"Sa Oghe de su Coro", il gruppo canoro diretto da Pino Martini Obinu

di Sergio Portas

 

"Sa Oghe de su coro", gruppo canoro retto da Pino Martini Obinu, che mischia sardi di prima e seconda generazione a un paio di infiltrati pugliesi e un milanese "doc", proiettandosi verso un futuro meticcio che già in viale Monza (in Milano) dove vivo è realtà consolidata da tempo, è reduce da una "due giorni " spesa al "Quattro Mori" di Torino dove, ricchi di una pletora di iscritti che sfonda  le millecinquecento unità , quelli quando si mettono a fare festa la fanno durare un’intera settimana. Con interventi di brillanti convegnisti, dibattiti sui massimi sistemi regolanti l’arte del convivere, musiche di launeddas alternantensi al pop degli anni sessanta o giù di lì, il tutto condito con pantagrueliche mangiate di cibi che più sardi non si può, anche se il vino nero proviene spesso ignobilmente dal frigorifero e, a leggere l’etichetta artigianale, si presenta come dolcetto "doc", sui dodici gradi e mezzo. Pure il bianco è fresco di frigo, ma per quanto riguarda lui il peccato è solo veniale. Noi si è cantato verso le dieci di sera, il sabato, sotto una struttura di tendone dove il popolo sardo mangiava e scambiava opinioni coi vicini di tavola. Rumorosamente come è l’uso della festa. L’arrivo del coro sardo "milanese" ha distratto solo i veri amanti dell’arte musicale sarda che, se paragonati agli amanti dell’arte culinaria sarda, sono, ahimè, esigua minoranza. Come che sia, a parte le canzoni più sussurrate ( tra il meglio del nostro repertorio a mio parere), un "Procura de moderare" ha riscaldato i cuori e sia "Ballu Furiosu" che su "Torrau" hanno innescato un desiderio di ballare " a sa sarda" di una ventina di accoliti, molti dei quali giovani, che hanno accompagnato danzando molte delle altre canzoni con cui ci siamo esibiti. Poi più che l’interesse potè l’ora tarda e il pubblico in tenda ( non si può scrivere in sala) è stato quasi tutto per noi. Da dire che, una volta concesso il non richiesto bis ( un "nanneddu meu" in salsa salentina che , scherzi a parte, ha avuto un successo clamorosamente inatteso) abbiamo concluso la nottata nell’adiacente struttura del circolo sardo, mischiando bicchieri di mirto con trallalera campidanesi intonati dai presenti tutti, coristi o meno che fossero. Con exploit di inattesi tenori con voci sì intonate che non  sfigurerebbero alla Scala. L’indomani mattina, alla messa, sempre sotto il tendone che vi dicevo, il pubblico dei presenti, finalmente pacificato, ci ha permesso di aprire con un "Deu ti salvet Maria" toccante e di chiudere coi "Gosos de Santa Maria de sa Rosa" di Seneghe, una prima assoluta che è molto piaciuta. Questa volta il bis (No potho reposare) ce l’anno chiesto davvero.

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