Tottus in Pari, 249: coppia vincente

Il Circolo "Giommaria Angioy" di Marchirolo, ha portato grandi accademici dall’isola per incontrare in un convegno emigrati sardi ed appassionati dalla provincia di Varese. La comunità locale di Marchirolo, riunita nel circolo Angioy, che si sta distinguendo per capacità di integrazione e volontà di farsi conoscere. Il tema dell’incontro, con sessioni in lingua sarda, è stato "Sa limba sarda deris e oe" (La lingua sarda, ieri e oggi). Hanno moderato nomi come Bachisio Bandinu, Paolo Pillonca e Simone Pisano, rispettivamente antropologo e saggista, giornalista e studioso di letteratura sarda, e docente di glottologia all’Università di Pisa. Il tema è molto più vicino alle valli prealpine di quanto si pensi. Affonda le radici in una forma di federalismo intimo, un desiderio di veder riconosciuta la propria lingua, perché di questo si tratta, all’interno e all’esterno dei confini dell’isola. Basti pensare che negli anni 50 la popolazione che parlava il sardo nell’isola era il 95%. Poi arriva la scuola, la modernità, la Costa Smeralda e la rivoluzione linguistica. La scuola si pone come mediatrice del bilinguismo ma con una coercizione ad abbandonare la lingua materna, quella che gli isolani apprendono con la suzione al seno materno, a favore dell’italiano. Un delitto, una perdita cui si vuole porre rimedio con leggi regionali, senza contrapposizioni tra l’italiano e il sardo, con una convivenza pacifica, anzi, come bene esposto da Bandinu, arricchendosi l’una dell’altra lingua. La sala del secondo piano del circolo ascolta, gremita, le discese vocali dei relatori che spiegano in sardo. Suoni gutturali uniscono i sardi presenti, da Sassari a Cagliari. C’è aria di casa appena escono di bocca i congiuntivi e le innumerevoli declinazioni al condizionale. La lingua dell’incontro, quella che non impari sul vocabolario, reclama un ritorno in bocca e nel cuore e lo fa anche tramite proposte per il dialetto, come quella di fare un’ora curricolare di sardo a scuola. La Regione Sardegna ci pensa in ottica federalista, autonoma, visto che la legge regionale pone già il sardo come lingua di minoranza. Il dilemma è: quale sardo va insegnato? Quello del Nord o quello del Sud? Anche questo è oggetto di convegni e incontri in tutta Italia, non solo in Sardegna. All’incontro è stato presente anche il sindaco di Marchirolo, Pietro Cetrangolo, apprezzato per la disponibilità usata nei confronti di questa comunità. "Apprezziamo il loro contributo, ha detto il sindaco, alla vita culturale del paese. Lavoriamo insieme per offrire una proposta culturale sempre più ampia".

(ci riferisce Gianfranca Canu)

IL CIRCOLO DEI SARDI A DUE PASSI DALLA SVIZZERA

MARCHIROLO E LA STATUA DI SAN FRANCESCO

Marchirolo, a pochi chilometri dal confine con il Ticino, ha una vera e propria enclave formata da sardi nati e cresciuti nell’isola e poi trasferitisi qui per lavoro. Qui nasce, circa 30 anni fa, il circolo culturale ricreativo Giommaria Angioy, associazione che conta oggi circa 360 soci con oltre 200 sardi in loco, persone che affluiscono al centro marchirolese da molte parti della provincia di Varese fino a raggiungere, nei giorni delle "feste comandate sarde", presenze per oltre un migliaio di persone. Ma i numeri rendono poco lo spirito che queste persone hanno saputo creare, a partire dalla creazione "fisica" del circolo, una bella palazzina di tre piani nel centro di Marchirolo e di proprietà comunale, di cui i sardi hanno la piena gestione. Una palazzina abbellita nel corso del tempo con murales esterni che rappresentano la partenza dei migranti dall’Isola per mettere piede nel continente. Il senso di appartenenza a quella terra è vivo e lo si ritrova nelle parole delle nuove generazioni di giovani cresciuti in Lombardia, nei momenti conviviali aperti a tutti, anche ai non sardi, come le feste che tanto replicano usi e costumi impossibili da sradicare o annacquare con le acque del Lago Maggiore. La festa più importante è quella di San Francesco, festa che cade ad ottobre culminando in una domenica di canti e poesie cantate secondo la tradizione sarda e, non poteva mancare, con la varia e straordinaria tradizione culinaria tipica della Sardegna, rappresentata qui, è importante sottolinearlo, da Sassari a Cagliari, da Nord a Sud. Una festa, quella di San Francesco, che affonda le radici in un racconto che pare uscito da una sceneggiatura del nostro miglior cinema. "Molti anni fa, ci dice Gianfranca Canu, presidente del circolo Giommaria Angioy, alcuni sardi locali erano impegnati a lavorare in un paese vicino per degli scavi. In quell’occasione, scavando, venne rinvenuta una statua del Cristo in croce mentre viene abbracciato da San Francesco. Qualcuno voleva buttarla via per come era conciata mentre i sardi locali decisero di prendersi cura di lei, pulendola e restaurandola e riportandola ad antico splendore. Quella, oggi, è la nostra statua, un pezzo della nostra storia da festeggiare qui a Marchirolo ed è allocata in uno dei nostri saloni". Gesso e legno, Francesco che avvolge in un abbraccio il Cristo e lo guarda. Una statua di circa due metri riportata dalla terra dura prealpina alla luce. Forse è anche questo il segreto di questa comunità operosa, la capacità di mantenere e far recuperare a chi lo desidera l’attaccamento per la terra e per ciò che essa sa dare, per le cose di cui l’uomo è fatto. La direttrice del centro racconta a noi la "sua" Sardegna e scandisce odori, colori e sapori di una terra così lontana eppure così vicina. Impossibile dimenticare  zenzero, mirto, rosmarino, l’odore del sale al mattino, il blu dell’acqua del mare che contrasta con il rosso ruggine di qualche impianto minerario in disuso, l’odore delle piante amplificato da "su lentore", una rugiada particolare in grado di esaltare profumi unici. C’è anche il tempo di pensare al sociale, nel pieno spirito dell’eroe sardo, Giommaria Angioy, cui il circolo si è ispirato nel nome. Esiste, per esempio, la possibilità di ottenere agevolazioni di prezzo per i vettori marittimi o aerei diretti in Sardegna tramite una piccola iscrizione alla Federazione delle Associazioni Sarde in Italia (FASI) tramite una semplice iscrizione al circolo, con notevoli vantaggi di spesa anche per i non sardi e con la possibilità di ottenere biglietti per la sola isola direttamente dal circolo che funge da "piccola agenzia di viaggio". "Le attività culturali e artistiche svolte nel circolo Angioy sono ricercate e non comuni, continua Gianfranca Canu. Si fa festa per stare insieme, per raccontarsi dell’ultima volta che si è scesi "nell’isola", per sognare la prossima volta che ci si tornerà. Ascoltare le loro malinconie e il loro attaccamento per quella terra fa pensare a posti lontani… alla "saudade" o al "mal d’Africa" italiano: quello che prova chi porta dentro un po’ di Sardegna. (ci riferisce Gianfranca Canu)

NONOSTANTE GLI OTTIMI RISULTATI PERSONALI, LE DUE "STELLE" ISOLANE SONO FUORI

NIENTE EUROPA PER BARRACCIU E CALIA. CI VA DA "RIPESCATO" UGGIAS

Come succede da una trentina d’anni a questa parte la Sardegna non è riuscita a piazzare neppure un rappresentante al Parlamento europeo. Era ampiamente previsto. E il diffuso astensionismo dei sardi delusi dalla politica non ha contribuito certamente a rendere possibile il miracolo. il dato dell’affluenza finale in Sardegna si ferma al 40,93%, il peggior risultato fra tutte le regioni italiane, persino di quelle meridionali e insulari. Anche le più vicine, sono lontane: Sicilia al 50%, Calabria al 55% e via a crescere regione per regione fino a determinare una media nazionale che ha raggiunto il 66,5%. L’impossibilità di eleggere un rappresentante sardo può aver inciso. Alla fine, Nell’Isola la sfida tutta rosa tra Francesca Barracciu e Maddalena Calia ha visto vincitrice la candidata del redivivo Partito democratico, che in Sardegna ha guadagnato quasi dieci punti percentuali rispetto alla media italiana. L’ex segretaria del PD, prima dei non eletti nel suo partito dopo i siculi Rita Borsellino e Rosario Crocetta, è risultata la più votata con 116.935 preferenze e ha superato la Calia, europarlamentare uscente, che ha raggranellato 115.194 voti (è terza non eletta dopo due candidati siciliani). Quindi Restano fuori, le due "stelle" delle europee. Nonostante un risultato eccezionale se raffrontato con le previsioni della vigilia del voto. Sono diverse le facce, gli stati d’animo: Francesca Barracciu sorride, non sperava di sbarcare a Bruxelles ma essere la più votata in Sardegna comincia a essere una piacevole abitudine. Si è comunque detta soddisfatta «per il risultato personale e ancora di più per essere riuscita a battere Berlusconi». E ha spiegato: «Lui che ha tanto umiliato le donne comincia a fare i conti politici proprio con una donna». Mentre Maddalena Calìa è triste, abbattuta, ma il suo «grazie a tutti» è un ritornello recitato col sorriso. «I complimenti non cambiano il risultato», dice l’ex sindaco di Lula, «adesso sappiamo che non era una rincorsa impossibile». La Calia non ha certo festeggiato per aver superato il Cavaliere nell’isola, ma ha sottolineato che il suo risultato personale è stato «molto positivo». Nonostante l’exploit delle due donne, è un uomo che ha conquistare il seggio. Giommaria Uggias ha avuto 17 mila voti (quasi tutti in Sardegna) nell’Idv ma si è piazzato al quinto posto. L’Italia dei valori ha conquistato un seggio nel collegio delle isole ed è stato assegnato all’ex sindaco di Olbia. Perché i due più votati nel collegio hanno rinunciato all’elezione (Antonio Di Pietro e Leoluca Orlando, che restaranno nel Parlamento italiano) e gli altri due (Luigi De Magistris e Sonia Alfano) hanno optare per i seggi conquistati nelle altre circoscrizioni italiane. Di Pietro, infatti, si era personalmente impegnato a garantire l’elezione di Uggias in caso di conquista di un seggio nel collegio delle isole.

