco alle anse più anguste. Ancora la primavera ingentilisce e colora i precipizi con l’ambra dorato della ferula e del ginestrone spinoso, il candore del pancrazio e dell’asfodelo, il rosa dei cisti e della lovatera. E le orchidee. Tante, e deliziose e nascoste! Per chi le sa cercare, il campionario è vario. Che superba esibizione di voli, planate placide, vigorose battute d’ala, catture cruente, attese pigre, farcita da roche grida e imperiosi richiami doveva tenersi, dall’alba al tramonto, lungo la costa. Nella traboccante fiera dei rapaci l’iraconda aquila di mare aveva il nido in vista di quello del falco pescatore, e tutt’intorno incrociavano il falco pellegrino con quello della regina, il gheppio e la poiana. E poi lo sparviero e l’astore, l’aquila reale e quella del Bonelli, l’avvoltoio grifone insieme al monaco cui spesso si univa, in armoniosa danza aerea, l’inimitabile gipeto. L’incanto verrà spezzato dalle ragioni solite che hanno sterminato i predatori nel resto d’Europa, aggravate dall’uso metodico delle esche avvelenate e dall’abbattimento per fini commerciali, anche su ordinazione, delle specie più preziose. Sono scomparsi così tutti e tre gli avvoltoi, le aquile di mare e del Bonelli e il falco pescatore. I superstiti abitano numerosi ancora qui e, soprattutto durante la sagra annuale della riproduzione del falco della regina, confermano che questa è davvero la costa dei rapaci. Fan da cortigiane a tanta noblesse, altre e numerose specie. La pescosità delle acque attira e trattiene, oltre il gabbiano reale, il gabbiano corso ed entrambe le berte, cormorani e marangoni, cui d’inverno si uniscono affusolate sule. Dal mare arrivano un’infinità di uccelli in migrazione, tra cui spiccano, per moltitudini i tordi e i colombacci. L’inospitalità tranquilla dei contrafforti e delle codule cela scontrosi cinghiali, volpi e gatti selvatici, inattese pernici, donnole e topi quercini, martore e ghiri. Il torrente che d’inverno percorre la Codula Luna è impreziosito dalla trota sarda; all’arrivo dell’estate però un’enorme quantità di trote finirà per morire nelle pozze, sempre più piccole, dove le avrà sorprese la puntuale siccità. Il piccolo stagno terminale della codula è frequentato da garzette e dagli aironi cenerini a caccia delle grosse anguille che si nascondono nel meandro di radici degli oleandri e degli ontani. Infine il muflone. Scampato al baratro dell’estinzione, in cui pareva ineludibile dovesse sprofondare, si propone per incontri d’alta emozione  là dove le codule si frammentano in diramazioni strette e anguste, in perfetto agio su terrazzine e cenge solo a lui note. E tuttavia, fra tanto ribollire di vita, è l’illusione di un incontro a turbare l’animo del visitatore. Che scruterà trepidamente l’acqua e le cale, speranzoso di scorgervi un profilo scuro, vagamente canino e baffuto. E’ la rivincita della foca monaca, che popola ogni cantuccio del golfo col fantasma e col rimpianto di un’antica presenza. Definire la costa incantevole, dunque, è solo un dovuto riconoscimento. Prevedibile, quindi, che essa sia meta obbligata per una sempre crescente quantità di visitatori. Tutti vorrebbero conoscerla "così com’è". Ma è proprio questa montante marea d’interesse che rischia di compromettere gli equilibri più delicati. Soprattutto a causa dell’altissima concentrazione delle presenze in un tempo ristrettissimo: qualche settimana di luglio ed il mese di agosto conoscono vere e propr
ie situazioni d’ingorgo di persone e di natanti. Cala Luna, "riminizzata" con punte di 10mila presenze giornaliere è un assurdo che banalizza, tra l’altro, il piacere della scoperta. La costa tutta merita ben altra sorte. A questo punto, due paiono le assolute priorità. La prima è che a nessuno può essere impedita la visita del golfo e delle sue cale. La seconda è una logica conseguenza della prima, e impone un’organizzazione disciplinata delle visite, prevedendo, nel caso, anche il numero chiuso. L’apparente antinomia è risolvibile incrementando e incentivando le occasioni "fuori stagione", che, oltre tutto, consentirebbero di godere lo splendore della costa in primavera o durante la languida quiete autunnale.

Domenico Ruju

 

IGLESIAS E PISA SECOLI DI ANTICHITÀ IN COMUNE

GEMELLAGGIO STORICO

Iglesias e Pisa sono diventate città gemelle. Lo storico protocollo è stato firmato nel cuore dell’estate, nella sala del Consiglio comunale del Capoluogo minerario sardo alla presenza delle delegazioni amministrative dei due Comuni. Per Iglesias c’era il Sindaco Pierluigi Carta con la Giunta e il Consiglio quasi al completo; dall’altra, per Pisa, c’era la Presidente del Consiglio comunale toscano Titina Maccioni (nativa di Nuoro) e il Capo della minoranza consiliare Maria Paletti vedova del compianto Marco Tangheroni, studioso della mediovalità pisana e di Iglesias in particolare. Per l’occasione nella sala consiliare, piena quanto non mai, c’erano i Gonfaloni dei due Comuni gemellati, i gruppi culturali e medioevali, politici parlamentari, ma soprattutto tanta gente che ha voluto onorare lo storico momento. "Per Iglesias, ha spiegato il Sindaco della città Pierluigi Carta, il gemellaggio con Pisa rappresenta il riappropriarsi di un rapporto iniziato sette secoli fa, ma che oggi, pur con mutate connotazioni, vuole diventare occasione di crescita culturale, sociale e turistica. La nostra medioevalità pisana è testimoniata dall’architettura di mura, chiese, strade, abitazioni, servizi e castello. Un marchio storico d’importanza notevole, peraltro codificato dal "Breve di Villa di Chiesa", unica copia sopravvissuta in originale agli incendi che si sono succeduti nel tempo. Gemellaggio vuol dire mettere insieme il DNA storico, come diceva Marco Tangheroni. E se è vero che quest’atto conclude un percorso di sette secoli, esso ne apre uno nuovo fatto di collaborazione di cultura mediterranea e di fratellanza tra le due città". Dal canto suo la Presidente del Consiglio comunale di Pisa Titina Maccioni, che ha rappresentato il Sindaco della città toscana Marco Filippeschi, oltre a mostrarsi onorata di rappresentare Pisa in questo gemellaggio con una storica città sarda, ha brillantemente illustrato sia il significato della collaborazione tra le due comunità mediterranee che il potenziale futuro sviluppo di relazioni culturali e turistiche che potranno svilupparsi in seguito. "Sarà interessante, ha detto Titina Maccioni, capire e studiare quanto di Pisa sia sopravvissuto in Iglesias e verificare quanto di Iglesias sia presente a Pisa. Certamente, le testimonianze lasciate dai Pisani di sette secoli fa in Villa di Chiesa sono ancora tante e ben visibili. La presenza poi di una copia del "Breve di Villa di Chiesa" testimonia il tipo di rapporto che esisteva tra Pisa e la comunità sarda, divenuta nel tempo la capitale dell’argento". L’Assemblea, presieduta da Gino Cadeddu, ha assistito alla storica firma dei protocolli che sono stati acquisiti agli atti dei due rispettivi Comuni, di Pisa e Iglesias, suggellando la volontà di continuare a vivere una rinnovata politica di collaborazione e di rapporti che gli Iglesienti vivono quasi si sentissero una comunità pisana trapiantata in terra di Sardegna. A completamento dell’atto del gemellaggio, il Comune di Iglesias ha, a distanza di dieci anni della morte, ufficialmente intitolato la via delle "Mura pisane" a Marco Tangheroni, che dedicò a "La città dell’argento" ampie ricerche che dettero origine, con l’allora Sindaco Mauro Pili oggi parlamentare, all’iter del gemellaggio che è giunto in porto nel 2009. "In sette secoli, ha commentato ancora il Sindaco Pierluigi Carta, si è passati dalla dominazione di un popolo su un altro alla celebrazione della fratellanza tra le due comunità. Con questo gesto si porta finalmente a compimento un processo di gemellaggio avviato negli scorsi anni con l’obbiettivo di intensificare la collaborazione tra le due comunità negli ambiti culturali, turistici, sociali ed economici. Iglesias e Pisa condividono importanti pagine di storia e un legame culturale profondo con relazioni antiche ben testimoniate dal "Breve di Villa di Chiesa" di cui l’Archivio storico di Iglesias conserva ancora una copia originale. La scelta del Sindaco di Pisa Marco Filippeschi di far guidare la delegazione da una sarda che ha diviso la sua vita tra la Sardegna e la Toscana, ha aggiunto il Sindaco Carta, è stato un atto di grande sensibilità dell’Amministrazione comunale pisana verso Iglesias e la Sardegna, oltre che la prova di una perfetta integrazione delle due comunità visto che la prof.ssa Titina Maccioni oggi ricopre la seconda carica istituzionale del comune di Pisa". Commossa e soddisfatta anche Titina Maccioni: "Ho l’onore di rappresentare sia la mia terra d’origine che questa che mi ospita e nella quale svolgo il mio impegno istituzionale. Sono felice di concludere un percorso che ho intrapreso in tutti questi anni insieme alla comunità sarda locale rappresentata in particolar modo dall’associazione Grazia Deledda: stringere ancor di più i legami tra Pisa e la Sardegna di cui la città di Iglesias che rappresenta un’icona di particolare rilievo. Un patto di fratellanza che trova un altro segno importante nell’intitolazione delle fortificazioni pisane al pisano Marco Tangheroni che tanto ha amato questa Città". La firma solenne dell’atto di gemellaggio ha coinciso con il decennale della cittadinanza onoraria conferita dal Consiglio Comunale di Iglesias allo storico pisano Marco Tangheroni, illustre docente universitario, autore de "La città dell’argento", al quale è stato intitolato il tratto più significativo delle fortificazioni medioevali. Le fortificazioni medioevali sono state restituite alla Città dopo una sapiente opera di restauro che ne valorizza l’architettura e il fascino. Il percorso lungo la cinta muraria si caratterizza per bellezza e suggestione e rappresenta una nuova attrattiva per Iglesias. Per l’occasione, accompagnati dalle note al piano del Maestro Marcello Melis, è stata presentata la monografia sulle fortificazioni medioevali, terzo quaderno della serie "Memoria, identità e futuro", edita dal Comune di Iglesias. I testi del volume sono di Efisio Fanni e di Miriam Cappa, i testi in inglese di Gianni Persico, le fotografie di Angelo Cucca e le illustrazioni di Alberto Rabacchi.

