Tottus in Pari, 258: don't cry for me, Argentina!

Per anni gli italiani all’estero sono rimasti in zona d’ombra e sono stati poco considerati. E’ vero che sono una popolazione in via di invecchiamento, peraltro meno dell’intera popolazione italiana, e questa è un’altra sorpresa. Ed è anche una collettività che avrà un processo di ringiovanimento, senza perciò necessariamente diminuire, perché si emigra di più, in tutto il mondo, e perché molti oriundi italiani chiedono il riconoscimento del loro diritto alla cittadinanza, ma non necessariamente decidono di rimpatriare. A testimonianza della rinnovata attenzione verso i concittadini all’estero, anche la Regione Sardegna ha promosso una ricerca per sapere quanti sono i sardi nel mondo, dove sono e di cosa hanno bisogno. Nel 1971, secondo i dati censuari per luogo di nascita e paese di presenza, su un totale di 238.161 sardi all’estero, 21.825 erano nelle Americhe, e di questi il gruppo più numeroso (16.180) era in Argentina. Dagli studi effettuati negli anni Ottanta risulta che, secondo il Ministero degli Affari Esteri, i sardi in Argentina nel 1983 erano 34.116, o anche 37.084, se si aggiungono i "non classificati". Ma questi erano i dati delle statistiche consolari. Nel corso dell’inchiesta promossa dalla RAS negli anni 1983-88 il gruppo di ricerca recepì il totale di circa 33.000 sardi in Argentina, stando al Ministero Affari Esteri. In quegli anni, qualcuno spingeva il totale, cumulando gli individui di tre generazioni e quindi includendo gli oriundi, fino a 60.000. Il dato oggi disponibile relativo ai soli sardi in possesso della cittadinanza italiana e registrati come residenti all’estero (Fondazione Migrantes, 2007, quindi dati dell’AIRE, l’Anagrafe Italiani Residenti all’Estero), è di 92.346, di cui in Argentina appena 2.413, cosicché questo Paese, pur ospitando la collettività emigrata più numerosa fuori d’Europa, verrebbe solo al settimo posto quanto a destinazione dei sardi, dopo Germania, Francia, Belgio, Svizzera, Paesi Bassi e Gran Bretagna. Su tale cifra sono stati espressi dubbi da parte degli esperti del settore. Certo però i dati riprodotti dalle fonti degli anni 80 erano fortemente sovradimensionati. Grazie a più precisi controlli, i dati AIRE sono diventati molto più credibili, con un conseguente ridimensionamento delle collettività oltreoceano, mentre hanno acquistato maggiore evidenza quelle dei diversi Paesi dell’Unione Europea. La crescente europeizzazione dell’emigrazione italiana ha reso i Paesi europei serbatoi sempre più importanti di emigrati italiani e sardi. Su un totale di 3.568.532 italiani fuori d’Italia – coloro cioè che hanno conservato o che hanno acquisito la cittadinanza italiana – l’Argentina invece, con i suoi 503.223 italiani, è il secondo Paese d’insediamento, dopo la Germania (579.144), e prima della Svizzera (496.002) e della Francia (348.057). Questi quattro Paesi da soli raccolgono un po’ più della metà degli italiani all’estero. Si stima che nel mondo ci siano poi circa 60 milioni di oriundi italiani e che la metà della popolazione argentina sia originaria dell’Italia. I sardi all’estero, come si è detto 92.346, sono pari al 5,6% della popolazione della Regione, una misura non lontana dalla media italiana che è del 6%, ma restano in ogni caso ben al di sotto dei valori relativi alle altre regioni meridionali. Il primo Paese per presenza di sardi è la Germania, con 26.965 emigrati, un terzo di tutti i sardi all’estero. Comunque, resta alto il numero di sardi che nel tempo è stato interessato all’esperienza argentina, nonché di coloro che, pur consapevoli delle loro origini e desiderosi di mantenere il contatto con la cultura dell’Isola, più che una collettività emigrata formano una diaspora, in quanto si riconoscono un’origine comune, sentendosi tuttavia pienamente cittadini del Paese dove vivono.

 

IL PERIODO DELLA GRANDE EMIGRAZIONE

Storicamente, l’emigrazione in Sardegna inizia in ritardo per vari motivi che vanno dal suo persistente isolamento ad una ritardata spinta della transizione demografica. Com’è stato da tempo rilevato, una certa maggior gravitazione sull’Argentina in passato ha tuttavia dato all’emigrazione sarda un carattere più "settentrionale" in confronto alle altre regioni meridionali, le quali solo più tardi hanno alimentato grossi flussi verso il Sudamerica. Ancor oggi l’Argentina è il primo Paese per le collettività all’estero dei liguri, dei friulani, degli abruzzesi e il secondo per i lombardi, i toscani, i laziali, i molisani, gli emiliani. Sono le Marche la regione con una maggior concentrazione di emigrati in Argentina, mentre la Calabria presenta il numero assoluto più alto di iscritti in questo paese. Pur con un modesto flusso di partenze, tuttavia l’Argentina ha rappresentato una destinazione relativamente importante per la nostra regione. Insignificante nei primi anni, l’emigrazione sarda verso questa destinazione subì un’impennata tra il 1901-05 e il 1916-20, attingendo il massimo negli anni 1906-10. Francesco Coletti riferiva per l’anno 1909 un totale di 1.836 sardi partiti per l’Argentina, pari al 33% del totale degli emigrati di quell’anno dalla Sardegna, una concentrazione non trascurabile. Questi tratti sono la conseguenza della peculiarità dell’emigrazione sarda, la cui evoluzione nel tempo è sfasata rispetto all’insieme dell’Italia e al resto delle regioni meridionali. Una "emigrazione tardiva", in cui si è manifestato lo storico ritardo di tutte le forme di mobilità in Sardegna, da porsi in rapporto anche con i caratteri della sua dinamica demografica e della sua modernizazzione. Mentre nella provincia di Cagliari prevaleva il flusso verso il Nordafrica, in quella di Sassari l’emigrazione per l’Argentina fu assai più diffusa, a motivo della presenza di Porto Torres e quindi del collegamento diretto con Genova, il cui porto, secondo la legge del 31 gennaio 1901, era uno di quelli abilitati all’imbarco degli emigranti, allora soprattutto diretti verso il Sudamerica. Proprio nelle vicinanze ai porti d’imbarco, avvertiva il Coletti, l’emigrazione si diffondeva precocemente, a motivo della maggiore facilità con cui le località abitate venivano raggiunte dagli agenti delle compagnie di viaggio. Così fu per la provincia di Sassari. Mario Lo Monaco iniziava così il suo saggio su "L’emigrazione dei contadini sardi in Brasile negli anni 1896-97":"La partecipazione dei Sardi al grande flusso emigratorio che, dal 1870 al 1913 portò gli Italiani alla costituzione di numerose comunità nelle Americhe, è stata tardiva e modesta", e proprio questa constatazione, paradossalmente, ci guida a meglio capire questa ondata migratoria. La bassa partecipazione dei Sardi infatti mal si concilia con le condizioni di miseria in cui allora viveva la popolazione rurale dell’Isola. I motivi del ritardo dell’emigrazione Lo Monaco li indicava, da una parte, in una psicologia sociale temprata alle durezze della vita e nella capacità di tener duro di fronte alle difficoltà, aspetti che hanno trattenuto le persone dall’emigrare, segno di fuga e di resa. Dall’altra, egli li individuava nelle modalità con cui l’informazione sull’emigrazione veniva trasmessa e diffusa, anche riguardo ai risultati negativi che la ra
llentavano o la fermavano. Da geografo, Mario Lo Monaco ravvisava le condizioni della partecipazione al movimento di emigrazione dei sardi nel peso di alcune variabili locali – insularità, bassa densità di popolazione, distanza dai centri principali, trasporti, disponibilità di informazioni da agenti di emigrazione, da amici o parenti, attraverso i giornali, ecc. – che potevano limitare la diffusione dell’informazione, privilegiando le località meglio collegate. In secondo luogo, egli poneva le condizioni economiche delle aree dalle quali partirono gli emigrati, le quali, producendo maggiori o minori difficoltà, potevano persino rendere la partenza impossibile. Dai risultati del suo studio, l’influenza dell’isolamento – a livello sia esterno che interno – appare essere stata di notevole portata. Inizio tardivo, rapido sviluppo, polarizzazione delle destinazioni, concentrazione delle partenze, sono tratti che vanno spiegati. All’isolamento della regione rispetto alle grandi vie di comunicazione si doveva certamente il ritardo con cui giungevano le informazioni, cui si sommava l’isolamento interno, responsabile di un modello di diffusione a partire dalle maggiori città che sono anche i porti d’ingresso, e che si propaga lungo le ferrovie e le strade principali, trovando un fulcro nei punti nodali del traffico. Una volta penetrata la prima informazione sulle possibili destinazioni e le condizioni di lavoro e alloggio, la sua diffusione si attuava attraverso la rete della catena di richiamo e dell’informazione amicale e parentale, cosicché si producevano forme di concentrazione sia nelle aree di partenza che in quelle di arrivo. Le modalità con cui la partecipazione si attuava cambiarono via via, nel tempo e nello spazio geografico. L’entità delle partenze venne poi condizionata dalla situazione economica, diventando espressione della disoccupazione, della povertà e infine della miseria più profonda. Le conclusioni di Lo Monaco collimano con certe intuizioni di Francesco Coletti a proposito dell’emigrazione italiana dell’inizio del secolo. Dopo aver ricordato che la Sardegna figurava quasi sempre in coda quanto a incidenza dell’emigrazione, il Coletti notava che l’Isola, sotto questo riguardo, si era distinta per certe peculiarità: una volta iniziata, la "grande emigrazione" crebbe rapidamente, più che nelle altre regioni centro-meridionali, precorrendo in ciò uno sviluppo analogo avutosi nella "nuova" emigrazione dopo la seconda guerra mondiale; i flussi erano polarizzati su alcune destinazioni: il Nordafrica e l’Argentina, oltre al breve episodio del Brasile studiato da Lo Monaco. Analogamente, una polarizzazione accentuata si avrà poi nella nuova fase postbellica dell`emigrazione, con un maggior peso della Germania federale rispetto alle altre regioni meridionali. In varie regioni italiane Francesco Coletti rilevò che nelle aree più remote, in montagna o nelle zone interne, l’emigrazione era cominciata tardi, nonostante più pesanti vi fossero le condizioni di miseria. L’isolamento esterno della Sardegna è da lui espressamente chiamato in causa per spiegare il ritardato inizio dell’emigrazione. Senza nulla togliere a quelle che furono le cause generali delle partenze massicce, da vedersi nella rovina dell’economia familiare agricola legata all’abbassamento del prezzo del grano, alla difficoltà di continuare ad esportare il bestiame, cui si univano le conseguenze della crisi occupazionale nelle miniere sarde, egli sottolineava l’importanza degli studi locali per cogliere il ruolo svolto in concreto dalle condizioni economiche anche riguardo alla permeabilità all’informazione. Riprendendo un’idea del professore di statistica Augusto Bosco, il Coletti infatti invitava a scrivere monografie regionali dell’emigrazione, lavorando cioè ad una scala alla quale si potevano far emergere sia il ruolo delle condizioni economiche locali sia quello di rapporti di distanza, comunicazione e accessibilità.