 

NESSUN RAPPRESENTANTE DELLA SARDEGNA AL PARLAMENTO DI STRASBURGO

EUROPEE: NOI, I SARDI MASOCHISTI

È fatta. Anche questa volta siamo riusciti a farci del male e la teoria che meglio nulla che poco ha trionfato. Contenti come pasque perché al Parlamento europeo non ci andremo neppure questa volta, i sardo-masochisti esultano sventolando la bandiera "pro chi progat in sa de compare, mègius non progat". I partiti italiani se ne sbattono: la loro rappresentanza c’è e potranno comportarsi a Strasburgo senza l’incomodo di un ambasciatore degli interessi della Sardegna che, a gana o a mala gana, avrebbe comunque agitarli, pena la sua delegittimazione fra cinque anni. E per piacere, non continuiamo a sventolare la questione della circoscrizione unica: stante questa legge, non avremmo eletto nessuno. Il fatto è che a Francesca Barracciu e a Maddalena Calia sono mancate poche migliaia di preferenze per essere elette: ottantamila elettori del Pd non hanno dato la preferenza alla prima e novantamila della seconda le hanno negato la preferenza. Hanno avuto entrambe i voti sufficienti alla loro elezione, non le preferenze. Nessuna delle due è in sintonia con l’idea che ho della Sardegna, ma meglio la loro flebile voce di sarde, comunque autonomiste, che l’afasia completa. Non è in discussione la scelta dell’elettorato sardo di non andare a votare. La responsabilità è dei partiti che sono stati incapaci di spiegare, presi come erano da una battaglia campale tutta interna allo Stato italiano, che cosa si andava a votare. Non il Parlamento della Repubblica, dove evidentemente tutte le culture politiche rappresentative devono esserci, ma un luogo dove si parla di politiche europee e dove le diversità o parlano o non esistono. Come la nostra, ma non come la siciliana, o la basca o la catalana che esistono e si faranno ascoltare. Adesso, però, è il momento di farci sentire, senza attendere i mesi precedenti le prossime europee fra cinque anni. A cominciare dai partiti e dai movimenti che non hanno riferimenti e segreterie italiane. Oggi neppure si parlano, divisi non sulle prospettive a medio termine, ma da diffidenze più ideologiche che politiche e culturali. Si tratta di oltre un quinto dell’elettorato sardo, come dire oggi il terzo schieramento in Sardegna. Una proposta per cambiare l’iniqua legge elettorale per le Europee non può limitarsi a chiedere lo scorporo della Sardegna dalla Sicilia, deve far valere il diritto della Sardegna (e delle altre regioni a statuto speciale) ad essere rappresentata nel Parlamento europeo. Meccanismi elettorali per far sì che questo diritto sia assicurato se ne possono trovare quanti si voglia, a cominciare da quello che preveda un quorum nazionale e non statale com’è oggi o l’assegnazione dei due seggi ai partiti più votat
i. Resta la considerazione che, allo stato attuale delle cose, senza un partito o una lista sardista (intendo, sia chiaro, una lista che faccia riferimento solo ed esclusivamente alla Sardegna), a vincere saranno sempre e comunque i grandi partiti rappresentati in Sardegna. E resta inteso che, preliminarmente, si debba essere d’accordo sul fatto che il dato fondamentale è essere comunque presenti nel Parlamento europeo, non la perfetta coincidenza delle idee dei candidati con le idee di chi vota. Anche nell’ipotesi che si abbia un numero di eurodeputati risultante dalla costituzione della Sardegna in stato indipendente, la nostra Isola non potrà avere 1.400.000 deputati, ma neppure uno per ogni movimento dal 3 o 4%. Se ci rassegniamo a questo e all’idea che l’unità presuppone concessioni reciproche, la strada può essere in discesa.

Gianfranco Pintore

LE RAGIONI E L’IMPEGNO POLITICO AL PARLAMENTO EUROPEO

PER GIOVANNA CORDA, NON SUFFICIENTI I 30 MILA VOTI

A Giovanna Corda, l’eurodeputata di origine sarda, eletta in Belgio e approdata al Parlamento Europeo solo nell’estate del 2007, sono in tanti a riconoscergli una grinta, condita dal naturale sorriso, ed una determinazione e operatività non comuni. Le ragioni e l’impegno politico sono documentati nelle numerose interrogazioni parlamentari, scritte ed orali, presentate a norma dell’articolo 190 del regolamento europeo alla Commissione. Gli argomenti sollecitati nella 6° legislatura dalla Corda, risultano principalmente di ordine sanitario (effetti terapeutici dei medicinali generici e utilizzo del bisfenolo A nei biberon); agricolo-alimentari (rischi per la qualità delle carni nutrite con OGM, indagine sulla qualità degli oli d’oliva e vaccinazione comunitaria contro la febbre catarrale degli ovini); trasporti (regolamentazione sui diritti dei passeggeri aerei); economici (crisi mercato immobiliare, relazioni commerciali, mercati energetici, aumento dei prezzi delle derrate alimentari, controllo delle importazioni di prodotti di consumo pericolosi, vendite online, tariffe telefonia mobile e diminuzione dei prezzi sms scambiati in un altro Stato membro -roaming-). Sul fronte specificatamente sardo ha invece illustrato, in seduta plenaria del Parlamento Europeo a Strasburgo, gli emendamenti del gruppo PSE sul sostegno alle produzioni di latte ovicaprino della Sardegna, ritenendo che "la produzione di latte ovino e caprino deve essere incoraggiata allo stesso titolo della produzione di carne ovina e caprina, al fine di garantire in modo particolare prospettive reali per lo sviluppo della catena di trasformazione del latte e di produzione di formaggi di cui la tipicità e la qualità sono largamente riconosciuti". Quella di Giovanna Corda, una voce cresciuta nell’emigrazione e dall’immutato legame identitario, di affetti e valori con l’Isola, era intervenuta presso il Parlamento Europeo anche sulla questione del violentatore sardo e sullo sconto di pena ottenuto in Germania per "attenuanti di carattere etniche e culturali". Dunque una storia singolare, quella dell’eurodeputata. Emblematica vicenda umana e sociale  maturata attraverso l’esperienza dell’emigrazione, nel segno e senso di appartenenza all’Isola madre, evidenziata concretamente nel corso della visita ed incontri in Sardegna della delegazione delle Commissioni Agricoltura e Pesca del Parlamento Europeo. Giovanna Corda, nata a Carbonia da genitori di Illorai (SS), nel breve periodo da parlamentare europea si è sempre attivata come ambasciatrice e testa di ponte per la Sardegna nell’Europa dei popoli; nelle recenti consultazioni europee ha registrato un successo personale -con considerevoli preferenze (circa trentamila)- che ha significato l’affermazione del PSB (Partito Socialista Belga) nella regione francofona della ValloniaBruxelles.

Cristoforo Puddu

 

SPAZIO SULLE PAGINE DELL’UNIONE SARDA ALL’APPELLO F.A.SI.