Alessandro Carta

 

INCONTRI LETTERARI NELLA BIBLIOTECA COMUNALE DI SEGRATE (MI)

CUORE DI SARDEGNA CON GRAZIA DELEDDA ED EMILIO LUSSU

La Biblioteca Comunale di Segrate e l’associazione locale "D come Donna Onlus" hanno organizzato il  tradizionale appuntamento d’autunno con la letteratura italiana. "In questa nuova edizione – dice Guido Pedroni, assessore alla Cultura – si sono accesi i riflettori sulla Sardegna, terra antica e affascinante, che ha dato la voce a grandi scrittori tra i quali: Grazia Deledda, Premio Nobel per la Letteratura nel 1926, ed Emilio Lussu, eminente testimone di una vita spesa tra rigore morale e impegno intellettuale, autore del romanzo "Un anno sull’altipiano", definito da Mario Rigoni Stern ‘il più bel romanzo italiano sulla Prima Guerra Mondiale’. Come per le precedenti edizioni – Viaggio in Italia e Narrare la Lombardia (2004), Narrare la Sicilia (2005), Scrivere la guerra (2006), L’Italia del ‘900 vista da Sciascia e Pasolini (2007), Un’Italia nascosta nelle pagine di Fenoglio e Meneghello (2008) – guida attraverso le pagine dei maestri del panorama letterario nazionale è stato sempre il professor Mauro Novelli dell’Università degli Studi di Milano dove insegna Letteratura italiana contemporanea. È autore di vari studi, nei quali si è concentrato soprattutto sulla poesia in dialetto e sulla narrativa dell’Otto-Novecento. Per la collana "I Meridiani" dell’editore Arnoldo Mondadori ha curato i seguenti volumi: nel 2002 le Storie di Montalbano di Andrea Camilleri, nel 2006 i romanzi di Piero Chiara e nel 2007 i racconti dello stesso autore. Gli incontri sono stati arricchiti dalle letture dell’attrice Noemi Bigarella.

Massimiliano Perlato

IL GRUPPO CANORO DIRETTO DA PINO MARTINI OBINU

SA OGHE DE SU CORO

"Sa Oghe de su coro", gruppo canoro retto da Pino Martini Obinu, che mischia sardi di prima e seconda generazione a un paio di infiltrati pugliesi e un milanese "doc", proiettandosi verso un futuro meticcio che già in viale Monza (in Milano) dove vivo è realtà consolidata da tempo, è reduce da una "due giorni " spesa al "Quattro Mori" di Torino dove, ricchi di una pletora di iscritti che sfonda  le millecinquecento unità , quelli quando si mettono a fare festa la fanno durare un’intera settimana. Con interventi di brillanti convegnisti, dibattiti sui massimi sistemi regolanti l’arte del convivere, musiche di launeddas alternantensi al pop degli anni sessanta o giù di lì, il tutto condito con pantagrueliche mangiate di cibi che più sardi non si può, anche se il vino nero proviene spesso ignobilmente dal frigorifero e, a leggere l’etichetta artigianale, si presenta come dolcetto "doc", sui dodici gradi e mezzo. Pure il bianco è fresco di frigo, ma per quanto riguarda lui il peccato è solo veniale. Noi si è cantato verso le dieci di sera, il sabato, sotto una struttura di tendone dove il popolo sardo mangiava e scambiava opinioni coi vicini di tavola. Rumorosamente come è l’uso della festa. L’arrivo del coro sardo "milanese" ha distratto solo i veri amanti dell’arte musicale sarda che, se paragonati agli amanti dell’arte culinaria sarda, sono, ahimè, esigua minoranza. Come che sia, a parte le canzoni più sussurrate ( tra il meglio del nostro repertorio a mio parere), un "Procura de moderare" ha riscaldato i cuori e sia "Ballu Furiosu" che su "Torrau" hanno innescato un desiderio di ballare " a sa sarda" di una ventina di accoliti, molti dei quali giovani, che hanno accompagnato danzando molte delle altre canzoni con cui ci siamo esibiti. Poi più che l’interesse potè l’ora tarda e il pubblico in tenda ( non si può scrivere in sala) è stato quasi tutto per noi. Da dire che, una volta concesso il non richiesto bis ( un "nanneddu meu" in salsa salentina che , scherzi a parte, ha avuto un successo clamorosamente inatteso) abbiamo concluso la nottata nell’adiacente struttura del circolo sardo, mischiando bicchieri di mirto con trallalera campidanesi intonati dai presenti tutti, coristi o meno che fossero. Con exploit di inattesi tenori con voci sì intonate che non  sfigurerebbero alla Scala. L’indomani mattina, alla messa, sempre sotto il tendone che vi dicevo, il pubblico dei presenti, finalmente pacificato, ci ha permesso di aprire con un "Deu ti salvet Maria" toccante e di chiudere coi "Gosos de Santa Maria de sa Rosa" di Seneghe, una prima assoluta che è molto piaciuta. Questa volta il bis (No potho reposare) ce l’anno chiesto davvero.

Sergio Portas

 

OMAGGIO ARTISTICO AL PAPA DA PARTE DEI SARDI DI ROMA

DA BENEDETTO XVI GLI EMIGRATI DEL "GREMIO"

Giovanni Battista Sotgiu, presidente dell’Associazione dei Sardi in Roma "Il Gremio", nel corso della recente udienza generale del Santo Padre ha donato a nome della comunità sarda di Roma al Papa Benedetto XVI un’artistica composizione sacra realizzata dall’artista bonorvese Caterina Santucciu. Il Santo Padre a mezzo della Segreteria di Stato del Vaticano ha trasmesso a Sotgiu l’espressione della Sua riconoscenza per il dono e per i sentimenti di filiale venerazione che l’hanno suggerita. Il Sommo Pontefice ha inoltre partecipato al Presidente del Gremio e ai Sardi che si sono uniti al gesto premuroso, l’implorata Benedizione Apostolica, estendendola in particolare all’Artista. IL QUADRO di Caterina Santucciu, si tratta di un finissimo ricamo in fili d’oro e d’argento su seta realizzata per il Santo Padre. L’opera vuole trasmettere il significato di alcuni simboli che Gesù ha lasciato per la nostra salvezza:l’Ostia, il Calice, la Colomba e l’Ulivo. L’Ostia e il Calice: il pane e il vino c’erano anche sulla tavola di Gesù quando celebrò con gl
i Apostoli l’ultima cena durante la S. Messa; le mani dei sacerdoti distese sul pane e sul vino (Ostia e Calice col Vino) esprimono l’invocazione a Dio perché mandi il suo Spirito a santificare i doni e diventino così per noi il Corpo e il Sangue di Gesù. La Colomba: appena Gesù uscì dalle acque del fiume Giordano, dopo essere stato battezzato da Giovanni Battista, si aprirono i cieli ed Egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di Lui. Il Ramoscello d’Ulivo: è il segno di pace.

Bruno Culeddu

IL NUOVO SPETTACOLO DEL GRUPPO TEATRO E CORO DEL "RADICI SARDE"

DALL’ARGENTINA, "UN MOMENTO MAGICO"

Il gruppo di teatro del Circolo "Radici Sarde" Buenos Aires Norte ha rappresentato quest’anno "Un momento magico" di Juan Merello Coga; autore e regista. L’idea dell’elenco insieme al regista é stata quella di realizzare per la prima volta in Argentina una rappresentazione teatrale in cui tutti i personaggi parlassero le nostre lingue (sardo, italiano, argentino) raccontando storie e ricordi dei nostri genitori e dei nostri nonni. Insieme ci siamo ascoltati, abbiamo pianto e ci siamo divertiti, abbiamo condiviso antiche poesie e canzoni. Cosí cominció a gestarsi nei ns. cuori, dal piú profondo delle ns. radici, la speranza di Maria tentando di portarsi via suo papá di ritorno in Sardegna, i ricordi di Gavino, Elisa e Marcello, l’innocenza di Giuseppina e i sogni di Luisa e Gavino. Nel cortile della casa di Gavino si succedono ad un tratto diversi momenti di nostalgia, di emozioni tra padre e figlia, tra fratelli. La lingua sarda logudorese come fattore di "radice" é presente in gran parte dei dialoghi, anche nelle canzonette ricordate da una Maria bambina che vuole tornare in dietro nel tempo, per trovarsi con il "bellu paragueddu" che la mamma le ha regalato. Marcello si trova di nuovo a ripensare la decisione di Maria, che dopo la morte della mamma cercó il suo destino in Sardegna. Elisa con la curiositá di imparare il sardo quando sente Gavino cantare sottovoce un "Non potho riposare" con piú di nostalgia che di vera canzone sarda. In questo clima di addio a Maria una nuova sorpresa arriverá prima della partenza: la visita inaspettata di Luisa e sua figlia Giuseppina. Luisa racconta della sua conoscenza con Gavino da molto tempo, da quando lui é arrivato in Ayacucho. Giuseppina conferma l’affetto a Gavino come il papá che non ha mai avuto. I ricordi di ognuno dei personaggi sembrano di essere l’unico elemento d’unione; anche Luisa ha un passato di emigrata, e una sorella mai rivista rimasta in Italia: i ricordi cominciano a perdersi per il tempo e la distanza, e adesso sará Maria chi porterá in Sardegna le novelle dell’Argentina. Infine Luisa si trova di fronte a una persona che ha segnato parte della sua vita: é un pó come guardarsi in uno specchio che non riflette le immagini del presente, ma del passato. Gavino é per lei, l’ultimo pezzettino che gli rimane della Sardegna e di Ayacucho. Cosí i sogni, il rilancio di un amore sperduto, un viaggio di fidanzati, la voglia di rivivere "un momento magico". La opera é movilizzante, é una costante sfida ai ricordi, alle presenze e alle assenze. Siamo ad un tratto in Sardegna, in Ayacucho, in Buenos Aires.

I personaggi:  Gavino é stato portato avanti da Pietro Pintus, un "nonno" con maiuscola: nella sua terza interpretazione presso la Compagnia Radici Sarde, ha generato calde emozioni ed applausi portandoci dal ridere alla emozione e la felicitá in una perfetta interpretazione. Luisa: Iris Madau, con eccellenti doti per la commedia. Marcello: Pablo Fernández Pira ha presentato una caratterizzazione di grande rilievo. Maria: María Josefina Marras:un personaggio di lusso con la magia della lingua sarda. Elisa: Claudia Chirra: l’affetto per Gavino, per Maria e la vita di famiglia. Giuseppina: Ana María Ruiu nella sua prima interpretazione insieme alla mamma Luisa.

