Gianfranca Canu, presidente del circolo sardo di Marchirolo, intervistata su "La Nuova Sardegna"


di Paolo Pillonca     (nella foto: Gianfranca Canu, Maria Giovanna Cherchi)
 

 

Quest’angolo di Lombardia al confine con la Svizzera è terra di frontiera anche per i nostri emigrati. Nella comunità di Marchirolo vive una bella rappresentanza di Sardegna, 350 lavoratori. Siamo venuti qui per un convegno sulla lingua sarda promosso dal circolo “Giovanni Maria Angioy” con l’antropologo Bachisio Bandinu e il filologo Simone Pisano, vice presidente della FASI emigrato in Toscana e grande promessa della filologia romanza. Occasioni come questa servono ai nostri emigrati per rinsaldare il legame con Marchirolo che da tempo partecipa alle iniziative del circolo sardo. Nel giro di alcuni decenni i sardi hanno contribuito alla rinascita del paesino che tra la fine degli anni 60 e l’inizio dei 70 si era ridotto a 500 abitanti, mentre oggi conta 3500 residenti. I primi arrivati dalla Sardegna provenivano dal Goceano. Di Bono è anche l’attuale responsabile dell’associazione, Gianfranca Canu, tra i più giovani presidenti dei circoli sardi d’Italia. Il presidente della FASI Tonino Mulas dice di lei: “E’ una nostra bella speranza, speriamo diventi un modello per i giovani”.

Quando hai iniziato a pensare di venir via dalla Sardegna?

Fin da ragazzina. La mia famiglia era economicamente solida, anche numerosa: sei figli. Mio babbo aveva una azienda ben avviata nel campo dei materiali per l’edilizia, inoltre era esclusivista di una birra famosa. Una famiglia all’antica, per i valori che ci trasmetteva e il culto del lavoro.

Come si conciliava tutto questo con l’idea di emigrare?

Si lavorava troppo, non c’era tempo per altro. Era come se tutti noi fossimo legati con una fune. Poi mio padre morì all’improvviso a soli 49 anni. Noi eravamo tutti piccoli. Io, la penultima, avevo 10 anni: andavo a scuola ma già davo anche una mano in casa e nei lavori della vigna.

Che cosa successe dopo la tragedia?

Mia madre cercò di mantenerci uniti, ma non eravamo in grado di far fronte e tutto a lavoro che c’era. Mamma aveva una sorella emigrata qui a Marchirolo, e mia sorella Rosaria venne da lei. Poi abbiamo fatto catena: io sono venuta nel 1983 per aiutare Rosaria che aveva avuto un bambino. Ma non era mia intenzione fermarmi qui.

Invece?

Mi sono messa a studiare e sono diventata infermiera professionale. Ho trovato lavoro: dapprima a Barasso, luogo bellissimo del varesotto, poi in Svizzera, ospedale San Giovanni di Bellinzona. E per qualche anno ho avuto una sorta di rifiuto per tutto ciò che era sardo. Un rifiuto totale, assoluto: dal cibo alle tradizioni, perfino alla lingua. Forse era una reazione alla vita da segregata in Sardegna. Qui c’erano grandi spazi, mi pareva di toccare il cielo con un dito. Ma dopo un paio d’anni mi sono accorta di quanto mi mancasse la mia terra.

Che cosa ti mancava di più?

La mia lingua, la mia cultura, i profumi dell’isola lontana, la solidarietà, il senso di appartenenza alla terra: sentivo un grande vuoto interiore. A poco a poco mi sono avvicinata al circolo. La mia prima elezione a presidente risale a 4 anni fa, la riconferma è dell’anno scorso. Il mio primo pensiero è stato di rinnovare l’ambiente. Ma era pura teoria o quasi: ho impiegato più di un anno a capire il funzionamento del meccanismo e  guadagnarmi la fiducia degli anziani. A me non piace tanto fare il presidente. La carica la vedo come un mezzo per fare le cose nel modo migliore, nella massima correttezza e trasparenza.

La difficoltà maggiore?

Individuare la priorità d’azione e intensificare la presenza dei soci alle attività del circolo.

I rapporti con gli amministratori di Marchirolo?

Sempre molto buoni, anche prima che io diventassi presidente. La nostra sede era una scuola professionale, chiusa da tempo. Andava in rovina, il sindaco Dino Busti ce l’ha data e noi l’abbiamo restaurata: ora è la nostra centrale operativa.

In quale direzione?

Faccio un esempio. La festa di San Francesco, in ottobre, ormai tutti la chiamano la festa dei sardi. Noi mettiamo le tende in piazza e accogliamo i visitatori. Il tutto senza scopo di lucro, l’anno scorso siamo andati sotto di qualche migliaio di euro. La festa ci serve a far conoscere meglio la Sardegna. Le occasioni di autofinanziamento sono altre: le cene sociali allargate all’esterno.

In che cosa consiste l’intervento della Regione?

In contributi che coprono appena il 30 – 40 % delle spese, il resto grava sulle nostre spalle. L’intervento regionale si sta riducendo sempre più e non migliorerà sicuramente. Temo che presto arriveremo all’autofinanziamento totale.

Cosa rappresentano i circoli per l’economia della Sardegna?

Un grande aiuto. Non solo per far conoscere i nostri prodotti, ma perché noi dalla vendita non abbiamo nessun guadagno. Le vendite sono un servizio ai soci.

Ma vi sentite ancora ambasciatori della Sardegna?

Si, fortemente. Più fortemente di prima. Siamo ambasciatori di cultura. Vorremmo maggiore riconoscenza da parte della Regione per ciò che facciamo.

Tu ritorni tutti gli anni in Sardegna?

Sempre, tutte le volte che posso, anche due o tre volte l’anno.

Bono, il tuo paese, è ancora una assenza?  

Senza dubbio. Mi mancano le stradine in cui giocavo correndo scalza, i balli sardi notturni all’insaputa dei genitori. Mi manca quel tempo, quella musica insostituibile.

Se ti proponessero di lavorare in Sardegna nel campo della sanità?

Tornerei senza pensarci un attimo, con entusiasmo.

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