CONTINUITA’ ANCHE PER GLI EMIGRATI

L’appello della Fasi al Governo e al Parlamento: nuove regole L’associazione degli emigrati sardi nella Penisola denuncia la difficile situazione dei collegamenti con la Sardegna e lancia un appello al Governo e al Parlamento per una riforma della continuità territoriale. «Sardegna sotto sequestro»: dopo la denuncia-provocazione del deputato del Pdl Mauro Pili, che ha interrogato il Governo sull’impossibilità di lasciare o raggiungere la Sardegna con l’aereo nelle ultime 48 ore, arriva l’allarme della Fasi, la federazione delle associazioni sarde in Italia (Fasi), che rappresenta 300 mila emigrati sardi suddivisi in 70 circoli: «Siamo estremamente preoccupati per la situazione dell’intero sistema dei trasporti fra la Sardegna e la Penisola». Un appello lanciato perché la continuità territoriale sia realmente un sistema che garantisca ai sardi di poter viaggiare alle stesse condizioni degli altri cittadini. La Fasi, attraverso una lettera aperta, invita il Governo e il Parlamento a impegnarsi per «predisporre misure per una nuova continuità, rivolta a tutti i cittadini italiani ed europei, che copra più rotte fra la Sardegna e la penisola, con la partecipazione di più compagnie, con una tariffa massima, determinata applicando le condizioni più favorevoli del parametro del costo ferroviario». Misure che il deputato Pili ha elencato, dieci giorni fa, in un’interrogazione al Governo. «Gli emigrati restano oggi esclusi, per decisione dell’Unione Europea, dal sistema della continuità territoriale aerea», sottolineano i vertici della Fasi in una nota diffusa ieri sera, «ma crescono anche le proteste per i costi insostenibili dei trasporti marittimi, soprattutto nei mesi di luglio e agosto, il periodo in cui cadono le ferie della maggior parte dei lavoratori». La Fasi si chiede: «Come fa una famiglia, che è legata affettivamente alla sua terra d’origine, a sostenere una spesa di 1.000 – 1.200 euro solo per il trasporto marittimo?». Il presidente della Fasi, Tonino Mulas, mette in evidenza un possibile percorso da seguire: «La prospettiva della scadenza della continuità territoriale aerea (nel prossimo ottobre) su Milano e Roma sta riaprendo, con alterne vicende, il dibattito». Secondo Mulas «occorre ripensare all’attuale sistema, alla luce della nuova legislazione sul federalismo fiscale, che riconosce il principio dello svantaggio dell’insularità. Occorre tener conto che lo svantaggio è generalizzato: riguarda i sardi, gli emigrati, le merci, i cittadini europei, l’economia della Sardegna a partire dalla penalizzazione del sistema turistico sardo e rispetto all’attuale crisi economica». Secondo la Fasi serve un’iniziativa unitaria delle forze politiche sarde «insieme alla mobilitazione dell’opinione pubblica, del mondo
dell’imprenditoria, delle forze sociali». Ma occorre anche promuovere la «sensibilità e il sostegno dell’opinione pubblica nazionale». Mulas sostiene che «dalle città del Nord Italia viene una gran parte del flusso turistico, oltre che la presenza di coloro per i quali è terra d’elezione e di residenza per molti mesi all’anno». La Federazione dei sardi, che ha promosso in passato numerose manifestazioni nei porti e negli aeroporti e che due anni fa ha manifestato a Bruxelles, si impegna a portare avanti una campagna di sensibilizzazione in tutte le città d’Italia per una nuova proposta di continuità territoriale. All’appello (rivolto a Governo e parlamentari delle due Camere) hanno già risposto un centinaio di personaggi noti, politici, candidati alle europee e rappresentanti della comunicazione. La Fasi e il deputato Mauro Pili hanno presentato a Milano la proposta di una nuova continuità territoriale ai vertici politici della Lombardia.

Enrico Pilia 

 

RIFLESSIONI DALLA LONTANA FINLANDIA, OSSERVANDO IN TV IL FILM DEI TAVIANI

C’E’ ANCORA IL PADRE PADRONE IN SARDEGNA?

La televisione nazionale finlandese, in tema di "cinema classico", ha proiettato "Isäni, herrani" (Padre padrone), il film che un trentennio fa fu l’emblema, in positivo e negativo, della condizione civile e morale della Sardegna. La recensione iniziava con un pragmatico "Sardinialaispoika ja hänen sortajansa" (Il ragazzo sardo e il suo oppressore). Ero curioso di verificare il giudizio e la reazione di un popolo assai diverso dal nostro, specialmente nel rapporto genitori-figli. Contemporaneamente, nella cittadina dove risiedo, fra i pochissimi italiani sono l’unico sardo, per cui, il giorno successivo, sono stato invitato ad uno scambio di idee, chiamiamolo pure un piccolo dibattito, da parte di un’associazione. Iniziamo a dire che i fratelli Paolo e Vittorio Taviani fecero davvero un bel lavoro di ambientazione della pellicola. Ebbero la felicissima idea di assumere nei due ruoli principali due veri attori teatrali, peraltro poco conosciuti dal grande pubblico: Omero Antonutti e Saverio Marconi. Descrissero ed evidenziarono un paesaggio duro, aspro, difficile, pericoloso; concentrarono alla perfezione l’intera famiglia sulle figure del padre e del figlio, tenendo all’oscuro e con funzioni di comparse gli altri componenti; anche la colonna sonora si allineò al dramma famigliare, risultando piena di suoni gravi e cadenzati. A mio parere, esaltarono il concetto che, per spezzare la triste realtà, l’unica prospettiva per l’abitante del luogo fosse costituita dall’abbandono dell’Isola col relativo viaggio nell’agognato "continente". Diciamo la verità: il conseguimento della laurea e la conseguente notorietà del protagonista Gavino Ledda erano un qualcosa di più, un corollario, un traguardo simbolico che nulla però avevano a che vedere con le modalità precipue della storia, appunto rappresentate dalla rivalità e dall’odio reciproco instauratosi fra i due componenti della famiglia. Aggiungiamo anche un’altra notizia che servì ad esaltare il successo e la fama internazionale del film: l’inaspettata conquista della Palma d’oro al festival di Cannes. La giuria era presieduta da Roberto Rossellini. Lui, che in coppia con Vittorio De Sica inventò il neorealismo, affermò che il film dei Taviani rappresentava simbolicamente un repentino ritorno di quel filone in terra sarda. Come reagì la Sardegna del tempo all’uscita del film? Si registrarono larghi consensi? Fummo investiti dall’onda lunga della soddisfazione? Sapere di un corregionale che, come suol dirsi, partendo dal nulla riesce a conquistare con la volontà e l’abnegazione un traguardo importante, ci fece realmente sentire orgogliosi del nostro sentirsi sardi? Ahimé, ho paura di dover deludere i sostenitori di questa tesi trionfalistica. La vera essenza del film, prescindendo dal caso personale del protagonista, era invece la rappresentazione nuda e cruda della Sardegna selvaggia nei panorami e specialmente nel territorio, e di riflesso delle persone che la abitavano. Una terra dove era tremendamente difficoltoso il transito fra viottoli, rivoli, pietre, fossati che simbolicamente erano la sintesi del rapporto delle persone coi propri simili. Ed ancora: quella del pastore Gavino era da considerarsi un caso limite, estremo, che sfugge alla normalità, e come tale eccezionale? Questo quesito alimentò le discussioni del tempo, e devo ammettere che nessuna risposta fu data al proposito: tanti giri di parole, tante generalizzazioni, ma nessuno cercò di affrontare di petto la questione in tutta la sua interezza. Insomma, i "padri-padroni" erano una raffigurazione fantasiosa o realmente esistevano in grandissimo numero? A ben pensarci, il successo di Gavino Ledda contribuì, paradossalmente, a tenerci lontani da queste tematiche, da queste risposte. Non affrontammo, allora, lo spinoso quesito, forse per non dover ammettere pubblicamente una triste verità, che fingevamo di scambiare per un luogo comune, o peggio ancora per una irriguardosa diceria. Facemmo bene a comportarci così, a stendere un velo pietoso e fingere di non vedere? Nella discussione con gli amici finlandesi, tutti attentissimi a capire e conoscere le particolarità della nostra terra, ho dovuto usare anche la cosiddetta diplomazia. C’è da premettere un particolare importante: la Sardegna, a differenza della Sicilia, non è molto conosciuta all’estero, e questo per tutta una serie di considerazioni, prima fra tutte la difficoltà di essere raggiunta e poi, a detta delle persone che ci sono state, il prezzo esorbitante di alberghi e punti di ristorazione. Mi è stata fatta l’inevitabile domanda: la Sardegna di oggi è assai differente da quella descritta dai fratelli Taviani? Il tenore di vita è migliorato in modo consistente? Per arrivare al quesito cruciale: è possibile che nella tua Sardegna possano ancora esistere casi come quelli rappresentati dal film? Sono ancora in circolazione dei padri di siffatta specie? Sarebbe troppo facile da parte mia replicare così: "Cosa avreste risposto voi, cari corregionali?". Naturalmente questa è solo una mia battuta estemporanea. Ho affrontato il problema partendo alla lontana fino ad arrivare ai giorni odierni, facendo insomma una cronistoria dei passi in avanti compiuti dalla popolazione sarda nell’ultimo trentennio. Non ho potuto e soprattutto non ho voluto, vorrei aggiungere, prendere le difese d’ufficio della mia Isola, soprattutto per quanto riguarda la nostra atavica rassegnazione dell’accettare senza reagire quella che possiamo definire l’avversità del destino ed il piegarsi al volere degli altri, come ci insegnò Grazia Deledda. Ho spiegato che noi sardi avremo sempre meno i padri-padroni allorché potremo disporre dell’autonomia personale che possa finalmente indurci a disporre realmente di noi stessi e seguire il viaggio, ma soprattutto la mentalità interiore, della propria coscienza di appartenere ad un’Isola con le sue tradizioni e specificità facente però parte del domani della vita, ossia l’appartenenza alla grande famiglia dell’Unione Europea. Tanto prima lo capiremo, tanto meglio sarà per tutti. La mia vera paura consiste nel fatto che a
ncora molti corregionali, intrisi di vecchie idee non ancora sopite del tutto, vedano ancora con paura e sospetto la realtà esistente oltre il Tirreno e specialmente fuori dei nostri confini naziona
li.

