Al circolo sardo di Milano, convegno sull'ultimo libro di Maria Soresina

di Sergio Portas

 

Questi circoli sardi del continente, abbarbicati come sono a un’idea di Sardegna tanto frammentata quanti sono i soci componenti, eppure sanno fare cose di pregio, spesso. A Milano invitano tale Maria Soresina a presentare il suo ultimo libro: "Libertà va cercando, il catarismo nella Commedia di Dante". Che uno direbbe:"Mamma che pizza!", e invece è stata occasione di parlare di noi, sardi, e delle cose che ci stanno succedendo, come italiani tutti. Sarà che Dante con quella biografia che si ritrova non può che suscitare odi o amori assoluti, che poi sia padre dell’italianità e che lo si debba accettare per quel mostro (di cultura) che è sembra pacifico. Ma al prezzo di saperlo mettere in discussione, come sa fare la Soresina nel suo scritto (ci ha messo sette anni dal suo penultimo libro), diversamente si rischia di schierarsi per guelfi e ghibellini come sogliono fare i fan di Inter e Milan, che si accapigliano solo per i colori delle maglie. Parla dei bei tempi che furono l’Alighieri, nel suo capolavoro, si chiede che ne è stato della classe dirigente che reggeva le cose dello stato, in Firenze, solo una generazione prima della sua. E, per lui fortunato, ritrova i protagonisti della vita politica del tempo nelle tre cantiche di quella commedia che il Boccaccio tra i primi osò chiamare divina, tanto era sterminato il grado d’erudizione che essa veniva eruttando, come bocca di vulcano che non trova ostacolo possibile alla sua lava incandescente. Aveva le idee chiare Dante su quali fossero i mali che gravavano allora sulla nostra penisola, in primis quella assurda pretesa della Chiesa di voler pesantemente interferire nel potere politico secolare. La Chiesa di Roma.  Che non tollerava antagonismi di sorta. E questi catari di cui parla il libro in questione? Cristiani pure loro, anzi a loro avviso "la vera chiesa di Cristo", rifacendosi a quei passi dei vangeli in cui "Nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra di loro comune" (Luca, in Hans Kung, "Cristianesimo",pag.77). E sempre nel poderoso libro del teologo svizzero che ha avuto la sorte di insegnare all’università di Tubinga col collega che di cognome faceva Ratzinger, si può leggere di come, nelle prime comunità cristiane, non vi fossero gerarchie di sorta, che quella che si svolgeva a ricordare la cena ultima del Signore era semplicemente una riunione, in greco ecclesia, chiesa. Quindi quella che nel tempo si era sviluppata come Chiesa di Roma, pareva ai catari una vera e propria mostruosità. Una burocrazia che si autoproclamava padrona del dogma cristiano, che aveva arbitrariamente stabilito una divisione netta fra laici e maestri del culto, che tollerava nei preti di allora una ignoranza delle verità rivelate assolutamente spaventosa, che vedeva nel pratico comportamento dei principi della chiesa romana, papi e cardinali in testa, una contraddizione palese a quei principi di sobrietà e esaltazione dell’umiltà che il Cristo aveva predicato. Il fatto era che codesta visione delle cose del mondo andava pericolosamente facendo proseliti. E all’inizio del 1200 la cosiddetta "eresia catara" andava sviluppandosi ed estendendosi a macchia d’olio nelle regioni del sud della Francia e nell’Italia settentrionale, fino ad arrivare oltre Firenze. Del resto i catari vivevano del loro lavoro, nel loro intravvedere l’anima di Dio nelle cose del creato erano vegetariani, nel loro intravvedere l’anima immortale intrappolata in ciascun corpo che, alla fine di una vita di sobrietà e carità, sarebbe ritornata al Padre , li portava ad escludere esistenza di Inferni Limbi e  Purgatori vari. Unico sacramento a cui erano molto attaccati era il "consolamentum", una imposizione delle mani da parte di "boni viri", buoni uomini, che avrebbero consentito una discesa di quello spirito che aveva capacità di salvamento. E queste pratiche di vita trovavano sempre più adesione, non solo negli strati più umili  della popolazione ma anche tra i signori del tempo, conti e baroni. E la Chiesa di Roma ai mali estremi usò estremi rimedi, visto che nelle dispute teologiche i suoi campioni uscivano spesso malconci dalle dispute con quei "buoni uomini" che pretendevano di poter dare loro lettura alle fonti comuni a cui tutti si ispiravano, i Vangeli in primis, indisse una crociata. Non per liberare, questa volta, il sacro sepolcro e riconquistare Gerusalemme alla