Tottus in Pari, 260: radici sarde

Il circolo "Radici Sarde" svolge, sin dell’anno 2000, un importante lavoro di promozione della Regione Sardegna nell’ambito culturale, turistico, commerciale, e conforma una ampia rete mondiale di Circoli Sardi sparsi nei diversi continenti. Oggi siamo protagonisti della collettività italiana della zona nord nei dintorni di Buenos Aires: siamo le nuove generazioni, figli e nipoti di sardi all’estero che vogliamo continuare a tramandare la cultura sarda. Ma quali sono le motivazioni che abbiamo noi giovani discendenti per diffondere la cultura sarda? Vanno ricercate nell’educazione che abbiamo ricevuto dai genitori e dai nonni, che non hanno mai dimenticato la loro terra d’origine e per questo motivo hanno creato i Circoli, come vere Ambasciate della Sardegna nel mondo. Dalla nascita di questo Circolo, la nostra idea é stata quella di collegare le "radici" al territorio in cui siamo nati e dove le famiglie sono arrivate dall’Italia. Per questo motivo, ci piace molto diffondere le potenzialità di questa zona della provincia di Buenos Aires, per cercare di stringere i rapporti con la Sardegna e con l’Italia. Il Comune di San Isidro, che ci ospita, insieme agli altri 3 Comuni vicini formano la "Regione Metropolitana Nord" e costituiscono una importante realtà nella quale si sono sviluppate l’industria, il commercio, e soprattutto il turismo. La posizione geografica vede situati questi Comuni lungo le sponde del Fiume de La Plata. La cittá di San Isidro, con un Centro Storico di rilievo, possiede alcuni musei della tradizione e della storia argentina, ed é da poco Sede di un Viceconsolato Onorario, dato il grande numero d’italiani residenti in questa zona. In questi ultimi anni questo sodalizio ha partecipato in diverse attività, sia in forma autonoma che collegata alla Federazione Sarda Argentina e la Regione Sardegna. Una di queste attività é stata la creazione del Gruppo di Teatro Radici Sarde con il quale abbiamo rappresentato diverse opere riguardanti l’emigrazione sarda in questo Paese. Di rilievo nell’ambito culturale é il lavoro svolto dal nostro Coro che ha ripreso le attività con un repertorio di musica italiana, argentina e sarda. Tutto il nostro operato viene mostrato e aggiornato sul sito www.circuloraicessardas.blogspot.com, che permette inoltre di ricevere i commenti dei visitatori. Tramite questa pagina facciamo conoscere in Argentina i diversi aspetti della Sardegna che siamo in grado di diffondere: la musica, le abitudini, la lingua, il turismo, e allo stesso pubblicizziamo le attività. La Conferenza Internazionale dell’Emigrazione, realizzata l’anno scorso a Cagliari e della quale abbiamo avuto l’occasione di partecipare, ha dimostrato che esiste una grande forza di sardità nei diversi Paesi dell’emigrazione. Nello stesso periodo un gruppo di anziani sardi, grazie alla Regione Sardegna, ha avuto l’occasione di conoscere la terra dei suoi genitori. Quest’anno il "Radici Sarde" ha avuto una grande soddisfazione: alla fine di maggio é stato realizzato l’atto di premiazione per il Concorso di cortometraggi sull’emigrazione dei sardi, organizzato dall’Assessorato del Lavoro. Siamo stati gli unici in Argentina a presentare un progetto di cortometraggio che ha ricevuto una menzione speciale insieme ad altri n. 2 progetti per i quali il Comune di Asuni ha contribuito a destinare un contributo speciale perche possano essere realizzati. Il cortometraggio, intitolato "Destinu: Argentina" sarà realizzato con gli integranti del Gruppo di Teatro "Radici Sarde". Siamo tutti figli e nipoti di sardi e abbiamo il piacere di avere con noi Pietro Pintus, nato a Nulvi ed emigrato in Argentina a 20 anni (oggi ne ha 87). Il regista é Agustín Juan Merello Coga, nipote di sardi. Avanziamo delle ipotesi di "gemellaggio" con diversi Comuni sardi perche siamo sicuri che potremo proporre diverse attività. Una tematica con la quale possiamo interagire é quella del turismo: stiamo iniziando con alcune agenzie argentine un lavoro per ipotizzare una maggiore affluenza di turisti argentini verso la Sardegna. Quest’anno abbiamo anche ricevuto un gruppo di 4 giovani professionisti (di diversi Comuni della Sardegna) che sono venuti in Argentina tramite il Rotary Club. Un Comune con il quale abbiamo una profonda amicizia é quello di Oschiri: nel 2006 il Coro Polifonico Oschirese é venuto per la prima volta in Argentina ed ha partecipato a diversi concerti organizzati dalla Federazione Sarda Argentina in collaborazione con diversi Circoli, tra cui il nostro. L’anno scorso il Coro di Oschiri ha partecipato ad una manifestazione molto importante: il progetto Acquarium, tramite il quale si sono svolti tre Concerti per la pace, l’integrazione e la multiculturalità dei popoli a Buenos Aires e Misiones (presso le Cascate dell’Iguazú). Quest’anno ad aprile il Coro di Oschiri con la collaborazione di alcuni comuni sardi hanno dato continuità a questo progetto tramite Acquarium 2009, di cui ha partecipato il Premio Nobel Pérez Esquivel insieme ad altri artisti argentini e naturalmente il nostro coro come "alma mater" di tutto.

Pablo Fernández Pira

PROPOSTA DA TERRALBA PER I CIRCOLI DEGLI EMIGRATI SARDI

SPETTACOLO TEATRALE "LA VALIGIA DEI RICORDI"

L’emigrazione è un fenomeno che, da sempre, caratterizza la nostra terra e la nostra gente. Ancora oggi assistiamo allo spopolamento, e quindi la storia non è cambiata, il fenomeno è ancora attuale; addirittura, negli ultimi anni, si è registrato un aumento del numero degli emigrati. Il motivo è sempre lo stesso: il lavoro. "Viviamo in un paradiso", è la frase più ricorrente tra noi giovani, però costretti, in molti, a partire, per andare alla ricerca di un qualsiasi lavoro altrove. Tantissimi sardi, fuori dell’isola, hanno trovato "da vivere"; molti ricoprono ruoli importanti come dirigenti d’azienda, imprenditori, medici; altri, invece, sono semplici operai, muratori, camerieri, lavori semplici ma dignitosi, che potrebbero, però, svolgere anche qui, in Sardegna, il che consentirebbe, a questi nostri conterranei lontani, di stare vicini ai loro cari. Perché ciò non è possibile? Mille sono i motivi! Tanti sono partiti, ma un gran numero di loro, con coraggio, ha scelto di tornare, per crescere i propri figli qui, dove loro stessi sono cresciuti, in un ambiente più genuino, ma soprattutto in una terra dove i valori della vita e della famiglia sono sentiti e rispettati. Il legame con la terra di Sardegna ci permette di difenderla
, perché la sentiamo nostra, nel cuore, ci sentiamo suoi figli, il che ci rende tutti orgogliosi di essere sardi, e perciò uniti, in questa comune appartenenza. Ma nonostante ciò, il nostro difetto più grande rimane, ancora oggi, la non collaborazione, causata da una reciproca, atavica, gelosia, della quale non riusciamo a liberarci. L’emigrazione, in passato, per la maggior parte dei sardi, è stata l’unica speranza di una vita migliore, la sola possibilità di trovare un lavoro che consentisse di vivere, nel vero senso della parola; con questo sogno nel cuore e nello stomaco, in tanti si sono adattati a svolgere lavori saltuari, per riuscire a portare a casa un pasto caldo; poi, finalmente, un lavoro fisso, qualcosa di concreto, la creazione di una famiglia, l’acquisto di una casa e la realizzazione personale. Ora i tempi sono cambiati, il sardo non è più solo pastore, agricoltore, pescatore, oggi sono i laureati, che partono, in molti, alla ricerca di un lavoro, di un master, di una specializzazione che dia loro quel qualcosa in più, che permetta di trovare un lavoro e aiuti a realizzare i propri sogni di vita. La voglia d’indipendenza è tanta, così come la voglia di dare un senso ad anni di studi, ai sacrifici che i genitori hanno fatto per permettere loro di studiare. Una doverosa parentesi la apro, a favore di quei tanti ragazzi che hanno un sogno artistico, o artisti a volte nascosti, in ogni parte dell’isola, ricca di gente capace e con idee originali e belle, ma per svariati motivi non considerati; pittori, scultori, ballerini, cantanti, musicisti, orafi, grosse risorse ignorate. Come recita il proverbio, "Impara l’arte e mettila da parte", la vita di molti ragazzi sardi di talento è proprio così; a volte si rinuncia a farlo, come lavoro, perché non ci sono i presupposti, e tutto si perde, soprattutto l’entusiasmo. Ciò non accade solo in Sardegna, ma spesso, i nostri conterranei che hanno varcato il mare, si sono realizzati anche in questi settori, portando sempre nel cuore la propria terra d’origine. Possiamo citare nomi illustri che, con grande capacità e orgoglio, portano la Sardegna, e la sue preziose tradizioni, nel mondo della moda, della pubblicità, della musica e in tanti altri settori: Antonio Marras, Gavino Sanna, lo scomparso Andrea Parodi. Le persone creative, in Sardegna, non sempre hanno avuto la possibilità di studiare per migliorarsi, di fare esperienze per maturare, e questa mancanza le ha portate, spesso, ad arrangiarsi, per conoscere, documentarsi, studiare la storia, le tecniche, per crescere, ognuno nel suo settore. Ci crediamo in tanti! Il talento è una cosa innata, è un dono, e ciò che noi vogliamo fare, è utilizzarlo per rivolgere un pensiero, a modo nostro, a chi è partito. E’ un modo per sdrammatizzare il fenomeno, raccontando una storia vera, una delle tante, per sentirci vicini, e unire le forze per crescere insieme. Il messaggio che vogliamo diffondere con questo spettacolo, è la voglia di unirci per crescere, persone che hanno entusiasmo e voglia di fare, consapevoli del valore della gente di Sardegna. Partendo da un’installazione, realizzata da una scultrice che ha vissuto, attraverso l’esperienza dei suoi cari, questo fenomeno, si fondono tanti linguaggi artistici, come la danza, il teatro, la musica, la poesia e il documentario, che raccolgono testimonianze di chi è fuori della Sardegna per lavoro, o lo è stato, in quello che noi chiamiamo continente. Attraverso lo spago della famosa valigia di cartone, simbolo dell’emigrazione, cuciamo tutto questo, le storie di vita vera e i ricordi portati in scena, rappresentati, in chiave artistica, con un unico significato. È il nostro modo di esprimerci, e di rivolgerci ai tanti conterranei, partiti in tutto il mondo, in un omaggio, chiamato, LA VALIGIA DEI RICORDI. E’ questo, dunque, uno spettacolo multiforme e poliedrico, perché realizzato con l’apporto di più forme d’arte, come in un caleidoscopio di mille e più colori, ognuno dei quali è chiamato a dare il suo contributo al ricordo dei tanti sardi partiti, e dei molti che ancora si apprestano a farlo, per cercare un lavoro lontano dalla propria Terra, ma portando le proprie radici nel cuore, con fierezza e speranza, un giorno, di poter tornare. LA VALIGIA DEI RICORDI sarà presentata, per la prima volta, in forme e dimensioni contenute, il giorno 2 ottobre, all’interno della manifestazione artistica "Agoràrt 2009", che si terrà a Terralba, in provincia di Oristano, dal 2 al 5 ottobre prossimi, in concomitanza con la festa religiosa di Santa Vitalia. IDEATRICE DEL PROGETTO, BALLERINA E COREOGRAFA: Claudia Tronci. SCENOGRAFIA: Maria Jole Serreli. TESTI: Riccardo Giuseppe Mereu.