Mario Sconamila

 

IL FESTIVAL DELL’ORGANETTO SARDO IN LOMBARDIA

CUORE FOLK

Nell’inutile speranza di salvaguardare la mia anima dalla congerie culturale che tutti accomuna nell’indistinta globalità che non distingue un mandriano del Montana dal derviscio ruotante in Cappadocia, mi sono iscritto a un corso di ballo sardo. Accidenti che idea! Direte voi, passati (non da molto) i sessanta… no, la faccenda è più complessa e attiene a quell’ordine di pensamenti tutti rivolti a spiegare come i sardi che, per scelta o no, abbiano dovuto lasciare l’isola natia siano destinati a vivere una vita "fottuti di malinconia", come diceva quella canzone. Insomma qui è in gioco l’eterna questione dell’identità. Se questi matti che stravincono le elezioni da queste parti, inventandosi a patria una Padania che invano cerchereste sulle carte geografiche di Google, vanno discettando di privilegi da destinarsi "in primis" ai nativi: casa, lavoro, posti in metropolitana, in grazia di una loro appartenenza alla terra che li ha visti nascere, occorre che gli "stranieri" si costruiscano una dignità altra. E io ho pensato onestamente che avrei potuto fare il sardo, seppur di ritorno. Che in verità è cosa più facile a dirsi che a farsi. Una volta che è passato più di mezzo secolo da quando, in quel di Guspini, mi svegliavo al mattino con l’aria profumata dai pini che facevano (fanno) corona al Monti Mannu. Ines Sau, che è di Tonara e ha occhi di zaffiro, tiene corsi di ballo sardo alla periferia di Milano e si vanta di avere iniziato a su "Ballu Tundu" ballerini di ogni età e provenienza. Infatti qui ci sono sardi, figli di sardi e , la più parte, un mucchio di altre persone che non si capisce dove abbiano contratto quella febbre, che si trasmette regolarmente da uomo a uomo, che prende il nome di "sardità". Ad onor del vero i miei tentativi primari di tenere il ritmo ( sembra facile: uno, due, tre e quattro!) assomigliano a quelli di una foca monaca lontana dall’acqua e inducono Ines ad affidarmi alle cure di un insegnante che si dedichi totalmente a me: sua figlia  Tania, diciannove anni appena compiuti. Tania è nata in continente ma, accento lombardo a parte, a domanda specifica risponde che è sarda. Vuole essere sarda. Nel mentre mi porta a braccetto tra le note di un "Dillu", mi dice che balla fin da piccola, a Tonara, dove sono i nonni, anche col costume tradizionale: la gonna di orbace rossa finemente pieghettata, lo scialle in seta marrone ricamato a punto pieno,seta verde per le foglie, celeste per le margherite, rosse le rose e gialle le mammole. E’ comunque grazie a lei e alla sua pazienza se per tre lezioni riesco a inserirmi dignitosamente nel lavoro del gruppo, senza troppo vergognarmi, ricordando quei versi dell’Ecclesiaste che dicono esserci un tempo specifico per tutte le cose: temo che il mio tempo per il ballo sardo sia, ahimè, scaduto definitivamente. E’ comunque grazie a questi precedenti che mi arriva un invito per la serata di domenica nove a partecipare al terzo festival dell’organetto, organizzato dal gruppo folck "Ichnos" di Cinisello Balsamo. Questi di Ichnos dal 2000 si sono organizzati in associazione culturale che privilegia la musica, il ballo e gli abiti tradizionali della Sardegna. Sono una quarantina e vestono, nelle loro esibizioni, costumi che provengono un po’ da tutta l’isola, da Ittiri a Mamoiada a Bitti, Narcao, Senis, Oristano. Le modalità di svolgimento del festival sono di tipo spartano: una grande sala con le sedie di plastica dura alle pareti, un piccolo bar che vende qualche coca cola e fiumi di birra chiara (mi dicono che in Sardegna usa così) e una postazione microfoni ad uso degli artisti che suoneranno gli organetti. Tutta la gente presente è invitata a ballare fino al totale stordimento ("Non si uccidono così anche i cavalli?"). Comincia Stefania Madeddu, che viene da Birori, con un ballo del Marghine, un "Passu Torrau" e una Danza di Dominineddu. Mi dice di saper suonare più di venti balli diversi. Ha cominciato a suonare ad orecchio da quando aveva sei anni e ora non ne ha che diciotto, prima col nonno, adesso col maestro Silvano Fadda, se la cava egregiamente anche con l’armonica a bocca e la fisarmonica. Da parecchi anni gira le feste del nuorese destando stupore con un viso da ragazzina e una tecnica di suono che pare vecchia di secoli. Qui ballano tutti, vecchi e giovani, emigrati e sardi doc, paiono stregati da questa nenia dagli accenti ancestrali, che richiama a feste di campi arsi dal sole, quando il vino girava sulla bocca di tutti dalla stessa zucca svuotata, già contenitore biologico ante litteram. Poi tocca ad Alessandro Atzei, anche lui giovanissimo, mi dice che suona solo da tre anni, fa parte del gruppo folk  S. Mariedda di Marrubiu, è di Palmas Arborea, calzoni di velluto nero e camicia candida con due bottoncini sul collo di filigrana d’Oristano. Fa ammattire la gente con un "Ballu Gabillu", una Danza di Silanos e unu "Ballu a tresi". Gianfranco Carboni che è di Tonara non può che cominciare con su "Ballu ‘e Tonara" (ricordarsi di iniziare col piede destro!) mi dice di aver lavorato per parecchi anni all’esattoria di Guspini e che non gli sembro una faccia del tutto nuova. A suo dire il più bravo dei suonatori che si sono esibiti finora è il nuorese Marco Sale, di Mamoiada, con "su bonette" di velluto nero che ha suonato un indiavolato "Passu Torrau" dal titolo sintomatico:"Sa Mamoiadina". Mamma mia mi ha raccomandato assolutamente di andare a salutare Danilo Pinna, che è di Dualchi, il paese di nascita del nonno. I suoi fratelli gestivano "Su Zilleri" del paese quindi come gli dico che sono di stirpe Cherchi (nonno era tziu Domenicu Crecchi) gli si accende negli occhi quella luce di riconoscimento tutta isolana: come fossi uno di famiglia ritrovato improvvisamente. Mi dice che più che suonatore lui si sente ballerino, conosce e suona giusto unu "Dillu" e su "Ballittu",è qui col fratello Luciano e davvero insieme sono uno spettacolo di destrezza e agilità, sia quando fanno girare la dama del momento come fosse una vela sospinta da un robusto maestrale sia quando mulinano i piedi senza mai perdere il passo nella frenesia controllata di una "Logudoresa" che incanta. I suonatori che vengono dalla Sardegna (ce ne sono anche da Desulo,da Lotzorai) sono quasi tutti giovanissimi e anche tra chi balla non mancano i ragazzi che, nati qui, hanno scelto, come Tania Sau, di essere sardi per la vita. Di voler vivere alla sarda. Cominciando col riappropriarsi delle espressioni culturali una volta patrimonio di tutti indistintamente, nei vari paesi della Sardegna. Ballano, cantano, suonano, come Gonario Ultei che ha imparato a suonare l’organetto dal padre Tommaso, di Chiaromonti. O come Alberico Guerzoni, genitori di Ittiri, che pur lavorando a Milano studia a Sassari demo-etno-antropologia, nella facoltà di lettere e filosofia, e sa tutto, ma proprio tutto, dei c
ostumi caratteristici dei sardi. Anche lui e la sorella ballano come ittiresi doc. Io prendo qualche appunto e qualche foto, non proprio stabile sulle gambe, che tutti, ma proprio tutti, vogliono offrirmi una birra.

Sergio Portas

LA FILODRAMMATICA BARUMINESE AL CIRCOLO "SU NURAGHE" DI PARABIAGO

LA COMMEDIA "SERQUESTU" DI ANTONIO SERGI

La Filodrammatica baruminese può mettere nel carnet un’altra delle sue memorabili trasferte artistiche. Con soddisfazione degli attori e del pubblico che ha affollato la sala teatro della locale biblioteca civica di Parabiago (cittadina di 25.000 abitanti alle porte di Legnano), il 24 maggio scorso la Compagnia teatrale di Barumini ha presentato il brillante atto unico di Antonio Sergi "Serquestu". Erano presenti, oltre al sindaco di Parabiago, Antonello Argiolas presidente del Circolo Grazia Deledda di Magenta e coordinatore dei Circoli sardi di Lombardia, la vulcanica ed entusiasta presidente del Circolo locale "Su Nuraghe" Franca Pitzalis di Isili, la signora Irene Saba incaricata culturale del Circolo di Magenta, parecchi isilesi e baruminesi emigrati (provenienti anche da Lecco) e un centinaio di spettatori. La Filo baruminese è oggi, con un nutrito repertorio di impegnative opere teatrali, una delle più belle realtà artistiche regionali. Nata nel lontano 1929 sotto la regia del maestro Gigino Pani, festeggia quindi in questo 2009 il suo ottantesimo compleanno e non li dimostra davvero. L’inizio è stato con la presentazione di "Ziu Paddori", poi si concentra sulle opere del commediografo oristanese Antonio Garau. Negli anni ’60 raggiunge una grande popolarità, alla quale modestamente contribuì anche la regia del sottoscritto, specialmente con la commedia "Peppantiogu s’arriccu", che nel 1975 (regia di Renzo Fadda) registra un eccezionale exploit nella sala Auxilium di Cagliari. La prima televisione sarda "La voce sarda" registrava quella sera per la prima volta una commedia dialettale. Si susseguono poi i premi nelle Rassegne regionali di teatro, il premio "simpatia" al 3° Festival Nazionale di teatro amatoriale di Pescia (Pistoia), la partecipazione nel 2002 alla Rassegna Teatro delle regioni a Savona (applausi incredibili a scena aperta e standing ovation) e poi ancora trasferte periodiche e impegnative, con successi di grande soddisfazione, sia in Sardegna che nel Continente, come quest’ultima al Circolo Su Nuraghe di Parabiago (circa 200 soci), che ha riservato alla Filo baruminese un’accoglienza da meraviglia. Chi non c’era, peggio per lui; ha avuto torto, ha perso un’ottima occasione per un bagno di sardità, in un contesto di convivialità tipica nostra sarda. Un elogio grandissimo a tutti, dalla presidente Pitzalis a quelle care signore che, in un caldo boia, hanno cucinato per più di cento persone, riuscendo a far gustare a tutti un ottimo stufato d’asino, cosa che ha suscitato le più esilaranti battute. Questi gli attori della brillante commedia "Serquestu": Arremundu Piras (capofamiglia) An-tonio Sergi (che è pure autore dell’opera e che si misura alla pari col grande commediografo oristanese Garau), Arrosa (moglie di Arremundu) M. Rita Argiolas, Teresa (loro figlia) Manuela Marras, Antoniccu (droghiere) Franco Marras, Taniei Carronis (fidanzato di Teresa) Giorgio Marras, Luxia sa tzoppa (comare) Luciana Maxia, Don Pepi (signore benestante) Salvatore Piras. Audio, luci, trucco, aiuto regia: Giorgio Marras, Sabrina Concu, M. Rita Argiolas. Il Circolo di Parabiago, sorto nel 1991, con queste frequenti sponsorizzazioni culturali, dà efficace conto della scritta che figura nel suo stemma: "Ex sapientia vis" che, parafrasando, si potrebbe tradurre: dalle idee e dal sapere viene la forza di agire, cosa che questo Circolo realizza egregiamente. Così si fa. E’ così che si coltivano le radici e la nostra identità di Sardi.Ancoraun ringraziamento e vivi complimenti al Circolo "Su Nuraghe" e alla prestigiosa Filo di Barumini.