cristianità, ma più semplicemente per liberare questa terra tutta dalla "sozza eresia" che, mercé il Demonio,tutta si stava diffondendo in modo incontrollato. Si trattava quindi di uccidere tutti quelli che non avessero abiurato, che fossero bimbi o ragazzi non faceva differenza, di donne e vecchi non era il caso di tenere più in conto. Bisognava sterminarli tutti. I "difensori delle croce" avrebbero avute particolari indulgenze, pagati gli interessi di eventuali debiti, facoltà di espropriare ogni avere degli "eretici"uccisi. Una soldataglia di avventurieri si radunò a sud del Rodano, nel luglio del 1209, la guidava un barone francese di basso rango, Simone di Montfort, capo spirituale era l’abate circestense di Citeaux Arnald Amaury, citiamo il suo nome perché a lui viene attribuita una delle frasi più ignobili della plurimillenaria storia della Chiesa. Quando, giunti alla cittadina di Beziers, si diedero al sistematico massacro di tutta la popolazione( alla fine ne passarono a fil di spada più di quindicimila, un numero enorme se paragonato alla popolazione europea del tempo ) a chi gli chiese come poter distinguere i catari dai cattolici rispose:"Uccideteli tutti. Dio riconoscerà i suoi."(Baigent e Leigh "L’Inquisizione" ed. Il Saggiatore). E questo fu solo l’inizio, che poi ci pensò un’altra istituzione opportunamente creata per stanare i renitenti all’abiura: la santa Inquisizione, che Innocenzo terzo, lo stesso papa che indisse la crociata, concesse di gestire a un oscuro prete spagnolo, tale Domenico Guzman, che mise su anche un "ordine mendicante" dedicato finalmente anche allo studio dei testi sacri. Oltre che a perseguitare e bruciare sul rogo, catari, valdesi, francescano spirituali e quanti altri non si fossero piegati alle massime che venivano dalla Chiesa di Roma.  Ai tempi di Dante i roghi ardevano ancora. Anzi era uso riesumare i cadaveri di coloro che, dichiarati eretici erano morti anche decine d’anni prima, bruciarli nelle piazze e, ultimo ma non meno importante, confiscare ogni loro bene che fosse rimasto nelle mani dei legittimi eredi. Così era stato fatto a Firenze col corpo di Farinata degli Uberti, il capo ghibellino che Dante mette all’inferno insieme agli eretici, il corpo che si erge da un’arca che ne contiene un numero incredibile, a sentire Virgilio che tutto sa di quei posti. Eppure Farinata è riconosciuto da Dante per essere stato uno di quei buoni politici che avevano fatto grande la loro città. In quei bei tempi in cui l’Inquisizione(santa) e il papa di Roma non interferivano ancora pesantemente nella vita politica della Toscana. E, dice la Soresina nel suo libro, questi catari non sono completamente spariti dal proscenio culturale dei nostri giorni, anzi ci hanno lasciato un’eredità incredibile: la Divina Commedia di Dante Alighieri. Insomma tocca munirsi di una bibliografia adeguata sul catarismo europeo e italiano in particolare, con questa costruirsi degli o
cchiali di lettura di tipo "cataro" e andare a rileggersi l’opera somma di Dante. Per vedere se davvero ha ragione lei a definire Dante come cataro. Non dichiarato, naturalmente, che i domenicani del Guzman lo avrebbero bruciato sul rogo come fecero anche per alcuni suoi scritti non ritenuti in linea con la "dottrina ufficiale" della chiesa. E la stessa Divina Commedia fu messa all’indice fino a metà degli anni ottocento. Vale la pena di leggerlo questo libro, non fosse altro perché ci spinge a rivedere quelle terzine che hanno fatto la nostra lingua per quella che è. Hanno fatto l’Italia, checché ne pensi Bossi e la sua ghenga che, leggo sui giornali di oggi, vogliono imporre un esame di dialetto a ogni professore che venga a lavorare "in Padania". Tempi tristi per la nostra nazione, sono al governo gli xenofobi. E il capo del partito libertario alleato è in tutt’altre faccende affaccendato. Deve smentire di veline minorenni. Pare che se ne andrà a confessare i peccati della carne a San Giovanni Rotondo. Rileggendo (per voi) il Purgatorio, sorta di elevazione spirituale ad imitazione del "consolatum" cataro per la Soresina, mi sono imbattuto in quel ventitreesimo canto in cui, già allora e siamo nel 1300, le donne sarde erano  riconosciute per i loro costumi di sobrietà; ora che di villa Certosa di Gallura è stato fatto un lupanare, è dolce rileggere:"…chè la Barbagia di Sardigna assai/ nelle femmine sue più è pudica/ che la Barbagia dove io la lasciai."

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