Riccardo Mereu

AL CIRCOLO SARDO DI MILANO, CONVEGNO SULL’ULTIMO LIBRO DI MARIA SORESINA

LIBERTA’ VA CERCANDO, IL CATARISMO NELLA COMMEDIA DI DANTE

Questi circoli sardi del continente, abbarbicati come sono a un’idea di Sardegna tanto frammentata quanti sono i soci componenti, eppure sanno fare cose di pregio, spesso. A Milano invitano tale Maria Soresina a presentare il suo ultimo libro: "Libertà va cercando, il catarismo nella Commedia di Dante". Che uno direbbe:"Mamma che pizza!", e invece è stata occasione di parlare di noi, sardi, e delle cose che ci stanno succedendo, come italiani tutti. Sarà che Dante con quella biografia che si ritrova non può che suscitare odi o amori assoluti, che poi sia padre dell’italianità e che lo si debba accettare per quel mostro (di cultura) che è sembra pacifico. Ma al prezzo di saperlo mettere in discussione, come sa fare la Soresina nel suo scritto (ci ha messo sette anni dal suo penultimo libro), diversamente si rischia di schierarsi per guelfi e ghibellini come sogliono fare i fan di Inter e Milan, che si accapigliano solo per i colori delle maglie. Parla dei bei tempi che furono l’Alighieri, nel suo capolavoro, si chiede che ne è stato della classe dirigente che reggeva le cose dello stato, in Firenze, solo una generazione prima della sua. E, per lui fortunato, ritrova i protagonisti della vita politica del tempo nelle tre cantiche di quella commedia che il Boccaccio tra i primi osò chiamare divina, tanto era sterminato il grado d’erudizione che essa veniva eruttando, come bocca di vulcano che non trova ostacolo possibile alla sua lava incandescente. Aveva le idee chiare Dante su quali fossero i mali che gravavano allora sulla nostra penisola, in primis quella assurda pretesa della Chiesa di voler pesantemente interferire nel potere politico secolare. La Chiesa di Roma.  Che non tollerava antagonismi di sorta. E questi catari di cui parla il libro in questione? Cristiani pure loro, anzi a loro avviso "la vera chiesa di Cristo", rifacendosi a quei passi dei vangeli in cui "Nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra di loro comune" (Luca, in Hans Kung, "Cristianesimo",pag.77). E sempre nel poderoso libro del teologo svizzero che ha avuto la sorte di insegnare all’università di Tubinga col collega che di cognome faceva Ratzinger, si può leggere di come, nelle prime comunità cr
istiane, non vi fossero gerarchie di sorta, che quella che si svolgeva a ricordare la cena ultima del Signore era semplicemente una riunione, in greco ecclesia, chiesa. Quindi quella che nel tempo si era sviluppata come Chiesa di Roma, pareva ai catari una vera e propria mostruosità. Una burocrazia che si autoproclamava padrona del dogma cristiano, che aveva arbitrariamente stabilito una divisione netta fra laici e maestri del culto, che tollerava nei preti di allora una ignoranza delle verità rivelate assolutamente spaventosa, che vedeva nel pratico comportamento dei principi della chiesa romana, papi e cardinali in testa, una contraddizione palese a quei principi di sobrietà e esaltazione dell’umiltà che il Cristo aveva predicato. Il fatto era che codesta visione delle cose del mondo andava pericolosamente facendo proseliti. E all’inizio del 1200 la cosiddetta "eresia catara" andava sviluppandosi ed estendendosi a macchia d’olio nelle regioni del sud della Francia e nell’Italia settentrionale, fino ad arrivare oltre Firenze. Del resto i catari vivevano del loro lavoro, nel loro intravvedere l’anima di Dio nelle cose del creato erano vegetariani, nel loro intravvedere l’anima immortale intrappolata in ciascun corpo che, alla fine di una vita di sobrietà e carità, sarebbe ritornata al Padre , li portava ad escludere esistenza di Inferni Limbi e  Purgatori vari. Unico sacramento a cui erano molto attaccati era il "consolamentum", una imposizione delle mani da parte di "boni viri", buoni uomini, che avrebbero consentito una discesa di quello spirito che aveva capacità di salvamento. E queste pratiche di vita trovavano sempre più adesione, non solo negli strati più umili  della popolazione ma anche tra i signori del tempo, conti e baroni. E la Chiesa di Roma ai mali estremi usò estremi rimedi, visto che nelle dispute teologiche i suoi campioni uscivano spesso malconci dalle dispute con quei "buoni uomini" che pretendevano di poter dare loro lettura alle fonti comuni a cui tutti si ispiravano, i Vangeli in primis, indisse una crociata. Non per liberare, questa volta, il sacro sepolcro e riconquistare Gerusalemme alla cristianità, ma più semplicemente per liberare questa terra tutta dalla "sozza eresia" che, mercé il Demonio,tutta si stava diffondendo in modo incontrollato. Si trattava quindi di uccidere tutti quelli che non avessero abiurato, che fossero bimbi o ragazzi non faceva differenza, di donne e vecchi non era il caso di tenere più in conto. Bisognava sterminarli tutti. I "difensori delle croce" avrebbero avute particolari indulgenze, pagati gli interessi di eventuali debiti, facoltà di espropriare ogni avere degli "eretici"uccisi. Una soldataglia di avventurieri si radunò a sud del Rodano, nel luglio del 1209, la guidava un barone francese di basso rango, Simone di Montfort, capo spirituale era l’abate circestense di Citeaux Arnald Amaury, citiamo il suo nome perché a lui viene attribuita una delle frasi più ignobili della plurimillenaria storia della Chiesa. Quando, giunti alla cittadina di Beziers, si diedero al sistematico massacro di tutta la popolazione( alla fine ne passarono a fil di spada più di quindicimila, un numero enorme se paragonato alla popolazione europea del tempo ) a chi gli chiese come poter distinguere i catari dai cattolici rispose:"Uccideteli tutti. Dio riconoscerà i suoi."(Baigent e Leigh "L’Inquisizione" ed. Il Saggiatore). E questo fu solo l’inizio, che poi ci pensò un’altra istituzione opportunamente creata per stanare i renitenti all’abiura: la santa Inquisizione, che Innocenzo terzo, lo stesso papa che indisse la crociata, concesse di gestire a un oscuro prete spagnolo, tale Domenico Guzman, che mise su anche un "ordine mendicante" dedicato finalmente anche allo studio dei testi sacri. Oltre che a perseguitare e bruciare sul rogo, catari, valdesi, francescano spirituali e quanti altri non si fossero piegati alle massime che venivano dalla Chiesa di Roma.  Ai tempi di Dante i roghi ardevano ancora. Anzi era uso riesumare i cadaveri di coloro che, dichiarati eretici erano morti anche decine d’anni prima, bruciarli nelle piazze e, ultimo ma non meno importante, confiscare ogni loro bene che fosse rimasto nelle mani dei legittimi eredi. Così era stato fatto a Firenze col corpo di Farinata degli Uberti, il capo ghibellino che Dante mette all’inferno insieme agli eretici, il corpo che si erge da un’arca che ne contiene un numero incredibile, a sentire Virgilio che tutto sa di quei posti. Eppure Farinata è riconosciuto da Dante per essere stato uno di quei buoni politici che avevano fatto grande la loro città. In quei bei tempi in cui l’Inquisizione(santa) e il papa di Roma non interferivano ancora pesantemente nella vita politica della Toscana. E, dice la Soresina nel suo libro, questi catari non sono completamente spariti dal proscenio culturale dei nostri giorni, anzi ci hanno lasciato un’eredità incredibile: la Divina Commedia di Dante Alighieri. Insomma tocca munirsi di una bibliografia adeguata sul catarismo europeo e italiano in particolare, con questa costruirsi degli occhiali di lettura di tipo "cataro" e andare a rileggersi l’opera somma di Dante. Per vedere se davvero ha ragione lei a definire Dante come cataro. Non dichiarato, naturalmente, che i domenicani del Guzman lo avrebbero bruciato sul rogo come fecero anche per alcuni suoi scritti non ritenuti in linea con la "dottrina ufficiale" della chiesa. E la stessa Divina Commedia fu messa all’indice fino a metà degli anni ottocento. Vale la pena di leggerlo questo libro, non fosse altro perché ci spinge a rivedere quelle terzine che hanno fatto la nostra lingua per quella che è. Hanno fatto l’Italia, checché ne pensi Bossi e la sua ghenga che, leggo sui giornali di oggi, vogliono imporre un esame di dialetto a ogni professore che venga a lavorare "in Padania". Tempi tristi per la nostra nazione, sono al governo gli xenofobi. E il capo del partito libertario alleato è in tutt’altre faccende affaccendato. Deve smentire di veline minorenni. Pare che se ne andrà a confessare i peccati della carne a San Giovanni Rotondo. Rileggendo (per voi) il Purgatorio, sorta di elevazione spirituale ad imitazione del "consolatum" cataro per la Soresina, mi sono imbattuto in quel ventitreesimo canto in cui, già allora e siamo nel 1300, le donne sarde erano  riconosciute per i loro costumi di sobrietà; ora che di villa Certosa di Gallura è stato fatto un lupanare, è dolce rileggere:"…chè la Barbagia di Sardigna assai/ nelle femmine sue più è pudica/ che la Barbagia dove io la lasciai."

Sergio Portas

 

A TORINO LA GRANDE COMUNITA’ DI SARDI NATI A SAN GAVINO MONREALE

NEL CAPOLUOGO PIEMONTESE, SARDI DI 370 COMUNI DELL’ISOLA

A Torino esiste una seconda San Gavino Monreale. Infatti sono tantissimi gli emigrati nati nel paese del Medio Campidano che si sono trasferiti nel capoluogo del Piemonte. Si tratta di un flusso continuo che non si è mai interrotto se si considerano le date di nascita: l’emigrato più anziano ha 86 anni mentre quello più giovane appena 21. Lo evidenzia Enzo
Cugusi, emigrato di Gavoi, che lavora da una vita a Torino in prefettura, dove si occupa di immigrazione e cittadinanza, oltre a rivestire il ruolo di consigliere comunale da otto anni: "A Torino – specifica – vivono 203 cittadini nati a San Gavino, diversi emigrati da molti anni, moltissimi di recente emigrazione, il flusso della diaspora sarda non si è mai interrotto, non ha le dimensioni degli anni ’50 e ’60 ma continua. E continua anche l’attività delle organizzazioni degli emigrati che vede nei circoli o nel riferimento a sardi che sono inseriti nelle istituzioni, sindacati ecc, il primo approdo per chi cerca sistemazione. E a Torino i sardi sono stati parte importante nel processo di crescita della città. Al censimento del 1961 Torino raggiunse il milione di abitanti, (nel 1951 erano la metà) per raggiungere poi nel 1971 il milione e duecentomila. Una crescita tumultuosa, immaginate che per dieci anni una città grande quanto Quartu si aggiungeva a quella esistente! In quegli anni Torino era la terza città sarda, si stimavano in 75 mila i sardi presenti in città e dintorni. Oggi la città conta circa 20 mila sardi, 60 mila con la città vasta (l’area metropolitana)". Enzo Cugusi, da tutti considerato il sindaco dei cittadini di origine sarda, si è complimentato con la Pro loco di San Gavino per questa importante giornata: "Ho saputo dell’iniziativa in ricordo degli emigrati – sottolinea – e ho apprezzato lo sforzo di coinvolgere le realtà organizzate degli emigrati sardi in Italia e all’Estero: i circoli. Sono 63 in Italia e molti all’Estero. Sono luoghi dove si è gestita la nostalgia e il rimpianto della terra natale, ma anche luoghi dove si è fatta democrazia, promozione dei diritti, cittadinanza attiva che ha significato la partecipazione alla vita politica di città come Torino, Genova, Lione, Colonia, Berlino, ecc. A Torino sono presenti cittadini sardi provenienti da tutti i 370 comuni dell’isola, tutta la Sardegna è rappresentata, e la comunità sarda ha sempre eletto un proprio rappresentante in consiglio comunale. "Prima di me – conclude Cugusi – Dino Orrù di Usellus, Giampaolo Collu di Villacidro, attuale presidente del Circolo "Quattro Mori " di Rivoli (Area nord di Torino) e prima ancora Bruno Canu di Thiesi e Dario Contu di Alà dei Sardi".