Vitale Scanu

 

FILM SARDO PER VOLERE DEL CIRCOLO "DOMUS DE JANAS" IN NUOVA ZELANDA

A WELLINGTON, "LA DESTINAZIONE" DI PIERO SANNA

A Wellington, il Language Learning Centre dell’Università di Victoria in associazione con il Circolo Domus De Janas inc. ha proiettato il film di Pietro Sanna "La Destinazione" al Word Film Showcase. Il Film " La Destinazione": Emilio, un ragazzo dell’Emilia Romagna dal carattere aperto ed esuberante, non riesce a trovare lavoro e  decide di arruolarsi nell’Arma dei Carabinieri; e’ durante questo periodo che  conosce un coetaneo sardo taciturno e austero. Il ragazzo viene poi destinato a prestare servizio in un piccolo paese ( nel film si chiama Coloras, ma in effetti non esiste) della Barbagia, una zona  all’interno della Sardegna, rinomata per la sua impenetrabilità, ricca di  tradizionali arcaiche. Emilio  è contento della nuova destinazione in quanto ha un’idea  tutta "turistica" dell’isola, presto smentita dai fatti: il suo primo incarico è un’indagine sull’omicidio di un pastore ucciso davanti al figlioletto Efisio che, nascosto da un cespuglio, ha riconosciuto il sicario. Emilio si accorge ben presto  di vivere in un "mondo a parte" con codici d’onore pastorali  misti ad ignoranza e alla poco fiducia  verso l’autorità, un mondo selvaggio ed arcaico. Una parentesi d’amore  con Giacomina, una bella ragazza del paese. Con lei Emilio avrà una tormentata storia d’amore, gravata dalla diffidenza della gente del posto verso i cosiddetti "continentali". Un esordio tardivo, molto interessante nonostante alcune lungaggini, di un regista-carabiniere. Il Regista Piero Sanna Nato a Benetutti (Sassari) nel 1943. Arruolato nell’Arma dei Carabinieri fin dal 1962, è attualmente in servizio presso il Nucleo operativo del Comando provinciale di Milano. Da sempre dedica il tempo libero alla sua grande passione: il cinema.Prima del film  La destinazione, ispirato in gran parte della sua esperienza personale, Sanna ha dedicato ai carabinieri il documentario Vita di un giorno (1989) sul servizio preventivo dell’Arma.

Susanna Cappai

 

INCONTRO FRA I CORI DI URI (SS) E PADOVA PROMOSSO DAL CIRCOLO "ELEONORA D’ARBOREA"

LO SPIRITO DELLA TRADIZIONE CORALE SARDA E VENETA

Il Circolo Culturale Sardo"Eleonora D’Arborea di Padova  ha presentato un Concerto dove le voci del Coro Lavaredo di Padova diretto dal maestro Luigi Zampieri  e del Coro Sardo di Uri (Sassari) diretto dal maestro Marco Lambroni si sono incontrati in un programma di canti della tradizione sarda,veneta e italiana. La manifestazione rientra negli obiettivi propri del Circolo Culturale Sardo di favorire scambi di esperienze tra associazioni culturali di Padova e della Sardegna volti ad approfondire la conoscenza reciproca delle tradizioni e culture. Gli stessi obiettivi sono alla base dell’ospitalità ed amicizia che lega  il Coro Lavaredo al giovane Coro Di Uri. Il concerto ha compreso l’esecuzione di una importante e significativa scelta sia di brani tradizionali rielaborati e sia di nuove canzoni composte dai maestri Luigi Zampieri e Marco Lambroni, su testi di poeti e autori contemporanei  per ricordare le proprie radici e raccontare storie e leggende della propria gente.

Coro Di Uri: Il Coro di Uri nasce nel 1999 con l‟intento di valorizzare la lingua, la cultura e le tradizioni popolari della Sardegna, coinvolgendo numerosi giovani e giovanissimi in frequenti iniziative nell‟Isola e nel Continente. E‟ diretto dal Maestro Marco Lambroni. Nel Dicembre del 2003 si è costituito in Associazione Culturale Folkloristica indipendente, con un proprio statuto e propri organi statutari. Ne è Presidente Gianpietro Simula.  Il Coro partecipa a tutte le manifestazioni di carattere religioso della Comunità di Uri (riti della Settimana Santa, feste patronali e celebrazioni natalizie) ed interviene a manifestazioni per i disabili e gli anziani organizzate dalla Caritas. Ha preso parte alle edizioni scorse della Sagra del Folklore, che raccoglie i comuni del circondario di Uri. Nelle ultime edizioni della Cavalcata Sarda si è esibito sia nella sfilata dei gruppi in costume sia sul palco, nella rassegna dei cori e balletti. Partecipa spesso a manifestazioni civili e religiose della Brigata Sassari. E‟ ospite di numerose rassegne e manifestazioni in Sardegna. Nonostante la giovane età, il Coro di Uri si è distinto a Maggio del 2003 al concorso per gruppi folkloristici di Casarza Ligure, qualificandosi al primo posto nella categoria Cori Folkloristici. Nel mese di Novembre del 2003 il coro è stato nel Trentino, ospite dell‟Azienda di Promozione Turistica dell‟Alta Val di Non e del Coro alpino "Le Maddalene", a Fondo e a Rumo. Nel mese di Maggio del 2004 il Coro di Uri ha organizzato la Prima Rassegna di Canti Folkloristici, alla quale hanno aderito il Coro di Usini ed il Coro "Melchiorre Murenu" di Macomer. Ad essi si è unito il Coro "Maddalene" di Revò Alta Val di Non (TN), ospite per alcuni giorni del Coro di Uri con il quale ha rafforzato l‟amicizia e lo scambio di esperienze iniziati l‟autunno precedente. Ad Agosto del 2004 ha partecipato alla rassegna in onore di Francesco Bande ripresa dall‟emittente televisiva Videolina. Nel 2005 ha vinto il premio per la Migliore Esecuzione al concorso per cori "Città di Ozieri".  Nell‟Aprile 2005 il Coro ha partecipato ad una serie di esibizioni dapprima in provincia di Parma (a Colorno, ospite del locale circolo dei Sardi, a Montechiarugolo ed a Parma, ospiti del Coro "Gaude Mater" di Montechiarugolo), e nel Trentino (a Fondo ed a Rumo in Val di Non, nuovamente ospiti del Coro "Le Maddalene e dell’A.P.T). Nel mese di Settembre il Coro ha organizzato ad Uri la 2° Rassegna di Canti Folkloristici, nella quale ha ospitato il Coro "Gaude Mater" di Montechiarugolo, diretto dal maestro Adolfo Tanzi. Alla fine dell‟anno, dopo aver partecipato a varie rassegne natalizie, il Coro si è subito messo a lavoro per la realizzazione del suo primo CD, "Bajanos". Il lavoro discografico, concluso alla fine di febbraio del 2006, è stato presentato al grande pubblico a metà marzo nel corso del programma televisivo di "Sardegna 1" condotto da Giuliano Marongiu. Per "Bajanos" il Coro si è rifatto sia a brani di nuova composizione, che cominciano a integrare un proprio repertorio specifico, sia a brani esemplari della tradizione musicale sarda. Con canti scelti da "Sos Bajanos" il Coro di Uri si è presentato all‟ultima edizione del Concorso Biennale Città di Ozieri, dove gli è stato conferito nuovamente il premio per la Migliore Esecuzione.