 

VERSO L’ARGENTINA, NON SOLO SARDI

Nella prima metà dell’Ottocento gli emigrati registrati come sardi erano in realtà per lo più provenienti dalle parti continentali dell’allora Regno di Sardegna. Si trattava soprattutto di liguri, che però richiamarono anche piemontesi e lombardi. Abbiamo notizia che navi intere di sudditi sardi emigranti lasciavano i porti liguri anche in forma clandestina. L’impegno del governo argentino per favorire l’immigrazione inizia dal 1853, anno in cui il Paese diventò una repubblica federale. Da allora, società private di colonizzazione subaffittarono terreni a famiglie provenienti dall’Europa. In particolare i liguri presero in mano l’emigrazione di massa dall’Italia. Essi presentavano al governo veri e propri progetti di colonizzazione da realizzare con la manodopera proveniente dall’Italia. Le società anticipavano le spese di viaggio e di primo impianto e pertanto l’immigrazione aumentò soprattutto a partire dal 1865. Fu principalmente la legge del 1876 sulla colonizzazione e l’immigrazione ad attirare molti contadini dall’Italia meridionale, poiché essa apriva la possibilità di assegnazioni gratuite di terreno, o anche di lotti pagabili a rate: chi li riceveva doveva impegnarsi a risiedere sul posto e a coltivare la terra. Secondo il censimento del 1895, su un totale di 407.503 proprietari agricoli, più di un quarto erano di nazionalità straniera e di essi 62.975 erano italiani. Di coloro che arrivarono alla fine dell’Ottocento un buon 60% erano italiani, soprattutto provenienti dal Nord, cioè dal Veneto, dal Friuli – Venezia Giulia e dal Piemonte. Coloro che giunsero nel 1882 ottennero concessioni di terre più vicine alle coste (da Santa Fe a Buenos Aires, da Corrientes a Entre Rìos). I sardi arrivarono più tardi e non poterono cogliere queste opportunità. Nell’Ottocento la Sardegna infatti era presente soprattutto nelle correnti dirette verso il Nordafrica e verso la Francia. Tuttavia negli anni 1876-1925, pur essendo basso il numero assoluto, l’incidenza del flusso diretto verso l’Argentina sul totale in uscita portava la Sardegna al sesto posto tra le regioni italiane. Siamo in quelli che Alberto Merler ha chiamato secondo e terzo momento dell’emigrazione sarda, che prende forma e cresce tra la fine degli anni Novanta dell’Ottocento e la prima decade del Novecento. Guardando alla cartografia dell’emigrazione verso l’Argentina proveniente dalle diverse regioni italiane, costruita da Domenico Ruocco, si apprezza il ritardo con cui iniziano le partenze dalla Sardegna: nel 1881-85 l’Isola è ancora quasi assente e il Meridione partecipa assai poco, mentre sono invece le regioni settentrionali le più importanti L’emigrazione verso l’Argentina cominciò a crescere dal 1905, raggiungendo il massimo tra il 1910 e il 1913, un po’ in tutte le regioni e così pure in Sardegna. Erano gli anni in cui "un esercito di uomini, donne, bambini attraversò l’Oceano Atlantico alla ricerca del lavoro": mentre la metà dei sardi si recava in Argentina, la maggior parte degli altri meridionali raggiungeva gli Stati Uniti. Più tardi, dopo un calo di vari anni, una piccola ripresa si ebbe tra il 1919 e il 1924. La componente argentina acquistò un peso non trascurabile sul flusso in uscita dall’Isola, con 1.042 emigrati nel 1901-10 e 1.896 nel 1911-14. Almeno ufficialmente, nei 15 anni anzidetti, l’Argentina accolse più immigrati sardi di qualsiasi altro Paese. Come dato d’insieme per gli anni 1907-25, risulta che la Sardegna fosse al quarto posto tr
a le regioni italiane dopo le Marche, la Calabria e la Basilicata, per concentrazione dell’emigrazione verso l’Argentina. In confronto alle altre regioni italiane, tuttavia, secondo i dati assoluti, l’Isola alimentava poco il flusso argentino, distanziandosi sia dal Nord che ancora forniva grossi contingenti, sia dal Meridione, a livelli più bassi ma in crescita.

 

L’EMIGRAZIONE POST BELLICA

La "nuova" emigrazione prese avvio intorno al 1953 e proseguì fino ai tardi anni Settanta, con caratteri poco variati: tra il 1953 e il 1971 i saldi anagrafici iscrizioni/cancellazioni facevano stimare in Sardegna un deficit di circa 180.000 unità. Il picco – negativo – si registrò nel 1962, in parte come effetto delle cancellazioni comportate dalle operazioni censuarie del 1961. Prevalse la corrente europea, mentre quella transatlantica, pur rimanendo al di sotto, si rafforzava alquanto tra il 1955 e il 1962. In quegli anni in cui l’emigrazione verso l’Argentina si era più meridionalizzata, ancora qualche sardo prese questa via. Si ha così conferma che l’emigrazione oltre Atlantico in Sardegna ha avuto caratteri propri, non accompagnandosi né al Nord, a motivo del ritardato inizio, né al Meridione, per le diverse direzioni prese. Tuttavia, sostanzialmente, nei tempi e nelle caratteristiche professionali fu un’emigrazione di meridionali. Peraltro la forte concentrazione in un ristretto numero di anni del flusso verso pochi Paesi, cioè l’Argentina e il Brasile, è tipica delle piccole popolazioni e della dominanza dell’informazione proveniente da pochi selezionati punti, cioè gli agenti dell’emigrazione e le città portuali. La provincia di Sassari dette un contributo precoce e consistente rispetto a quella di Cagliari, con la conseguenza che in essa si ebbe una precoce perdita demografica. L’incidenza del numero di sardi tuttora in Argentina resta superiore alla media della Sardegna, restando inferiore solo alla provincia di Oristano, da dove le partenze furono numerose. Partita più tardi, l’emigrazione sarda in Argentina fu più spesso un’emigrazione temporanea, mentre in precedenza i viaggi attraverso l’Atlantico avevano prodotto principalmente emigrazioni di lunga durata o definitive. La numerosità degli italiani e dei sardi in Argentina tuttavia si lega molto alla possibilità di conservare il passaporto di origine e anche di acquisirlo come seconda nazionalità, per chi vi è nato e quindi gode per nascita della nazionalità del posto, essendo vigente lo jus loci. Chi può dimostrare la propria ascendenza italiana, avrà il riconoscimento di nazionalità dall’Italia. La continuità nel tempo del flusso migratorio è dipesa anche dal fatto che si sono create catene migratorie forti, intergenerazionali. Una prima fase della catena emigratoria fu impostata negli anni 1906-14, cui si collegheranno in seguito le altre due fasi di più pronunciata emigrazione verso il medesimo Paese, nel periodo tra le due guerre e nel secondo dopoguerra. Pur se sembrano fatti lontani nel tempo e ormai esauriti, permane ancor oggi una maggiore numerosità della collettività sarda in Argentina. Come condizione che facilita i contatti e l’inserimento dei sardi, si è dimostrata importante la lingua che in Sardegna conserva così tante locuzioni ispaniche. Nella fase di prevalenti ritorni tra il 1971 e il 1979, si assiste ad un rovesciamento del movimento migratorio, con un bilancio positivo per l’isola, per quanto debole. I rientri riguardano soprattutto i comuni più popolosi e le province dalle quali si era emigrato di più, ma in anni recenti, per cui i comuni che erano più presenti nei momenti delle partenze verso il Brasile e l’Argentina passano in sottordine. La maggior parte dei ritornati proviene dalla Germania, dalla Francia e dalla Svizzera, ma tra i paesi extraeuropei ai primi posti vengono gli Stati Uniti e l’Argentina. Dal quadro della presenza italiana in Argentina per regione d’origine, si ricava che il peso delle diverse Regioni sul totale (registrati all’AIRE nel 2007) è assai diverso: la Calabria è al primo posto, seguita dalla Sicilia e dal Piemonte. La Sardegna si colloca tra le meno presenti, appena prima dell’Umbria, del Lazio e della Val d’Aosta, che è il fanalino di coda. I sardi non rappresentano che lo 0,5% della collettività italiana nel Paese, mentre incidono per il 2,8% sulla popolazione italiana. Infatti, l’Argentina viene al primo posto per ben otto regioni. La comunità sardo-argentina dev’essere stata scremata dai ritorni forse più di quella italiana in genere. Pur non disponendo di dati disaggregati, lo si deduce dal fatto che negli anni 1987-2002, i ritorni dall’America Latina in Italia hanno rappresentato appena l’1,6% dei ritorni in Italia, mentre sono arrivati in Sardegna al 5,5%. Certamente i Paesi che vi hanno contribuito di più sono stati l’Argentina e il Brasile, dove i sardi sono più numerosi. Insomma, la collettività sarda in Argentina è un po’ una miniatura, un cammeo, al quale guardiamo con interesse, non tanto per il suo peso quantitativo, ma per la sua storia e per il modo in cui è stato lavorato e incastonato.

