Tottus in Pari, 248: chi non ha memoria, non ha futuro

Il professor Salvatore Tola  racconta del perché ha iniziato le sue opere prendendo appunti che inizialmente gli servivano a scopo pedagogico nella sua funzione di insegnante (professore di Italiano, Storia e Geografia presso l’Istituto Magistrale di Sassari). Illustra i suoi esordi e  le sue ricerche raccolte poi nei suoi numerosi libri, illustrando il lessico della "limba", toponimi e storia della Sardegna. Parla dei documenti registrati nei "Condaghes", della "Carta de logu" leggendone alcuni brevi testi e spiega il perché della diaspora linguistica, dovuta soprattutto al fatto che sotto la dominazione catalana prima e spagnola poi, gli scrivani abbiano scritto in quegli idiomi , interrompendo quella naturalità di unificazione linguistica che sarebbe avvenuta se non ci fossero state queste dominazioni.  In fondo la lingua dei Condaghi era più o meno la stessa, invece il risultato è che oggi nella lingua parlata si ha una predominanza di derivazione catalana del cagliaritano e spagnola del sassarese. E’ poi passato ad illustrare i meriti dei vari poeti passati che hanno scritto in lingua Sarda e della derivazione della stessa dal latino arcaico sottolineando come fino ai primi del novecento mancasse la prosa letteraria in "Limba" e oggi si sta cercando di recuperare il tempo perduto. Ha letto alcuni brani di poesie di autori passati e presenti e ha spiegato del perché oggi si stia cercando di recuperare una lingua sarda unificata per il motivo sopra esposto non si è potuto avere. L’incontro si è svolto in un clima di cordialità ed entusiasmo, dopo alcuni interventi  dei partecipanti si è concluso con un  lungo applauso.  Auspichiamo che il prof. Tola trovi in futuro ancora spazio per nuovi incontri. L’incontro che è stato possibile grazie soprattutto all’interessamento di Paolo Pulina che sentitamente ringraziamo, prendeva spunto dal libro-antologia di Salvatore Tola: "La Letteratura in Lingua sarda. Testi, autori, vicende" (2006, editore  Cuec,  550 pagine) uno strumento per il primo approccio allo studio della letteratura in lingua sarda, un inventario delle opere e degli autori che appaiono fondamentali per conoscere il patrimonio letterario della Sardegna. Salvatore Tola è nato a Faenza (Ravenna) nel 1940, ed è residente a Sassari. Svolge attività di pubblicista collaborando alla pagina culturale del quotidiano La Nuova Sardegna, al Messaggero Sardo e ad altre riviste.  Si occupa della poesia sarda contemporanea come membro delle giurie di alcuni concorsi, tra i quali l’"Ozieri" e il "Romangia" di Sennori e di quella tradizionale curando raccolte per le collane "I grandi poeti in lingua sarda" delle Edizioni della Torre di Cagliari e "Bibliotheca sarda" della Ilisso di Nuoro. A questi temi ha dedicato il saggio-antologia La poesia dei poveri, AM&D Edizioni, Cagliari, 1997. Studioso di storia della cultura, ha pubblicato nel 1994 Gli anni di "Ichnusa". La rivista di Antonio Pigliaru nella Sardegna della Rinascita, Editrice Iniziative Culturali di Sassari. Esperto di libri e di editoria, è collaboratore di case editrici e dell’Associazione Editori Sardi, per la quale cura la diffusione delle opere. Alle vicende dell’editoria ha dedicato Un’isola e i suoi libri. Notizie e appunti sull’editoria in Sardegna, Sassari, Carlo Delfino editore, 1992. Collabora con periodici ed editori che si occupano di turismo con articoli e itinerari attraverso la Sardegna; da una serie di schede su luoghi meno noti comparse su La Nuova Sardegna ha ricavato un volume che ha firmato insieme a Salvatore Pirisinu, autore delle fotografie: CentoeunaSardegna. Guida ai luoghi lontani inconsueti sconosciuti, Sassari, EDES, 2000.