Coro Lavaredo: Il coro Lavaredo nasce nel 1964, a Padova, ad opera di un gruppo di studenti amanti della montagna, sotto la direzione artistica di Luigi Zampieri, suo attuale direttore. Il nome si ispira ad uno dei più noti gruppi dolomitici, le „Tre Cime di Lavaredo‟, perché, all‟inizio, anche il repertorio era ispirato al genere dei cosiddetti „canti di montagna‟. Il coro matura poi, progressivamente, una propria identità propositiva; artefice ne è lo stesso Luigi Zampieri, che arricchisce via via il repertorio sia con proprie elaborazioni corali di canti conosciuti (siano essi di estrazione popolare o di compositori contemporanei, italiani e stranieri), e sia, anche, con la composizione di nuove canzoni, su testi del poeta padovano Ugo Suman e dello stesso Zampieri, per raccontare storie e leggende della nostra gente. Ha inciso due L.P. (1983 e 1987), una musicassetta natalizia (1991) e due Compact Disc: il primo nel 1994, contenente 21 canzoni e denominato: "STORIE, IMMAGINI, EMOZIONI"; il secondo nel 2004, contenente 18 canzoni e denominato „DI CANTO IN CANTO‟. Nel 1999, i due L.P. sono stati raccolti in unico C.D., denominato "REVIVAL". Il Coro organizza annualmente due Rassegne: la autunnale „Rassegna Rubanese di canto corale‟ (dal 1982), e una Rassegna Natalizia con finalità benefiche denominata „Cantando il Natale per chi soffre‟. Ha partecipato, a sua volta, a numerose Rassegne e incontri corali, raccogliendo ovunque larghi consensi di pubblico e di critica. Ha anche effettuato varie tournées all‟estero: è stato in Grecia (1987), in Bulgaria (1989), dove ha rappresentato la Regione Veneto, in Svizzera (1997 e 2006), in Polonia, Germania e Cecoslovacchia (1998), in Francia (2002 e 2007), ancora in Germania (2003), in Finlandia (2008). Nel 2004 ha partecipato, unico coro italiano invitato, al 2° Festival Internazionale Corale di San Pietroburgo (Russia), raccogliendo uno straordinario successo di gradimento sia da parte del pubblico che dei „media‟. Nell‟ottobre 2005 è risultato vincitore assoluto al 4° Festival dei Cori della Provincia di Padova. A voci maschili, si compone di una trentina di elementi.

ci riferisce Serafina Mascia

 

LE GRANDE FESTI IN PIAZZA "CON CANNONAU E MAIALETTO" DEI CIRCOLI DEGLI EMIGRATI SARDI

SFATIAMO UN LUOGO COMUNE TANTO ANTIPATICO QUANTO OFFENSIVO

E’ d’obbligo spezzare una lancia a favore di quei circoli degli emigrati sardi, che hanno la forza, consueta di gestire un’associazione molto impegnativa per tutto l’anno, con una burocrazia da dipanare più simile ad una Società per Azioni che ad un luogo di volontariato rivolto verso la promozione della cultura sarda. Ma ci sono tante associazioni che hanno la capacità di "invadere" letteralmente le piazze dei loro paesi di appartenenza e fare la classica festa sarda gastronomia. Ahimè, questo è terreno minato per chi riesce ad analizzare ad oltranza con la sola capacità di muovere critiche oltre misura senza rendersi conto di quanta abnegazione nel lavoro ci sia dietro un evento del genere. Anche i giornali sardi, quelli principali perlomeno, che tanto storicamente bistrattano dalle loro patinate pagine quotidiane il mondo migratorio isolano tanto da etichettarlo spesso e volentieri come luogo di rievocazioni nostalgiche ghettizzate fra quattro mura consumando vernaccia e maialino arrosto. Niente di più falso. Niente di più offensivo. Sfatiamo questo luogo comune! Le feste sarde che tanti circoli realizzano con grande dignità e dedizione, sono un cocktail incredibile di responsabilità, devozione e attaccamento alla Sardegna. Diciamolo ad alta voce! Diversamente, a questi volenterosi testoni, chi glielo farebbe fare di proiettarsi in giornate da impiegare nel realizzare il tutto e pregare il buon Dio di poter chiudere ogni volta questa festa quantomeno in pareggio con i conti? Eh si.. perché questi circoli si espongono per questi avvenimenti con i conti bancari blindati da fidi, con strutture comunali da prendere in affitto, con il noleggio delle attrezzature da cucina e dei container frigo, con una ampia spesa per la cucina che devi liquidare in anticipo, con la speranza che: la gente risponda e il tempo sia clemente. Tutto qua? Assolutamente no! Perché non arricchire queste tavolate di piatti sardi con bancarelle di prodotti sardi (giunti espressamente dalla Sardegna) e serate danzanti con cantanti e gruppi folk esplicitamente d orgogliosamente "made in Sardinia". Bisogna congiungere anche questo al conto finale: cachet, viaggio ed alloggio (talvolta anche qualche pretesa da "vip") per tutti coloro che attraversano il Tirreno per sbarcare nei paesi dove si svolge la festa.  Un cachet, che fa male anche sottolinearlo, quasi mai gode di un prezzo di favore in virtù di un "volemose bene" fra di noi che siamo della stessa Regione, per questo centinaio di scavezzacolli più o meno attempati che alla buona causa sacrificano tempo, energia e famiglia. Si può discutere all’infinito di promozione culturale della Sardegna, e di questo i circoli son maestri, con presentazioni di libri, promozioni di territori o ricordo di qualche personaggio storico sardo. E per questo, ci si mette sempre il vestito migliore, quello della domenica da sfoggiare in saloni di prestigio per presentare al meglio l’avvenimento di cartello a quei 200-300 "afecionados" (quando va di lusso!) che partecipano, con presenze istituzionali al seguito. Ma provate a venire a vedere le feste sarde in piazza (l’hanno appena conclusa per guardare alla Lombardia a Bareggio e Cinisello Balsamo, si apprestano a farla a Saronno e Parabiago): code sconfinate di famiglie con vassoi in mano pronti a gettarsi a capofitto sulle prelibatezza della gastronomia dei "quattro mori". Tanta gente, che giunge poi a chiedere lumi su quest’isola tanto meravigliosa quanto sofferente per acquistare prodotti ed eventualmente,chiedere lumi su come fare per trascorrere le vacanze estive del futuro. Si può dire tutto e il contrario di tutto: ma anche questa è promozione turistica!

Massimiliano Perlato

 

A MOERS IL CONGRESSO DELLE DONNE SARDE IN GERMANIA

EMIGRAZIONE SARDA AL FEMMINILE IN EUROPA

Nel circolo di Moers, si è tenuto il Congresso delle donne sarde in Germania. Vi hanno partecipato delegate dei vari circoli e il presidente della Federazione Gianni Manca. Il tema scelto per il congresso era "La donna e il suo inserimento nelle istituzioni". Introducendo i lavori il presidente Manca ha posto questa domanda: la presenza della donna nella vita sociale sta diventando sempre più ampia. Anche al di là dell’ambito familiare, in cui essa si è mossa quasi esclusivamente fino ad ora. Che cosa pensate di questa evoluzione? E quali sono, secondo voi, le caratteristiche che la donna deve possedere per compiere la missione che le è assegnata? Si è sviluppato un ampio dibattito e un confronto di posizioni. Secondo me, è opportuno non contrapporre i due ambiti in cui la donna si trova sempre più spesso a operare. Come nella vita dell’uomo, anche in quella della donna, ma con caratteristiche molto peculiari il focolare e la famiglia occuperanno sempre un posto preminente: è evidente che il dedicarsi ai compiti familiari costituisce una grande funzione umana. Tuttavia questo non esclude la possibilità di svolgere altre attività professionali (anche quella domestica è un’attività professionale) in una qualunque delle mansioni e degli impieghi dignitosi esistenti nella società in cui si vive. È facile capire che cosa si intende impostando così il problema; penso però che se si insiste troppo sulla contrapposizione sistematica tra casa ed attività esterne, e ci si limita a spostare l’accento da un termine all’altro, si potrebbe giungere, da un punto di vista sociale, a un errore maggiore di quello che si cerca di correggere, giacché sarebbe senz’altro più grave che la donna abbandonasse il lavoro di casa. Luisella Serra, presidente del circolo di Moers e vice presidente del coordinamento delle donne in seno alla Federazione, ha ribadito che "la donna è chiamata ad apportare alla famiglia, alla società civile, qualche cosa di caratteristico che le è proprio e che solo lei può dare: la sua delicata tenerezza, la sua instancabile generosità, il suo amore per la concretezza, il suo estro, la sua capacità di intuizione, la sua pietà profonda e semplice, la sua tenacia… La femminilità non è autentica – ha soggiunto – se non sa cogliere la bellezza di questo insostituibile apporto e non ne fa vita della propria vita". "Ma da questa base di uguaglianza fondamentale – ha sostenuto Gianni Manca – ognuno deve mirare a ciò che gli è proprio. L’emancipazione deve quindi significare per la donna la possibilità reale di sviluppare pienamente le proprie potenzialità: quelle che possiede nella sua singolarità, e quell
e che ha in quanto donna. L’uguaglianza di fronte al diritto, la parità davanti alla legge, non sopprimono ma anzi presuppongono e promuovono tale diversità, che è poi ricchezza per tutti". Ha chiuso la giornata il gruppo Folk Ichnusa dei bambini. La soddisfazione per l’esito del congresso è confermata dall’impegno ad organizzarne un altro, forse già il prossimo anno, in un’altra città della Germania.