CORO "RAICES" – STAGIONE 2009

Il coro ha ricominciato durante quest’anno totalmente rinnovato con una presentazione di diverse canzoni del repertorio folkloristico argentino e con un classico della Sardegna. "Entre a mi pago sin golpear", di Peteco Carabajal; "Todos los días un poco", di León Gieco, "Guadalquivir" di Tomás Rojas, "Honrar la vida" di Eladia Blazquez sono state cantate con tutte le voglie di un coro che vuole fare i passi dei giganti nello spettacolo nostrano. Infine l’inno dei sardi: "Nanneddu Meu" di Peppino Mereu, un classico per il nuovo pubblico e per quello abituato agli spettacoli che ogni stagione il ns. Circolo organizza con tutto il cuore. Lo spettacolo si é svolto presso il Teatro Martín Fierro di Victoria (Comune di San Fernando); un calido esempio di teatro indipendente portato avanti dal Gruppo Artistico di San Fernando. La serata si é chiusa con un vino d’onore "Pier de Mart" (di propria produzione di Pietro Pintus) accompagnato dalle classiche "panadas" argentine e dai "pabassinos" di Peppina Bocco, con la tipica ricetta del suo Bitti natale. La regia di Juan Merello Coga (Teatro) e di Ricardo Maresca (Coro), é stata realizzata con professionalismo e con l’amicizia che si é generata in questa vera famiglia sardo-argentina nella quale é diventato il Circolo "Radici Sarde", un gruppo ormai di seconda e terza generazione di sardi che sentono intatta la sarditá e che continuano a portare in alto la cultura e l’identitá della nostra isola in questa bella zona del Nord della provincia di Buenos Aires.

Pablo Fernandez Pira

RICORDO DEL MAESTRO TONINO RUIU A DUE ANNI DALLA SUA SCOMPARSA

I SENTIERI DI LUCE

L’addio terreno del pittore-poeta Tonino Ruiu risale a poco più di due anni addietro. Era un freddo giorno di dicembre, ma l’animo e il cuore di coloro che andarono a porgergli l’ultimo saluto erano caldi e pieni della bellezza e
della poesia dei suoi dipinti. Lo si intuiva  dagli atteggiamenti, dal religioso silenzio e dagli sguardi carichi – tutti – di malinconica tenerezza per il "volo" di un artista vero, che tanto aveva realizzato e donato con una maestria e una generosità quasi disarmanti. A distanza di tempo, quando il lutto può essere più facilmente elaborato, diventa quasi inevitabile domandarsi non per quanto tempo si sia vissuti, ma come sia stata la vita di coloro che ci hanno lasciato. "Di un libro o di un film – ha scritto qualcuno – non ci domandiamo mai se è lungo, ma se è bello. Così dovremmo  iniziare a pensare della vita…" E la vita del Maestro Ruiu è stata un susseguirsi di incanti. Una vita straordinaria, intensamente vissuta sempre a contatto con l’arte. Più esattamente: il suo contributo pittorico  ha lubrificato e rinvigorito l’arte, in un continuo rincorrersi di linee e colori tali, spesso, da incantare lo sguardo e arricchire il pensiero. Nelle sue tele continua a stormire il vento, continuano a fiorire le primavere azzurre di Baddemanna, continuano a produrre musica le onde delle sue marine imbevute di lentischi e di tramonti, sussurrano i suoi boschi di querce, i suoi paesaggi rossi, i suoi arbusti, i vicoli di ieri…perché – come ha ben osservato Mariangela Contu – "Tonino Ruiu  mira alla salvaguardia della  natura e delle radici  della cultura sarda, per consegnare uno spaccato di storia a respiro universale. La stessa che appartiene a ciascuno di noi e che sarebbe da irresponsabili lasciare in balia dell’oblio…" Il pennello del Maestro Ruiu ha sempre tratto linfa e vigore da un sentimento religioso profondissimo e da un animo  impregnato di poesia. E Poeta lo fu realmente. Tanti dei suoi versi arrivano al lettore con la forza terapeutica di un abbraccio: " Voglio tornare / ai miei cieli bambini / ai miei prati di nuvole / impazziti di sole / dove l’amore scava fiumi / con la sua bocca di pioggia…". E ancora : "Cantate chitarre del cielo / stelle di luce e di fontane. / Tra  i rami del silenzio / c’è  il mio cuore freddo / prigioniero del sogno…" Tonino Ruiu è stato considerato grande artista  dai più prestigiosi nomi dell’universo  artistico: Palazzi, Annigoni, Delitala, Sassu , Nivola, Spada…e innumerevoli sono stati i premi – nazionali e  internazionali  – e gli attestati ricevuti. Ma non è ciò che realmente conta, anche perché  i riconoscimenti sono inevitabili nei confronti di chi, come lui, ha dato lustro alla nostra terra e all’arte. La magia della sua pittura e della sua poesia  è stata quella di coinvolgere  emotivamente lo spettatore e il lettore sconosciuto, che dei suoi versi e dei suoi dipinti aveva necessità e se ne è nutrito… per poi sentirsi migliore. Mi piace concludere con alcuni suoi versi che sono un commiato e, insieme, la consapevolezza che il cammino terreno è solo un sogno, perché la vita vera è quella  che inizia dopo l’abbandono del corpo: "…ora il sogno è finito. / Come un angelo caduto / mi affanno a risalire / i sentieri della luce…"

Rosalba Satta

 

SARDI E AMICI DELLA SARDEGNA DEI CIRCOLI DI PARABIAGO E VIGEVANO

GITA SOCIALE IN OGLIASTRA

Tanto entusiasmo per i soci e gli amici dei circoli sardi "S’Emigradu" di Vigevano e "Su Nuraghe" di Parabiago per la gita organizzata da quest’ultimo sodalizio magistralmente orchestrato da Francesca Pitzalis. Una quindicina di giorni trascorsi nel mese di settembre in Ogliastra in cui si sono distinte fortemente le peculiarità positive dei luoghi incantevoli della costa orientale sarda ma anche dell’ospitalità prettamente isolana. E’ quanto hanno voluto fortemente manifestare la Pitzalis e Gavino Dobbo (presidente de "S’Emigradu") incontrati recentemente. Escursioni in luoghi affascinanti, sottolinea la Pitzalis, che hanno lasciato a bocca aperta tutti coloro che non conoscevano la Sardegna. Dal trenino verde alle sagre paesane di Arbatax e Tortolì, situazioni di grande calore umano che lasceranno un segno percepibile ed indelebile in negli amici dei nostri circoli che hanno sperimentato questa esperienza. Simpaticamente è proprio Dobbo a ricordare un episodio peculiare: "Un giorno abbiamo deciso di fare un’escursione, col trenino verde, destinazione Sadali, un paese della Sardegna, a ottocento metri sul livello del mare, eravamo trenta persone. Quando siamo arrivati alla stazione e scesi dal treno abbiamo trovato dei tavolini, messi in fila e con sopra delle derrate; al momento abbiamo pensato che fossero dei venditori ambulanti, oppure dei contadini del posto che vendevano i prodotti della loro terra, e invece no, erano parenti e amici dei nostri amici. Persone che erano emigrate a loro volta rientrati poi in Sardegna". Quasi commosso Dobbo prosegue il racconto: "Ci sono venuti incontro, per salutarci ed hanno avuto questa idea gentile di portarci da mangiare questi squisiti prodotti della loro terra: c’erano fichi bianchi e neri, formaggio sardo, vino, pane". Una sorpresa molto gradita che fa comprendere cosa voglia dire "ospitalità", termine che un sardo conosce molto bene e sa cosa significa donare al prossimo il proprio cuore.

Massimiliano Perlato

MANIFESTAZIONE ORGANIZZATA DAL CIRCOLO "SARDEGNA" DI MONZA

L’ISOLA A VIMERCATE

Si è conclusa con un vero grande successo di partecipazione di pubblico e di critica la kermesse sarda "Vimercate incontra la Sardegna", con 2 giorni di festa in piazza Roma, nel centro di Vimercate, cittadina di 25.000 abitanti della nuova Provincia di Monza e Brianza,nell’ambito dello scambio culturale con la nuova Provincia dell’Ogliastra. L’iniziativa culturale, organizzata dal circolo Sardegna di Monza, in collaborazione con il Comune di Vimercate, è iniziata con l’inaugurazione in Villa Gussi della mostra di scambio culturale "La Montagna è Donna".  Nelle altre giornate nelle vie del centro
, da piazza Roma a piazza Santo Stefano, sono stati allestiti oltre 50 stands, con prodotti alimentari sardi, di artigianato sardo e brianzolo, mostre di pittura e scultura dell’artista sardo Gian Pietro Bernardini, di Villamassargia, e del pittore vimercatese Impero Boellis. Vi è stato infine uno spettacolo di danze sarde in costume, con il gruppo folk "Ichnos", formato da emigrati sardi residenti in Brianza, con i costumi delle otto province sarde. Il circolo Sardegna, con riconoscenza, per l’impegno a mantenere vivo il folklore sardo, fuori dall’isola, ha donato al gruppo una pergamena ricordo e un dvd di Cardedu, alla presenza degli assessori di Cardedu e dell’assessore al Commercio di Vimercate, Dario Villa. C’è stata l’esibizione del locale gruppo folk, "Danze Popolari a Vimercate", guidati dalla signora Rita Assi, che ha eseguito danze popolari sia delle regioni italiane sia internazionali, inglesi, francesi, portoghesi, israeliane, greche.
Salvatore Carta