Maria Giovanna Carboni

 

PER UNA NUOVA CONTINUITA’ TERRITORIALE FRA LA SARDEGNA E LA PENISOLA

APPELLO RIVOLTO A TUTTI I CITTADINI EUROPEI

Con la presente si chiede al Parlamento e al Governo italiano, in accordo con i principi dell’Unione Europea, l’impegno a predisporre misure per una nuova continuità territoriale che sia perequativa degli svantaggi strutturali permanenti e dei costi dell’insularità, secondo quanto previsto dalla legge nazionale del 5 maggio 2009 n. 42, in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell’art. 119 della Costituzione. L’articolo 154 del Trattato di Amsterdam, con la dichiarazione n. 30 ad esso allegata, recita: "la conferenza riconosce che le regioni insulari soffrono, a motivo della loro insularità, di svantaggio strutturale il cui perdurare ostacola il loro sviluppo economico e sociale". La FASI (Federazione delle Associazioni Sarde in Italia), con 70 circoli, che rappresentano 300.000 sardi emigrati nella penisola, fortemente penalizzati dalla situazione attuale dei trasporti marittimi ed aerei (insieme ad altri 200.000 emigrati in Europa), chiede con forza che, alla scadenza dell’attuale regime di continuità aerea (che ha per base il regolamento CEE n. 2408/92), sia realizzata una vera nuova continuità, rivolta a tutti i cittadini italiani ed europei, che copra più rotte fra la Sardegna e la penisola, con la partecipazione di più compagnie, con una tariffa massima, determinata applicando le condizioni più favorevoli del parametro del costo ferroviario. Sappiamo bene quanto lo svantaggio dell’insularità renda il costo dei trasporti, per e dalla Sardegna, sia per i cittadini che per le merci, sia marittimo che aereo, di gran lunga più caro rispetto a quello della penisola e del resto d’Europa. In questi giorni si è paventato anche il pericolo della sospensione del servizio Tirrenia sulla linea Genova – Porto Torres. Ad essere penalizzati non sono solo i sardi, residenti ed emigrati, ma tutti i cittadini europei. La vecchia "continuità territoriale" era limitata ai sardi, compresi gli emigrati residenti fuori Sardegna. L’Unione Europea ha "considerato discriminatoria, basata sulla nazionalità e pertanto contraria al trattato, " l’inclusione degli emigrati, nella sua "Decisione" del 23/03/2007. Oggi, tuttavia, il riconoscimento del principio dell’insularità, da parte del Parlamento italiano, nella legge sul federalismo fiscale, apre nuove prospettive per il riconoscimento delle misure di perequazione dello svantaggio. Finalmente è possibile essere completamente in sintonia anche con le enunciazioni di principio dell’Unione Europea. Il Parlamento Europeo, nella risoluzione del 3 febbraio 2003, libro bianco sulla politica dei trasporti, recita: "la necessità imperativa che la politica dei trasporti contribuisca alla coesione economica e sociale, tenendo conto della peculiare natura delle regioni periferiche … insulari". Ricordiamo anche, a questo proposito, il parere del Comitato Economico e Sociale Europeo che, nel documento "Regioni gravate da svantaggi strutturali", enun
cia fra i principi: quello di "discriminazione positiva", in base al quale le misure destinate a taluni territori e volte a controbilanciare i vincoli strutturali permanenti non costituiscono vantaggi indebiti bensì elementi che contribuiscono a garantire un’autentica parità.  A tale proposito, la discriminazione positiva contrasta con la discriminazione in senso lato che, in base alla definizione data dalla Corte di giustizia, "… consiste nel trattare in modo identico situazioni diverse e in modo diverso situazioni identiche" (Sentenza del Tribunale di primo grado – quarta sezione – del 26 ottobre 1993,  cause riunite T-6/92 e T-52/92). Noi emigrati sardi chiediamo quindi l’adesione a questo appello di quanti – parlamentari, amministratori locali, rappresentanti eletti – nei territori dove operano i nostri circoli, condividono la legittimità e l’urgenza della determinazione di una nuova continuità territoriale volta a garantire non solo la perequazione degli svantaggi dell’insularità e con essa migliori condizioni di sviluppo per la Sardegna, ma anche una migliore e più moderna "mobilità" per tutti i cittadini europei.