 

INIZIATIVA DEL CIRCOLO "GRAZIA DELEDDA" DI MAR DE PLATA IN ARGENTINA

DONNE IN TEMPO DI PACE

Dalla lontana Argentina, volevo fare una breve sintesi in cui desidero sottolineare il ruolo importante delle tante donne che hanno fatto parte di un processo di emancipazione al femminile. Un percorso in cui la donna si è trasformata: da oggetto "sociale e politico" al ruolo di cittadina attiva. Oggi le donne hanno acquisito capacità  e visibilità in tutti i campi essenziali della vita. Hanno lavorato coscientemente per trascendere la cultura della violenza e la guerra per una cultura dell’iter pacifico e non belligerante dei conflitti. Approfondirono la nostra diversità come donne per posizionarci come individuo collettivo con progetti comuni che hanno inciso sui diversi ordini della vita cittadina. Nella realtà in cui viviamo, le donne hanno delle qualità interiori determinanti per contribuire a lasciare un paese migliore ai nostri figli. È per quel motivo che dedichiamo gran parte della nostra quotidianità allo sforzo per trasformare le relazioni di rottura nel dialogo, in seno alla famiglia e in seno alla società. Trasformiamo i disaccordi in nuove opportunità di avvicinamento. Ci siamo sempre preoccupate nel costruire e tendere ponti di speranza e per cercare nuovi linguaggi di pace che diano una risposta e trovino una strada di fronte alla crisi umanitaria che viviamo. Molte donne aggiornano costantemente il loro lavoro, il loro impegno, i loro sogni, molte volte assumendo rischi, pur di contribuire alla costruzione della pace. In questo senso un primo messaggio per tutte le donne che noi pensiamo che nella ricerca della pace, le donne non possiamo lavorare sole, non possiamo cercare protagonismi né permettere di copiare il modello maschile della ricerca del potere. Dobbiamo costruire un modello nuovo dove prevalgano le alleanze e si fortifichino le reti, cercando diversità e pluralità, stabilendo punti di consenso e cercando di unire le forze per perseguire rispetto, tolleranza, uguaglianza, solidarietà, spirito critico, dialogo, convivenza pacifica. S acifica, non li dimentichino, .

olo così potremo arrivare a raggiungere qualcosa di meraviglioso e molto necessario: la pace. Noi in Argentina abbiamo già provveduto con delle manifestazioni nei circoli sardi a ricordare grandi figure al femminile:  Rigoberta Menchú, Madre Teresa di Calcutta, Shirin Badi, Gertrude Elion ed Eleonora D`Arborea. 

Loredana Manca

 

L’UNDICESIMA FESTA DEL CIRCOLO "DELEDDA" DI PISA

DAL 3 AL 12 LUGLIO A ULIVETO TERME

La grande festa sarda organizzata nel mese di luglio dal circolo "Deledda" di Pisa, parte il 3 luglio con l’esibizione del gruppo folk "Is baddarinus di Tratalias" con Massimo Perra alla fisarmonica. Così anche per il 4 luglio. Il 5 luglio, ancora musica con Massimo Perra, organetto, fisarmonica, percussioni, voce; Daniele Cuccu, chitarra, mandola, buzuki, scacciapensieri, voce; Massimo Loriga, sax, armonica, sulittu, scacciapensieri, voce. Il giorno successivo risate in vernacolo: una girandola di poesie vernacole, canzoni goliardiche, macchiette esilaranti e battute allo zenzero, il tutto tratto dal meglio di oltre cento anni di letteratura vernacola pisana e teatro studentesco. Il 7 luglio concerto con il tenores "S’Arburinu" di Orune: Angelo Soma (boche-voce solista); Antonio Tolu (boche-seconda voce); Peppino Cidda (contra); Pietro Mula (bassu); Piero Cidda (mesu boche). Eseguono tutto il repertorio del canto orunese: dai canti "seri", boche longa e boche ‘e notte, a quelli più giocosi e ritmati che accompagnano i balli, ai "mutos", brevi poesie amorose cantate nelle serenate. L’8 luglio concerto delle "Lame a foglia d’oltremare": l’interculturalità è alla base della proposta musicale. Le influenze spaziano dal popolare al rock, dal jazz alla classica, dall’America latina all’Africa. Il 9 luglio, jazz samba con "Ugo Macchia trio". Ospite della serata la cantante Linda Palazzolo. Repertorio dedicato alle varie espressioni dell’improvvisazione musicale con le chitarre, dalla "bossa nova" brasiliana al "manouche" francese, senza trascurare i principali "standards" del jazz americano Per il 10 e 11 luglio ci sarà l’esibizione del gruppo folk "Sibiola" di Serdiana accompagnato da Ireneo Massidda alla fisarmonica. Gran finale il 12 luglio con il concerto "Cantigos" di Emanuele Garau. Un lungo percorso musicale, poetico e letterario è racchiuso nella ricca antologia di canto tradizionale, ripercorsa e reinterpretata da Emanuele Garau e i musicisti che lo accompagnano in modo coinvolgente e allegro.

Gianni Deias

 

AL CIRCOLO "SU CUNCORDU" DI GATTINARA, SERATA DI SOLIDARIETA’

PER IL PROGETTO "ACQUA PER AKADELI"

Una serata dedicata alla solidarietà si è tenuta a Gattinara, presso il circolo sardo Cuncordu, a favore del progetto "Acqua per Akadeli", il villaggio in Kenia sostenuto dall’Associazione valsesiana
"Un villaggio per amico" (
www.unvillaggioperamico.org). L’iniziativa, promossa dal Soroptimist Club di Valsesia (www.soroptimist.it), è finalizzata alla costruzione di un canale lungo 5 km che trasporterà l’acqua di un ruscello fino ai campi attorno ad Akadeli per permetterne la coltivazione. Il canale è già in fase di costruzione e si prevede che entro l’anno verrà completato. Inizierà quindi la fase di apprendimento delle tecniche di coltivazione con l’ausilio di genti di etnìa Meru. Saranno soprattutto le donne a portare avanti questa fase e la coltivazione dei campi permetterà alle genti del villaggio di abbandonare l’attuale stato di semi-nomadismo divenendo stanziali. Sarà per loro un’ulteriore forma di sostegno economico, grazie alla vendita dei prodotti coltivati. Il Progetto" Acqua per Akadeli" iniziato nel 2008 è stato appoggiato da 11 Club Soroptimist italiani, nell’ambito del progetto nazionale Pax per aquam. Alla cena hanno presenziato il vescovo di Isiolo S.E. Anthony Ireri Mukobo, il parroco di Gattinara don Franco Givone, il Sindaco di Gattinara Carlo Riva Vercellotti, la presidente dell’Associazione "Un villaggio per amico", i presidenti dei Club Service: Soroptimist Alto-Novarese, Vercelli e Valsesia, Rotary Valsesia e Rotary Gattinara, Lions Valsesia.

Maurizio Sechi

 

LA MUSICA, LE TRADIZIONI E I RICORDI RACCHIUSI IN UN SORRISO

INORIA BANDE

A Sassari i Bande sono una sorta di pietra miliare. Ben quattro generazioni di organettisti che  da decenni portano Sassari e la Sardegna in giro per il mondo. E di Francesco Bande di cui campeggiano gigantografie lungo tutto il perimetro del museo a lui dedicato se ne ricordano in tanti. Si parla di quella volta in cui suonò senza sosta per tre giorni di fila, di come riuscisse a trascinare le folle durante tutte le manifestazioni,e ancora,ci si ricorda di quando il padre, Mario Bande, suonò per dieci ora di fila dopo essersi addormentato con l’organetto in mano e di quel canto particolare e riconoscibile tra i tanti canti sardi. A portare avanti la tradizione di famiglia sono ora Bastianina, la moglie di Francesco, e Inoria, la figlia. La signora Bande si occupa della gestione del museo e del circolo culturale   intercalandosi in tutta una rete folkoristica per la salvaguardia della cultura. Inoria invece, classe 1974,ha ereditato in pieno le doti di famiglia facendosi conoscere come "la Bande in gonnella". Ma chi è Inoria Bande? L’abbiamo incontrata proprio nel magnifico scenario del museo di famiglia e in mezzo a costumi e strumenti musicali ci ha raccontato un po’ di sé. «Inoria Bande- racconta con un sorriso sulle labbra – è una ragazza nata in una famiglia d’arte, cresciuta tra le tradizioni e che le vuole valorizzare,tramandare… E’ una ragazza orgogliosa d’essere sarda ma non chiusa mentalmente bensì aperta a tutte le culture… E’ un’organettista e una cantante solista.

-Come hai iniziato a suonare? «Suono l’organetto da quando avevo quattro anni. Mio nonno, Mario Bande,  è stato il primo organettista in Sardegna. Io facevo da valletta a mio padre avvicinandogli gli strumenti e poi canticchiavo con lui una canzone mentre suonava l’organetto. La mia passione nasce molto presto accompagnandomi negli anni e facendomi festeggiare e superare i miei 30 anni alla Cavalcata Sarda».

-Chi era Francesco Bande? «Mi padre è stato il più celebre organettista dell’isola. Era un personaggio vivace, poliedrico e modesto allo stesso tempo. Una persona instancabile,come lo è stato mio nonno, che riusciva a suonare ininterrottamente per ore e ore. Era un pifferaio magico,un grande trascinatore di folle che riusciva a coinvolgere anche chi magari non conosceva o apprezzava quel genere. Formava gruppi folkloristici, cantava e ballava- una qualità molto rara. Poi il suo canto,che è poi lo stesso che faccio io, è di tipo molto particolare, unico nel suo genere. Spezzato e con suoni acuti.

