Premio letterario "Giuseppe Berto" di Mogliano Veneto (TV) a Cynthia Collu

di Sabrina Schiesaro (unionesarda.it)

 

È stato assegnato a Cynthia Collu il premio letterario Giuseppe Berto del 2009. La XXI edizione del concorso, la cui premiazione si è svolta a Mogliano Veneto (Treviso), è stata vinta dal romanzo "Una bambina sbagliata" scritto dall’autrice di origine sarda, edito da Mondadori, e ambientato tra Milano e la Sardegna. Nella motivazione del riconoscimento, la giuria – presieduta da Giuseppe Lupo e composta da Mario Baudino, Goffredo Buccini, Andrea Cortelessa, Paolo Fallai, Laura Lepri, Giorgio Pullini, Marcello Staglieno e Gaetano Tumiati – ha commentato: "Romanzo scritto con intensità emotiva, ma con buona misura stilistica, si segnala per la sua leggibilità e per la maturità, il controllo dello stile". L’autrice ha ricevuto il premio (dell’ammontare di 7500 euro) durante la cerimonia ufficiale e l’ha dedicato al figlio quindicenne.
La recensione: "Una bambina sbagliata" tra la Sardegna degli avi e la Milano conformista
(Pubblicata su L’Unione Sarda del 3 maggio 2009)

Spiegare cosa sia una bambina sbagliata non è facile per Cynthia Collu, autrice di un romanzo – edito da Mondadori – che parla di famiglie di ieri, di oggi, di rapporti tra genitori e figli in eterno contrasto. La protagonista forse lo è stata, Una bambina sbagliata, almeno agli occhi di un padre e una madre che non hanno saputo capirla, amarla, accettarla. E che, una volta grande, si trova a dover dimenticare, per guardare un genitore sul letto di morte e perdonarlo per le violenze subite. È la storia di Galathea, detta Thea, cresciuta tra una Milano anni Sessanta e una Sardegna ancorata alla tradizione agropastorale, obbligata a mangiare la carne, ad andare bene a scuola e a sopportare un padre attaccato più alla bottiglia che alla propria casa. A dividere il carico di difficoltà ci sono altri tre fratelli, tutti maschi, forse per questo salvati dalle botte, ma non dal destino, che si accanisce proprio su di loro. Si parla di sesso, delle prime esperienze, di povertà, droga, di viaggi in quell’Isola che rappresenta la tregua dai dolori famigliari, a casa dei nonni Cosma e Gavino, con il loro cane Frida. E così una bambina si divide in due: «Non mangiare in fretta, diceva nonna Cosma alla mia metà in Sardegna»; «Sbrigati, diceva mia madre all’altra metà quando soggiornava a Milano»; «mettiti il cerchietto», la prima; «no, il cerchietto proprio non te lo metti che poi lo perdi e mi ritorni a casa che sembri una zingara», la seconda. Ma ci sono anche le amiche, ognuna con le sue particolarità. Elisa, la compagna di giochi con cui andare alla ricerca di cani randagi da sfamare, la bella Viridiana, osservata con sguardi languidi anche dagli uomini e invidiatissima da Thea («Quando siamo insieme mi sento il brutto anatroccolo»), e poi Irene, complice di una fuga in Svizzera per scappare dalle angherie domestiche e rincorrere il sogno di incontrare i Beatles. Dimenticare, non pensare, è questo l’importante per la protagonista adolescente del libro scritto con pochi particolari sui luoghi geografici sardi. Ma si intuisce che l’autrice conosce certi rituali che appartengono a quel mondo e li inserisce come tasselli in un puzzle che compone al contrario, dalla fine all’inizio della storia. La fine è la morte del padre, quello che quando tornava a casa sbronzo veniva trascinato da moglie e figlia in camera; una lo teneva per le braccia, l’altra per i piedi e al tre lo lanciavano sul letto. Ci sono i ricordi dell’infanzia e della gioventù in Sardegna, scritti come pensieri rivolti ai nipoti, per lasciare una traccia della propria esistenza. Bella, brutta, o sbagliata

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