Tonino Mulas

 

LE PREOCCUPAZIONE DEL MONDO MIGRATORIO SARDO ORGANIZZATO

VANNO TUTELATI ANCHE I SARDI DI FUORI

La FASI, che rappresenta una parte importante degli emigrati sardi, è estremamente preoccupata per la situazione dell’intero sistema dei trasporti fra la Sardegna e la Penisola. Gli emigrati restano oggi esclusi, per decisione dell’Unione Europea, dal sistema della continuità territoriale aerea. Ma crescono anche le proteste per i costi insostenibili dei trasporti marittimi, soprattutto nei mesi di luglio e agosto, il periodo in cui cadono le ferie della maggior parte dei lavoratori. Come fa una famiglia, che è legata affettivamente alla sua terra d’origine, a sostenere una spesa di 1.000 / 1.200 euro solo per il trasporto marittimo? La prospettiva della scadenza della "continuità territoriale aerea" su Milano e Roma sta riaprendo, con alterne vicende, il dibattito sul "che fare?". Occorre ripensare all’attuale sistema, alla luce della nuova legislazione sul federalismo fiscale, che riconosce il principio dello svantaggio dell’insularità. Occorre tener conto che lo svantaggio è generalizzato: riguarda i sardi, riguarda gli emigrati, riguarda le merci, riguarda i cittadini europei, riguarda l’economia della Sardegna a partire dalla penalizzazione del sistema turistico sardo, rispetto a una concorrenza sempre più agguerrita e rispetto all’attuale crisi economica. Occorre un’iniziativa unitaria delle forze politiche sarde, su un tema certamente non ideologico, insieme alla mobilitazione dell’opinione pubblica, del mondo dell’imprenditoria, delle forze sociali. Ma occorre anche promuovere la sensibilità e il sostegno dell’opinione pubblica nazionale. Dalle città del Nord Italia viene una gran parte del flusso turistico, oltre che la presenza di coloro per i quali è terra d’elezione e di residenza per molti mesi all’anno. La FASI, che ha promosso in passato numerose manifestazioni nei porti e negli aeroporti e che due anni fa ha manifestato a Bruxelles, si impegna nel lavoro di sensibilizzazione su una nuova proposta di continuità territoriale nelle città in cui vive.

Tonino Mulas

 

L’ANNUNCIO DEL MINISTRO DEI TRASPORTI, ALTERO MATTEOLI

TIRRENIA, NESSUN TAGLIO PER IL 2009

Il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli ha annunciato che nel 2009 non sarà soppresso nessun collegamento della Tirrenia. L’intesa è stata infatti raggiunta dal tavolo Governo – Regioni sulla privatizzazione della compagnia marittima. Le dichiarazioni del governo sono state accolte con soddisfazione dal governatore Ugo Cappellacci. «Per un’isola un sistema moderno e a prezzi contenuti di collegamenti aerei e marittimi è una delle precondizioni per una seria politica di sviluppo economico – sociale. Ed è una delle priorità naturali dell’agenda della Giunta regionale. Riteniamo significative le decisioni assunte a Roma al tavolo Governo – Regioni sulla compagnia di navigazione, così come la dichiarazione del presidente del Consiglio. Siamo pronti ad approfondire il confronto su questi temi per arrivare in tempi rapidi a definire soluzioni che consentano ai sardi di godere, di trasporti adeguati e al sistema economico isolano di questo supporto essenziale per affrontare le sfide della competitività che l’Ue ritiene prioritarie»

 