 

GLI ANNI SETTANTA E L’EMIGRAZIONE "VAI E VIENI"

Dopo gli anni 70, l’emigrazione, di dimensioni ridotte, prende i caratteri di una mobilità vai-e-vieni, difficile da quantificare. I flussi degli italiani con l’estero continuano ancora oggi ma in misura modesta. Dai dati ISTAT sulle iscrizioni e cancellazioni anagrafiche risulta che dal 1996 al 2003 i rimpatri – quindi le iscrizioni dall’estero di soli cittadini italiani – sono stati, in media, 65.000 all’anno, mentre gli espatri sono stati 43.000. Per l’Italia il saldo complessivo del periodo è positivo, pur con un saldo negativo 5 anni su 8. Per la Sardegna invece il saldo del medesimo periodo è in perdita e in ben 7 anni su 8 è stato complessivamente negativo: ogni anno l’Isola ha perso mediamente oltre 500 cittadini per questo motivo, oltre ad avere un deficit attraverso il bilancio nati/morti. Solo l’immigrazione straniera tiene da qualche anno la popolazione sarda di nuovo in crescita, dopo alcuni anni di leggero declino. Stanti i numeri modesti, chi studia l’emigrazione proveniente dai paesi sardi è preparato a leggere le piccole storie degli emigranti e dei loro familiari e a ricercare – nelle vicende dei singoli – le linee di fondo dei movimenti collettivi. Per gli emigrati in Argentina, alcune storie si sono potute ricostruire in Sardegna, altre direttamente sui luoghi di arrivo oltreoceano. Nel periodo 1908-1910, in cui l’emigrazione verso l’Argentina dominava il quadro delle partenze dall’Isola verso le Americhe, si nota che i comuni dai quali vi si dirigevano gli emigranti erano soprattutto nei circondari di Ozieri, di Sassari e di Tempio Pausania, con incidenza più sensibile in piccoli paesi quali Mara e Mòdolo. Si rileva altresì una certa sovrapposizione con quei comuni che, alcuni anni prima, erano stati interessati dalla breve ondata dell’emigrazione verso il Brasile. Almeno per uno dei comuni del Sassarese – quello di Mara – si è potuta approfondire la conoscenza dell’emigrazione sarda in Argentina attraverso un’indagine su un g
ruppo di famiglie che ne erano state protagoniste. Appunto a Mara si ritrova oggi un quartiere che è cresciuto ai lati della Via Buenos Aires, la cui costruzione, iniziata con i risparmi degli emigrati degli anni Venti, è poi proseguita con l’integrazione degli emigrati delle generazioni successive. Simile è il caso della vicina Ittiri, dove le case costruite con i risparmi dell’emigrazione formavano il cosiddetto "villaggio americano". Le condizioni economiche precedenti la partenza, quelle che hanno causato o accompagnato il ritorno, l’impiego dei risparmi, le vicende successive della famiglia, ivi comprese eventuali ulteriori migrazioni, sono stati ricostruiti attraverso le storie migratorie familiari. Una volta individuate, partendo dall’anagrafe comunale, le famiglie che hanno avuto almeno un membro rimpatriato dall’Argentina, si è seguita la storia di vita di questa persona e dei suoi discendenti diretti fino al momento attuale attraverso il racconto dei familiari o in alcuni casi degli stessi protagonisti. Si è constatato come l’emigrazione avesse riguardato per lo più giovani maschi e la durata dell’assenza fosse stata in genere breve, di pochi anni, ma sufficiente spesso per accumulare un risparmio bastante all’acquisto di un piccolo lotto, o a costruire una casetta di 50 mq, o magari soltanto per un giogo di buoi da lavoro, in definitiva migliorando quindi la condizione del giovane emigrante al suo ritorno. Anche dall’esame dell’andamento delle partenze confrontate con i rientri, si vede che al picco in uscita del 1925 corrisponde un picco di rientri nel 1930. Cinque anni infatti è la durata dell’emigrazione che più ricorre nelle testimonianze raccolte. Attraverso questo caso si dimostra tuttavia che l’evento migratorio dei nonni, conclusosi con il ritorno, non è riuscito a modificare sostanzialmente le condizioni familiari dei nipoti, ma ha avuto solo un effetto – di per sé non trascurabile – di tenuta demografica. Comunque, il debole successo delle esperienze argentine ha rapidamente seminato lo scoraggiamento di altre partenze nel piccolo mondo in cui l’informazione si diffondeva rapidamente, contribuendo a chiudere la società locale ad ulteriori avventure oltreoceano. Anche questo caso quindi supporta la conclusione amara di Giovanni Maria Lei Spano, che cioè gli emigrati sardi della Grande Emigrazione avessero tratto pochi o nulli vantaggi economici dalla loro esperienza. L’emigrazione argentina fu un episodio che non servì a mutare il destino della seconda generazione di maresi nati qui, i numerosi figli degli emigrati ritornati, tra i quali la ricostruzione delle storie familiari indicava frequente l’emigrazione in Germania e nel Nord Italia. Nella medesima Via Buenos Aires, diventata strada importante della parte moderna del paese, non poche case il cui pianterreno era stato costruito con i risparmi dell’emigrazione degli anni Venti, furono infatti poi sopraelevate con i risparmi dell’emigrazione in Germania. Le storie degli emigrati in Argentina provenienti da paesi della Sardegna meridionale sono state ricostruite anche attraverso testimonianze dei diretti interessati o dei loro parenti nel corso una recente inchiesta condotta da un gruppo di ricercatori sardi in Argentina. In mancanza di fonti scritte, sono le schede anagrafiche dell’AIRE, ma soprattutto i racconti degli stessi emigrati e dei loro parenti a far luce sulle circostanze che precedevano e accompagnavano le partenze, ed eventualmente i ritorni. Se ne traggono informazioni su fatti e comportamenti significativi: intanto, è interessante apprendere che spesso la decisione di fare il grande passo, attraverso l’Oceano, era preceduta da un’intensa mobilità all’interno della Sardegna, tesa a trovare una soluzione sul posto, poiché malvolentieri ci si rassegnava alla partenza. Poi si nota il cambiamento del lavoro svolto, che molto spesso nel Paese di arrivo è nell’edilizia, in fabbrica, alla costruzione di ferrovie, o comunque in attività non agricole, per quanto anche lì ci fosse stato qualche tentativo nel lavoro dei campi. Colpisce il caso di chi, non trovando più da fabbricare carri da trasporto – ormai obsoleti – al proprio paese, si ritrova a farne in Argentina; però, dopo che i posti nelle miniere cominciano a sparire, i sardi si dimostrano pronti in ogni caso a cambiare tipo di lavoro, a intraprendere vie nuove, prendendo su gli attrezzi di lavoro o, addirittura il mezzo di trasporto, come Francesco Troncia di Pabillonis che si portò appresso, nella traversata, la fida motoretta Vespa. Quasi sempre si è di fronte ad un’emigrazione singolarmente moderna, pur essendosi svolta tra gli anni 20 e i 50: migranti che non esitano a caricarsi di appalti e subappalti, a mettersi in società con i nativi, e ad "industriarsi" in mille situazioni. Il quadro appare molto più variegato di quanto il grande pubblico sia portato a pensare: emigranti che compiono più viaggi, in qualche caso seguono anche corsi di formazione in vari paesi, che lavorano in regioni turistiche dinamiche e in piena espansione, che persino promuovono mostre d’arte. Quasi sempre si tratta di attività che li portano a vivere nei grandi centri urbani, soprattutto sulla costa, e che, consentendo maggiori contatti reciproci, favoriscono lo sviluppo dell’associazionismo. In conclusione, i sardi non poterono cogliere le opportunità legate alla distribuzione di terre, ma si trovarono a vivere in luoghi dove era più facile il collegamento tra emigrati e pertanto la nascita di associazioni, numerose tra gli italiani. Già alla fine dell’800 si ha notizia del formarsi di associazioni e infine, proprio in Argentina, nel 1936, del primo circolo sardo.