 

A RIVOLI DAL 25 SETTEMBRE AL 4 OTTOBRE, LA SETTIMANA CULTURALE SARDA 2009

L’ANIMA AMBIENTALISTA DEL CIRCOLO "QUATTRO MORI"

Il circolo "Quattro Mori" di Rivoli ripropone anche quest’anno la settimana di cultura sarda. Sempre più si vuole che l’evento acquisti la caratteristica dell’incontro tra la Sardegna e il Piemonte. Tutte le sere la farà da padrone la cucina con le tradizioni gastronomiche e la musica dell’isola (si partirà il 26 sera con il "Duo Marimba"). Ma, come ormai è consuetudine per il circolo degli emigrati sardi, si avranno dei momenti in cui verranno proposti dei temi particolarmente importanti. Grazie all’Associazione "EnergiaeAmbiente.org" che si è costituita all’interno del "Quattro Mori" e con la collaborazione dell’Assessorato all’Ambiente del comune di Rivoli, ci saranno una serie di momenti in cui, guidati da esperti del settore, saranno approfondite varie tematiche sull’ambiente e sulle energie alternative. Domenica 27 settembre, all’interno di queste manifestazioni, si svolgerà la 24esima edizione della Strarivoli. E mentre centinaia di atleti si cimenteranno nella gara podistica, il socio Gianluca "Quintomoro" Cotza dal palco allieterà i partecipanti con suoni e canti di sua produzione nella consuetudine canora sarda. Contemporaneamente saranno presenti vari stands con proposte di prodotti locali, energie rinnovabili, risparmio energetico, soluzioni abitative. Il pomeriggio di giovedì 1 ottobre sarà destinato ad un dibattito su fonti energetiche e ambiente. Venerdì 2 ottobre sarà un pomeriggio in rosa dedicato cioè al tema della donna. Una serie di testimonianze per comprendere il ruolo femminile protagonista nella famiglia e nella società: lo studioso Michele Corona, la scrittrice Cynthia Collu, il dottor Marco Albera. La serata si concluderà con un concerto "La donna nella cultura sarda tra passato e presente": sa femia in sa cultura sarda a intru de su tempus passau e de oi. Con questo spettacolo il duo "Bentesoi" (Claudia Aru Carreras e Francesco Medda) propone un viaggio tra suoni e parole che dal passato fino ai giorni nostri ripercorre la figura della donna sarda nella cultura musicale e letteraria. Domenica 4 ottobre conclusione della settimana sarda con un momento religioso: Sa Missa Manna celebrata da don Egidio Deiana e padre Emilio Ardu che sarà accompagnata dal gruppo "Sa Oghe de su Coro" diretto da Pino Martini Obinu.

Gian Paolo Collu

 

NUOVO CICLO DI LEZIONI DI CINEMA AL "SU NURAGHE" DI BIELLA

CONOSCERE LA SARDEGNA ATTRAVERSO IL FILM D’AUTORE

Prossimamente, nelle sale del Circolo Culturale Sardo Su Nuraghe di Biella, verrà presentato il sesto ciclo di "Su Nuraghe Film, lezioni di cinema per "conoscere la Sardegna attraverso il film d’autore". La rassegna autunnale si arricchisce e prende il "via!" con un nuovo lavoro del nostro Socio Guido Re, le cui riprese sono state realizzate durante la recente gita sociale nella capitale della Repubblica Ceca, valorizzate e attualizzate dall’inserimento di alcuni spezzoni della "Primavera di Praga". In calendario altri tre lavori di Davide Mocci, regista cagliaritano, apprezzato documentarista di "Geo & Geo", la trasmissione televisiva pomeridiana di Raitre per conto della quale ha recentemente girato nella Baraggia Biellese uno dei suoi ultimi lavori, prossimamente  in onda nella rete televisiva nazionale. Prodotti dalla "Master Film" dello stesso regista, le opere sono state tradotte in spagnolo, inglese, francese e tedesco; la narrazione della versione italiana è legata all’inconfondibile voce di Claudio Capone, il famoso doppiatore recentemente scomparso. Esploratore etico, con il gusto dell’originalità, Davide Mocci invoglia lo spettatore ad avvicinarsi alla realtà attraverso l’immagine. I documentari di Davide Mocci sono un concentrato accattivante della durata di trenta minuti ciascuno; quelli che vengono presentati fanno parte di una più ampia serie di produzioni in cui viene illustrato "un pezzo di Sardegna", perlopiù trascurato dagli itinerari turistici più battuti, ma che meglio di altri custodisce intatto lo spirito del popolo della grande Isola. Un ritratto sincero che, tralasciando l’enfasi retorica, consegna alla memoria ambienti incontaminati e paesaggi unici che ancora resistono. Non tutto ciò che si produce merita di essere visto, pochi autori riescono a te
ner desta l’attenzione del pubblico. Davide Mocci riesce a farlo con originalità, quasi al servizio della realtà, non limitandosi a documentare. Con la macchina da presa restituisce un’immagine della realtà vista con l’etica dell’osservatore: raccontando in prima persona, ci narra la realtà così come la sente, facendoci sentire – con poesia e con sentimento – coautori della scena. Come di consueto, anche per questa edizioni, le opere in cartellone saranno presentate da Sardi di seconda e di terza generazione, giovani Soci nati lontani dall’Isola che saliranno in cattedra – in una sorta di "rito di passaggio" – per presentare la loro terra, il popolo di cui sono figli.

Battista Saiu

 

BRUMA, PAROLE IN MOVIMENTO DA MANTOVA A BRUGHERIO

SERATE CON MARCELLO FOIS E MICHELA MURGIA IN BRIANZA

Bruma, parole in movimento da Mantova a Brugherio è un ciclo di incontri con l’autore in programma a settembre nelle settimane successive al Festivaletteratura di Mantova. Un’iniziativa ideata dalla Biblioteca civica (ove si svolgeranno gli incontri in via Italia 27) e dall’Assessorato alla Cultura di Brugherio per offrire l’opportunità di incontrare in provincia grandi nomi della letteratura. Alla base c’è l’dea del confronto: tra scrittori, tra autori e pubblico, tra punti di vista differenti. Tema di quest’anno è la famiglia, intesa come insieme complesso di legami di amore, tenerezza, odio, indifferenza: dalla famiglia di mafia, alle storie di genitori perduti, alle saghe di paesi lontani. Tre appuntamenti da non perdere per un’indagine sui rapporti tra padri, madri, fratelli alla scoperta delle nostre radici e della nostra più profonda verità. Si è partiti con un incontro d’eccezione : quello tra il giornalista Mario Calabresi e l’avvocato Umberto Ambrosoli autori di due libri che rievocano le tragiche pagine dell’omicidio dei loro padri e il loro rapporto con verità e giustizia. Il secondo appuntamento (martedì 22 settembre alle ore 21) celebra Marcello Fois, scrittore, sceneggiatore e drammaturgo dall’articolato percorso letterario che mescola le storie noir alle vicende dell’avvocato Bustianu a quella del brigante Stocchino e che nel nuovo libro, "Stirpe" (Einaudi), racconta per la prima volta una saga familiare. Il finale (martedì 29 settembre alle ore 21) spetta a due giovani autori che si confrontano su paternità e maternità: il romagnolo Cristiano Cavina, autore di "I frutti dimenticati" (marcos y Marcos) testo toccante su un padre che riappare dopo anni di assenza, selezionato per il Premio Strega 2009 e la "nostra" Michela Murgia, autrice di "Accabadora" (Einaudi) storia poetica ambientata in una Sardegna arcaica di Tzia Bonaria, l’ultima delle madri.

Massimiliano Perlato

 

SARDEGNA: UN MARE DI STORIA, UN MARE DI VACANZE

MOSTRA MERCATO AD ARNHEM IN OLANDA

Ha riscosso grande successo la mostra mercato organizzata ad Arnhem dalla Federazione dei Circoli Sardi in Olanda: una mostra che ha proposto una Sardegna più tradizionale, rispetto a quella solita sponsorizzata per il suo splendido mare, dove il mare più vasto da far conoscere è stato quello della sua cultura, delle sue tradizioni e dei suoi prodotti tipici. Lo slogan appropriato scelto per la manifestazione era infatti "Sardegna, un mare di storia, un mare di vacanze". Un abbinamento quanto mai appropriato. Scenario ideale è stato il parco Sonsbeek dove è stata allestita la mostra mercato, presa d’assalto dai visitatori che hanno potuto degustare i prodotti dell’industria agro alimentare della nostra isola, vini e dolciumi, e quindi assistere alla proiezione di filmati sui luoghi più suggestivi della Sardegna, col mare cristallino e le spiagge bianche, comunque in primo piano a suscitare ammirazione e consensi. I visitatori si sono quindi riversati a chiedere informazioni e depliant al box sul turismo, dove gli emigrati hanno fatto da ciceroni fornendo indicazioni e dando consigli utili per visitare e conoscere la nostra Isola. Positivo è stato soprattutto l’incontro tra operatori commerciali sardi e olandesi che hanno imbastito interessanti trattative per l’importazione di alcuni nostri prodotti, in particolare vini e prodotti artigianali. Tra gli espositori presenti, le ceramiche di Assemini, i cestini di Sinnai, i tappeti di Samugheo, i torroni di Tonara, il salumificio di Gadoni, i formaggi di Meana Sardo, i dolci di Abis, i vini delle cantine di Sorgono e Quartu S. Elena, Nello splendido parco si sono esibiti in canti e balli i componenti del gruppo folk "Città di Sinnai", mentre alcuni artigiani hanno dato dimostrazione della loro abilità lavorando la filigrana, forgiando ceramiche e realizzando cestini tipici come quelli appunto delle ormai famose cestinaie di Sinnai. Nel pomeriggio il professor Mario Sanges, Sovrintendente archeologico della Provincia di Sassari, ha deliziato i presenti con una dotta dissertazione sulle origini de "La vite e il vino in Sardegna, dalla preistoria alla fine del mondo antico". A fare gli onori di casa il Presidente della Federazione dei Circoli sardi in Olanda, Mario Agus, che ha portato agli ospiti olandesi i saluti della Regione, che ha patrocinato l’iniziativa culturale assieme all’Assessorato del Lavoro, Servizio emigrazione, cooperazione e sicurezza sociale, e ringraziato quanti si sono adoperati per allestire la mostra e contribuire al successo della manifestazione. A conclusione della serata è stata offerta una cena di gala, obbligatoriamente a base di pietanze e vini di Sardegna, cena che è stata accompagnata dal musicista olandese Ron Ederveen, cui è seguita l’esibizione del gruppo folk "Citta di Sinnai", della cantante Maria Luisa Congiu e del pianista Gian Paolo Zizi. Il significato della manifestazione – ha detto Mario Agus – "ha lo scopo di promuovere la Sardegna non solo per le vacanze estive, ma per tutti i periodi dell’anno, posto che le tradizioni popolari si sprecano: dal carnevale, alle sfilate di costumi, alle sagre religiose, alle escursioni, alle visite archeologiche e a quei monumenti unici al mondo che sono i nuraghi". "Insomma – ha concluso Agus con una battuta, rinnovando l’invito a tutti a visitare la nostra Isola – venite in Sardegna c’è una mare di cose da vedere! E non basta una sola vacanza". Nel pomeriggio della domenica spazio nuovamente alla cultura con la conferenza tenuta dal professor Paolo Pisano su "Le origini e la storia della Lingua sarda". Antonello De Candia

 

SETTIMANA DELLA CULTURA A GRENOBLE IN FRANCIA

L’ISOLA NEOLITICA

La storia della Sardegna è stata al centro della settimana della Cultura Sarda, che si è svolta a Grenoble, organizzata dal Circolo "Sardigna" presieduto da Mina Puddu. La manifestazione è stata organizzata in collaborazione del comune di Grenoble. L’Associazione "Laboratorio Archeologia Sperimentale & Ricerca" di Terralba è stata invitata a tenere conferenze di archeologia sperimentale e sulla storia della Sardegna Neolitica. Nei sei giorni della manifestazione, che comprendeva la promozione delle località turistiche, e la presentazione dei vari aspetti della cultura sarda, dalla musica ai balli, dalle tradizioni ai costumi, alla cucina con la degustazione di piatti e vini tipici (tra i quali l’apprezzato Bovale di Terralba). All’associazione "LASER" è stato affidato il compito di tenere una serie di conferenze per far conoscere, attraverso proiezione di immagini e filmati, la realtà archeologica di un’"altra Sardegna", protagonista di una propria storia millenaria, ancora sconosciuta anche ai nostri concittadini emigrati. È stata presentata la dimostrazione pratica della scheggiatura e della produzione dei manufatti dell’ossidiana ed è stata esposta una collezione di sculture artistiche in ossidiana. Durante le conferenze, nelle conversazioni ed incontri conviviali – ci ha segnalato Giorgio Cannas – abbiamo infuso un pizzico di orgoglio, e la curiosità di conoscere e visitare, in occasione dei rientri in Sardegna, i luoghi illustrati nelle conferenze (come il Monte Arci, per l’ossidiana). La serata conclusiva è stata voluta ed organizzata dalla Municipalità di Grenoble nella prestigiosa "Maison de l’International"con la partecipazione delle autorità, rappresentanti del mondo culturale, la presenza del Console e della stampa francese. Il risultato ampiamente positivo di tutta la "Settimana Sarda" ha indotto molti partecipanti Francesi a visitare già da questa estate la nostra Sardegna e a proseguire con un secondo ciclo di conferenze già nel prossimo autunno.