IL SOGNO REALIZZATO DEL GOVERNATORE UGO CAPPELLACCI

PIU’ CEMENTO SULLE COSTE SARDE

Mentre a Messina si contano i morti legati all’edilizia selvaggia e a Capoterra, vicino Cagliari, la magistratura indaga sull’alluvione del 22 ottobre 2008 che ha cancellato cinque vite umane e centinaia di case (sorte lungo l’alveo di un fiume), la giunta che governa la Sardegna si prepara a demolire le norme del piano paesaggistico regionale che difendevano le coste dai progetti dei grandi costruttori. Con l’emendamento al Ddl sul rilancio dell’edilizia, altri due milioni di metri cubi di cemento aggrediranno i litorali dell’isola senza più il vincolo dei trecento metri sulla fascia costiera. Nessuna distinzione tra hotel e immobili privati, ville o seconde case: tutti potranno mettere in moto le betoniere e realizzare una nuova cubatura fino al dieci per cento di quanto già esiste, senza badare al danno che sarà arrecato al paesaggio e alla distanza dal mare. I progetti verranno soltanto passati al vaglio di una commissione pubblica, chiamata a valutare genericamente la validità dell’intervento. L’idea della Giunta capeggiata da Ugo Cappellacci è di ridare fiato alle imprese edili, che negli ultimi anni erano rimaste imprigionate tra i vincoli durissimi imposti dal governo regionale guidato da Renato Soru. Cappellacci l’aveva promesso in campagna elettorale.  L’assessore regionale all’urbanistica Gabriele Asunis è stato chiaro: "niente a che vedere col piano casa. All’esame c’è solo un provvedimento che servirà a ridare impulso all’economia attraverso l’edilizia". Come dire che forse il peggio deve ancora arrivare, malgrado neppure i più pessimisti avessero previsto un attacco così disinvolto alla fascia dei trecento metri, considerata intoccabile. Il governo sardo è partito invece proprio da quella, per poi annunciare un premio di cubatura riservato anche alle case di prima abitazione comprese nelle zone B e C, di completamento e di espansione edilizia: qui si potrà andare fino al trenta per cento in più e il regalo della Regione non escluderà stabilimenti e locali destinati ad attività produttive. Si parla apertamente di sopraelevare palazzi tirando su muri dalle terrazze, di chiudere i piani pilotis (quelli destinati alle automobili) e persino i seminterrati per ricavarne volumi abitabili. Legambiente, Wwf e Italia Nostra si sono riunite davanti al palazzo di via Roma per protestare: la tragedia annunciata di Messina non sembra aver insegnato nulla a questa Giunta regionale. La cementificazione selvaggia che ha devastato il territorio sardo e i morti di Capoterra sono già stati dimenticati. Stefano Deliperi del ‘Gruppo di Intervento giuridico’, un’associazione ecologista che opera su canali giudiziari, ce l’ha anche con una parte dei consiglieri dell’opposizione, che al momento di votare contro il cemento sono spariti dall’aula. "Dov’erano gli assenti? – ha scritto Deliperi in una nota – e perché non hanno fatto il loro dovere di consiglieri regionali?". Parole dure anche da Paolo Maninchedda del Psd’az, un partito che fa parte della maggioranza ma che non ha esitato a schierarsi contro il Ddl. La speranza di fermare questa nuova avanzata del cemento è legata a una recente sentenza del Consiglio di Stato, che ha bloccato definitivamente un progetto del costruttore Sergio Zuncheddu, editore dell’Unione Sarda e del Foglio, per la realizzazione di un villaggio turistico a Cala Giunco, vicino allo stagno dei fenicotteri rosa e sulla più bella spiaggia di Villasimius: i giudici amministrativi supremi hanno stabilito che l’esigenza di tutelare il paesaggio prevale sugli interessi degli imprenditori e dell’industria turistica. Non solo: norme e provvedimenti che riguardano il paesaggio della Sardegna dovranno essere in linea con il Codice Urbani e con il Piano paesaggistico regionale che ne deriva. Come dire: adesso la Regione sarda ci prova, ma forse (con i ricorsi già all’orizzonte) l’ultima parola spetterà ai giudici.

Mauro Lissia

 

IL TURISMO IN SARDEGNA NON PUO’ ESSERE ALTERNATIVO ALL’INDUSTRIA

DATI BALLERINI PER IL 2009

Un’altra estate volge al termine e, come ogni anno, si cerca di formulare i primi bilanci per verificare l’andamento dell’attività turistica. La stagione appena conclusa, condizionata dalla grande crisi economica e finanziaria mondiale, ha effettivamente mostrato non poche difficoltà. I primi dati disponibili palesano un calo complessivo di presenze, soprattutto straniere, quelle più importanti per le casse erariali. Sempre di meno i turisti stranieri scelgono l’Italia come sede per le loro vacanze. All”interno di questa situazione la Sardegna va in controtendenza. Un’indagine eseguita dal Centro Studi dell’Unione Sarda, diretto dal dottor Franco Manca, già collaboratore dell’Osservatorio delle povertà della Caritas di Cagliari, ha messo in rilievo invece, per il primo semestre 2009, un aumento delle presenze straniere di oltre 51 mila rispetto al 2008. Ai turisti stranieri piace sempre più trascorrere le vacanze in Sardegna.  Secondo l’indagine condotta dal Centro Studi c’è da registrare anche un aumento degli stranieri che, nello stesso periodo, hanno pernottato in albergo e, pur essendo diminuiti i giorni di permanenza, è stato registrato un aumento della spesa di ogni straniero. Sarebbe interessante conoscere i dati definitivi della stagione per verificare se questa crescita sarà confermata. La crescita delle presenze straniere in Sardegna è fortemente legata all”aumento del traffico negli aeroporti sardi, per merito anche delle societ
à low cost. Gli effetti di questa crescita hanno avvantaggiato anche i flussi turistici verso i siti del Medio Campidano. Più che nel passato, nelle spiagge arburesi si è sentito parlare inglese, francese, tedesco e, soprattutto spagnolo. Certamente, sarebbe interessante conoscere l’andamento preciso delle presenze straniere nel Medio Campidano. Si ha l’impressione che si tratti, come definito dagli addetti ai lavori, di "turisti itineranti", cioè di persone che da un sito si spostano in altri, trattenendosi solo per una giornata. Senza voler esaminare gli effetti economici di questo fenomeno, c’è da registrare il fatto positivo che, anche in modo così poco conveniente, la costa Arburese, pian piano viene inserita nei circuiti delle vacanze, adesso occorre creare le convenienze di scelte prioritarie. Bisogna creare le attrazioni, qualcosa in più sui servizi, sulle strutture ricettive e ricreative, che facciano cadere le scelte preferenziali dei turisti. Rispetto al passato qualcosa è stato fatto. Non è tutto negativo, come da qualche parte si vuol dimostrare. Da parte dell’Amministrazione Provinciale, relativamente alla disponibilità delle risorse, c’è stato un intervento apprezzabile sulla sicurezza delle spiagge, attraverso un valido servizio di assistenza e di soccorso e di pulizia degli arenili. Un po’ meno apprezzato è stato l’impegno dell’Amministrazione Comunale di Arbus. Molte contestazioni hanno messo in discussione, per esempio, il servizio sul ritiro dei rifiuti per l’imposizione, da parte del Comune, della raccolta differenziata. Certamente si può fare di più e meglio e non solo sull’aspetto ambientale. Come pure possono fare di più molti vacanzieri che, incuranti delle più elementari regole del buon vivere civile, non hanno alcun rispetto del territorio che li ospita, seminando ovunque rifiuti d’ogni genere. Secondo i primi dati forniti dall’Assessorato provinciale del turismo, relativi ai mesi di giugno e luglio, la stagione turistica della Costa Verde ha avuto un calo del 15 per cento delle presenze negli alberghi. Sono calate le presenze nelle strutture ricettive classiche e nelle seconde case, ma sono cresciuti gli affari negli agriturismo e nelle strutture bed § breakfast. Il fatto non è molto incoraggiante perché quest’ultime strutture ricettive non creano lavoro e convenienze come le strutture classiche. E’ vero che il territorio ha bisogno anche di strutture efficienti in grado di soddisfare appieno la multiforme domanda turistica, ma occorre puntare soprattutto a quelle iniziative che creano lavoro e ricchezza per il territorio. Occorre, per questo rivitalizzare il dibattito su un terreno concreto, dando il giusto rilievo ad un settore, quello turistico, certamente suscettibile di sviluppo e di crescita, ma che presenta forti limiti se non viene strettamente legato ad una solida e sana base produttiva. Non si può far credere che l’economia di una regione, pur scarsamente popolata, possa basarsi su un’attività che, nonostante le più ottimistiche proiezioni, dura qualche mese all”anno. Il patrimonio ambientale e culturale del Medio Campidano e di tutta la Sardegna rappresenta una risorsa interessante da valorizzare, ma non può considerarsi alternativa all’ attività industriale.

Sergio Concas

ERA FIGLIO DI UN MILITARE CHE PER SEI ANNI E’ STATO AL POLIGONO "DELLA MORTE"

UN BIMBO NATO CON UN TUMORE AL RENE

A Quirra è tutto okay, dicono i generali, giura il Governo, conferma la Regione. A Quirra è tutto okay ma adesso c’è un corpicino che potrebbe raccontare un’altra storia, se le autorità militari e civili avessero voglia di fermare la strage da poligono, se coltivassero il desiderio di non far ammalare la loro gente. «Avevo un bellissimo bimbo, il secondo figlio, che abbiamo avuto dopo che io ho operato per lungo tempo nel Poligono sperimentale di Salto di Quirra in Sardegna e ho partecipato a tre missioni in Kosovo. Mio figlio è morto subito dopo l’operazione di asportazione del neuroblastoma a un rene con il quale era nato. Mio figlio aveva appena trenta giorni». A Quirra è tutto okay ma adesso c’è un padre che racconta un’altra storia. L’uomo ha scritto al sito vittimeuranio.com, due anni dopo la perdita del bambino. Un lungo scarto, per elaborare la perdita, per trovare il coraggio, per trasformare il dolore privato in una pubblica denuncia. «L’ho fatto – spiega il militare – perché mi auguro che anche il mio caso personale possa aiutare a capire il perché dell’insorgenza di quel tipo di tumore». L’uomo non accusa, però racconta. E sollecita indagini per capire le ragioni della malattia e della morte del suo bambino. Un appello che cadrà quasi certamente nel vuoto. Il Poligono di Quirra è troppo prezioso per le forze armate italiane, le quali probabilmente non utilizzano armamenti all’uranio impoverito. Però il territorio viene costantemente affittato a forze armate e industrie belliche straniere, le quali non rivelano alcun particolare sui test, sui lanci, su tipo di missili, proiettili ed esplosivi sottoposti a prova in cambio di forti somme versate alla Difesa italiana. Lo Stato incassa, tace e non indaga sulla salute dei cittadini. E spara e inquina a sua volta, perché nei sistemi missilistici anticarro – lo ha ammesso ufficialmente l’Esercito – sono contenute quantità rilevanti di amianto e di altre sostanze tossiche. Quirra dunque è un buon affare e la tutela della vita umana è passata da tempo, molto tempo in secondo piano. Accordi internazionali, contratti, missili e denaro pesano più della incolumità non solo dei civili, ma degli stessi militari.