 

DA PAESE DI EMIGRAZIONE A PAESE DI IMMIGRAZIONE

L’Italia nell’insieme è passata da Paese di emigrazione a Paese di immigrazione – si è scritto – ma la medesima affermazione non vale se si considerano le sue diverse ripartizioni. Le regioni meridionali infatti vedono una ripresa della mobilità in uscita che coinvolge i cittadini e gli stessi stranieri. Anche in Sardegna, questi non sono infatti due fenomeni sfasati completamente nel tempo. E’ meglio dire, con Enrico Pugliese, che l’Italia è un paese "anche di emigrazione", ma solo per alcune regioni. Le partenze dalla Sardegna continuano e gli stessi stranieri che si iscrivono alle anagrafi dei comuni sardi si spostano successivamente nell’Italia del Centro o del Nord. A volte si sente dire che gli stranieri che vengono qui dovrebbero prendere la cittadinanza italiana, rinunciando a quella di origine. Ma un desiderio analogo non lo esprimiamo per i sardi all’estero. La presenza numerosa di cittadini italiani (e sardi) in Argentina dipende dal fatto che è stato loro permessa la doppia nazionalità. Così bisogna fare anche per gli stranieri in Italia. La doppia nazionalità consente infatti un progetto di rientro. Nel caso degli italiani che non l’avevano è stato necessario – in anni recenti – pensare ad una quota speciale di permessi di soggiorno per coloro che volevano tornare in Italia in seguito alla dolorosa crisi economica del Paese. In quegli anni (2001-02), avevano più peso i fattori push che spingevano a uscire dall’Argentina che i fattori pull che attraevano verso l’Italia. Tale quota privilegiata riguardò l’anno 2002, riservando 4.000 unità al flusso proveniente dall’Argentina, limitatamente agli oriundi italiani, su un totale di 79.500 ingressi programmati per cittadini extracomunitari. Era la prima quota per consistenza, poiché le quote degli alb
anesi erano di 3.000 permessi e quelle dei tunisini e dei marocchini di 2.000 per ciascuna nazionalità. Gli oriundi in Argentina ne profittarono poco, tanto che l’anno successivo la quota fu ridotta ad appena 200, su un totale sempre di 79.500. Il movimento d’opinione per facilitare il ritorno degli emigrati e dei loro discendenti si è espresso anche in altre iniziative. Le associazioni per gli italiani all’estero si sono mobilitate e hanno ottenuto diversi provvedimenti in loro favore, specialmente in Veneto, dove la provincia di Padova ha aperto un Ufficio Rientro Emigrati, che raccoglie i curricula degli emigrati cittadini italiani che desiderano rientrare. Questo è avvenuto un po’ in tutto il Nord e anche nel Centro, in Umbria per esempio. A un certo punto, è persino sembrato che il ritorno degli italiani – oriundi e non – poteva forse sostituire l’immigrazione. Tra i Paesi di provenienza degli immigrati soggiornanti in Italia, l’Argentina figurava solo al 35° posto ed era preceduta da altri 4 Paesi latinoamericani (dati 2003). Gli italo – argentini in fuga dal proprio Paese si sono diretti di preferenza verso la Spagna, che li ha incoraggiati e dove per la conoscenza linguistica e le prospettive economiche si trovano più a loro agio. Nei siti internet di associazioni umbre, venete, romagnole, ecc., ci si imbatte quindi in un ricco panorama di richieste e anche di offerte, che scaturiscono le prime dalla base dei migranti, le seconde dalle amministrazioni locali. Per chi è rimasto in Argentina, le richieste più frequenti sono i corsi di formazione, il sostegno all’associazionismo, i programmi radiofonici, i corsi di lingua e cultura italiana, gli interventi di sostegno degli anziani di fronte all’emergenza sanitaria dovuta allo scarso supporto delle istituzioni sudamericane. Le regioni meridionali invece sono state meno presenti, anche perché non hanno una domanda di lavoro da proporre agli emigrati italiani. Lo sforzo più importante e più realistico è forse quello nella direzione culturale, per mantenere il senso di identità, nel nostro caso la sardità, se le persone lo desiderano, impegnando risorse umane e finanziarie per lo studio, la documentazione, il mantenimento e la diffusione della cultura sarda, consentendo così di salvare l’appartenenza identitaria, in un mondo soggetto a dinamiche che tendono a cancellare le diversità.

