Cabras: la dolce sofferenza dei maratoneti scalzi sospinti dalla Fede

di Claudio Zoccheddu

Il Santo è tornato dopo un pellegrinaggio di appena due giorni. Gli scalzi di San Salvatore hanno rinnovato la tradizione della corsa a piedi nudi. Il ritorno a Cabras degli ottocento corridori, avvolti in un semplice saio bianco, è forse il momento più emozionante, sia dal punto di vista degli spettatori (la corsa offre un’immagine romantica che è impossibile dimenticare) sia da quello degli scalzi, che danno vita a uno spettacolare momento di fede e folklore. Conclusa la corsa, tra le tuniche bianche echeggia un semplice augurio, figlio della tradizione sarda e del sentimento di conservazione di una festa religiosa che fa brillare gli occhi a grandi e piccini. «Attrus annus mellus», sono questi gli auspici che ogni scalzo scambia con i suoi compagni d’avventura. Poco importa se i muscoli sono induriti dalla fatica e i piedi sono gonfi per via del continuo strofinio con l’asfalto e con la terra battuta. La testa è già rivolta al prossimo anno, quando il rito sarà rinnovato ancora una volta. Proprio come impone la tradizione. Un pensiero che si affaccia già dalla mattina del sabato, quando gli scalzi muovono i primi passi. Il segnale è il tradizionale augurio gridato dal parroco che accompagna il simulacro dalla pieve di Santa Maria agli ultimi tratti della via Tharros, da dove parte la corsa: «Currei in nomine ‘e deus!», ovvero «Correte in nome di Dio!». Da quel momento in poi scatta la corsa di San Salvatore. Il sabato va in scena l’andata: da Cabras a San Salvatore un folto gruppo di corridori, meno numerosi rispetto alla corsa della domenica, copre i sette chilometri e mezzo seguendo il ritmo cadenzato da is mudasa, i terzetti di corridori a cui, a turno, spetta il compito di brandire la bandiera del Santo, che indica la strada da percorrere, e il simulacro del Salvatore, racchiuso in una pesante portantina.
L’arrivo tra le case del borgo di San Salvatore, che da queste parti tutti chiamano domigheddas, segna la conclusione della prima giornata di corsa. Durante la notte, mentre il Santo attende all’interno della chiesa paleocristiana, si svolgono i festeggiamenti civili. Dopo ore di allegria, debitamente annaffiate da fiumi di vernaccia, gli scalzi di San Salvatore indossano nuovamente il saio bianco e, dalle 17.30 della domenica sera, affollano la chiesetta e lo spiazzo antistante, in attesa di completare la cerimonia con la corsa di ritorno. La domenica è il giorno del percorso inverso. Chi aveva ancora la gambe imballate dal giorno prima, chi era costretto a convivere con il dolore alla pianta dei piedi, ma una cosa è certa, tutti erano ansiosi di compiere l’ultima fatica. Il corteo ha abbandonato San Salvatore subito dopo la conclusione della processione che chiude la messa. Dopo circa quaranta minuti di corsa il simulacro è entrato a Cabras accolto dagli applausi della folla. Una liberazione per tutti i corridori che corrono per fede e per ricordare chi non c’è più. Quest’anno è stata la volta di Daniele Trifollio e Fabio Manca, due giovanissimi scalzi scomparsi pochi giorni fa in altrettanti incidenti stradali. La solidarietà degli scalzi si manifesta anche così, «in nomine ‘e Santu Srabadoi».

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