 

 

SUNS, FESTIVAL DELLA CANZONE IN LINGUA MINORITARIA

UDINE HA OSPITATO OTTO ARTISTI: TRE DALLA SARDEGNA

La varietà linguistica rappresenta da sempre una delle ricchezze culturali più evidenti della nostra regione. Questa risorsa può essere facilmente sprecata se limitata al folklore e ai localismi oppure fiorire quando usata per creare ponti con altre realtà culturali altrettanto fertili.  In quest’ottica le lingue parlate nella nostra regione hanno fatto da traino per "Suns", il festival della canzone in lingua minoritaria promosso dall’Arlef a Udine trasformarsi nella colorata babele delle lingue meno diffuse. Nei mesi scorsi sono state accettate in concorso 23 canzoni cantate in 10 lingue diverse (occitano, retoromanzo, ladino, arbëreshë, sardo, catalano, sloveno (carinziano e benciano), romanì e ovviamente friulano. Fra i primi 23 partecipanti una giuria qualificata ha selezionato le 8 canzoni finaliste che sono state ulteriormente prese in esame durante l’esibizione dal vivo del 12 settembre. Oltre alla sgargiante varietà delle lingue proposte dai gruppi ed artisti in concorso è notevole anche la quantità di generi rappresentati.  I finalisti selezionati sono dunque: Dr deer & crc posse (Hip Hop dalla Sardegna), Encresciadum (Jazz dalla Val di Fassa), Harri Stojka (Gipsy Swing da Vienna), Chichimeca (Folk-Rock acustico in catalano), Peppa Marriti Band (Rock cantato in arbëreshë), R.Esistence in Dub (Dub furlan/sardo assieme al cagliaritano dr Boost), Ursina Giger (cantautrice soul dal cantone grigione), Lino Straulino (il conosciuto portabandiera friulano).  Il livello qualitativo di queste ultime otto canzoni è decisamente notevole e lascia presagire una sfida accesissima per accaparrarsi i primi due posti che daranno accesso alla "finalissima" del LIET international che si terrà a Ljouwert, capitale della Frisia (Paesi Bassi) il prossimo ottobre. Suns è solo la punta dell’iceberg di un lungo lavoro recentemente  sfociato nella candidatura di Udine come sede delle finali del Liet nel 2011. Fervono dunque i preparativi per ospitare un evento capace di richiamare ogni anno un numero impressionante di media ed operatori culturali (BBC e CNN sono solo due delle oltre dieci televisioni internazionali che ogni anno vengono accreditate a questo festival).

ci riferisce Giancarlo Palermo

 

INTERVISTA A LUCA PUSCEDDU, PROTAGONISTA ORISTANESE DE "L’ARBITRO" DI PAOLO ZUCCA

LA SARDITA’? UNA CONDANNA

A Tavolara lo hanno scambiano per il fratello di Neri Marcorè e i cineasti in piazzetta a Porto San Paolo, mirto e caipirinha alla mano dopo le presentazioni sull’isola, gli lasciano intendere che prima o poi potrebbe avere una parte accanto al presentatore della ultima edizione del festival di Tavolara. Ma non è per questo che Luca Pusceddu, 37 anni, non smette di ridere. Il protagonista oristanese de "L’arbitro", il film di Paolo Zucca premiato come miglior cortometraggio al David di Donatello 2009 e vincitore del Festival Internazionale Clermont Ferrand, ride perché è sempre di buon umore. "Come non esserlo?", chiede in una delle notti senza luna del festival, dove il corto che ha interpretato – uno sguardo in bianco e nero e in salsa western nel mondo corrotto del calcio – è stato portato direttamente dal Los Angeles Film Festival. Unico italiano tra i 45 corti finalisti, "L’arbitro" ha concorso in quello che è considerato uno dei più importanti appuntamenti americani per il cinema indipendente, insieme al Sundance e al Tribeca di New York. Vive in Inghilterra da 15 anni ed è appena tornato da Los Angeles. Com’è il cinema italiano visto da fuori? Difficile da dire: in Inghilterra il cinema italiano si incontra poco. Negli ultimi due anni però lo vedo bene, sto pensando al cinema coraggioso di "Gomorra" e a "Il Divo" che sono un incentivo alla commedia nel senso greco del termine. La commedia nel senso "vanziniano" del termine, invece, è il genere protagonista del festival, quest’anno. Per difenderlo è stato citato Totò e tutto il cinema che è stato sottovalutato appena nato
e rivalutato a distanza. Oggi cosa stiamo sottovalutando?
Più che sottovalutando, oggi ci stiamo ritrovando. Penso al Neorealismo e a tutti i film di qualità che si stanno facendo con molte idee e poche lire,come Pranzo di ferragosto e come "L’arbitro". Poi, è normale che a distanza si rivaluti un film in base alla prospettiva storico-culturale in cui quel film era nato. Da sardo, come vede il modo spesso grottesco in cui il cinema racconta la sardità? E’ una condanna. Mi rincresce ad esempio che un esponente di questo festival, a proposito de L’arbitro, abbia detto che non si poteva non tributare un omaggio alla "quota sarda". Una frase infelice. Questo corto di "sardo" ha poco. La ricerca etnografica che ha fatto Zucca non è fine a se stessa, è usata come una pennellata stilistica per raccontare delle metafore, sulla scia dell’ironia alla Beckett e del teatro dell’assurdo. Quali registi sardi le piacciono?Paolo Zucca, Salvatore Mereu e Antonello Grimaldi. E fuori dall’isola, con quali registi italiani le piacerebbe lavorare? Il sogno di una vita è Nanni Moretti e poi mi piace sempre di più Kim Rossi Stuart.Adesso tornerà nella sua casa, in Inghilterra. Il suo futuro è lì? Spero in Italia. La creatività e l’espressività che mi appartengono sono realizzate più qui. L’Inghilterra però è più meritocratica.

Cristina Muntoni

 

I "FURIAS" ALLA "STAGIONE FOLK ESTATE 2009" IN PIEMONTE

INIZIATIVA DEL CIRCOLO "ICHNUSA" DI BRA

La serata inaugurale della stagione di Folk Estate 2009 di Bra, è stata un grande successo grazie alla travolgente etno-musica del Gruppo Fùrias, invitati dal Circolo "Ichnusa". Il merito della riuscita della manifestazione va ascritto al gruppo folk sardo che non si è risparmiato. Forti della loro esperienza a livello internazionale i Fùrias hanno trascinato il pubblico. Il grande afflusso di persone, arrivate anche dai centri vicini, ha reso la serata estiva, già molto calda, ancora più calorosa, infuocata dall’esibizione dei Furias. Il pubblico entusiasta, coinvolto e trascinato dalla musica, si è scatenato in balli e canti. Gli artisti con grande bravura, hanno saputo trasmettere emozioni, attraverso la più radicata tradizione musicale sarda. Il Circolo "Ichnusa", per allietare la serata, ha imbandito due cestini di dolci sardi che sono stati distribuiti tra il pubblico durante le esibizioni del Gruppo. I dirigenti del circo "Ichnusa" hanno ringraziato Orlando Mascia, Bruno Camedda e Paolo Zicca che hanno saputo esaltare in modo impeccabile la tradizione folkloristica sarda.
Un ringraziamento anche alle autorità cittadine e al Comune di Bra che hanno contributo e reso possibile la realizzazione della serata.

 

IL "WALT DISNEY" DELLA NORVEGIA

LE RADICI SARDE DI IVO CAPRINO

Ivo Caprino, considerato il Walt Disney della Norvegia (Roma, 17 febbraio 1920- Snarøva, 8 febbraio 2001), da parte paterna aveva  radici italiane, precisamente sarde. I genitori di questo importantissimo regista del cinema di animazione si erano conosciuti a Roma: il padre si chiamava Mario (Sassari, 1881- Oslo, 1959), era figlio di Sebastiano Caprino che, proveniente dalla Sardegna (dove era nato in una famiglia contadina del Sassarese), studiò da avvocato per poi diventare procuratore generale della Corte d’Appello della capitale; la madre, Ingeborg Gude, era figlia di Ove, a quel tempo  ambasciatore norvegese in Italia, e nipote  del famoso pittore romantico Hans Fredrik. Mario e Ingeborg si sposarono nel 1912 ed ebbero Ivo, nel 1920, quando ancora abitavano a Roma. Due anni dopo si trasferirono in Norvegia.  Ivo sposò Liv Helene Bredal, un’attrice cinematografica, nel 1942 e nel 1944 nacque il primo figlio, Remo,  seguito alcuni anni dopo da Ivonne.  Ha raccontato  proprio Remo, agli inizi del 2008,  in un’intervista al giornale Sabatoseraonline: "Mia nonna Ingeborg era pittrice e scultrice, mio nonno Mario dipingeva e commerciava in arte. Per mio padre Ivo fu quasi naturale diventare un artista. L’incontro con mia madre, che a quei tempi era attrice, gli permise di entrare in contatto con il mondo del cinema". Ivo Caprino, designer di mobili, iniziò per diletto, nel salotto di casa,  ad animare con tecniche elementari bambole e pupazzi costruiti in parte dalla madre Inge sviluppando la tecnica passo uno (o Stop-Motion). Esordì nel cinema d’animazione a quasi trent’anni: nel 1949 produsse un cortometraggio di 8 minuti, Tim og Tøffe,  in cui si muovevano questi pupazzi costruiti in casa.  A questo seguirono altri film in cui il regista e animatore  (dopo aver studiato tecniche cinematografiche a Praga, Londra e Roma)  sviluppò ingegnosi sistemi per i movimenti dei pupazzi basati su sottili fili comandati da una tastiera fondendo così il teatro dei burattini con le nuove tecniche cinematografiche. Così il figlio Remo ha spiegato questa tecnica: "Combinava riprese dal vivo con pupazzi animati. Per cominciare a produrre i suoi film brevettò un sistema speciale per poter riprendere il movimento dei pupazzi come se fossero attori reali. I movimenti venivano ripresi a 24 fotogrammi al secondo e i pupazzi si muovevano come per magia. Più tardi capì che il sistema limitava molto la sua voglia di migliorare l’espressività dei suoi personaggi e dei loro movimenti, così cominciò ad utilizzare la tecnica dello Stop-Motion e divenne, se mi è concesso dirlo, uno dei migliori. Il suo desiderio maggiore era quello di dare un’anima ai suoi personaggi, voleva che il pubblico pensasse ai pupazzi come ad esseri viventi". Ivo Caprino – informa l’ampia scheda che gli dedica l’enciclopedia Wikipedia – vanta una filmografia composta da 16 opere e 11 regie televisive; inoltre ha prodotto non meno di 38 cortometraggi  anche in campo pubblicitario. Caprino ha sviluppato ed utilizzato il sistema Supervideograph, a telecamere multiple, per la resa di panorami di 225 gradi su multischermo, in particolare per i documentari. Famosa la pr
oiezione di Nordkapplatået, con Capo Nord e la vita alle alte latitudini, proiettato in continuo nel cinema più settentrionale d’Europa, appunto a  Capo Nord. I suoi film d’animazione e i suoi cortometraggi hanno incantato generazioni di scandinavi e oggi la sua casa di produzione, Caprino Studios, diretta dal figlio Remo e dal figlio di questi Mario (nato nel 1978), continua il suo lavoro (Caprino’s World of Aventure Trailer su You Tube; http://www.caprino.no/studio/no/ ).  "La nostra ambizione – dice Remo Caprino – è quella di far conoscere i lavori di mio padre all’estero. Mi piacerebbe molto che in Italia i film di Ivo Caprino fossero noti ed apprezzati come lo sono in Norvegia. Trovo che sia molto triste il fatto che i nostri film, a tutt’oggi, non siano ancora stati doppiati in italiano". Alla domanda  "Suo padre aveva mantenuto qualche contatto con l’Italia?", Remo ha così risposto:  "Mio padre non aveva molti contatti in Italia. Verso la fine degli anni sessanta, però, accadde un fatto curioso. Durante una visita ufficiale in Norvegia di Antonio Segni, che era capo della stato in quel periodo, scoprimmo che le nostre famiglie avevano una relazione di parentela. Da allora siamo tornati qualche volta a visitare le nostre vecchie proprietà in Sardegna e a me è capitato, in un paio di occasioni, di far visita al presidente e alla famiglia al Quirinale. L’ultima volta che ci siamo incontrati fu una settimana prima che morisse. Da allora ho incontrato diverse volte suo figlio Mario e sua moglie Vicky, con i quali siamo diventati amici". Per correttezza devo dire che la pista sarda delle origini dell’avo di Ivo Caprino mi fu indicata, diversi anni fa, da Giannalberto Bendazzi, uno dei massimi esperti italiani di storia del cinema di animazione. In un articolo sull’inserto domenicale de "Il Sole 24 Ore" (30 ottobre 1994),  dal titolo "Stelle di Oslo. Storia di Ivo Caprino, il cineasta di origine italiana divenuto il Walt Disney dei norvegesi",  Bendazzi aveva informato che nel 1993  l’editore Hjemmets Bokforlag aveva pubblicato a Oslo un elegante e ottimamente illustrato  libro fotografico su Ivo, scritto da  Per Haddal e intitolato "Ivo Caprino! Et portrett av Askeladden i Norsk film (un ritratto di Askeladden nel cinema norvegese; "Askeladden" (Ceneraccio) è  il più importante dei personaggi della letteratura popolare norvegese:  all’inizio della storia si presenta come il classico buono a nulla, ma porta in sé delle capacità nascoste che gli permettono di compiere, al momento opportuno, grandi cose).