Marco Mostallino

VIAGGIO NELL’ISOLA CON "TU MADRE, TU SARDEGNA", IL FILM PRODOTTO DALLA RAI

PER AMORE DI MIO PADRE, ENNIO PORRINO

La ricerca di «una musica che possa avvicinare l’uomo al senso più profondo della sua origine» è insieme l’assunto poetico e il sottile fil rouge che lega le sequenze di "Tu madre, tu Sardegna", ritratto per immagini del compositore cagliaritano Ennio Porrino girato dalla figlia Stefania nel 1990 tra Castello e Villanovaforru, Aggius e Ulassai. Prima e per ora unica prova dietro la macchina da presa dell’allora poco più che trentenne ma già affermata drammaturga e regista teatrale, il film prodotto dalla RAI ricostruisce il ritorno nell’isola dell’artista, ormai nel pieno di un’intensa carriera: è la riscoperta di un universo sonoro, di riti e tradizioni di una terra perduta e vagheggiata fin dall’infanzia, di canti e danze che riflettono l’anima di un popolo, e la sua storia. Il flui
re delle note e dei pensieri scandisce il ritmo della narrazione, in un susseguirsi di scene ed episodi che più che una trama precisa, evocano atmosfere e paesaggi interiori, in quella corrispondenza tra melodie e accenti e stati d’animo ed emozioni che fa della musica un linguaggio insieme privato e universale, che è poi privilegio e segreto dell’arte. A svelare la genesi, apparentemente casuale, del film, presentato a Cagliari in occasione dell’Omaggio a Porrino del Conservatorio "G. Pierluigi da Palestrina" e della Fondazione Teatro Lirico, è la stessa regista, che svela i suoi percorsi e trascorsi di figlia d’arte (il padre compositore perduto in tenerissima età, e la madre, Malgari Onnis Porrino, pittrice nonché raffinata costumista e scenografa) approdata dalla lirica alla prosa attraverso la scrittura, «il mio mezzo di espressione più completo: son diventata compositrice di parole». Com’è nata l’idea di "Tu madre, tu Sardegna"? Il film segue un percorso particolare, perché dal teatro son passata al cinema attraverso la radio. E’ andata così: Lucio Romeo, regista della RAI di Roma e critico di teatro sul tempo, aveva visto due o tre spettacoli miei di prosa e fatto delle critiche stupende, io che non lo conoscevo ho pensato fosse il caso di ringraziarlo, e quando gli telefonai mi disse: "ma non hai niente per la radio?" Io non avevo assolutamente niente ma risposi d’impulso: "sì, uno sceneggiato su mio padre". E lui: "benissimo, andiamo a Cagliari a registrarlo". La cosa nacque così, con una facilità che ha del sorprendente. Allora pensai di proporla anche al cinema perché la Sardegna va vista, non solo raccontata. Sanjust, il direttore della RAI era entusiasta del progetto ma mancavano i soldi. Poi sono arrivati i mondiali del ’90 e grazie a una sovvenzione speciale la RAI poté produrre il film. I numeri? Facemmo "Tu madre, tu Sardegna" con 123 milioni in 17 giorni di ripresa, pochissimi per un film che dura più di un’ora. Il cast? Ennio Porrino, il protagonista, è interpretato da Massimo Foschi (oggi molto noto anche come doppiatore), poi ci sono i personaggi di Antonino Medas e Isella Orchis, e i bambini, naturalmente sardi, tra cui il nipote di Marcello Serra, carissimo amico di mio padre. Ancora la cantante e attrice Gabriella Pilloni, le attrici del Teatro di Sardegna, e gente presa per strada: alla scena del funerale di Aggius partecipò tutto il paese. Il senso del film? E’ un’opera un po’ sui generis, una meditazione poetica sul rapporto tra la musica di mio padre e quella popolare sarda, partendo dall’idea del suo viaggio in Sardegna, alla scoperta della sua terra. Le immagini scaturiscono dalla musica, e non c’è azione, ma solo piccoli accadimenti che suggeriscono un’atmosfera, seguendo la melodia di un canto, o il ritmo di una danza come quella dell’acqua, evocata dai pozzi sacri, o quella del fuoco, con i bagliori delle fiamme e le rocce rosse dell’Isola. E’ il frutto di un percorso artistico in cui adulta e scrittrice mi sono avvicinata alla figura di mio padre, un atto d’amore verso di lui e la sua terra (che io ricordo come un Eden, nelle parentesi felici della mia infanzia), in cui ho voluto inserire anche le sue riflessioni sull’arte, nella sua dimensione più spirituale, al di là di meri giochi stilistici che lui odiava nella musica come io nelle parole, – in questo siamo molto vicini -: quasi una ricerca dentro se stessi di un rapporto più profondo con la vita, e anche con la divinità, il senso del divino nella vita.

Anna Brotzu

 

INUTILIZZATI I FONDI: SI CHIEDE ALLA REGIONE DI SBLOCCARE I FINANZIAMENTI

C’ERA UNA VOLTA IL CINEMA SARDO

C’era una volta la cosiddetta nouvelle dei registi sardi. C’era una volta appunto. Perché quel fiore miracolosamente sbocciato qualche anno fa, pur essendo ancora ben piantato per terra sta appassendo davanti all’inconcludenza della classe politica. Basti pensare che la legge per lo sviluppo del cinema in Sardegna, dopo una lunga e perigliosa gestazione, risulta ancora inapplicata in una delle sue parti fondamentali: quella relativa alla produzione. E che mentre i più talentuosi cineasti isolani cercano disperatamente i soldi per realizzare nuovi film, nelle casse della Regione giacciono inutilizzati ben 3,8 milioni di euro da destinarsi proprio ai lungometraggi. Il risultato paradossale, insomma, è che da quando il Consiglio regionale ha approvato le norme che avrebbero dovuto far decollare nell’isola l’industria del cinema, generando di conseguenza cultura, occupazione e un’immagine della Sardegna da sfruttare anche a scopo turistico, con i fondi previsti non è stato girato neanche un metro di pellicola. I motivi che hanno portato a questo punto sono tanti e a guardarli con attenzione piuttosto deprimenti. L’ultimo riguarda la commissione tecnico – artistica che deve valutare i progetti cinematografici da sostenere con il fondo di rotazione. In quasi 3 anni ne sono state nominate due, ma entrambe sono regolarmente cadute: vuoi perché i commissari in arrivo dal "continente" non era stato previsto nemmeno il rimborso delle spese di trasporto e soggiorno, vuoi perché tra i giudicanti spiccavano persone in palese conflitto d’interessi. Nel frattempo per salvare il salvabile si è andati avanti a forza di emendamenti più o meno sostanziali contenuti nelle Finanziarie 2007 e 2008. Tutto nell’attesa che l’Unione Europea dichiarasse la legge sul cinema in Sardegna non in contrasto con la normativa comunitaria sugli aiuti di Stato. Un parere necessario arrivato in grave indugio, poiché l’assessorato regionale della Cultura (retto nell’ordine da Elisabetta Pilia, Carlo Mannoni e Maria Antonietta Mongiu) aveva istruito la pratica con imbarazzante ritardo. Nell’aprile scorso l’Associazione registi sardi, presieduta da Antonello Grimaldi e Giovanni Columbu, ha scritto una lettera al Presidente della Regione Ugo Cappellacci e all’assessore alla Cultura Maria Luisa Baire e per risposta hanno fatto sapere che c’è tutta la volontà di affrontare la questione. Tuttavia anche il fronte dei registi non sembra più molto compatto. Tanto è vero che dall’associazione che li riunisce sono rimasti fuori sia Salvatore Mereu sia Enrico Pau.

Andrea Massidda

 

INNI NAZIONALE E STORIA PATRIA

SARDEGNA DIMENTICATA

Interessante intervento di Carlo Loiodice, a proposito di inni nazionali e loro connotazioni. Interessante per più motivi. Intanto fornisce alcune note storiche e interpretative di questo strano fenomeno  cultur
ale/politico degli inni nazionali. Poi inquadra la fattispecie più specifica dell’inno nazionale italiano. Ma per noi sardi l’articolo offre un ulteriore livello di lettura. Si noterà infatti che in nessun modo e a nessun proposito viene citata la Sardegna. Persino quando Loiodice accenna alla numerazione dinastica di Vittorio Emanuele II parla di "regno precedente", senza menzionarlo (a quanto pare questo rimane una sorta di tabù). Vengono dimenticati poi due elementi che pure nel discorso cadevano a fagiolo. Si cita ad esempio la nota (e sempre un po’ sopravvalutata, come da costume storiografico italico) Rivoluzione Napoletana del 1799, ma ovviamente non si ricorda nemmeno succintamente la rivoluzione sarda degli anni 1794-1796. Dico ovviamente, perché si tratta di un evento storico difficilmente inquadrabile in una storia nazionale italiana propriamente detta, sia per scenario, sia per ragioni politiche. Nondimeno, essendo un episodio della storia europea dai significati ben più corposi di quelli della rivoluzione partenopea, una menzione magari ci poteva scappare. Ma va be’, sappiamo come vanno questo genere di cose e quali ne siano le cause, perciò non staremo certo qui a recriminare. Un po’ meno giustificabile risulta invece il mancato riferimento all’inno di quel "regno precedente" da cui pure Loiodice sembra far discendere, per continuità se non altro dinastica, il Regno d’Italia. Cita vari inni più o meno coevi (compreso naturalmente quello di Mameli/Novaro) ma non S’Hymnu sardu nationale (meglio noto come "Cunservet Deus su Re") di V. Angius. Ma anche qui, a pensarci, l’aggettivo "nationale" era riferito alla Sardegna, non certo all’Italia. Il che, se messo in evidenza, avrebbe condotto il discorso lontano e costretto a una riflessione e a spiegazioni ulteriori: troppo complicato e inedito, per poterselo concedere, effettivamente. Ci sarà chi vedrà in tutto ciò una ferita all’orgoglio identitario sardo, sempre così suscettibile, quando non siano in gioco questioni sostanziali. A me invece sembra che faccia giustizia  di una certa posizione ideologica, sviluppatasi in seno a una ricostruzione storiografica che porta in calce il nome del prof. Francesco Cesare Casula e piuttosto amata in ambiente sardista e autonomista (col beneplacito del presidente emerito della repubblica italiana, F. Cossiga), posizione ideologica secondo la quale i sardi sarebbero i più italiani degli italiani e la nostra storia dovrebbe avere un posto di riguardo nella storiografia italiana, perché un certo giorno di quasi sette secoli fa i catalani fondarono presso l’attuale Cagliari il Regno di Sardegna, futuro Regno d’Italia. Lasciamo pure perdere le obiezioni (e anche il sorriso amaro) che una tale ricostruzione genera in qualsiasi spirito onesto, non obnubilato da patologici complessi di inferiorità; quel che risulta evidente, in questo caso, è quanta poca accoglienza trovino in Italia, e non presso ambienti intellettuali nazionalisti, tali tesi. E forse è meglio così: di motivi per coprirci di ridicolo, soprattutto grazie ai nostri esimi rappresentanti istituzionali, ne stiamo fornendo già troppi!

Omar Onnis

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a cura di Davide Fusaglia

LE NONNE DI PLAZA DE MAYO E I BAMBINI DESAPARECIDOS

DIRITTI UMANI IN ARGENTINA

speciale a cura di Josepina Pace

"Los viejos amores que no están,

la ilusión de los que perdieron,

todas las promesas que se van,

Y los que en cualquier guerra

se cayeron.