A OLEVANO (PV), CONFRONTO INTERCULTURALE TRA LOMELLINA E SARDEGNA

INIZIATIVA DEL CIRCOLO S’EMIGRADU DI VIGEVANO

Domenica 17 maggio si è svolta a Olevano Lomellina l’iniziativa "Culture a confronto", organizzata dal Comune in collaborazione con il Museo di arte e tradizione contadina, la Pro loco e la  biblioteca civica, con il patrocinio dell’Ecomuseo del paesaggio lomellino, del Circolo culturale sardo "S’Emigradu" di Vigevano (presieduto da Gavino Dobbo), della Federazione delle Associazioni Sarde in Italia  (FASI) e della Regione Sardegna-Assessorato al Lavoro.  Dopo la visita guidata al Museo della civiltà contadina ha avuto luogo, presso la biblioteca,  un partecipato incontro-dibattito, che ha visto protagonisti  Paolo Pulina, giornalista sardo-pavese (che ha dato un essenziale quadro storico e  sociologico relativo alla cultura sarda) e  Marco Savini, insegnante, studioso di storia locale  (che ha illustrato la cultura materiale della Lomellina, una delle tre zone in cui si divide storicamente e geograficamente il territorio della provincia di Pavia: le altre due sono il Pavese e l’Oltrepò Pavese).  È quindi seguita, presso la struttura in cui è collocato il Museo, l’esibizione del gruppo etnico folk sardo Gent’arrubia, che ha riscosso un notevole successo. Negli ampi spazi aperti della cascina che  ospita il Museo è stato possibile degustare e acquistare  i prodotti tipici della Lomellina e della Sardegna. Per rendere ancora più vivace il
confronto interculturale, durante il buffet finale (piatto forte il risotto, con materia prima costituita dal rinomato riso locale), i due relatori hanno improvvisato versi d’occasione. Ha cominciato Marco Savini: "Non c’è confronto con la Sardegna: / come fa la Lomellina a esserne degna? / E Olevano, che ne è solo l’ombelico? / Non lo so e non lo dico. / So che dobbiamo essere grati / ai sardi e a tutti gli emigrati". Ha risposto Paolo Pulina: "Andiamo a Olevano Lomellina, / al Museo della civiltà contadina. / Su due culture c’è un confronto; / per la Sardegna sono sempre pronto. /  La Lomellina è difesa da  Savini, / che di questa zona è uno dei paladini. / L’iniziativa si è svolta senza un neo, / grazie all’assessore Cattaneo".

(ci riferisce Paolo Pulina)

 