Paolo Pulina

 

MA QUANTO IMPORTA AL SARDO TUTELARE LA PROPRIA SANITA’

QUELLA DI CAPPELLACCI MI (CI) FA MALE

Sanità. E’ questo tema che sta mettendo a soqquadro il pianeta. Mentre a Washington decine di migliaia di personesfilano contro la nuova riforma sanitaria di Obama volta a creare una mutua pubblica, in Sardegna in un profondo silenzio popolare si ripartiscono la gestione delle Aziende Sanitarie Locali alla vecchia maniera oppiana.. che non ha niente a che vedere con le droghe oppiacee, ma più semplicemente con il famigerato Giorgio Oppi, assessore regionale all’ambiente, che a suo tempo in una precedente legislatura lottizzò, stile Risiko, la sanità sarda con "un’invasione strategica" senza confronti di personaggi politici di dubbia competenza. La riforma sanitaria di Obama scuote repubblicani e conservatori i quali temono – paradossalmente – di rimanere, loro, proprio loro, tutti in mutande!! Quindi a prescindere dalla confusione, o meglio dire dall’autoimposta ignoranza di molti americani mi pare evidente che in questo momento nel mondo i "cambiamenti" siano temuti ovunque, quando questi tendono ad annullare privilegi sociali annosi e radicati. Ma tornando a noi, e alle nostre "disgrazie"nazionali sarde. Il presidente Cappellacci ha riunito i segretari di maggioranza in un vertice che "si è limitato" a disegnare la nuova mappa del potere: 6 posti al Pdl, 2 a testa a Udc e Riformatori, 1 al Psd’Az. Ai primi di agosto avevano approvato una norma per licenziare i manager nominati dalla giunta precedente, adducendo a questa decisione l’esistenza di un debito di 180 milioni di euro, il prodotto "della loro incapacità". La norma prevede perciò di sostituirli con dei giusti e retti commissari in vista della riforma organizzativa. Ciò che appunto è avvenuto. [Norma che, sussura l’opposizione, è illegittima.] Oggi leggo le dichiarazioni fatte dell’assessore regionale alla sanità, il chirurgo e noto esponente di Alleanza Nazionale Antonello Liori: "Non accetterò imposizioni dai partiti, pur rispettando il loro diritto di segnalare una rosa di nomi». E poi l’assessore Liori prosegue chiedendo addirittura "un passo indietro rispetto alle logiche egoistiche dei partiti e di qualche consigliere", e conferma la sua assenza al vertice di venerdì: "Non ho partecipato ad alcuna riunione dedicata a eventuali spartizioni". Insomma, la sanità sarda pare sia in piena riforma (o controriforma?) e il presidente della Giunta dichiara proprio su questo vertice di maggioranza tenuto nel suo ufficio queste parole: "Ai partiti è stato chiesto un contributo sulle professionalità. Non deve spaventare il possesso di una tessera, semmai bisogna rifuggire dallo scarso valore professionale. Le forze politiche, sono certo, sapranno cogliere questa impostazione". Che dire quindi? Si è trattato di una chiacchierata tra amici, quei soliti noti da alcuni lustri, un innocente the con pasticcini
alla vigilia del week end? Non si vuole forse decidere di imperio, con usi e costumi sardi sulla sanità? Addirittura senza neanche la presenza dell’assessore competente? Ma allora facciamoci qualche domanda su questo modus operandi apparentemente lecito, eticamente corretto e non da ultimo a lor dire pure efficace. Perchè in una società democratica quale dice di essere l’Italia i partiti dovrebbero avere delle aree di intervento, o di influenza, o di interesse sulla gestione della sanità pubblica? Perchè il Pdl dovrebbe occuparsi dell’Asl Brotzu? O il Psd’Az dell’Asl Nuoro e via dicendo? Qual è il senso? Qual è la logica politica?  (E intendo la vera e onesta logica della politica.) Non pare ce ne sia. Quando molti sardi disprezzano la classe dirigente sarda, quella di oggi e quella di ieri, (ma continuano a votarla) e parlano di negoziazioni, sotterfugi, spartizioni illecite fatte alle loro spalle, io mi chiedo a fronte di tutto ciò, quali sono queste ipotetiche spartizioni massoniche o carbonare che dir si voglia? Tutto viene fatto alla luce del sole! Nelle pubbliche stanze istituzionali della politica, vedi ufficio del presidente della Giunta. Siamo noi che non vogliamo vedere. Rassegnati, e invano, arrabbiati. Tutto viene poi riportato dai quotidiani locali, con le scontate analisi di parte. Tutto di fronte ai nostri occhi. [A quanto pare c’è pure una Lettera ai sardi scritta da Cappellacci in merito al vertice che non ho ancora avuto modo di leggere.. non mi è arrivata, non sarò sarda? Boh] A parte qualche piccola protesta dell’opposizione dov’è l’indignazione dei sardi? La loro voglia di cambiamento sbandierata ai 4 venti a destra e sinistra? La sanità tocca tutti, purtroppo volenti o nolenti, è la nostra natura di umani a imporcelo. Ma quanto ci importa tutelarla questa nostra sanità?  A prescindere dal fastidio che può procurare a molti di noi europei la protesta americana che scende in piazza perchè vuole la tutela dei privilegi di alcune fasce sociali a scapito di quelle che proprio negli ultimi anni sono divenute ancora più deboli, noi cosa facciamo per cambiare? Noi abbiamo una mutua, certo, ma per quanto tempo ancora? E quali sono i tempi che attendiamo di media per essere assistititi?  E quante volte andiamo dai medici mutuabili per poi farci visitare dagli stessi nei loro studi privati, sborsando cifre indicibili, ma perchè così recuperiamo del tempo, dato che le malattie, come è noto, non ne hanno mai troppo a disposizione? E quanti sono i disabili, gli anziani, gli extracomunitari che non hanno assistenza per misconoscenza dei loro diritti sanitari? E quanto funziona l’assistenza socio-assistenziale a vecchi, bambini, depressi e svantaggiati di ogni sorta in ogni singolo paese della Sardegna? Servizio quello socio-asssistenziale che dovrebbe essere l’azione principe nelle politiche di ogni amministrazione pubblica, e che invece smarrito tra norme e leggi, eroga molto spesso un pessimo servizio esclusivamente a causa della totale mancanza di una politica sanitaria sarda? Andiamo un po’ in Emilia Romagna, visitiamo ospedali, centri famiglia etc. senza per forza andare nelle solite Francia o Inghilterra. Scopriremo che diverse regioni italiane fanno politiche sanitarie serie e con le nostre stesse leggi. Prendendosi davvero cura della salute dei propri cittadini, offrendo servizi eccellenti e gratuiti di assistenza socio-sanitaria. Andiamo per riscoprire che questa classe politica sarda non vuole il bene e la salute dei suoi cittadini, ma solo sedersi nuovamente negli scranni di potere becero e corrotto, ai quali ci hanno abituato e forse anastetizzato. Che fare quindi? Scendere in piazza per noi è abbastanza facile, lo facciamo molto spesso e obiettivamente sortisce pochi effetti. Un po’ di sensibilizzazione tra i cittadini ma poi tutto procede come sempre. La sanità è una questione importante, fondamentale. E quel presidente nero lo sta dimostrando. Rispetto ad altri ambiti politici in teoria in ambito sanitario abbiamo pure la "fortuna" di avere maggiore sovranità a livello amministrativo. Questa "fortuna" in una politica di serio cammino verso l’indipendenza potrebbe per davvero essere un’opportunità concreta per una classe dirigente seria, cioè che fa gli interessi dei cittadini sardi. Ma nel magico mondo sardo-italiota rappresenta drammaticamente la torta prelibata che le varie forze autonomiste si spartiscono a fette. Incuranti di tutto. Iniziamo col pensare e studiare una politica di seria riforma sulla sanità. Credo proprio sia doveroso.  

Ornella Demuru

PREMIO INTERNAZIONALE DI POESIA A LAURA FICCO

RICONOSCIMENTO A CHICAGO

Nel riferire dei premiati dell’ottava edizione del concorso letterario "Su Contixeddu", promosso dal Circolo Culturale Sardo di Brescia, avevamo sottolineato i trionfi poetici di Laura Ficco, residente ad Assemini, che "si sta affermando a livello nazionale". Con soddisfazione possiamo asserire di essere stati smentiti, piacevolmente, dalla notizia che una sua singolare e suggestiva lirica ha varcato anche l’Oceano e conseguito un secondo posto assoluto negli U.S.A. Il premio internazionale è relativo alla composizione titolata "THE PANTOM OF THE DARK", assegnato dalla prestigiosa giuria, presieduta da Andrew West, del "Dream Quest One Poetry  Contest – Summer 2009" di Chicago (Illinois – USA). Nel giudizio espresso dalla giuria, vengono riconosciute le "esemplari qualità di grande poesia" ed il "talento della poetessa che repentina percepisce l’umana condizione". Della lirica si sottolineano le aderenze al "tema principale del concorso" nello sviluppare, con "stile individuale creativo", la naturale "abilità di sognare" e donare "travolgenti immagini di valenza universale". Alla poetessa Laura Ficco è stato assegnato un significativo trofeo, un premio in dollari e la pubblicazione dell’opera nel sito del concorso.