Speciale a cura di Maria Luisa Gentileschi

PIU’ DI UN SECOLO DELL’EMIGRAZIONE SARDA, CHE NON SI ARRESTA

ANALISI DI UN FENOMENO

L’emigrazione sarda si colloca, all’interno della più generica e mai risolta "questione meridionale", nonostante le sue caratteristiche strutturali si discostino da quelle del fenomeno migratorio comune nelle altre regioni del Mezzogiorno. Il ritardo con il quale il suo processo ha avuto inizio rispetto al resto del sud, ha determinato infatti particolari modalità di sviluppo. Inoltre l’aumento graduale del flusso migratorio, che ha raggiunto i massimi valori negli anni precedenti il primo conflitto mondiale, assume importante rilievo trattandosi della regione con la più bassa densità demografica. Queste dinamiche, apparentemente paradossali, confutano i ben noti schemi interpretativi che legano l’emigrazione ad un eccessivo carico demografico e le assegnano una presunta funzione equilibratrice tra popolazione e territorio. Per quanto concerne l’analisi più specifica dei flussi e della loro entità, gli storici concordano nel far risalire le prime consistenti ondate migratorie agli ultimi anni dell’Ottocento. Il Crespi afferma al proposito che l’emigrazione abbia rappresentato per l’isola "un fenomeno di scarso rilievo sino all’ultimo decennio dell’Ottocento". Prima di questa data, la media annua degli espatri non raggiunge le 100 unità, mentre nei 5 anni successivi si registra un incremento che nel 1899 arriva a 1.110 unità. Nel venticinquennio fra il 1876 e il 1900 il totale degli emigrati sardi viene calcolato in 8.132 unità (con una media di 325 emigrati l’anno). Nei primi anni del Novecento si continua con un andamento ascendente (tra il 1901 e il 1915 gli espatri dall’isola raggiungono le 89.624 unità), fino ad arrivare nel 1913 a 3.988 emigrati verso l’Europa, 7.130 verso l’America e 1.147 verso Africa. Le terribili annate di siccità che colpiscono l’isola negli anni 1912-1914 e l’afta epizootica (cui fece seguito una forte moria di bestiame) accelerano un processo già in atto. Durante il primo conflitto si registra una sensibile diminuzione degli espatri, che riprendono, anche se in minore misura, nel periodo postbellico. Negli anni Trenta la grave crisi economica, l’attuazione di leggi limitative (come quelle che negli USA istituirono le "quote" di immigrati) e la politica di contenimento attuata dal regime fascista in Italia ostacolano la ripresa del flusso migratorio, che subisce un successivo arresto negli anni del secondo conflitto mondiale. Il periodo immediatamente successivo alla guerra registra un nuovo incremento delle partenze, che porta in breve tempo all’esplosione della cosiddetta "nuova" emigrazione negli anni Cinquanta. Merler parla, rispetto alla prima fase, di un’emigrazione di modesta consistenza, non solo se paragonata a quella delle altre regioni, ma soprattutto in rapporto all’esodo massiccio degli anni successivi "in cui lo sviluppo spalanca le porte della Sardegna ad una ben più ampia emigrazione e ad un mito che è fatto al contempo di industrializzazione ed emigrazione". È opinione comune che questa prima ondata possa essere spiegata da motivazioni di natura essenzialmente economica. Le condizioni di vita e di lavoro erano estremamente misere; i salari bassissimi, incapaci di soddisfare i bisogni primari e ulteriormente sviliti dai continui aumenti del costo della vita. La crisi economica affondava le sue radici nei provvedimenti legislativi adottati nell’Ottocento per adeguare le condizioni della produzione isolana a quelle nazionali. La legge delle chiudende (1820), l’abolizione dei diritti di ademprivio e di cussorgia (1865), l’istituzione dell’imposta unica fondiaria e del catasto (1851-1865) imposero alla popolazione un’iniqua e pesante pressione fiscale, aggravando ulteriormente una situazione già difficili. Una particolare importanza è attribuita dagli storici alla politica protezionistica di fine Ottocento, che comportò la perdita del mercato, cui si aggiunse la crisi mineraria del settore piombo-zincifero. L’agricoltura sarda, basata sulla coltivazione di grano e vite, risentì fortemente del crollo del prezzo del frumento e della diffusione della filossera. La stessa nascita dell’industria casearia aggrava, secondo Gentileschi, la situazione di lavoro degli agricoltori, a causa della conversione a pascolo di terre arabili, e alimenta una forte emigrazione soprattutto verso il Nord Africa, che si intensifica fra
il 1906 e il 1907. In effetti l’introduzione di nuove strutture produttive è accompagnata da fenomeni di forte emarginazione. L’inasprimento del conflitto sociale, che ne deriva, sfocia in violenti scontri con le forze dell’ordine, fra i quali gli eccidi di Buggerru (1904) e Cagliari (1906) sono gli episodi più gravi. Possiamo dunque affermare che l’emigrazione di quegli anni è un fenomeno essenzialmente rurale, che Nereide Rudas definisce un "processo di espulsione coatto". Anche per quanto riguarda le destinazioni, l’emigrazione sarda marca un’inversione di tendenza rispetto a quella meridionale, privilegiando come sbocco principale il bacino mediterraneo e, in modo particolare, il continente europeo. Nel 1909 su 100 emigrati che lasciano la regione il 54,2% si reca in Europa o nel bacino del Mediterraneo, il 12,5 negli Stati Uniti, lo 0,4 in Brasile, il 32,6 in Argentina e lo 0,3 in altri paesi. Nello stesso periodo il Mezzogiorno alimenta un flusso transoceanico pari all’88,8% delle partenze totali(di cui il 59,2% verso gli Stati Uniti)15. Rispetto all’emigrazione estera le partenze verso l’Argentina meritano un particolare commento. Se vengono paragonate alla grande corrente migratoria nazionale, gli espatri sardi appaiono di scarso rilievo rispetto al cospicuo contributo di regioni come il Piemonte (che per il periodo compreso tra 1876-1925 invia 368.400 unità), la Calabria (288.700), la Sicilia (242.000) e la Lombardia (227.000). Tuttavia, se si considera l’emigrazione sarda in relazione all’isola, e non alle altre regioni italiane, e se si esamina "l’attrazione esercitata dall’Argentina, proprio nel primo periodo di forte emigrazione, allora le conclusioni potranno anche essere diverse". Infatti, sempre per gli anni sopra considerati, la Sardegna registra un esiguo numero assoluto di emigrati (20.900 unità). Tuttavia l’incidenza del flusso verso l’Argentina sull’emigrazione totale dall’isola raggiunge il 17% e quindi supera la media del Meridione collocandosi al sesto posto dopo Marche (38,0%), la Liguria (32,5%), la Calabria (27,6%), la Basilicata (21,5%) e il Piemonte (19,3%) tra le regioni con la più alta percentuale di partenti verso il Plata. In questa prima fase si rileva chiaramente il maggiore contributo dato all’emigrazione dalla parte nord-occidentale dell’isola. Si possono individuare nel Logudoro, Meilogu, Monteacuto, Planargia, Montiferru, Marghine e Goceano, le regioni dell’isola maggiormente colpite. Prendendo in considerazione la media annua del triennio 1908-1910 sulla popolazione del 1911, Cagliari registra un’incidenza migratoria sulla popolazione dello 0,3%, il comune di Ozieri, il più colpito, ha invece una percentuale del 2,2% (50.390 abitanti, 1.101 emigrati). "Ma altrettanto interessante – continua Zaccagnini – è analizzare i valori assoluti dell’emigrazione e considerare quanti comuni ne siano stati colpiti: nel circondario di Cagliari solo il 50%, laddove nell’intera provincia di Sassari tale percentuale sale al 96% e ben tre circondari (quelli di Ozieri, Sassari e Tempio Pausania) raggiungono il 100%: in tutti i comuni è stato registrato almeno un emigrato in media nel triennio". Altra caratteristica del tutto isolana è l’estrema povertà della tipologia migratoria. "Aprioristicamente – scrive Lei Spano – può dirsi che l’emigrazione sarda, essendo la meno illuminata ed essendo stata l’ultima ad arrivare nei centri di lavoro, abbia trovato le peggiori condizioni di ambiente e di salario". Anche la media delle rimesse pro-capite degli emigrati sardi è, infatti, nettamente inferiore a quella del Mezzogiorno. Lungi dal risolvere le drammatiche problematiche della realtà sarda, i flussi migratori contribuiscono soprattutto allo spopolamento di intere zone e all’abbandono sempre più massiccio delle campagne. L’incidenza, che l’esodo ha in termini di costi umani e sociali, è particolarmente negativa, non tanto per la sua entità, quanto per il sintomo che esso rappresenta. La Sardegna lamentava infatti non l’eccesso, ma la scarsità di popolazione. La preoccupazione per lo spopolamento è avvertita dalla stampa isolana fin dai primi anni del Novecento. Le cronache interne dei quotidiani principali trattano, quasi quotidianamente, la problematica del triste esodo. Le ricerche demografiche degli anni successivi dimostrano d’altronde che le aree maggiormente colpite dall’emigrazione sono quelle in cui l’età media della popolazione è la più alta. La popolazione che non emigra nota con ansia il continuo innalzamento degli indici di vecchiaia dei propri comuni. Venendo a tempi più recenti, il 1953 segna il principio di una nuova fase dell’emigrazione sarda, differente sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo. Essa mostrava "dimensioni più ampie e aspetti più complessi e sociologicamente più ricchi sotto il profilo della valutazione del comportamento dei gruppi sardi". A partire dagli anni Cinquanta l’isola è interessata da un esodo massiccio, che risulta ancora oggi difficilmente quantificabile in base ai dati statistici disponibili. Infatti, sebbene per la "nuova" emigrazione si disponga di documentazione più precisa, sembra difficile definirne con esattezza la vera entità. Le diverse metodologie d’indagine risultano, per motivi diversi, strumenti imperfetti. Comunque, pur considerando i limiti delle metodiche utilizzate e il fatto che l’emigrazione sarda sfugga a stime precise, emerge chiaramente che fra il 1953 e il 