Todo está guardado en la memoria

sueño de la vida y de la historia"

(León Gieco)

"Todo está guardado en la memoria, sueño de la vida y de la  historia" (tutto è racchiuso nella memoria, sogno della vita e della storia); come un’autentica colonna sonora, non ci potevano essere versi migliori che quelli del cantautore argentino León Gieco per rappresentare lo straordinario evento del 24 marzo 2004. In quel giorno è stato compiuto un passo fondamentale per il recupero della memoria nella Repubblica Argentina. Con l’inaugurazione del Museo della Memoria nella vecchia sede dell’Esma (Escuela de Mecánica de la Armada), il campo di concentramento più grande di tutta l’America Latina, si è compiuto un passo straordinario a favore dell’affermazione della giustizia e al tempo stesso sorprendente, se pe
nsiamo alle misure politiche dei governi democratici che promulgarono leggi di indulti in nome della riconciliazione nazionale. Quel giorno, in cui si commemoravano i ventotto anni  del golpe militare, si respirò finalmente, aria di giustizia. Soprattutto per coloro che subirono torture, l’esilio o morti orrende, durante la peggiore e terribile dittatura che governò l’Argentina nel ventesimo secolo. I militari si erano abituati a detenere il potere talmente tanto, che conoscevano meglio la Casa Rosada (sede del governo), che le proprie caserme! E le conseguenze a livello politico, economico e sociale, sembrano essere eterne. Essi lasciarono un paese in ginocchio, caratterizzato da un debito estero dalle dimensioni astronomiche e con una profonda ferita aperta nella dimensione morale. Ferita rappresentata dai trentamila desaparecidos, dalle migliaia di esiliati e dal furto di bambini e neonati, strappati alle proprie mamme e famiglie. Parafrasando il testo della scrittrice e giornalista argentina María Seoane ─ Argentina paesi dei paradossi ─ possiamo tranquillamente affermare che sotto ogni punto di vista è uno dei paesi più contraddittori al mondo. Infatti ad un paese potenzialmente ricco, considerato una volta "il granaio del mondo", si contrappone la triste realtà di larghe masse di popolazione povere che sono aumentate vertiginosamente dopo la crisi dell’anno 2001. Le immagini dei "Cacerolazos" (marcia delle casseruole) fecero il giro del mondo, impressionando sia i paesi più sviluppati che quelli sottosviluppati. Molti parlarono di un crack economico-finanziario, ma pochi capirono e tuttora capiscono che non fu altro che il risultato finale di decenni di crisi e disastri che periodicamente si sono ripetuti nella storia argentina sin dal 6 settembre del 1930. In quel giorno ci fu il primo colpo di Stato, che depose l’anziano presidente, Hipólito Irigoyen. L’Argentina dell’inizio del secolo scorso era un paese prospero e in via di sviluppo che rappresentava la speranza di immigrati di tutto il mondo. Più di cento nazionalità si contavano fra queste genti a cui si aprivano nuove e interessanti prospettive. Buenos Aires era considerata la "Parigi del Sud" e per lo straordinario sviluppo e crescita di quei tempi lo era per davvero. Da quel momento l’Argentina divenne il paese più "europeo" dell’America Latina e come è facile supporre e  constatare, dall’Europa ha ereditato pregi e difetti, moltiplicandoli a dismisura. Il commercio con l’Europa e soprattutto con la Gran Bretagna  garantiva capitali e investimenti in infrastrutture. Il paese esportava principalmente materie prime e semilavorati. Per non parlare della carne, tuttora la punta di diamante delle esportazioni argentine. Ciò consentì un rapido sviluppo delle principali città. Basti pensare che Buenos Aires nel 1913 contava la prima linea metropolitana dell’America Latina e molto prima di tanti paesi europei. A Milano verrà costruita soltanto nei primi anni Sessanta. L’aristocrazia latifondista, la Chiesa tradizionalista e l’Esercito sanguinario, furono la "triade" che congiurarono e deposero tante volte i presidenti eletti democraticamente. L’obiettivo era quello di conservare il potere acquisito sin dall’Indipendenza avvenuta nel 1816, che favoriva i diritti di pochi a scapito degli obblighi della maggioranza. Nel Novecento con l’arrivo di tanti immigrati (in maggioranza italiani e spagnoli) e la formazione di una forte classe media gli equilibri mutarono e ogni qualvolta  si minavano i poteri della triade, la reazione non si faceva attendere. E venne perpetuata in modo brutale, antidemocratico e in definitiva disastroso per tutti. A tutto ciò dobbiamo aggiungere dagli anni Sessanta, le sfortunate congiunture internazionali dettate dallo scontro Est-Ovest e l’influenza del capitale finanziario internazionale, rappresentato principalmente dalle imprese multinazionali. A partire dal 1976, il processo di deindustrializzazione e di indebitamento estero, sommato all’eccidio, all’esilio e all’imprigionamento di migliaia di argentini, al sacrificio di un’altra generazione nell’avventura militare della guerra per le isole Malvinas (Falkland) nel 1982, alla repressione selvaggia contro la cultura e la formazione, e alla fuga di cervelli, costruirono la base della tragedia che approdò, nel giro di tre decenni, alla decadenza che oggi il mondo guarda con preoccupazione. Si potrebbe dire che l’Argentina per le caratteristiche citate in precedenza rappresenta una specie di laboratorio del mondo occidentale, dove è possibile sperimentare in modo integrale qualsiasi tipo di ricetta da implementare eventualmente nel Primo Mondo. Negli anni Novanta con l’arrivo di Carlos Menem al potere si compì la liquidazione finale per completare l’opera iniziata dalla dittatura. Sotto l’ombrello ideologico del pragmatismo, del neoliberalismo e delle riforme di mercato, il governo corrotto di Menem, svendette il patrimonio nazionale a prezzo irrisorio e in tempo record, portando all’anomia una società che era candidata al boom dei consumi  e a un presunto ingresso nel Primo Mondo. L’Argentina arrivò persino ad alienare  il petrolio e tutte le imprese dell’energia, delle telecomunicazioni e dei servizi. L’ultimo decennio del secolo scorso comportò alla fine, un allargamento mai conosciuto prima del divario fra poveri e ricchi, che raggiunse il livello di quasi 1 a 40, e l’accumulo del maggior debito estero della storia. Tutto ciò non poteva che portare all’esplosione del modello economico imposto col fuoco e  col sangue dalla dittatura del 1976, e proseguito dai governi democratici che succedettero a essa, nel dicembre del 2001. I notiziari di tutto il pianeta mostrarono dai teleschermi la ribellione soprattutto del ceto medio urbano e la repressione che questa volta costò trenta morti e quattrocento feriti. In effetti con il corralito, confisca dei depositi bancari dei piccoli risparmiatori a favore delle banche private, in maggioranza straniere, dettate dal ministro dell’economia Domingo Cavallo, oltre 45 mila milioni di dollari venivano sottratti agli argentini; i Cacerolazos e le marce dei Piqueteros, furono la rabbia espressa dalla maggioranza di un  popolo ancora una volta truffato. Tra il 2001 e il 2002 l’Argentina ebbe cinque presidenti in una settimana: Fernando de la Rúa, Ramón Puerta, Adolfo Rodríguez Saá, Eduardo Camaño ed Eduardo Duhalde. E come conseguenza finale dichiarò il fallimento più clamoroso della storia del capitalismo moderno. La svalutazione selvaggia del peso del 300 per cento significò il passaggio dalla povertà all’indigenza di quasi otto milioni di persone. E come storicamente successe altre volte, a trarre vantaggi dalla svalutazione furono i grandi esportatori legati alle attività dei campi. Gli stessi che appoggiarono sempre i golpe militari. Sono passati ormai più di trent’anni da quel 24 marzo del 1976 in cui ci fu Colpo di Stato in Argentina, da parte dei militari che s’impadronirono del potere e dettero vita alla più crudele e terribile dittatura a cui dettero il nome di "Processo di Riorganizzazione Nazionale". Terrorismo di Stato, sequestri di persone, torture di ogni genere e la sparizione forzata di esseri umani, furono i tratti più salienti della ferocia dei golpisti. Presto la tragedia dei desaparecidos fece il giro del mondo e le persone scomparse nel 1983 alla fine della dittatura, erano più di trentamila! Soprattutto giovani e operai, considerati pericolosi e sovversivi per le loro idee progressiste e il loro impegno sociale e politico per un futuro migliore. Ciò provocò la reazion
e dei ceti conservatori (proprietari terrieri, alta borghesia, clero, forze armate) e la loro  risposta si tradusse nella più grande tragedia socio-politica e umana dell’intera storia della Repubblica Argentina. Un’intera generazione è stata spazzata via per aver semplicemente commesso il peggiore dei peccati dei tempi moderni: pensare ed agire per il bene di tutti!  Per descrivere le crudeltà commesse dai militari ci vorrebbe l’inferno Dantesco! Ma forse neanche il Sommo Poeta poteva immaginare tanta disumanità verso i propri simili: scariche elettriche ad alto voltaggio prodotte con la famigerata picana eléctrica, specialmente nelle parti più delicate del corpo (genitali, capezzoli, orecchie, testicoli), ustioni prodotte da accendini o piccoli lanciafiamme, rotture di ossa del corpo, ferimento con spilli, pestaggio a sangue delle vittime. E poi ancora l’immersione del viso in escrementi fino al soffocamento, corpi appesi a testa in giù a tempo indefinito, torture inflitte alla vista dei parenti, quindi stupri e pestaggi! Infine veniva applicata la tortura psicologica, ovvero il far stare le vittime bendate per parecchi mesi senza far sapere nulla della loro sorte. La maggioranza morì tragicamente attraverso la procedura dei voli della morte, che fecero non meno di tremila vittime (i desaparecidos venivano narcotizzati e gettati vivi nelle acque dell’Oceano Atlantico). Ma il delitto peggiore è stato senza alcun dubbio la sottrazione e appropriazione forzata di minori. E ciò rende assolutamente singolare il caso del genocidio argentino perché a differenza  di altri casi della storia contemporanea (ebrei, armeni), non si propose di eliminare un’etnia, ma di sopprimere la vita dei genitori, conservando quella dei figli per poterli "modificare e riprogrammare" secondo la loro mentalità e visione del mondo. Si cancella quindi, l’identità naturale dell’individuo per sostituirla con un’altra artificiale, forzata e gradita al potere. La menzogna trionfa sulla verità e con un tratto di penna vengono cancellate la memoria e le radici del soggetto. Inoltre è un processo fondamentale per il trionfo dei reazionari. In questo modo si assicurano di evitare vendette future e al tempo stesso  purificando la propria anima, scambiando l’uccisione dei genitori con l’amore morboso riservato ai bambini. In questo senso gli attori in causa sono diversi: i carnefici, gli appropiatori , i medici crudeli diretti discendenti di Joseph Mengele, i sacerdoti e le alte gerarchie della Chiesa argentina che benedirono questi atti, apportando addirittura conforto spirituale a chi commetteva questi crimini ("bisognava separare l’erba cattiva da quella buona e i militari erano la spada del Signore!"). Mentre i sequestri, le sparizioni, i parti in cattività e le sottrazioni dei minori si susseguivano (si calcola che fra nascituri e bambini piccoli siano cinquecento gli scomparsi) con la complicità passiva della maggioranza della popolazione impaurita, soltanto un gruppo di donne disperate osarono sfidare il potere assoluto dei signori della vita e della morte: nascevano cosi, il 30 aprile del 1977, le Madri di Plaza de Mayo. Il coraggio di una decina di donne si trasformò nella lotta di centinaia nella ricerca quotidiana e instancabile dei loro cari. E non ebbero paura neanche quando i militari rapirono e fecero sparire tre di loro tra cui la fondatrice Azucena Villaflor.  