Cristoforo Puddu

IL PREMIO DI POESIA E NARRATIVA "VIGONZA" IN PROVINCIA DI PADOVA

SEGNALATI DUE SARDI

Ci sono anche due poeti sardi tra i vincitori del premio di poesia e narrativa "Vigonza" 2009. Raffaele Piras di Quartucciu (CA) con "Tempo" ha avuto la segnalazione nella Sezione Poesia in italiano tra gli autori del resto d’Italia. Il tema del tempo è trattato con perizia, proprietà lessicale ed eleganza stilistica. Ma non è la prima volta che Raffaele Piras viene premiato. Nel 2008 ha avuto il Primo premio con due poesie "Manixedda de cicara" e "Gana de sonnu". Giuseppe Tirotto di Castelsardo (SS) con la poesia "I la rena, la sera…" è stato segnalato per la poesia in dialetto tra gli autori del resto d’Italia. La sua è una lirica solenne, meditativa e malinconica. Il Premio Vigonza è stato assegnato al concorrente padovano Giovanni Caravello, vincitore del primo premio del Triveneto con la poesia "L’Assunta", al quale è andata la Medaglia del Presidente della Repubblica, che gli è stata consegnata dal Prefetto di Padova Michele Lepri Gallerano. "Perpensa" (cose ben meditate), è il titolo dell’antologia che raccoglie le poesie in italiano e dialetto e i racconti brevi. I lavori pervenuti sono stati 1707 e, cosa strana, la maggior parte scritti da uomini. Chi scrive queste note, come rappresentante della Comunità sarda a Padova, e componente della giuria nel 2008, ha consegnato il premio per Tirotto a Gian Vittorio Masala che ha letto la poesia in dialetto. Il premio è sempre molto seguito e i testi, che arrivano anche dall’estero, dimostrano la sua notorietà e importanza.

Gabriella Villani

 

IL MIRACOLO GRAZIE AI VIAGGI LOW COST

CAGLIARI SI SCOPRE CITTA’ TURISTICA

Lo speravano in molti, il miracolo si è avverato grazie ai voli low cost. Senza dimenticare le navi da crociera che, a ogni scalo (sono una quarantina solo quelli della compagnia Royal Caribbean), riversano nel cuore della capitale della Sardegna migliaia di turisti. Cagliari si scopre città turistica senza trucco: acqua e sapone. Con molti limiti e qualche pregio. Con il suo volto storico e i suoi impareggiabili scorci da un lato, ma anche con un lungomare senza tutti quei servizi che un turista attende da una città di mare. Eppure le compagnie a basso costo quest’anno hanno puntato forte su Cagliari. Per Ryanair e Easy jet l’aeroporto di Elmas ormai e’ un hub di tutto rispetto nel Mediterraneo e i risultati stanno a testimoniarlo: 63.458 transiti di viaggiatori stranieri nel solo mese di agosto, +64% rispetto al 2008. La crescita di viaggiatori stranieri sfiora il 50% se si considera il trend dall’inizio dell’anno, considerando le nuove destinazioni introdotte dai vettori. Barcellona, Londra, Parigi, Monaco e Colonia gli scali internazionali da cui arriva e riparte il maggior numero di passeggeri secondo la Sogaer, la società di gestione dello scalo. Roma, Milano, Pisa, Bologna e Verona sono invece i primi cinque partner nazionali. E’ andata benissimo la settimana di Ferragosto: dal 12 al 18 del mese sono arrivati e partiti 811 aerei, 101 in più rispetto al 2008 (+14,23%). Il totale dei passeggeri in transito – 91.262 – fa segnare un lusinghiero +20,66%. Davanti a queste cifre, mai viste in città e rese ancor più lusinghiere dalla crisi che l’industria delle vacanze sta attraversando non solo nell’Isola, i tour operator chiedono alle istituzioni di seguire il modello Valencia. La città spagnola, invasa dai turisti grazie ai voli a basso costo, ha riqualificato il lungomare elevando i chioschi al rango di ristoranti e allestito un grande parco, l’Oceanarium, con mostre permanenti e altre iniziative. Cagliari potrebbe accendere i riflettori sul parco della musica, ma nel lungomare (anche se sul versante quartese) i chioschi dei ricci sono stati chiusi e – al posto di tavolini e clienti – aumentano sporcizia ed erbacce. Il Comune promette: ”Investiremo sulla promozione”. Per ora ha allestito info point per conoscere il giudizio dei turisti che in questi giorni affollano la città e, presto, realizzerà un giornale, da distribuire nelle camere degli hotel, per far scoprire la storia e gli eventi della città. E’ ancora l’anno zero, ma un primo passo è stato fatto. La speranza è che ora i turisti mantengano la promessa di tornare.

 

IN VACANZA IN SARDEGNA, SI SCELGONO I PRODOTTI TIPICI COME SOUVENIR

IL PECORINO NELLA VALIGIA DEL TURISTA

Sapori di Sardegna in valigia. Pecorino, pane carasau, salsicce e – soprattutto se si viaggia in nave – vino e olio. L’agroalimentare, tipico e di qualità, si conferma tra i souvenir più graditi. Una tendenza che accomuna tutto il Bel Paese, come emerge dal sondaggio proposto sul sito ww.coldiretti.it. Il 58% delle risposte indica, come ricordo delle vacanze, un prodotto agraolimentare del territorio visitato. «La tendenza a fare spese utili ha favorito», sottolinea la Coldiretti, «l’acquisto come ricordo nei luoghi di vacanza dei prodotti alimentari tipici da consumare a casa o da regalare a parenti e amici. Dalla mozzarella di bufala in Campania al formaggio Asiago in Veneto, dal pecorino della Sardegna al prosciutto San Daniele nelle montagne del Friuli, dal vino Barolo del Piemonte alla Fontina in Valle d’Aosta, dal limoncello campano al Caciocavallo del Molise». Una tendenza in rapido sviluppo favorita, dice la Coldiretti, «dal moltiplicarsi delle occasioni di valorizzazione dei prodotti locali, con percorsi, città del gusto, feste e sagre». Un turismo, quello enogastronomico, che vale 5 miliardi e si conferma motore della vacanza Made in Italy. Un Paese, unico al mondo, che offre 182 denominazioni tutelate dall’Unione Europea (6 sono sarde) e 4.471 specialità tradizionali censite dalle regioni (170 nell’Isola), mentre sono 477 i vini a denominazione di origine controllata (Doc), controllata e garantita (Docg) e a indicazione geografica tipica, 35 figli del vigneto sardo. Il prodotto tipico locale, ricorda ancora Coldiretti, piace anche agli stranieri. Si evidenzia che a mantenere vivo il ricordo dell’Italia per quasi uno straniero su due sono proprio il cibo e il vino Made in Italy. I più attratti sono, nell’ordine, gli svedesi (70%) e gli americani (58%). Il gradimento è più basso per cinesi (31%) e russi (28%), che preferiscono i prodotti della moda. I formaggi sardi sono certamente i prodotti più amati dai turisti a caccia di un gustoso souvenir. Molto apprezzati anche mirto, bottarga, pane carasau, salumi. Le scelte sono spesso condizionate dal sistema con cui si viaggia, aereo piuttosto che traghetto.

 

MAPPA DEI SITI E’ ANCORA TOP SECRET, MA I CRITERI FISSATI INDICANO LA SARDEGNA

PRONTO IL DECRETO SUL NUCLEARE

Il testo del decreto che cancellerà il referendum del 1987 contro il nucleare è quasi pronto. Nel testo è disegnata l’intera catena nucleare: l’identificazione delle aree e dei siti per le centrali, l’ubicazione dei depositi delle scorie e le procedure per lo smantellamento (affidato alla Sogin) delle strutture, quando i reattori andranno in esaurimento. Sono poi indicati i modi e i tempi di realizzazione. E quindi i processi pubblici per arrivare alla manifestazione di consenso delle popolazioni che dovranno ospitare le centrali. Ma il decreto prevede anche un percorso per superare eventuali dissensi od opposizioni. Sembra infatti che se alcune Regioni dovessero contestare la geografia nucleare approvata dall’Agenzia per la sicurezza nucleare e la Conferenza unificata Stato-Regioni-Comuni, si tenterà una conciliazione con un Comitato interistituzionale. Nel caso il conflitto non dovesse essere risolto, il governo andrà avanti per decreto. Come dire: se c’è il consenso va bene, se non c’è si va avanti lo stesso. Le aree sulle quali dovranno sorgere le 8-10 centrali sono state già identificate, ma la mappa dell’atomo è per il momento ancora top-secret. Secondo la bozza del decreto, all’interno di queste aree, la scelta dei siti sarà poi affidata agli operatori (cioé le aziende o i consorzi di imprese), ai quali sarà affidata la costruzione e la gestione delle centrali. E qui cominciano i problemi. Perché il decreto indica i criteri generali in base ai quali sono state scelte le aree (scarsa sismicità, scarsa densità abitativa, vicinanza al mare o a grandi corsi d’acqua e zone appartenenti al demanio militare) e non è quindi difficile ipotizzare dove potranno sorgere le centrali. E la Sardegna è sicuramente una delle regioni che può vantare tutti questi requisiti.  C’è stato recentemente anche chi, come il direttore dell’Istituto nazionale di geologia e vulcanologia, Enzo Boschi, ha sostenuto in Senato che "la Sardegna è l’area italiana migliore per la costruzione di centrali nucleari, perché è la più stabile dal punto di vista sismico". E ancora: "La Sardegna è una zona con una storia geologica diversa dal resto d’Italia. Si potrebbero fare tutte e quattro le centrali nucleari che il governo intende costruire, anche se poi bisognerebbe risolvere il problema del trasferimento dell’energia". Ma la Sardegna ricorre anche nella mappa dei possibili siti disegnata negli anni ’70 dal Cnen (poi diventato Enea) che il comitato di esperti nominato dal governo ha esaminato in questi mesi. E in quella mappa vengono indicati tre siti nell’isola: vicino a Santa Margherita di Pula, fra Santa Lucia e Capo Comino e alla foce del Rio Mannu, a Barisardo. Non basta, secondo alcune indiscrezioni, gli esperti avrebbero valutato anche la zona di Cirras, tra Arborea e Oristano. C’è infine uno dei criteri fissati nel decreto che molti stanno forse sottovalutando. E cioé la presenza di aree del demanio militare, per questioni ovviamente legate alla sicurezza. Per quanto riguarda questo criterio di valutazione, la Sardegna è sicuramente al primo posto in Italia. Il presidente della Regione Cappellacci ha ripetutamente ribadito la sua contrarietà al nucleare nell’isola. Ma ad essere sinceri, durante la campagna elettorale per le Regionali, il ministro Scajola su questa questione è stato un po’ sfuggente.

Piero Mannironi

 

I POSSIBILI SITI PER LE FAMIGERATE CENTRALI

NUCLEARE, MONTA LA PROTESTA

Centrale nucleare dove ti metto? Il Ddl 1195 parla chiaro: entro sei mesi il governo dovrà fissare i paletti per l’avvio del piano nucleare tanto caro alla maggioranza di governo quanto impopolare fra gli italiani, tutt’altro che dissuasi che la strada sbarrata dal referendum del 1987 sia la soluzione per i gravi problemi energetici dell’Italia. Entro l’anno dunque dovranno essere emanati uno o più decreti legislativi di riassetto normativo "recanti la disciplina della localizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare", cioè norme che stabiliscano i criteri di scelta dei siti sui quali nasceranno le nuove centrali e che verranno successivamente individuati e proposti dalle imprese energetiche che investono nel settore. Ma quella dell’atomo è una strada tutta in salita. A cominciare dall’indisponibilità degli enti territoriali ad ospitare i nuovi impianti di produzione di energia nucleare, passando per le difficoltà tecniche legate al territorio e per finire con i timori per la sicurezza che serpeggiano tra la popolazione.

L’individuazione dei siti

In attesa che i siti vengano individuati – nel frattempo tutti zitti e guai a far trapelare informazioni -, si rincorrono le ipotesi su quali possano essere i territori interessati. Alla luce degli studi già fatti e di quelli ufficiosi in corso emerge che i luoghi ideali sono quelli che rispondono a criteri base come il basso rischio sismico, la disponibilità d’acqua dolce e l’assenza di rischio idrogeologico. Uno studio del Cnen (Comitato nazionale per l’energia nucleare, poi trasformato in Enea) del 1970, risultato dell’analisi di varie carte tematiche, e l’elaborazione GIS per la localizzazione del deposito nazionale per le scorie nucleari (realizzata dalla "task force" creata ad hoc del 1999-2000) danno buoni indizi per giungere all’individuazione dei siti "papabili".