1971 si è sviluppato un fortissimo flusso migratorio che coinvolge circa un terzo della popolazione. Si ritiene che per il solo periodo compreso fra il 1955 e il 1971 il numero degli espatri sia pari a 400.982, risultato ottenuto sommando l’emigrazione nazionale (307.759) a quella estera (93.223). Tali cifre sono, però, solo indicative di un fenomeno ben più vasto, dal momento che considerano unicamente l’emigrazione "controllata" ed escludono dalle stime le partenze "libere", che assorbivano invece la maggior parte delle partenze verso l’estero. La corrente migratoria sviluppatasi tra il 1953 e il 1959 non ha origine rurale. Il nuovo fenomeno, almeno nei primi anni, non è l’espressione della crisi del mondo contadino ma, al contrario, parte dai centri industrializzati del Sulcis-Inglesiente. Il calo del prezzo di piombo e zinco e la diminuzione dello smercio del carbone del Sulcis sul mercato italiano ed europeo sono le cause principali della crisi mineraria di quegli anni e delle successive partenze. L’iniziale matrice operaia di fine anni Cinquanta è ridimensionata quando la spinta migratoria diviene più generale e coinvolge nuovi ceti. A partire dai primi anni Sessanta l’esodo interessa nuovamente la realtà rurale e contadina raggiungendo, nel 1962, il massimo della sua espansione. Il bracciantato agricolo disoccupato o sottoccupato non trova infatti più sbocco lavorativo nei complessi industriali del bacino minerario. Ma già dal 1966 la crisi che ha colpito la pastorizia determina la partecipazione ai flussi migratori delle realtà più interne e isolate come le Barbagie e la Baronia, sino ad interessare il massiccio del Gennargentu. La fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta segnano un forte calo del fenomeno che rimane di proporzioni modeste anche per tutti gli anni Ottanta. Al processo di spopolamento prodotto dal movimento migratorio si accompagnava, in questi decenni, un marcato sviluppo dell’urbanesimo che, provocando l’eccessiva concentrazione nei capoluoghi di provincia, contribuisce a sovvertire il disegno demografico e a deteriorare il rapporto città-campagna. Anche se questa "nuova" emigrazione appare come un fenomeno generalizzato a tutte le aree dell’isola, coinvolgendo soprattutto le zone più povere dall’economia ancora prettamente pastorale. Le perdite più intense si registra
no in alcuni comuni del Logudoro, Meilogu, Goceano, Barbagie, Marmilla e Trexenta. Nella Sardegna meridionale l’esodo colpisce maggiormente le aree collinari e montuose attorno al Campidano, nonché le zone minerarie come il Gerrei e il Sulcis-Iglesiente, dove i comuni di Arbus, Buggerru, Gonnesa e Carbonia soffrono in modo particolare la crisi del settore minerario. Le aree di sbocco di queste correnti migratorie sono principalmente le regioni nord-occidentali dell’Italia e i paesi membri dell’allora CEE. La tendenza è chiaramente quella di privilegiare le aree metropolitane. In Italia Roma, Genova, Milano e Torino vedono la nascita di numerose colonie sarde. Tra queste città Torino è senza dubbio quella che accoglie la maggiore emigrazione isolana: oltre 70.000 immigrati sardi nei primi anni Settanta. L’emigrazione nel triangolo industriale è costituita per la maggior parte da manodopera poco qualificata, assorbita "secondo modalità produttive di tipo subordinato". Si differenzia da questa tipologia la corrente verso la capitale, prevalentemente costituita da un ceto medio impiegatizio, inserito nel settore burocratico-terziario. Infine, nonostante Roma assorba circa l’82% dell’emigrazione sarda nel Lazio, si rileva un esodo di pastori verso questa regione, parte di un peculiare movimento che coinvolge, oltre le campagne laziali, le zone centro-settentrionali italiane (in modo particolare quelle toscane). Per quanto riguarda l’emigrazione estera, l’Europa rimane la meta privilegiata dai sardi e all’interno di questa i paesi del MEC raccolgono la maggior parte del flusso migratorio (circa l’80%). Tra il 1962 e il 1966 la Repubblica Federale Tedesca assorbe circa la metà degli emigrati sardi in Europa e la Svizzera un quinto. Le migrazioni transatlantiche e mediterranee, principalmente verso l’Africa settentrionale, diminuiscono notevolmente, mentre restano del tutto esigui i flussi verso Asia e Oceania. Azzardando un’analisi complessiva delle caratteristiche socio-demografiche dell’emigrazione sarda, si rilevano alcune importanti caratteristiche, Un primo elemento, messo in rilievo da tutti gli studiosi, è la giovane età dei migranti: essa rivela allo stesso tempo "un’innaturale distribuzione delle classi d’età non tutte equamente rappresentate". La fascia d’età con la più alta densità è quella dai 20 ai 40 anni ed esclude le componenti più anziane e quelle più giovani. Altro fattore strutturale della popolazione migrante è la forte partecipazione femminile non solo in quanto unità interne ad un nucleo familiare, ma come lavoratrici autonome. "Fra le donne emigrate fuori della Sardegna il 27% era in condizione professionale, contro l’11,5% per quelle che non si erano allontanate dalla loro provincia di nascita e il 16,8% per quelle che erano emigrate all’interno della regione. (…) Contemporaneamente mutava per le donna la posizione nella professione, poiché il lavoro diventava in misura sempre maggiore alle dipendenze di altri anziché indipendente, man mano che aumentava il raggio dello spostamento". Il livello di scolarizzazione degli emigrati sardi è generalmente inferiore a quello della popolazione di accoglimento. Questo comporta spesso fenomeni di emarginazione e lavori subalterni, sovente rifiutati dalla popolazione indigena. Solo dopo il 1963-1964 si parla di un’emigrazione "più motivata e qualificata", anche se il numero di diplomati e laureati rimane nettamente minoritario. L’esame delle caratteristiche socio-demografiche evidenzierebbe infatti una matrice prettamente economica anche per questa seconda fase migratoria, tanto che la maggior parte degli studiosi individuano l’origine dell’emigrazione nel permanere delle condizioni di sottosviluppo. Tuttavia, ve ne sono alcuni di diverso avviso come Aldo Aledda che, riprendendo le posizioni precedentemente espresse da Pietro Crespi, pone l’accento su importanti cambiamenti culturali avvenuti nella società sarda e sul rifiuto di soffocanti modelli culturali paesani. "Non voglio sottovalutare il peso dei fattori economici – scrive Aledda – sul fenomeno migratorio, che in ogni caso rimangono rilevanti. Piuttosto mi sembra importante sottolineare la spiegazione di quanto è avvenuto in chiave di rifiuto dei modelli culturali imperanti nell’isola fino all’ultimo dopoguerra. Tra essi va logicamente fatto rientrare il dato economico, ma come parte generale di un modello che entrava in crisi. (…) La situazione economica ha funzionato più che come fattore di espulsione come polo di attrazione. L’emigrazione, infatti, è stata orientata dalla nascita di nuovo mercati del lavoro a seguito del riassetto dell’economia occidentale nel dopoguerra". Le motivazioni addotte dalla Rudas per confutare questa linea interpretativa di matrice socio-culturale appaiono, però, particolarmente efficaci: "Se è corretto osservare che nel processo emigratorio attuale confluiscono componenti psicologiche, sociali, ecc. è però giusto riaffermare che non per questo l’emigrazione è un atto di scelta e di libertà. Deve, infatti, essere riconosciuto nella situazione di base del migrante un bisogno ‘aperto’. E anche se tale bisogno non è necessariamente riconducibile a una pura spinta economica, ma può essere più o meno colorito e integrato da motivazioni psico-sociali e culturali, resta tuttavia il fatto che, a monte di tali motivazioni e nel quadro entro cui esse si collocano, vi è una condizione generale di arretratezza e di insufficienza dei contesti di partenza, che non permette il soddisfacimento del bisogno stesso, non consentendo in ultima analisi, al migrante di autorealizzarsi nel suo luogo di origine". Del resto, l’apertura culturale di quegli anni e la conseguente necessità di modelli culturali e stili di vita differenti, per quanto importanti, sembrano insufficienti per spiegare le cause di un fenomeno di massa come l’emigrazione. Le direttrici migratorie sono sempre state strettamente legate all’evoluzione economica. Non a caso, il periodo di emigrazione più massiccia coincide con il varo e l’attuazione del Piano di Rinascita per la Sardegna, che ha avuto risultati aleatori e assolutamente inefficaci nei settori maggiormente in crisi. "L’intensità e la geografia dell’emigrazione – scrive Pinelli – nel periodo 1961-1971, in cui il Piano di Rinascita ha avuto attuazione, mostrano chiaramente quali ipotesi di sviluppo sono fallite: l’esodo ha riguardato le zone a economia estrattiva e agro-pastorale, in cui sono mancati gli interventi già previsti come necessari, risparmiando le uniche zone che hanno avuto uno sviluppo ulteriore, che sono quelle che già erano in condizioni migliori, in cui si sono concentrati gli investimenti industriali. Queste hanno avuto una forza di attrazione sulle aree più depresse che però non ha frenato l’emigrazione dalla Sardegna, anzi probabilmente la ha incentivata, aggravando il contrasto fra modi di vita legati ad economie, organizzazioni sociali, culture troppo diverse per poter coesistere senza che la più debole entrasse in crisi". La mancanza di ogni prospettiva di sviluppo economico nei settori fondamentali della produzione è stata la spinta, che più di ogni altro condizionamento culturale, ha messo in atto un processo irreversibile che ancora oggi spopola la Sardegna. A partire dai primi anni 90, infatti, il movimento migratorio è ripreso con forte intensità e come fenomeno generalizzato. Risulta difficile dare una stima esatta dell’emigrazione degli ultimissimi anni, ma la recente pubblicistica sindacale e la stampa parlano di circa 3.000 partenze annue.