Alcune di loro avevano o immaginavano di avere dei nipotini, e temendo o  venendo a conoscenza della fine terribile dei loro figli, iniziarono a cercare per mare e monti il sangue del loro sangue: nascevano cosi, il 30 novembre del 1977, le Abuelas de Plaza de Mayo o semplicemente Abuelas (Nonne). Per lunghi anni e a rischio della propria vita, ma con una costanza e una determinazione ineguagliabile, si batterono e continuano a battersi per conoscere il destino dei loro nipoti rubati e consegnati a  falsi genitori. Grazie alle testimonianze dei sopravvissuti, agli indizi ritrovati e alle confessioni di alcuni collaboratori, sin dal 1983 con la fine della dittatura ci furono i primi ricongiungimenti con le famiglie di origine. A tale proposito un’opera molto importante è stata svolta dalla CONADEP, cioè la Commissione Nazionale sui Desaparecidos che ha raccolto ed elencato il maggior numero di informazioni possibili sui sette folli anni della dittatura militare (tale Commissione presieduta dallo scrittore Ernesto Sábato che nel testo finale Nunca Más/Mai Più, elencò i nomi delle vittime, i metodi di eliminazione nei centri clandestini, la nascita e appropriazione dei neonati, facendo luce su sette anni di dittatura, durante i quali le tenebre della menzogna e del mistero avevano occultato ogni traccia).  Al principio erano in dodici, come gli apostoli, avrebbe detto chi gli vuol bene. Ai tavoli dei caffè di Buenos Aires, da Richmond, da Tortoni, nella stazione di Retiro, vestendo il meglio del guardaroba, nascondevano il fine della riunione conversando con voce discreta, come signore della media borghesia porteña – (dalla parola "porto", puerto, è l’abitante di Buenos Aires, n.d.r.) – Specialmente al telefono, rispettando un codice fatto di sinonimi delicati: i nipotini diventavano "gli animaletti", le figlie "le ragazzine", loro, le nonne, "le vecchiette"». Questa è la genesi del movimento che dagli anni ottanta in poi conterà un numero sempre crescente di adesioni: il movimento delle "Nonne", "le Abuelas di Plaza de Mayo". Come ricorda una delle dodici, Raquel Radio de Marizcurrena, "Il primo giovedì che andammo anche noi a Plaza de Mayo marciavamo dietro uno striscione che recava la foto delle giovani sequestrate mentre erano incinte e, scritta con i caratteri più evidenti, la nostra denominazione originaria: Abuelas argentinas con nietos desaparecidos, nonne argentine di nipoti scomparsi". Dalla nascita spontanea del movimento delle Abuelas che tuttora si ritrova ogni giovedì nello stesso luogo, ovvero la Plaza de Mayo (di fronte alla Casa Rosada, ossia il palazzo del governo) numerosissimi sono stati i problemi che si sono presentati nella ricerca continua e incessante dei desaparecidos. È possibile distinguere due classi diverse di desaparecidos: quelle propriamente dette dei figli torturati e scomparsi e quella dei nipoti cresciuti in gran segreto da famiglie sconosciute. E così come cresceva gradualmente la consapevolezza che l’impossibilità di rivedere i propri figli, torturati e uccisi dai dittatori nelle prigioni argentine, fosse un sogno sempre più lontano cresceva pari passo nelle Nonne la speranza di rivedere i loro nipoti, anch’essi scomparsi e cresciuti da famiglie inventate, le quali spesso nascondevano la verità agli occhi dei loro figli rapiti in nome di un legame fittizio. Diverse difficoltà si riscontravano anche nel riconoscimento effettivo dei "nuovi hijos". Spesso, infatti, gli stessi nipoti si rifiutavano di accettare l’idea di essere stati cresciuti dagli assassini dei loro reali genitori e non volevano tornare alle famiglie d’origine, famiglie che non avevano mai conosciuto e che facevano parte di una vita mai vissuta. Tuttavia il problema maggiore che si presentava era di natura puramente genetica. Prima di vent’anni fa, infatti, non era possibile verificare un’effettiva parentela se non sulla base di supposizioni, ma dall’inizio degli anni ottanta i progressi realizzati nello studio del DNA permettono di accertare con relativa sicurezza i legami genetici tra genitori e figli
. La storia di queste conquiste mediche fa ancora una volta capo al movimento delle Abuelas che sin dal 1982 cominciarono a fare pressioni in questo senso e dopo un passaparola infinito la voce giunse alla dottoressa Mary-Claire King che si incontrò con Estela Carlotto (presidente dell’associazione delle Abuelas de Plaza de Mayo) a Berkeley (USA). La dottoressa aveva intuito, assieme ad altri scienziati, la possibilità di effettuare un particolare test genetico il cui nome è entrato nel comune linguaggio scientifico spagnolo come "indice di abuelismo" (nonnità) e che stabilisce la discendenza materna di una persona. «La genetica umana», osserva il professor Victor B. Penchaszadeh (docente dell’Albert Einstein College of Medicine che nel 1975 era dovuto fuggire da Buenos Aires per scampare a uno squadrone della morte) «ha saputo rispondere alla richiesta di una realtà sociale drammatica. Le analisi realizzate col massimo rigore possono servire a compensare le ingiustizie commesse durante la dittatura militare. Accertare l’origine dei bambini che furono rubati, porli in una relazione positiva con le famiglie biologiche, vuol dire restituire i diritti fondamentali della loro identità, della loro storia». Da allora molti ospedali argentini si sono attrezzati per effettuare questi tipi di esami ed è nato una Banca nazionale di dati genetici a cui possono ricorrere i tribunali in caso di conflitti relativi a problemi di filiazione. «È impossibile» sostiene Estela Carlotto «prevedere quando l’ultimo dei nostri nipoti conoscerla sua autentica identità. Quel giorno ci sarà più nessuna di noi. Ma lui, che magari avrà ormai cinquant’anni, potrà scoprire dal sangue suo e da quello della nonna chi fu la sua vera mamma». Nel 1992 per portare avanti questo progetto venne creata la CONADI (Commissione  Nazionale per il Diritto all’Identità). I suoi obiettivi sono la ricerca e localizzazione dei bambini scomparsi durante l’ultima dittatura militare in Argentina e contemporaneamente vigilare il rispetto degli articoli 7,8 e 11 della Convenzione Internazionale dei Diritti dell’Infanzia. E’ presente in trenta città argentine e sono state create diverse sedi in Spagna e dalla scorsa primavera anche in Italia. Con la recente immigrazione argentina è possibile che figli di desaparecidos ormai trentenni si trovino in Europa senza ancora conoscere la loro vera identità. Numerose associazioni affiancano le ambasciate e i consolati formando una vera e propria rete per l’identità.  La CONADI è presieduta da  Claudia Carlotto (figlia di Estela e sorella della desaparecida e barbaramente uccisa, Laura Carlotto).  Chiunque dubiti della propria identità può chiamare allo 011.4864.3475, cioè al numero delle Abuelas che immediatamente metteranno in modo informale il soggetto nelle condizioni di verificare se sono fondati i propri dubbi. Finora sono stati ritrovati 95 individui tra bambini nei primi casi e anche adulti negli ultimi che risalgono a pochi mesi fa.  Successivamente ci furono serie difficoltà in seguito alle Leggi di Punto Finale e Obbedienza Dovuta del 1986-87 promulgati dal Presidente Raúl Alfonsín  e agli indulti dei primi anni Novanta decisi dal Presidente Carlos Menem in seguito alle rivolte di alcuni settori militari, che minacciavano un nuovo golpe. Con queste misure si garantì l’impunità ai repressori e di conseguenza veniva insabbiata ogni ricerca da parte di una giustizia spesso complice del potere o comunque spogliata di ogni strumento per perseguire tali reati. Il 20 dicembre 1996 l’azione legale ripartì con l’unico reato non contemplato dai vari indulti: la sottrazione, appropriazione e adozione illegale di minori! In questo modo furono arrestati e incriminati nuovamente decine di militari. Dalle cupole militari come i dittatori Videla, Massera e Galtieri ai vari quadri e forze paramilitari collaborazioniste con la messa in opera di questo scempio.  Ma dal 2004 e con la presidenza di Néstor Kirchner (proseguito dal 2007 dalla Presidente Cristina Fernández de Kirchner)  l’Argentina ha preso un nuovo corso a favore dei diritti umani. Sono state annullate tutte le leggi che garantivano l’impunità ai repressori, alcuni sono stati condannati e quasi duecento di loro sono in attesa di giudizio e comunque in stato d’arresto. L’Esma è stata trasformata nel Museo della Memoria e gestito dalle stesse Madri e Nonne perché nessuno dimentichi mai questa pagina orrenda della storia argentina che nei primi vent’anni di democrazia si è cercata di dimenticare per sempre. Ma la crisi socio-economica del 2001 culminata con il default e le proteste di piazza (cacerolazos) trasmesse da tutte le televisioni del mondo, dimostrarono ancora una volta che le conseguenze ad ogni livello e le ferite inflitte dalla dittatura, sono più aperte che mai e che la strada della giustizia è ancora tutta da percorrere. In questo senso vanno ricordate due sentenze storiche di fondamentale importanza nella costruzione e conservazione della memoria. La prima del 9 dicembre 1985 in cui la Corte presieduta dal giudice argentino León  Arslanián condannò le giunte militari per il piano criminale realizzato e rifiutando come incostituzionale la stessa legge di amnistia decretata dai repressori in vista di futuri giudizi. E’ stato il primo grande processo contro dei comandanti militari per omicidi di massa successivo al processo di Norimberga. Nel secondo caso ci riferiamo alla sentenza del 6 dicembre 2000 pronunciata dalla Seconda Corte d’Assise di Roma in cui si condannarono diversi imputati all’ergastolo tra cui i generali  Santiago Riveros e  Carlos Guillermo Suárez Mason  sia per i crimini commessi, che per l’appropriazione e adozione illegale di minori come nel caso del nipotino della stessa presidente delle Abuelas, Estela de Carlotto, non ancora ritrovato. In questo modo l’intera comunità internazionale è rimasta coinvolta in questa vicenda umana che non è solo argentina perché coinvolge diverse nazionalità e analoghi processi si sono tenuti in Francia, Spagna e Svezia. E la stessa Corte Penale Internazionale è oggi diretta dal Procuratore Generale Luis Moreno Ocampo, argentino e pubblico ministero nel primo processo  alle giunte del 1985. Il lavoro arduo e costante delle Madri e Nonne, la testimonianza dei sopravvissuti, la divulgazione della verità da parte degli esiliati e l’interesse internazionale mantengono più che mai viva questa "memoria ostinata", parafrasando il testo di Benedetta Calandra. Una memoria ostinata che continua a superare dure prove contro i tentativi ripetuti di essere cancellata dall’oblio. Se negli anni Ottanta furono la situazione economica e le pressioni dei militari ad archiviare i ricordi, nel decennio successivo, il pragmatismo neoliberale e le politiche economiche del duo Menem ─ Cavallo, causarono un disinteresse generale verso i diritti umani. Fortunatamente sempre rimane "un guardiano della memoria"; e questo compito è stato svolto in maniera impeccabile dal Cinema, coadiuvato dal Teatro, la Letteratura e la Musica. La ricostruzione della memoria ha attraversato un cammino lungo e tortuoso che ancora percorre contro la volontà del Processo di Riorganizzazione Nazionale di cancellare persino il minimo ricordo del passato. Inoltre la società spesso preferisce sanare le proprie ferite narcisiste attraverso l’oblio o l’amnesia coll