IL GREMIO SARDO DI PIACENZA HA RICORDATO GIOVANNI MARIA ANGIOY

LA "SARDA RIVOLUZIONE" DI FINE SETTECENTO

La Federazione delle Associazioni Sarde in Italia (FASI), nel predisporre, negli ultimi anni, i cosiddetti "progetti regionali annuali" – cioè  serie di iniziative, da realizzarsi da parte  dei 70 circoli associati, incentrate sull’approfondimento di una figura o di un momento o di un problema della storia e della cultura della Sardegna -, ha spesso preso lo spunto da qualche significativa ricorrenza, da qualche importante anniversario. Nel 2003, nel bicentenario della nascita, un ciclo di conferenze è stato dedicato all’archeologo e linguista Giovanni Spano (1803-1878); nel 2004, a cent’anni di distanza,  si sono commemorati i fatti di Buggerru (1904); nel 2005, nel trentesimo della morte, sono stati ricordati tre autonomisti sardi: Emilio Lussu (1890-1975), Camillo Bellieni  (1893-1975) e Paolo Dettori (1926-1975). Nel 2006  è stato celebrato l’ "anno deleddiano": nel 1926 Grazia Deledda  ha ricevuto  il Nobel per la letteratura e nel 1936 è morta (era nata nel 1871). Nel 2007 l’occasione celebrativa è stata offerta dalla ricorrenza del bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi (1807-1882). Nel 2008 l’attenzione è stata rivolta a lumeggiare, nel bicentenario della morte,  la figura leggendaria di Giovanni Maria Angioy (Bono, 21 ottobre 1751 – Parigi, 22 febbraio 1808). Oltre il circolo sardo di Marchirolo, a lui intitolato (non a caso: sia lo "storico" presidente Giuseppe Olivas sia l’attuale presidente Gianfranca Canu  sono, insieme a molti altri soci, originari di Bono), hanno organizzato conferenze storiche sull’epopea angioiana i circoli di  Pavia, Cremona, Vimodrone, Livorno, Ostia, Ciampino; altre associazioni  (Rivoli, Vercelli, Gattinara) hanno presentato spettacoli teatrali o proiettato audiovisivi (Biella). Nel pomeriggio di sabato  23 maggio questo ciclo di interventi è stato chiuso in bellezza dal gremio sardo "Efisio Tola" di Piacenza, presieduto da Rino Enne, presso l’accogliente sala "La Veggioletta" della Banca di Piacenza, con una iniziativa  di studio che ha avuto il patrocinio della Regione Sardegna-Assessorato del Lavoro, della FASI, della Provincia e del Comune di Piacenza. Relatore magistrale nell’occasione è stato Luciano Carta, che nella sua ampia disamina ha attinto agli studi da lui pubblicati  sugli avvenimenti sardi di fine Settecento e in particolare sul triennio rivoluzionario 1793-1796. Il recente volume (2008) "Parabola di una Rivoluzione:  Giovanni Maria Angioy tra Sardegna e Piemonte", edito  da Aìsara Editrice di Cagliari  per iniziativa della Fondazione Istituto Storico "Giuseppe Siotto", contiene una prefazione di Aldo Accardo e un lungo saggio introduttivo (oltre 70 pagine) di Carta, e propone un ricchissimo corpus documentario, di 530 pagine, a cura di Alberigo Lo Faso di Serradifalco. Il ricercatore, generale in pensione, ha condotto un’indagine a tutto campo in tutte le sezioni dell’Archivio di Stato di Torino in cui ragionevolmente potevano essere conservati i documenti relativi alle vicende del triennio rivoluzionario sardo e, in particolare, per gli anni 1797 e 1798, quelli attinenti al personaggio-chiave Giovanni Maria Angioy. Carta è altresì curatore di un volume (edito qualche anno fa dal Centro Studi Filologici /Cuec di Cagliari) in cui viene  proposta l’edizione critica de "Su patriota sardu a sos feudatarios" (definito canonicamente come "la Marsigliese sarda") attraverso una certosina verifica filologica e una accurata analisi linguistica di tutte le diverse trascrizioni a stampa che di esso sono state realizzate, a partire dalla prima, collocabile tra la fine del 1795 e gli inizi del 1796, nel quadro del triennio rivoluzionario sardo.  Nel libro le 47 ottave di Francesco Ignazio Mannu (nato a Ozieri nel 1758 e morto a Cagliari nel 1839),   l’apparato critico e il commento linguistico e il glossario sono precedute da uno studio di Carta che si sviluppa per oltre 250 pagine, a presentare non solo il profilo dell’autore del canto della "sarda rivoluzione", le caratteristiche formali e la parafrasi dell’inno antifeudale, ma anche le "cinque domande", rivolte ai Savoia e rivendicanti l’identità nazionale della Sardegna, dopo che il popolo sardo in armi aveva respinto l’invasione francese; l’insurrezione cagliaritana del 28 aprile 1794 con conseguente cacciata dei piemontesi (in ricordo della quale il popolo sardo celebra ogni anno "Sa Die de sa Sardigna"); il partito patriottico fra riformismo e reazione; e naturalmente prima la posizione di Alternos e poi di sconfitto e di perseguitato in cui viene a collocarsi Giovanni Maria Angioy nel corso di tutti questi agitati avvenimenti. Oltre che per queste indispensabili opere  storiche (Carta ha ricordato anche l’ancora insuperata biografia di Angioy, scritta da Dionigi Scano, "La vita e i tempi di Giommaria Angioy", la cui più recente edizione reca una illuminante prefazione di Federico Francioni), oltre che per i documenti  recentemente ritrovati che chiariscono alcuni momenti della biografia dell’Angioy (in particolare la rocambolesca  fuga da Casale Monferrato verso Genova e poi verso la Francia, quindi fuori degli "infidi"  territori di terraferma del Regno di Sardegna), a Piacenza c’è stato spazio per citare le opere storiche di un cultore quasi compaesano (era nato a Esporlatu ed è scomparso qualche anno fa) delle  vicende del mitico Angioy  (si tratta di Pietro Paolo Tilocca che ha scritto, tra l’altro,  "I moti antifeudali in Sardegna. La Sardegna e la casa Savoia. La figura di Giovanni Maria Angioy nel bicentenario della rivoluzione francese" e "Giommaria Angioy, il più illustre martire laico sardo")  e per segnalare le quasi cento ottave in logudorese che ad Angioy ha dedicato il compaesano Costantino Bussu
(nato a Bono nel 1923) nel volume intitolato "Giovanni Maria Angioy, vittima di patriottismo", che riprende una famosa definizione dello scrittore francese Valery (Antoine-Claude Pasquin, 1789-1847) nel suo "Viaggio in Sardegna", uscito in Francia negli anni 1837-1838, a seguito di una visita nell’isola effettuata dall’autore nel 1834.