-L’amore per le tradizioni da parte della gente è lo stesso dei tempi di tuo padre? «Non lo stesso ma sta riprendendo piede, è in fase di decollo. Si stanno formando nuovi gruppi folkloristici fatti anche da giovani che si stanno appassionando alle tradizioni. Soprattutto nei paesi dove durante le feste in piazza si ha la possibilità di ballare, i giovani sono più propensi ad avvicinarsi a tradizioni tipiche. Nel centro Sardegna si hanno più occasioni di partecipare e conoscere manifestazioni folkloristiche. A Sassari le occasioni non sono frequenti. Da quindici anni gestisco una scuola di ballo sardo e gli allievi di Sassari sono pochi. Solitamente sono figli di persone che vengono dai paesi. Ora vanno molto di moda il ballo latino americano, quello liscio o moderno. Ma nonostante questo l’interesse per il ballo sardo sta rinascendo anche grazie alle nuove proposte regionali per il rilancio della cultura e della lingua sarda. Me ne accorgo quando le scolaresche vengono a visitare il museo. I ragazzi sono molto interessati e trovano con la visita uno spunto in più per andare  a conoscere meglio le proprie radici. Dipende poi molto dal contesto in cui vivono. In molti casi più che di disinteresse, si parla di ignoranza,di mancanza totale di rispetto. Molte volte mi vedono in costume e dicono. E chi è questa con la busta in testa? Hai mal di denti? E altre battute di questo tipo».

-Cosa vuol dire essere una donna organettista? «Inizialmente mi guardavano con molto scetticismo. Ricordo che durante una delle prime esibizioni durante la cavalcata un giornalista scrisse: una donna con l’organetto apre la cavalcata. Avevo 16 anni e durante tutta la giornata tutti mi avevano tempestato di domande. Mentre in Sardegna sono l’unica donna organettista – nel mio genere – fuori le donne che suonano questo strumento sono molte di più. Poi ci sono le mie allieve che però non si vedono sui palchi. »

-Tu sei una figlia d’arte. Qual’ è stato l’impatto che hai avuto sulle persone? Le critiche…? «Chi è figlio d’arte magari parte avvantaggiato perché ha un nome che richiama ,a se non ha la stoffa ovviamente non andrà avanti.

È anche vero che senza persone come Antonio Arcadu che ha sempre creduto in me non avrei fatto la cavalcata. Io mando avanti una tradizione che contraddistingue la mia famiglia:un canto  particolare e un modo di cantare e ballare unico. Anche chi ha sempre usato mio padre come termine di paragone, alla fine ha iniziato ad apprezzarmi come Inoria. Una signora una volta mentre scendevo dal palco mi ha detto: " Lei è la bande in gonnella!" questo senza sapere che ero la figlia di Francesco Bande. A S.Efisio hanno fatto un tifo da stadio e tutti i gruppi mi chiedevano di seguirli e cantare con loro. Io non sono la solita organettista che si tiene in disparte, vado a destra e a sinistra…sono un po’come Figaro, il barbiere di Siviglia,tutti mi cercano!»

– Il costume tradizionale ha ancora un senso? «Per me si. Per alcuni,soprattutto che fa parte di un gruppo folk è solo uno strumento di spettacolo e non vedono l’ora di toglierlo. Penso che chi indossa l’abito tradizionale lo dovrebbe rispettare. Non è un costume di carnevale ma rappresenta la tua storia, le tue tradizioni. Per quanto mi riguarda è qualcosa che mi trasforma nel momento in cui lo indosso. In costume mi sento Inoria Bande,  quella ragazza che rappresenta la tradizione sarda».

-Cosa ne pensi dell’insegnamento della lingua sarda nelle scuole? «Penso sia una cosa giusta ma che però debba partire prima di tutto dalla famiglia e poi possa magari espandersi nelle scuole. Ma non deve essere una costrizione. Bisognerebbe fare in modo che  tradizione e lingua vengano insegnate in modo piacevole e simpatico. Potrebbe essere una cosa facoltativa. Non è bello imporre le lingue. Conosco un signore che parla il sardo con tutti e ovviamente non tutti lo capiscono. Ecco, non penso che questo sia un modo per rilanciare la lingua. Io utilizzo a volte degli intercalari ma non parlo il dialetto con chi non lo capisce. »

-Potendo scegliere,che lingua insegneresti? «Prima di tutto non penso si possa unificare la lingua se non quella scritta. In ogni caso, io insegnerei il logudorese e insegnerei ai bambini le varie varianti dialettali».

-E per rilanciare la cultura? «Quello che faccio già!nel momento in cui insegno creo una situazione familiare. Si scherza, si ride,si insegnano le cose in maniera simpatica e tranquilla. Ho allievi dai 6 ai 70 anni e la maniera di proporsi,di insegnare,deve essere semplice e allegra allo stesso tempo».

Mariella Cortes

 

"IS GUEFOS DI TEULADA": ESPLOSIONE DI GUSTO E COLORI AL "SU NURAGHE" DI BIELLA

SAPORI DI SARDEGNA E ANTICHI RAPPORTI SOLIDARISTICI        

Nelle sale del Circolo Culturale Sardo di Biella, successo per l’atteso nuovo appuntamento con i Sapori di Sardegna. Generose e instancabili, le donne di Su Nuraghe hanno voluto abbellire con fiori di carta colorata il grande cestino di asfodelo, in cui hanno riposto in una piacevolissima composizione policroma "is guefos di Teulada", i dolci di pasta di mandorle da loro realizzati per l’appuntamento a tema che, con cadenza mensile, anima una delle tante serate dell’Associazione dei Sardi di Biella. Il compito era stato affidato a Costanza Mura, sarda di seconda generazione (padre di Sassari e madre di Isili), nata a Roma nel 1965 e arrivata nel 1973 a Biella, città alpina dove ha incontrato Umberto di Teulada dal quale ha avuto due figli. Come molti di quelli che son nati fuori dall’Isola o che l’hanno dovuta lasciare molto presto, ama tutta la Sardegna, svincolata dall’ombra di un solo campanile. Proprio dall’amore per tutta l’Isola compreso il luogo di origine del marito, è nata l’idea di realizzare una specialità ben diffusa in tutto il territorio, scegliendo opportunamente la variante gastronomica del Sulcis-Iglesiente, quella tipica dei "Maurredos". Gli abitanti del Sulcis e molti della Provincia di Iglesias, vengono comunemente indicati – da alcuni con malcelata superiorità – col nome di Maureddos, a significare – secondo certe fonti – una lontana origine africana delle attuali popolazioni sarde provenienti dalla Mauritania, nome con cui anticamente si designava il territorio corrispondente all’attuale Marocco e a parte dell’Algeria. Per realizzare "is Guefos", Costanza Mura si è avvalsa di ricette teuladine scritte e orali conosciute e tramandate dalla famiglia del marito e – attivando antichi rapporti solidaristici – dell’aiuto concreto di Bruna e di Elena. Oltre agli ingredienti, durante la presentazione della ricetta sono stati ben evidenziati alcuni tratti della cultura materiale ed immateriale.

Battista Saiu

 

IL COMPLICATO CAMMINO DEL FILM "SU RE" DI GIOVANNI COLUMBU

SE SEI SARDO NON TI PAGO

Oggetto: film "Su Re". Comunicato: "Pur interessante l’idea ispiratrice non appare sostenuta da dialoghi adeguati né coinvolgimenti perché l’uso del dialetto sardo appare piuttosto pretestuoso e non motivato da altre ragioni che non quella di realizzare un prodotto dal sapore etnografico. Difficile immaginare, dunque, l’interesse di un progetto da una parte fin troppo ambizioso dall’altra dal sapore localistico. Tuttavia non raggiunge il voto unanime richiesto".

Questo appena riportato è il comunicato che risale al 2005, quando Giovanni Columbu aveva presentato il suo film alla Commissione cinematografica del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, la quale concedeva fondi alle opere "italiane" che presentavano un qualche interesse culturale. Il film del noto regista nuorese, pur avendo un respiro culturale piuttosto ampio, essendo una rilettura della vita di Cristo, ha una piccola "pecca", i personaggi del film di Columbu, si esprimono in lingua sarda. Il regista ha passato anni chiedendo contributi alla Regione, ma purtroppo si è sempre sentito negare il finanziamento per il suo progetto "Su Re". Il film è interamente ambientato in Sardegna, la lingua è quella sarda e la sceneggiatura narra la vita di Gesù. L’opera è molto particolare rispetto ad altri film dello stesso genere, infatti, Columbu ha effettuato una trasposizione dei 4 vangeli in cui le scene della passione di Cristo verranno ripetute più volte secondo le diverse versioni offerte dai 4 evangelisti: un lavoro originale che nessuno forse aveva mai proposto. Il progetto, però, non ha ricevuto i finanziamenti del ministero che ha bocciato il progetto e nemmeno quelli della Regione Sardegna, sono stati convinti dal progetto di Columbu. Il film giudicato "localistico" vide la dichiarazione dell’Assessore alla Cultura che diceva che la pellicola era molto buona e che l’avrebbe prodotto la Regione. Invece non fu così perché al contrario l’opera che ottenne i finanziamenti quell’anno fu quello di Enrico Pitzianti. Giovanni Columbu continua a lottare e a portare avanti il suo progetto, ma soprattutto ha la fiducia dei sostenitori che credono in "Su Re". Nel 2008 il regista aveva presentato una nuova tappa di avvicinamento alla realizzazione del suo film, il limba tratto dai Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Il regista provava a trovare dei finanziamenti grazie all’incontro con i rappresentati della Regione, dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani, del Comune di Cagliari e diocesi. Da tempo Columbu sta tentando di raggiungere il budget per concludere il film e mandarlo in sala attraverso una sottoscrizione pubblica. Questo lungo e difficile percorso non sembra aver tolto fiducia al regista cagliaritano, in quanto l’opera, sta assumendo comunque un valore di testimonianza a favore della reciproca comprensione, che si sta pian piano realizzando grazie al contributo di numerose persone. Il film prevede l’impiego di numerose comparse e punta al successo e al gradimento del pubblico. La novità è che il film inizierà con i nomi di tutti colori che lo hanno reso possibile.

Nicoletta Cavaglieri

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