Dal Piemonte alla Sardegna: ecco i siti "papabili"

Dai due studi messi a confronto con le carte sismiche da una ricerca dell’organizzazione ambientalista Greenpeace emerge che le localizzazioni sono sempre le stesse: diverse zone della Sardegna (la piana di Oristano, la zona di Pula a sud di Cagliari, il delta del Flumendosa nella costa sudorientale e il circondario di Capo Comino nei pressi di Siniscola), il Piemonte, il basso Salento, la Basilicata (in particolare Scanzano Ionico dove già si voleva realizzare il deposito unico nazionale per le scorie nucleari) e, dice Greenpeace, diverse aree costiere tra cui l’alto Lazio (dove vennero realizzati due reattori a Montalto di Castro). Ancora la Toscana e il delta del Po. Alcune aree sono state identificate anche nella Sicilia meridionale che, come è noto, presenta una delle maggiori sismicità del Paese.

Greenpeace: tutta l’Italia inadatta

Ma molte di queste zone – vedi i siti sardi – sono quasi annualmente interessati da fenomeni alluvionali per le piogge torrenziali. Queste aree dovranno quindi essere riconsiderate anche sulla base dei cambiamenti climatici e della disponibilità di acqua (la portata del Po per esempio è notevolmente diminuita negli ultimi decenni), senza contare – sottolinea Greenpeace – che anche le aree costiere sono da considerarsi zone a rischio per effetto dell’innalzamento dei mari. Una criticità questa, dice lo studio, che riguarda tutto lo Stivale: ecco perché l’Italia non è minimamente adatta ad ospitare centrali nucleari.

Centrali imposte

Ostacoli oggettivi davanti al governo, dunque, ai quali si aggiungono quelli di natura sociale e politica. Le regioni ad una ad una si sfilano e, tranne alcune porte socchiuse, solo portoni sprangati davanti alla svolta energetica del governo. Ad oggi, infatti, nessuna delle regioni interessate ha dato piena disponibilità, anche se la volontà degli enti territoriali è stata ridotta a pura consultazione da una decisione assunta dal legislatore che, lo scorso luglio, ha stabilito che il parere regionale non sarà vincolante laddove verrà contrapposto "l’interesse nazionale". Centrali nucleari fatte d’imperio dunque a prescindere dalla volontà popolare.

Il "no" siciliano

Messaggio chiaro, ma non per la Sicilia – ultima delle regioni vicine al governo a sbarrare la strada al nucleare – che assicura di essere pronta ad esercitare la sua "potestà legislativa esclusiva" in materia energetica. "Con tutto il rispetto per i tecnici del ministero delle Attività produttive – ha detto il governatore Lombardo -, abbiamo più volte ribadito le condizioni per la collocazione di centrali nucleari in Sicilia: assoluta sicurezza, notevole convenienza e pronuncia positiva delle popolazioni interessate". Fuori questione, quindi, come qualcuno ha paventato, l’ipotesi di conversione dello stabilimento Fiat di Termini Imerese in centrale nucleare.

Sardegna, Puglia e Piemonte si sfilano

E se la più grande delle isole italiane sceglie la via del referendum popolare, la Sardegna non sembra essere da meno. Almeno stando alle dichiarazioni del governatore "amico" Ugo Cappellacci che, all’indomani dell’elezione a capo di una coalizione di centrodestra, sulla sua pagina di Facebook aveva scritto: "Dovranno passare sul mio corpo". "No" netto dunque, rafforzato anche da un patto con il Partito sardo d’Azione che l’aveva preteso come condizione per l’alleanza elettorale. "Il presidente Berlusconi manterrà la promessa fatta", ha assicurato il governatore sardo nei giorni scorsi. Dall’altra regione indicata tra le "papabili", la Puglia, interviene Niki Vendola a sgombrare il campo dai dubbi sulla percorribilità di scelte energetiche diverse dalle rinnovabili: "Dovranno venire con i carri armati per imporre le centrali atomiche nella nostra regione". E così Mercedes Bresso, presidente del Piemonte, che ricorda come la sua regione si trovi a monte del Po: un eventuale incidente – sostiene la governatrice – comprometterebbe l’economia di tutta la Pianura padana. "Il Piemonte punta sulle energie rinnovabili", ha aggiunto.

Formigoni e Galan aprono le porte

Un "no" categorico è arrivato anche da Vasco Errani: l’Emilia Romagna è già impegnata "ancora dopo molti anni" nella dismissione della centrale di Caorso, chiusa dopo il referendum dell”87. Come dire: abbiamo già dato. E così anche le regioni Lazio, Calabria e Toscana. Unici ad attendere gli eventi nucleari a braccia aperte, invece, sono Formigoni e Galan. Per il governatore della Lombardia (che cambia idea dopo le resistenze dimostrate in un primo momento) e per quello del Veneto (che attende però una dettagliata anamnesi tecnico-scientifica), protagonisti di un "patto" per il nucleare, "non ci sono pregiudizi".

Il primo problema: convincere gli italiani

Comunque vada i tempi saranno lunghi, anzi lunghissimi, prima che una decisione definitiva in tema di energia atomica possa essere presa. Perché le regioni, stando ad una ricerca dell’Eurispes dello scorso maggio, fanno solo il verso alla maggioranza della popolazione italiana che si dichiara contraria al ritorno al nucleare o ad ospitare un eventuale sito unico di stoccaggio delle scorie. Senza contare che anche una buona parte di chi si dichiara favorevole, lo sarebbe solo a condizione che gli impianti non vengano realizzati a casa propria. Insomma, nucleare sì ma non nel mio giardino.

L’allarme di Legambiente: scelta scellerata

Legambiente intanto affila la spada. "E’ una scelta scellerata – dice Giorgio Zampetti, responsabile scientifico dell’associazione ambientalista – tornare al nucleare non ha senso e il governo non sta dando adeguate informazioni ai cittadini, anzi è in atto un’opera di disinformazione. Manca il dibattito – ha precisato – che in questa fase è essenziale". Legambiente ha lanciato una petizione e una raccolta di firme contro la riapertura delle centrali nucleari e avviato una serie di incontri informativi e convegni, coinvolgendo scuole, università e comuni nel tentativo di creare una consapevolezza ambientale che, dice Zampetti, "è assolutamente incompatibile con la produzione di energia atomica".

Antonella Loi

RIUSCIRA’ IL TRITONE A SOPRAVVIVERE AL POTENTE DRONE "NEURON"?

QUIRRA, L’AEROPORTO CHE DISTRUGGE LE GROTTE

All’Euprotto piacciono le acque fresche e pulite. E’ un piccolo anfibio, lungo appena dodici centimetri, e vive solo in Sardegna. Il suo nome «volgare», infatti, è Tritone sardo. E’ rarissimo, una specie protetta. Quando si sente in pericolo reagisce secernendo una sostanza dall’odore sgradevole simile a quello dell’aglio. Ma è uno strumento di difesa che non serve a niente contro Neuron, il nemico mortale del Tritone. Neuron è un drone, strumento di morte potentissimo, della stessa famiglia tecnologica alla quale appartengono gli aerei senza pilota. I suoi progettisti neppure sospettano dell’esistenza del minuscolo anfibio sardo. I loro obiettivi sono quelli delle guerre imperiali, dall’Afghanistan all’Iraq. Per raggiungerli condanneranno il piccolo Tritone all’estinzione. Come? Distruggendone l’habitat. Il 24 aprile dello scorso anno l’allora ministro della Difesa,  Arturo Parisi, ha deciso di costruire in Sardegna, nel poligono di Quirra, un aeroporto militare. A dir la verità, i documenti della Difesa parlano di «striscia tattica polifunzionale». Astuzia lessicale per mascherare la verità: una pista per l’atterraggio di velivoli con strutture di servizio comprese. Un vero e proprio aeroporto. La «striscia tattica polifunzionale» è molto importante per la Difesa, perché permetterà all’Italia di partecipare a una joint venture internazionale a elevata valenza scientifica e tecnologica chiamata «Progetto Neuron». In perfetta continuità con Parisi, poche settimane fa Ignazio La Russa ha confermato tutto, trovando senza difficoltà i fondi necessari. A partire dal 2011 la «striscia tattica polifunzionale» servirà a collaudare Neuron, drone di nuova generazione ancora più micidiale di quelli che seminano morte e terrore in Afghanistan e in Pakistan. Non stupisce che per realizzare il progetto sia stato scelto il poligono di Quirra, la base militare più grande d’Europa, nella Sardegna sud orientale, tra la costa di Villaputzu e le montagne di Perdas de Fogu. Non stupisce perché è da decenni in quest’angolo semi spopolato della Sardegna ministero della Difesa e industrie belliche fanno tutto ciò che vogliono, qualunque sia il colore politico del governo in carica. Con la conseguenza che qui i picchi d’incidenza di neoplasie sia tra i militari e sia tra la popolazione sono altissimi, ben al di sopra delle medie nazionali. I bambini nascono con spaventose malformazioni e i soldati si ammalano di tumori al sistema emolinfatico, gli stessi provocati tra le truppe impiegate nella guerra dei Balcani dall’uso di proiettili all’uranio impoverito. Se il progetto firmato da Parisi e controfirmato da La Russa andrà in porto, sarà pure peggio. E non solo per la gente che a Quirra continua a morire di cancro senza che importi un accidente a nessuno, ma anche per il piccolo Tritone. L’area sulla quale sarà costruita la pista, infatti, l’altopiano di Monte Cardiga, racchiude nel sottosuolo il complesso carsico delle grotte di Is Angurtidorgius, dove il Tritone vive. Dodici chilometri di anfratti e di cunicoli conosciuti dagli speleologici di tutto il mondo per la loro bellezza, con due ruscelli sotterranei e specie faunistiche di grande rilievo naturalistico. Tutti protetti dalle direttive dell’Ue che tutelano gli habitat naturali di particolare pregio. Direttive inutili di fronte a Neuron. Tanto più che le grotte carsiche la «striscia tattica polifunzionale» ce l’avranno appena un centinaio di metri sopra. E la pista servirà, oltre che per il «Progetto Neuron», anche per la messa a punto di caccia militari, per il trasporto di ordigni con i C 130, per l’addestramento con gli elicotteri da combattimento. E poi c’è l’attività ordinaria del poligono: le esercitazioni degli eserciti di mezzo mondo (Nato ma non solo) e le industrie belliche che qui provano nuove armi di ogni tipo. «L’aeroporto – dicono a Quirra i coordinatori del comitato spontaneo che da anni si batte per la chiusura della base – sarà un ulteriore, poderoso, carico inquinante per un territorio già abbondantemente devastato. I diserbanti utilizzati per controllare la vegetazione nell’ampia fascia di protezione e rispetto della pista e il kerosene rilasciato dagli aerei, trascinati dall’acqua, penetreranno inevitabilmente nel suolo carsico, inquinando in modo permanente un’importante riserva di acque sotterranee, dalla quale, tra l’altro, i paesi della costa attingono per gli usi potabili. Una fine silenziosa, al riparo da occhi indiscreti, visto che le grotte si verrebbero a trovare all’interno della fascia di interdizione che circonderà l’aeroporto e le sue sperimentazioni». Certo, se si pensa all’incidenza altissima di tumori emolinfatici o al gran numero di neonati deformi, la distruzione delle grotte di Is Angurtidorgius potrebbe apparire come un fatto marginale. Ma per la gente di Quirra non è così: «La distruzione di un monumento naturale di questa importanza equivale a annientare la speranza in un futuro diverso, basato sulla valorizzazione delle risorse naturalistiche e ambientali di cui è ricco il nostro altopiano. Significa condannarci a un destino di sperimentazioni militari e di discarica di missili e di bombe. Destino al quale non ci vogliamo rassegnare».  