Giuseppe Sanna

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VECCHI FLUSSI MIGRATORI E NUOVA EMIGRAZIONE D’ECCELLENZA

HO CONOSCIUTO TANTI SARDI IN GIRO PER IL MONDO …

La mia attività professionale mi ha offerto anche la fortuna in tutti questi anni di aver rapporti con le realtà dei circoli sardi in Italia e all’estero; mi ha consentito così di cogliere da osservatore esterno quale ruolo svolga oggi la nostra emigrazione fuori dall’isola, quale incredibile e insospettabile risorsa sia diventata anche per i paesi che la ospitano. Flussi migratori in alcune parti del mondo come il sud America e l’Argentina in modo particolare sono ormai esauriti da decenni. Li però si è consolidato un sorprendente legame tra i figli e nipoti di sardi nati in Argentina che con disinvoltura ho visto all’ultimo congresso della federazione di Buenos Aires di fine marzo cantare l’inno nazionale e esibirsi nei balli fatti conoscere loro dai loro padri. E sono loro ora a sostituirsi ai genitori nella gestione di questi pezzi di Sardegna, i circoli, trasferiti oltre oceano. Da altre parti quel che viaggia e cerca fortuna è una diversa capacità professionale; una emigrazione senza nulla togliere a quella delle generazioni precedenti, in qualche modo d’eccellenza perché ora si esprime attraverso giovani laureati che ben rappresentano l’intelligenza isolana nella medicina, nella ricerca scientifica, in quella informatica; una realtà che ho toccato con mano essere fortemente presente per esempio negli Stati Uniti, a New York, dove ho incontrato tanti giovani sardi capaci di cogliere occasioni irripetibili che non avrebbero potuto nel nostro paese. Ora si tratta di cogliere appieno questo mutamenti; della risorsa importante che possono rappresentare ancora oggi le forme organizzate degli emigrati; per intenderci i 135 i Circoli dislocati nei cinque continenti e formalmente riconosciuti dalla Regione.  Quelli operativi credo siano 124 e gli ultimi sono arrivati giusto lo scorso luglio: l’Associazione "Cuncordu" di Gattinara (Vercelli), l’associazione Culturale Sarda "Giuseppe Dessí" di Vercelli; i circoli "Sardegna" di Monza e "Ichnusa", con sede in Madrid. Non più semplici luoghi di aggregazione, non più effimeri zilleri oltre il Tirreno; bensì in gran parte fucine di  esperienze culturali, iniziative che promuovono la Sardegna nei territori che li ospitano. Elementi ai quali anche nella mia esperienza di componente la Fondazione Maria Carta cerchiamo di dare visibilità assegnando uno dei premi dedicati annualmente alla grande artista scomparsa 15 anni fa proprio al mondo dell’emigrazione. Ora di questa realtà siamo portati spesso a dimenticarci, anche noi operatori dell’informazione, e quindi mi ci metto in mezzo. Media in genere sono forse poco attenti a questo nuovo ruolo che i sardi nel mondo stanno rivestendo non solo per la stessa Sardegna. Per saperne di più bisogna affidarsi alla apposita cooperativa che dal novembre del 1974, ininterrottamente (salvo una interruzione recente) cura la realizzazione, la stampa e l’invio del mensile "Il Messaggero Sardo" agli emigrati sardi nel mondo e alle loro famiglie. Attualmente il giornale viene stampato in circa 75.000 copie, che vengono spedite in oltre 74 Paesi. Per un periodo pochi anni fa ha curato anche una versione televisiva trasmessa dall’emittente presso cui lavoro. O a "Tottus in pari" frutto dell’entusiasmo e della passione del giovane Massimiliano Perlato che cura una pubblicazione, esistente sin dal 1997, che informa con regolarità di uscita e con ampiezza di contenuti sulle attività dei circoli degli emigrati sardi. Da tempi più recenti anche "Sardegna migranti" l’apposito sito web istituito dalla Regione che tenta di tenere saldo un raccordo con il mondo dell’emigrazione ma anche con un aspetto totalmente nuovo di quest’ultimo decennio che è quello dell’immigrazione, dell’ospitalità richiesta da migliaia di stranieri. Che in Sardegna cercano lavoro, integrazione, rispetto; rappresentano essi stessi una straordinaria risorsa che si scontra  spesso sui pregiudizi, la diffidenza, il contrasto che maturano anche con discutibili, se non deplorevoli, scelte politiche nazionali. Il quotidiano El Pais esprimeva un giudizio molto critico nei confronti delle ultime iniziative del nostro governo. Le ronde e il reato di immigrazione clandestina sono "una aggressione del governo italiano allo stato di diritto". Il giornale spagnolo lo ha scritto in un editoriale intitolato ‘Somaten italiano’, usando la parola ‘somaten’ che descriveva i corpi armati cittadini catalani medievali (‘som atents’, cioe’ ‘stiamo attenti’), per l’autodifesa contro criminali e nemici, proseguite anche in età contemporanea nelle campagne e riorganizzate poi dalla dittatura franchista in tutto il paese. "Convertire l’immigrazione illegale in reato – si legge nell’editoriale – non ha niente a che vedere con la ricerca di soluzioni per lo stato di semi-schiavitù in cui sono ridotti migliaia di stranieri in paesi sviluppati, né con la lotta alla corruzione che ha favorito l’economia sommersa". È invece il modo per "indicare un capro espiatorio per i problemi dell’Italia" che "non sono diversi da quelli degli altri paesi europei". Ora tornando al disinteresse che si registra nei nostri media per le nostre comunità fuori dall’isola, va anche detto cha la poca informazione su di essa circola come abbiamo visto su pur apprezzabili periodici che hanno forse una circuitazione interna allo stesso mondo dell’emigrazione. Questa deve necessariamente risaltare invece con maggiore continuità anche sugli altri media. Questa trascuratezza può essere forse anche frutto dello stesso atteggiamento assunto in tutti questi anni dalla stessa classe politica e dirigente nei confronti dei nostri emigrati, di cui spesso e volentieri ci si ricorda solo in prossimità di scadenze elettorali, mentre si ignorano le eccezionali potenzialità che possono offrire tutto l’anno. Intanto per meglio capire i reali cambiamenti della nostra emigrazione è stata avviata l’indagine conoscitiva sulla Comunità sarda nel mondo. L’ha decisa l’Assessorato regionale del Lavoro e l’ha voluta la Consulta regionale dell’Emigrazione. Ma il mondo dell’emigrazione ha ben ragione di lamentare di sentirsi comunque dimenticato, di non trovarsi adeguatamente rappresentato nelle istituzioni regionali. Reclama, e questo aspetto è emerso con forza anche al congresso della Federazione dei circoli argentini che citavo in precedenza, la possibilità per gli emigrati di potere essere eletti nel Consiglio regionale, alla stregua di quanto accade oggi con il Parlamento nazionale.
Rivendica la creazione di una specifica agenzia, un ufficio interassessoriale per l’emigrazione che superi anche il rimbalzo di competenze che si sono registrate proprio in queste ultime settimane a livello regionale. "Sono trasferite alla Presidenza della Regione le competenze che la legislazione vigente attribuisce in materia di Emigrazione all’Assessorato del Lavoro e le relative risorse finanziarie e umane". È quanto si poteva leggere in un collegato alla Finanziaria del 2008 e poi in un disegno di legge approvato in Giunta lo scorso 25 giugno. È una questione che il mondo dell’emigrazione ha sempre considerato di grande importanza per la funzione che svolge e per il suo futuro. Lo hanno scritto tutti i circoli e federazioni dei sardi in un recente documento, aggiungendo: "I circoli, l’emigrazione organizzata, la nuova emigrazione intellettuale dei sardi nel mondo svolgono e possono svolgere sempre più, mantenendo il forte sentimento di appartenenza che li lega alla Sardegna, una funzione di rappresentanza, di promozione e di scambio culturale. Proprio per questo un provvedimento che ha un valore di carattere generale deve essere discusso, partecipato e non deve rischiare di essere un semplice passaggio burocratico. Siamo peraltro in una situazione di emergenza: siamo a settembre, i circoli non hanno ancora avuto le anticipazioni, che sono una consuetudine da molti anni, ed è urgente erogarle subito. Siamo un grande movimento di volontariato sociale, con decine di migliaia di iscritti; in virtù di ciò e del rapporto ideale con i "migrantes" di tutto il mondo, in particolare con la nuova immigrazione extracomunitaria che tocca anche la Sardegna, qualcuno sostiene la permanenza delle competenze nell’Assessorato al Lavoro". La grande maggioranza del mondo dell’emigrazione ha chiesto invece la creazione di una nuova struttura, una Agenzia, o comunque un Ufficio autonomo, un Dipartimento "interassessoriale", che sia strumento operativo per l’azione dei circoli nella promozione della Sardegna nel mondo.

Giacomo Serreli

 

I CIRCOLI DEI SARDI NEL MONDO, FUCINE DI ESPERIENZE CULTURALI

CONVEGNO SULL’EMIGRZIONE A DOMUSNOVAS

Sono 124 le Associazioni riconosciute dalla Regione Autonoma della Sardegna. Molte iniziative dei circa 200 Circoli sardi nel mondo promuovono la Sardegna e i territori in cui risiedono: un’incredibile e insospettabile risorsa anche per i paesi che li ospitano; straordinaria risorsa che si scontra spesso con pregiudizi e diffidenza; si ignorano le eccezionali potenzialità che possono offrire tutto l’anno; con "l’appaesamento" i nuovi arrivati diventano operatori qualificati di cultura locale e di quella di origine. Il nuovo fenomeno dell’emigrazione intellettuale impoverisce ulteriormente la nostra Isola.

Esistono "due Sardegne", una formata da 1.665.617 Sardi residenti (dati Istat 1° gennaio 2008), ed un’altra compostra da circa 2.000.000 di Isolani sparsi sui cinque continenti. Un’emorragia continua che vede giovani studenti partire attraverso specifici progetti regionali o col progetto comunitario "Socrates-Erasmus", che gestisce la mobilità degli studenti in ambito europeo e che, a distanza di anni dalla sua istituzione, si presenta quasi come una deportazione intellettuale di massa. Emblematico il caso del Circolo "Ichnusa" di Madrid, di recente costituzione e riconosciuto dalla Regione Sarda nel corrente anno, frutto della nuova emigrazione d’eccellenza, essendo formato essenzialmente da studenti o da giovani laureati. La Spagna è diventata la nuova meta dei Sardi per la lingua, alcune comunanze culturali e, soprattutto, le nuove prospettive di lavoro qualificato, il cordone ombelicale, mai completamente reciso, di cinque secoli di storia in comune all’interno della Corona di Spagna. Il saldo migratorio negativo della Sardegna, sebbene in calo tra il 2007 e il 2008, viene solo parzialmente colmato dalla popolazione straniera residente con i 25.106 nuovi abitanti (Istat 2008). Durante il periodo estivo, le Feste degli emigrati diventano motivo d’incontro, occasione per cercare di analizzare il fenomeno con i soggetti interessati. Così è stato anche nel minuscolo centro di Domusnovas Canales che ha visto oltre due terzi dei suoi abitanti partire. Nei locali del Monte Granatico riadattato si è svolto il partecipatissimo convegno: c’erano anche quelli che, cedendo alla nostalgia, sono definitivamente rientrati. La seguitissima emittente televisiva Videolina ha dato con risalto la notizia, trasmettendo ampi servizi e approfondimenti. Il servizio, andato in onda lunedì 17 agosto e replicato per l’intera giornata, è disponibile attraverso il sito www.sunuraghe.it – al seguente indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=45jVG6zdrlw&feature=channel. Interessante il fenomeno "dell’appaesamento" che vede i nuovi arrivati condividere, ricercare, studiare ed approfondire gli usi, i costumi, le tradizioni e i tratti identitari della "nuova patria", divenendo qualificati operatori della tutela e diffusione della cultura di adozione e non solo di quella di origine. Significativo il caso della Comunità dei Sardi di Biella per la continua indagine, riscoperta e riproposizione di tratti comuni alle due terre.

