Dall'agonia della chimica, politici sardi uniti per l'isola: finalmente!

di Gianfranco Pintore

 

Non capita spesso di andare orgogliosi dei propri ceti politici, troppo spesso presi in beghe di cui alle persone normali sfuggono non solo i significati ma anche i contorni. Quella, quando il governo sardo si è riunito con i parlamentari sardi, è una di quelle rare occasioni. In gioco c’era – e c’è – per alcuni la sopravvivenza della chimica, per altri (io sono d’accordo con loro) la sopravvivenza di migliaia di lavoratori e delle loro famiglie. Tutti hanno comunque preso la saggia decisione di lasciare a casa le baruffe e di mettersi a lavorare uniti. Personalmente sono molto polemico con la scelta, decisa a Roma ma ingoiata in Sardegna come fosse uno zuccherino, di procedere alla industrializzazione petrolchimica e chimica dell’Isola. Lo sono, se mi si permette un ricordo personale, fin dal 1972, quando venni inviato dal mio giornale da Milano a Ottana. Mi parve una pazzia e lo scrissi. Ma adesso, quando si prepara una sorta di Stati generali del popolo sardo, vale la pena mettere da parte recriminazioni e critiche. E vale la pena di cominciare a ragionare, anche su questo blog se ne avete voglia, su un modello economico diverso da quello fin qui conosciuto.
Un "Nuovo modello di civiltà" lo chiamammo nel 1990 in un documento, "Il manifesto di Desulo" elaborato da due dozzine di intellettuali non organici. Vi scrivevamo fra l’altro: "Alla disoccupazione di massa, alla fragilità e impotenza del sistema economico, alla impreparazione ed evanescenza della classe politica sarda, alla vacuità ed evasività delle culture dominanti, cominciano a sovrapporsi le moderne carestie: la carestia dell’aria pulita, dell’acqua potabile, dei cibi non nocivi, degli spazi territoriali fruibili. La Sardegna, pur non avendo goduto, se non in piccola parte, dei benefici dell’occidentalizzazione, si trova a dover subire pienamente le conseguenze del degrado ambientale e dei mutamenti climatici provocati dai paesi maggiormente industrializzati, Usa in testa. In questo contesto, la difesa e la rigenerazione dell’ambiente isolano in tutti i suoi aspetti si propone come impegno urgente e prioritario, fulcro del nuovo modello di civiltà, a cui tutti gli altri impegni debbono essere subordinati e finalizzati. Politica, economia, cultura, organizzazione sociale devono avere come oggetto e preoccupazione principale la difesa, la ricostruzione, la valorizzazione e l’abbellimento della terra sarda, pena l’arretramento generale e la disumanizzazione… È ancora possibile che la Sardegna –come isola di Utopia– diventi un paese in cui si producono aria respirabile, acqua buona, cibi sani, spazi residenziali non congestionati e socialmente non pericolosi, marine e boschi salubri, città e montagne parimenti vivibili al miglior livello umano." Comunque lo si chiami, il nuovo modello economico non può non essere fondato su "la difesa, la ricostruzione, la valorizzazione e l’abbellimento della terra sarda". Alla "monocultura della pecora" si è sostituita negli anni la monocultura petrolchimica e comunque industriale che ha semidistrutto la prima; ora questa sta implodendo, scossa da una crisi mondiale di cui ancora non scorgiamo le dimensioni; si sente qua e là avanzare la proposta di una monocultura turistica, forse meno devastante della seconda, ma certo pericolosa. È mai possibile che non riusciamo a pensare alla Sardegna come un’unica, irripetibile e allo stesso tempo variegata terra di prosperità?

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