Costantino Cossu

 

I MONILI "MILUNA" DISEGNATI DA MARIA GIOVANNA RUIU

UN PO’ SARDI I GIOIELLI DI MISS ITALIA

Quell’armonia di luce e forme – oro e diamanti – che brilla sulla bellissima per eccellenza, Miss Italia, è il materializzarsi del senso estetico di una giovane donna che da 3 anni firma, per conto di Miluna, maison "Cielo Venezia 1270", i gioielli delle collezioni che le Miss indossano nella kermesse di Salsomaggiore. Maria Giovanna Ruiu ha 30 anni, è di Macomer, è una bella ragazza che in mezzo ai preziosi c’è nata: terza generazione di una famiglia di gioiellieri originari di Ploaghe, il cui capostipite, Giovanni Maria, aprì la prima bottega nel 1913. Maria Giovanna studia al Liceo Scientifico di Macomer, approda al Dams e decide di andare là dove ti porta il cuore. Laurea al Dams e disegni su disegni. Abiti e non solo. L’incontro con lo studio internazionale di Gianni Bortolotti, una delle firme più prestigiose dell’architettura mondiale, a Bologna, le spalanca gli occhi. Si riavvicina ai gioielli come piccoli capolavori d’arte ma anche di emozioni. Maria Giovanna si sposta dall’Emilia al Veneto, frequentando i corsi di design a Bassano del Grappa: oreficeria, modellis
mo in cera. Corsi fondamentali per acquisire manualità. Un tour per imparare l’arte tra Bassano, Vicenza, Venezia e la capitale dell’oro in Italia, Valenza. La giovane sarda inizia nel 2002 in una piccola azienda a Camisano vicino Vicenza. Intanto studia e gira per le fiere. Visita i padiglioni portando con se il "book" pieno di disegni. Collane, anelli, orecchini, bracciali… Incontra Adriano Chimenti che la porta con se nella fabbrica di Grisignano di Zocco, una delle più avanzate che ci siano. Così le sue prime due collezioni del Natale 2005, diventano degli evergreen della casa. Disegna per il commerciale e per il singolo. Magnati russi, petrolieri arabi. Pezzi unici dai costi elevati. Tra Grisignano e Macomer diventa l’emigrata tra i preziosi. A fine 2005 passa a Cielo Venezia 1270. Un’occasione, un riconoscimento. E da allora, nell’azienda di Sergio e Mara Cielo, a Olmo di Creazzo, le sue proposte per il concorso Miss Italia vengono regolarmente approvate dall’azienda. E finiscono in passerella, da tre anni consecutivi. Ma non ci sono solo le Miss. Cielo Venezia firma otto marchi: Miluna, Yukiko, Yukey, Miss Fashion, Nimei, Kiara, Arkano. Una grande famiglia dove ogni settore ha il suo target, la sua specializzazione. Maria Giovanna gioca su tutte le ruote. E rinizia a studiare: anche l’acciaio per le creazioni della linea più giovanile e maschile. 

Massimiliano Perlato

 

MASSIMO MORATTI, PROFESSIONE PRESIDENTE DI UNA SQUADRA DI CALCIO

I SEGRETI IN "SARAS" DI UN POTENTE PETROLIERE

Leggevo la notizia dell’uscita di FAQ Inter, il libro confessione di Massimo Moratti sulla sua squadra, tutto quello che ha deciso di dirci sullo scintillante mondo nerazzurro anche se non volevamo magari saperlo. Non ho potuto fare a meno di avere pensieri cinici perché ho letto che il Moratti stesso ha motivato così questa fatica editoriale: "Per me scrivere ‘FAQ Inter’ è stato un fermarsi, mettere il punto e cercare di capire dopo un certo periodo perchè ho fatto determinate cose e come le ho fatte. Molte volte non hai il tempo di pensarci su, mentre l’obbligo di scrivere sul tuo lavoro ti mette in condizione di darti delle risposte che sul momento non avevi considerato". Parole forti e profonde, che rivelano quale mole di introspezione ad un uomo occorra fare sulla sua coscienza per parlare intensamente di calcio definendolo il proprio "lavoro". Parole tanto forti che uno quasi quasi si potrebbe dimenticare che il lavoro di Massimo Moratti in realtà non è il calcio, ma il petrolio. Solo che mentre del "lavoro" calcistico il presidente Moratti ha così tanta voglia di parlare da scriverci sopra un libro, dell’altro mestiere, quello vero, quello del petrolio, non solo non vuole parlare affatto, ma non vuole nemmeno che ne parlino gli altri. Pare infatti che il 7 agosto scorso i fratelli Moratti si siano rivolti al Tribunale Civile di Cagliari per chiedere in tutta Italia la censura del film "Oil", il lungo documentario di Massimiliano Mazzotta sulla Saras, gigantesco impianto di raffinazione che i Moratti possiedono in Sardegna a due passi da Cagliari, e che essi stessi definiscono "la più grande raffineria del Mediterraneo per capacità produttiva". Il documentario non è esattamente una bomba, perché non contiene niente che non sia già noto a chiunque viva in zona; si limita giusto a mettere in fila una serie di interviste a lavoratori, loro familiari, dirigenti Saras ed esperti chimici e medici che raccontano, attraverso dati scientifici e vicende personali, il rapporto tra la presenza della Saras a Sarroch e l’aumento di tumori e malattie respiratorie nei dintorni dell’impianto, nonchè il rischio sicurezza che corrono i lavoratori a contatto con le fonti inquinanti. Eppure è bastata questa semplice sequenza di interviste e dati per fare in modo che sin da maggio i Moratti sentissero il bisogno di minacciare azioni legali contro la diffusione del documentario. Sventuratissima casualità ha voluto che proprio in quei primi giorni di rivalsa giudiziaria si verificasse la tragica morte per asfissia da gas tossici di Pierluigi Solinas, Bruno Muntoni e Daniele Melis, tre operai di una ditta esterna che facevano manutenzione alla Saras in condizioni di sicurezza ancora da verificare; prevedibile che sull’onda della tragedia Oil sia diventato il film da vedere assolutamente, proiettato nei festival e nelle sale parrocchiali, nei raduni politici e nelle rassegne estive dei cortili dei comuni di tutta la Sardegna. Insistere giudizialmente in quel momento di emozione mediatica ai Moratti probabilmente sarà sembrato brutto, e come dargli torto. Ma ora che l’estate è passata e i morti Saras sono stati coperti da tutte le altre morti sul lavoro intercorse nel frattempo, torna la carica degli avvocati, che chiedono non solo i danni materiali al regista, ma scrivono anche agli organizzatori del Festival Internazionale del Reportage Ambientale di Genova, dove il film è stato invitato a partecipare, per chiedere che non venga proiettato, non si sa mai che i danni poi li chiedano pure a loro. Al giovane regista di Oil auguro un avvocato che possa competere con la squadra dei legali di una famiglia di petrolieri. A Massimo Moratti auguro di ricordarsi che lavoro fa veramente, cioè quello che gli permette di spendere i miliardi per comprare i giocatori all’Inter. Hai visto mai che gli venga l’idea di scrivere anche un libro intitolato "FAQ SARAS", e tornino magari ad avere un senso cose come "mettere il punto e cercare di capire dopo un certo periodo perchè ho fatto determinate cose e come le ho fatte."

Michela Murgia

 

L’ADDIO AL RE DELLA TELEVISIONE ITALIANA

LA MORTE DI MIKE BONGIORNO

Ormai resta poco della televisione di un tempo che fu, della televisione pionieristica che aveva un valore vero, intrinseco. Oggi c’è il colore, l’alta definizione, la pay per view. Ma ci sono anche Belen Rodriguez, Alba Parietti e Costantino Vitagliano. Oggi c’è il Tutto (quantomeno tecnicamente) a contenere un sostanziale Nulla, un vuoto spinto da far paura. Ai tempi di quei quattro signori qui sopra, la televisione sapeva invece essere un Qualcosa che divertiva, informava e – più di tutto – unificava. Se la televisione è lo specchio della società (e non viceversa), la società  di oggi è uno schifo, anche col pacchetto Full Hd. Dopo Michael Jackson, è morto un altro personaggio di cui non ti capaciti. Pazzesco: se muoiono, allora vuol dire che erano veri, esistevano, invecchiavano. Ma Jacko era in America, l’America lontanissima di Neverland. Mike Bongiorno no, era qui a due passi, tra Segrate e Santa Giulia, tra via Giovanni da Procida e corso Sempione. A me stava simpatico. Anche se era juventino e non si rassegnava ai suoi 85 anni, non mollando la sua poltrona di icona televisiva fino a progettare un nuovo quiz che avrebbe iniziato tra un mese a Sky. Un sberleffo a chi gli aveva dato il benservito senza nemmeno fargli un po’ di salamelecchi. Quando da Fazio l’avevo visto raccontare di Berlusconi che si negava anche per gli auguri di Natale. C’era rimasto male, Michelino, e dire che era uno che ne aveva viste di cotte e di crude, comprese (da un’ottica frontale) le canne dei mitra dei nazisti che l’avevano messo al muro e lo stavano per fucilare, anche se all’ultimo secondo si sono accorti che aveva il passaporto americano e si sono accontentati di mandarlo a Mauthausen, da cui è tornato vivo e vegeto. Questa storia ha cominciato a raccontarla molto tardi, quando ormai era già vecchio, e mi spiace: perchè si sarebbe guadagnato un po’ più di rispetto prima, quando tutti – al di là di una indiscussa professionalità – lo dipingevano come una macchietta. Da vecchio è diventato migliore, più simpatico, più disteso, più sbracato. Mi piaceva ascoltare le sue interviste, con quel tono da nonno arricchito e un po’ trombone, ma sicuramente buono. Gli spot con Fiorello, in cui recitava la parte del suonato (ma fino a un certo punto), mi hanno strappato più di un sorriso, molto più di 60 puntate di Zelig o seimila di Colorado Cafè. Non mi vergogno di dire che questo vecchietto un po’ mi mancherà. Era uno degli ultimi pezzi viventi di un mondo ormai impilato nelle teche Rai, archiviato in bianco e nero, simbolo di un’Italia purtroppo fuori moda nei toni e nei contenuti. Oggi ci cucchiamo Papi e Mammuccari, ragazzi, e da qualche parte dev’esserci scritto perchè ce li meritiamo.

Massimiliano Perlato

MATTEO MUREDDU DI SOLARUSSA, TRA I SEI MILITARI UCCISI

ATTENTATO IN AFGHANISTAN

Uno dei sei parà morti nell’attentato di Kabul è sardo.  Matteo Mureddu era in forza alla Folgore. Il comandante del comando militare autonomo della Sardegna, Sandro Santroni, ha portato personalmente la notizia ai familiari del giovane a Solarussa, nell’oristanese. Il giovane, figlio di un allevatore di pecore, Augusto Mureddu, e di una casalinga, Greca, ha un fratello di dieci anni più grande, Stefano, anche lui un parà della Folgore nel reparto di stanza a Pisa, e una sorella, Cinzia, sposata con un operaio edile e un figlio neonato. Il padre e la madre del giovane paracadutista sardo erano in apprensione fin da quando radio e televisioni avevano dato la prima notizia. La famiglia si è chiusa nel dolore e mentre cominciano ad arrivare le prime troupe televisive ed i giornalisti, intorno alla famiglia Mureddu si è steso un cordone di affetto e protezione dell’intera comunità di Solarussa. Nel piccolo paese nessuno riesce a crederci: "siamo tutti scossi", dice il sindaco Antonangela Secchi, spiegando che Solarussa conta appena 2500 abitanti. "Ci conosciamo tutti, tutti conosciamo la famiglia Mureddu e Matteo era conosciutissimo, tornava spesso in paese". "E’ un gravissimo lutto che ha colpito la nostra comunità, è difficile da accettare che un ragazzo di 26 anni muoia in una missione di pace". Il caporalmaggiore Matteo Mureddu era stato l’ultima volta a Solarussa nel maggio scorso, per salutare i genitori e gli altri familiari, prima di partire in missione per l’Afghanistan. Il presidente della Regione, Ugo Cappellacci, si è unito al lutto della famiglia Mureddu. Cordoglio per la morte del giovane militare sardo è stato espresso anche dalla presidente del Consiglio regionale, Claudia Lombardo. "Sono sgomenta per la violenza e la furia cieca con cui si è deciso di colpire i nostri militari che hanno scelto come missione di rappresentare il proprio Paese, la libertà degli altri popoli e la pace.

Una risposta a “Tottus in Pari, 260: radici sarde”

  1. Caro Max, Sono veramente commosso. Ti ringrazio di cuore, perche stai facendo un lavoro unico di diffusione di quanto facciamo tutti i Circoli Sardi all’Estero. Un carissimo saluto,

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