Battista Saiu

 

I FLUSSI MIGRATORI E LO SPOPOLAMENTO IN SARDEGNA NEL 2008

LA FOTOGRAFIA CON I DATI ISTAT

Il 2008 ha segnato un graduale ma costante cambiamento degli atteggiamenti dei cittadini italiani ed in particolare del Mezzogiorno nei confronti della mobilità geografica e occupazionale. L’insufficiente dotazione di capitale fisso sociale e produttivo, oltre a lasciare più di una persona su dieci senza lavoro, ha spinto circa 300 mila persone ad abbandonare il Sud Italia per cercare di realizzare le proprie aspettative professionali nel resto del Paese. Di questi circa 120 mila hanno abbandonato definitivamente il luogo di origine per il Centro-Nord a fronte di un rientro di circa 60 mila persone; si tratta perlopiù di giovani individui con un buon livello di scolarizzazione. La mo
bilità dei laureati meridionali se da un lato deprime le prospettive di crescita dell’intera economia meridionale, dall’altro appare un mezzo per consentire una valorizzazione del merito e quindi una maggiore mobilità sociale.  La causa principale dell’emigrazione soprattutto giovanile rimane la ricerca di un posto di lavoro. Questo perché il sistema produttivo meridionale non è in grado di assorbire le figure professionali di livello medio-alto. Le regioni italiane che attraggono maggiormente i giovani emigrati sono Lombardia, Emilia-Romagna e Lazio. Per quanto riguarda le destinazioni estere, al primo posto si colloca l’Europa (69%), seguono, a distanza, gli Stati Uniti (18,5%) e la Cina (8,1%). Per i sardi i principali paesi europei di emigrazione sono la Germania, la Francia, il Belgio, la Svizzera, il Regno Unito, la Spagna e l’Olanda. Mentre le principali destinazioni extra europee sono l’Argentina, gli Stati Uniti d’America, Canada e l’Australia. In una fase di forte calo della natalità, la fuoriuscita delle giovani in età riproduttiva innesca, infatti, un processo che in poco più di un ventennio si prevede porterà al declino demografico; il Sud, dagli attuali 20,8 milioni di abitanti diminuirà ai 19,3 milioni, e vedrà crescere considerevolmente il peso delle classi anziane e vecchie: una persona su tre avrà più di 65 anni e una su dieci più di 80 anni. Questa difficile transizione demografica porterà il Sud e quindi anche la Sardegna, ad affrontare i problemi propri di un’economia matura senza aver ancora superato la condizione di ritardo nello sviluppo. Se in questo scenario analizziamo in dettaglio la situazione della Sardegna e delle otto province sarde ci si rende conto della situazione attuale. Secondo i dati Istat 2008 nella provincia di Cagliari, su 71 comuni, 29 (il 40%) registrano un saldo migratorio negativo. Per quanto riguarda il saldo naturale la situazione è peggiorata: nel 2008 sono 39 i comuni della provincia di Cagliari con indice negativo, molti di questi comuni hanno una popolazione sotto i 1500 abitanti. La città di Cagliari registra anche nel 2008 un saldo negativo, ma si nota un evidente miglioramento del saldo migratorio, che passa da -654 a -163; questo dato scaturisce dal crescente flusso migratorio di cittadini stranieri verso il capoluogo, in particolare di sesso femminile. Mentre per quanto riguarda il saldo naturale, Cagliari ha sempre un saldo naturale negativo, ma sicuramente migliore del 2007, infatti passa da -617 a -581. Il capoluogo sardo, a differenza delle grandi aree urbane del sud Italia, riesce ancora a garantire adeguati a livelli di servizio ai cittadini per le funzioni essenziali come acqua, rifiuti, assistenza sociosanitaria. Tra i comuni dell’hinterland cagliaritano continuano a registrare valori positivi del saldo migratorio, Quartu S. Elena +246, Capoterra +141, Selargius +111, Nella Provincia di Carbonia- Iglesias il 47% dei comuni (11 su 23) ha un saldo migratorio negativo; per quanto riguarda il saldo naturale la situazione già negativa è peggiorata. Solo 3 comuni hanno un indice sopra lo zero. Situazione negativa anche nella Provincia del Medio Campidano dove 18 comuni su 28, cioè il 64%, hanno fatto registrare un saldo migratorio negativo. Solo alcuni comuni, tra cui il capoluogo Sanluri, riportano un saldo migratorio positivo. Nell’analisi dei 28 comuni, solo 2 hanno un saldo naturale positivo attestato su bassi valori prossimi allo zero mentre i valori negativi sono molto elevati. Nella Provincia di Oristano, nel 2008, si riscontra un costante miglioramento del saldo migratorio. Mentre nel 2007 oltre la metà dei comuni aveva un saldo migratorio negativo (52%), nel 2008 si è passati al 42%, cioè 37 comuni su 88; Per la città di Oristano si riscontra un leggero miglioramento rispetto al 2007, mentre alcuni comuni limitrofi registrano valori altamente positivi come ad esempio Cabras e Palmas Arborea; anche in questa provincia in linea di massima, i comuni costieri presentano una situazione positiva per quanto riguarda il saldo migratorio solo Oristano, Cuglieri e S. Giusta nel 2008 hanno un saldo negativo. Nella Provincia di Nuoro nel 2008 nonostante un leggero miglioramento è sempre forte il fenomeno migratorio, si passa da 39 Comuni su 52 pari al (75% sul totale) del 2007 con un saldo migratorio negativo, a 32 Comuni su 52, pari 61% del totale. Tra i Comuni che registrano un saldo positivo sono da segnalare: Aritzo, Belvì, Mamoiada, Orani, Ovodda, Sarule e Tonara. La città di Nuoro nel 2008, ha un saldo naturale positivo pari a +43 mentre nel 2007 era pari a 34 e un saldo migratorio negativo da +9 del 2007 passa a -9 nel 2008. Dei 20 comuni con saldo positivo, tutti i comuni costieri (Posada, Siniscola, Orosei e Dorgali), hanno valori ampiamente positivi (Siniscola +89). Nella Provincia dell’Ogliastra nel 2008 peggiora la situazione. Si passa da 11 Comuni su un totale di 23  (pari al 47%) che nel 2007 avevano un saldo migratorio negativo, a 14 Comuni su 23 cioè il 60% dei Comuni dell’intera provincia. Tra i comuni si evidenziano: Gairo (da 7 a -36), Ilbono (da 0 a -14), Jerzu (da 5 a-29), Lanusei (da 2 a -15), Lotzorai (da 35 a -17), Talana (da -1 a -11). Mentre per quanto il riguarda il saldo naturale, 15 comuni su 23 nel 2008, hanno fatto registrare un saldo negativo. Nella Provincia di Sassari, peggiora leggermente il numero di comuni con saldo migratorio negativo, si passa dai 30 comuni del 2007 ai 31 del 2008. Da notare che tutti i comuni costieri hanno un saldo migratorio positivo. Tra i comuni con un maggior incremento: Porto Torres (+173), Castelsardo (+61), Sorso (+78). In evidenza la città di Sassari con + 1179 e un saldo naturale positivo pari +41, che insieme a Cagliari riesce a garantire un adeguato di livello di servizi ai cittadini. Infine la provincia di Olbia – Tempio mostra anche nel 2008 un quadro positivo, anche se con una leggere flessione rispetto al 2007. Infatti nel 2008 sono 5 i comuni su 26, con saldo migratorio negativo, pari al 19% (Aggius, Buddusò, Calangianus, Oschiri e Monti). La maggior parte dei comuni sono costieri e registrano tutti elevati valori positivi, anche se con un leggero decremento rispetto al 2007. Buona parte del territorio costiero della provincia è stato definito nell’ultimo rapporto Svimez come "area delle opportunità consolidate" si tratta di alcune importanti realtà turistiche della Sardegna (Arzachena, La Maddalena, Olbia, Santa Teresa Gallura e San Teodoro) qui la popolazione è in crescita, gli abitanti hanno un livello di studio elevato, il tasso di occupazione è in linea con la media nazionale o addirittura superiore al Centro-Nord (come a Olbia e alla Maddalena, 52%), il tasso di disoccupazione basso (7%), il livello di reddito (19.400 euro pro capite) è superiore alla media del Mezzogiorno (14.500). Il comune di Olbia anche nel 2008 ha entrambi valori positivi, un saldo migratorio pari +1258 e un saldo naturale pari +382. Riassumendo i dati del 2008, si nota che in Sardegna 177 comuni su 377 comuni cioè il 46% ha un saldo migratorio negativo, il fenomeno migratorio è notevole e si fa sentire soprattutto nelle zone interne, meno lungo le coste; nel nord dell’isola la situazione non è allarmante come al sud (Medio Campidano e Sulcis), mentre nel 2008 un piccolo miglioramento si riscontra nelle province di Oristano e Nuoro. 

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