ettiva: "meglio non ricordare ciò che è successo". Cosicché la formazione di un’identità che riconosca le dimensioni totalitarie e oppressive del Processo, diventa un lavoro doloroso, ma necessario, poiché come afferma Eduardo Galeano "non c’è bisogno di essere Freud per sapere che non esiste tappeto che possa nascondere i rifiuti della memoria!". E la memoria è il miglior antidoto contro qualsiasi forma di ubbidienza dovuta. Forse i risultati non si raggiungono immediatamente e richiedono molti anni di lotta, ma come dimostrano la creazione del Museo della Memoria, l’incarcerazione di centinaia di repressori e i primi pentimenti di alcuni, prima o poi la giustizia trionfa e la luce della verità si fa strada tra le tenebre della menzogna. Il lavoro inesauribile delle Madri e Nonne della Plaza de Mayo, degli H.I.J.O.S. (Figli per l’Identità e la Giustizia, contro l’Oblio e il Silenzio) e di tutte le organizzazioni a favore dei diritti umani,  ha preservato la memoria nei terribili anni della dittatura e nella nefasta decade "menemista", in cui il pragmatismo neoliberale non dava spazio ad un passato che molti preferivano dimenticare per non confrontarsi con una realtà che paradossalmente è conseguenza del passato stesso.  In questo senso non possiamo dimenticare il contributo sistematico fornito al dibattito latinoamericano dalla studiosa della sociologia della memoria, Elizabeth Jelin. In una prima fase, attraverso una riflessione sul ruolo svolto dai movimenti dei familiari degli scomparsi, in chiave di denuncia e provocazione civile durante la dittatura, e di attivi "custodi della memoria", dopo la transizione democratica. Successivamente si è fatta carico di una vasta opera di raccolta e sistematizzazione di studi, raccolti nella collana Memorias de la Represión, all’interno della quale si ricordano ad esempio analisi sulla costruzione dei "luoghi della memoria", centrati sul nesso tra utilizzazione dello spazio pubblico e costruzione di identità collettiva. Mario Benedetti ha scritto il poema titolato, "Un giorno tutti gli elefanti si riuniranno per dimenticare. Tutti tranne uno". Nel nostro caso il primo è stato il capitano Adolfo Francisco Scilingo, che nel 1995, assalito dai rimorsi, confessò di essere stato protagonista dei famigerati voli della morte, causando un grande scandalo nell’Argentina di quel tempo (nel 2005 è stato condannato a 640 anni di carcere da un tribunale di Madrid). Dieci anni dopo è stato il turno del tenente-colonnello Bruno La borda. Si dimostra così che sempre ci sarà un elefante che non sopporterà la pressione della propria coscienza e racconterà la verità.  E dice ancora Benedetti: "la paura e l’oblio sono antidemocratici! Perché l’oblio nasconde la memoria, che spinge per mostrare al mondo quanto il primo sia inutile, ipocrita e perverso. La memoria è così importante, che anche se rimane un solo elefante che ricordi, può persino cambiare la storia di un’intera nazione!". La conferma è data dalle prime condanne nei confronti di sinistri personaggi come i repressori Miguel Etchecolatz, Julio "el turco" Simon e del primo prete collaborazionista e torturatore, Christian Von Wernich. Purtroppo il "partito golpista" è ancora vivo e vegeto, in grado di tramare e produrre atti come la sparizione del principale testimone del "caso Etchecolatz", Jorge Julio López. Quest’ultimo dopo essere stato desaparecido, dal 1976 al 1979, è misteriosamente scomparso dal settembre 2006, dopo la condanna dei suoi repressori. Molte sono le ipotesi al riguardo, dallo shock traumatico dovuto all’emozione del processo, all’assassinio causato da gruppi di estrema destra. La questione è molto controversa e in molti casi le ricerche sono state insabbiate con la complicità degli apparati statali. E ancora più incredibile è la  morte per avvelenamento, del repressore, Héctor Febres, che pochi giorni prima di essere giudicato e presumibilmente condannato, avrebbe minacciato di "fare nomi" per incolpare i suoi seguaci. E’veramente difficile, immaginare che un detenuto, da solo, riesca a procurarsi e consumare una dose di cianuro così potente da uccidere un cavallo! Come si affermava precedentemente l’Argentina è un paese di paradossi: possiede ricchezze naturali di ogni genere, risorse umane,  paesaggi e bellezze naturali di tutti i tipi, un’estensione geografica che permette di avere i quattro climi contemporaneamente! A ciò si aggiunge il fatto che produce cibo per sfamare una popolazione dodici volte più grande della propria, ossia quasi la metà della popolazione della Cina e quasi l’intera popolazione dell’Europa, a parte la Russia; perciò il mondo fatica a capire come sia potuto precipitare in una simile crisi, che comprende tutti gli ambiti della nazione. Lo stesso paese  noto per talenti come Jorge Luis Borges, Astor Piazzolla, Diego Armando Maradona o due grandi miti politici di fama mondiale, come Eva Perón ed Ernesto "Che" Guevara. Perciò l’obiettivo di questo incontro rivolge una particolare attenzione al lento e tortuoso percorso della memoria. Non solo la memoria degli archivi di Stato che spesso racchiudono solo cifre o vengono manomessi o cancellati da chi detiene il potere. Ma la memoria delle testimonianze; la memoria dei vinti; la memoria dei sopravvissuti; la memoria dei pentiti; la memoria filmata da tramandare ai posteri; la memoria delle Madri e Nonne di Plaza de Mayo che svelarono al mondo la tragedia argentina quando tutti zittivano, e sfidando l’oblio nei tempi dell’amnesia obbligatoria; la memoria che non si arrende; la memoria che sfida il tempo e le mode; poiché come dice Jorge Luis Borges, "il passato ritorna sempre e con esso il progetto di abolire il passato!" In un percorso che mette in evidenza le relazioni tra storia e memoria, come nel caso della Shoah, della Guerra Civile Spagnola o del massacro degli Armeni, la peculiarità del caso argentino, ci permette di recuperare l’identità e le testimonianze della generazione mancante, attraverso la voce dei sopravvissuti. Sarebbe impossibile ricordare e dedicare il giusto spazio a tutti, ma va dedicata una citazione speciale al ex Console italiano a Buenos Aires, Enrico Calamai. Come ricorda nelle proprie memorie ─ Niente Asilo Politico ─ nonostante la giovane età e contro il parere di tutti, riuscì a salvare almeno trecento perseguitati politici, rischiando in prima persona. Richiamato in Italia nel 1977 e per vent’anni dimenticato da tutti, è stato testimone nel processo contro i repressori argentini a Roma, e solo allora è stato riconosciuto come un autentico eroe solitario. E ci fa venire in mente la storia di Giorgio Perlasca, che conobbe la stessa sorte dopo aver salvato migliaia di ebrei ungheresi. Per fortuna la gratitudine dei sopravvissuti ha fatto conoscere al mondo queste storie e sono il miglior esempio per le nuove generazioni. Memorie e testimonianze hanno giocato un ruolo importante per ricostruire gli eventi e i processi in questione, nonché i percorsi biografici individuali e collettivi dei protagonisti dei movimenti armati dei primi anni Settanta. Allo stesso modo, queste fonti si rivelano utili anche per comprendere le molteplici sfumature del processo dell’esilio, inteso non solo come dimensione esistenziale e privata, ma anche come tassello mancante di un dibattito complessivo sul percorso nazionale argentino, che vede in questo stesso periodo la radicalizzazione di movimenti politici e viene pertanto natural
mente associato all’origine dell’orrore. Le storie dei sopravvissuti meriterebbero di essere ricordate tutte, per il tormento e la dignità nel superare il trauma e raccontarlo ripetutamente nelle aule dei tribunali, nelle scuole e in ogni tipo di rassegna culturale. Le vittime italiane del Terrorismo di Stato in Argentina sono state più di mille perciò il dramma argentino è anche un dramma italiano! E’ dunque di fondamentale importanza che le azioni legali in Italia nei confronti dei responsabili abbiano seguito sia per rendere giustizia ai desaparecidos e ai pochi sopravvissuti,  che per incentivare e sollecitare la stessa giustizia argentina a una maggiore celerità nel concludere le centinaia di processi in attesa di giudizio. Nel marzo 2007 la Seconda Corte d’Assise di Roma ha condannato all’ergastolo i cinque ex ufficiali della Marina argentina, Acosta, Astiz, Febres, Vildoza e Vañek per l’assassinio e la sparizione di tre cittadini italiani: Angela Maria Aieta, Giovanni Pegoraro e sua figlia Susanna che all’interno dell’Esma  nel novembre del 1977 aveva dato alla luce Evelyn, poi ritrovata dalle Abuelas nel 1999. A partire dal prossimo 30 settembre 2009 per lo stesso delitto avrà inizio il "processo Massera". Infatti la perizia psichiatrica del 3 dicembre 2008 realizzata dal Prof. Piero Rocchini conferma che il repressore Eduardo Emilio Massera è "pienamente in grado di stare in giudizio". Il 24 marzo del 2007 l’ex Presidente Néstor Kirchner ha stabilito in tale data (anniversario del Colpo di Stato del 1976) El Día de la Memoria (Giorno della Memoria) affinché nessuna possa dimenticare perché perdere la memoria è come dimenticare la propria identità!  I desaparecidos non tornano, ma il loro spirito è più vivo che mai. Ed è presente nel ricordo delle Madres-Abuelas, nel ricordo degli H.I.J.O.S. e nel ricordo di milioni di persone che in tutto il mondo alla cultura della morte oppongono la cultura della vita e della speranza. Tanto ha scritto Hannah Arendt sulla Banalità del Male, e sui meccanismi perversi che portano i popoli ha sottomettersi ai regimi, piuttosto che ribellarsi. E’doveroso quindi ricordare i meccanismi e descriverli dettagliatamente perché non si ripetano in futuro. Non si tratta di vendetta o di fomentare l’odio, ma semplicemente di preservare la memoria per le prossime generazioni, come ben enuncia José Hernández, nel poema Martín Fierro:

" Es la memoria un gran don,

Calidad muy meritoria;

Y quello que en esta historia

Sospechen que le doy palo

Sepan que olvidar lo malo

También es tener memoria.

Más nadie se crea ofendido,

Pues a ninguno incomodo;

Y si canto de este modo

Por encontrarlo oportuno,

NO ES PARA MAL DE NINGUNO

SINO PARA BIEN DE TODOS".

 

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