Paolo Pulina

 

IL "LOGUDORO" DI PAVIA HA PRESENTATO I VOLUMI DELLA COLLANA "BANDITI E CARABINIERI"

RICORDATO IL SACRIFICIO DEL CARABINIERE SARDO GIAN PIETRO COSSU

A Pavia, presso l’Aula Foscoliana dell’Università, il locale Circolo culturale sardo "Logudoro", presieduto da Gesuino Piga, in collaborazione con la Regione Sardegna-Assessorato del Lavoro e con la Federazione delle Associazioni Sarde in Italia (FASI), con il patrocinio della Prefettura e dell’Università di Pavia, ha organizzato un convegno su  "L’azione dei Carabinieri in Sardegna  a tutela delle popolazioni: oltre 160 anni di sicurezza". Dopo l’introduzione di Piga, che ha letto anche un messaggio del Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, Generale di C. A. Gianfranco Siazzu, hanno portato il saluto le autorità civili e militari: il viceprefetto Rinaldo Argentieri; il commissario straordinario del Comune di Pavia, Maria Laura Bianchi; il comandante provinciale dei carabinieri, colonnello Maurizio Bellitto; il presidente onorario della FASI Filippo Soggiu. È seguita quindi  una relazione di Salvatore Tola sulla collana di volumi  su "Banditi e Carabinieri" pubblicata dal quotidiano di Sassari "La Nuova Sardegna". Tola ha tratteggiato la figura del prof. Manlio Brigaglia, responsabile delle diverse collane riferite alla storia e alla cultura della Sardegna pubblicate dalla "Nuova" ed ha illustrato le caratteristiche di questa recente impresa editoriale (coronata da successo a tal punto che la serie inizialmente programmata si è arricchita di altri volumi). Non più soltanto le avventure dei banditi ma anche il racconto della lotta plurisecolare ingaggiata dall’Arma contro di essi. Di ciascuno dei volumi  Tola ha dato sinteticamente  l’inquadramento storico e il contenuto.  Nel suo intervento Paolo Pulina,  vicepresidente vicario del "Logudoro" e responsabile Comunicazione della FASI, ha sottolineato il fatto che con questa collana i carabinieri in Sardegna diventano non solo oggetto di  ricerca  ma  acquistano risalto essi stessi come soggetti della narrazione dei fatti e della presentazione della preziosa documentazione relativa, attinta  presso gli archivi riservati dell’Arma. A conclusione della rievocazione storica è  stata  consegnata una targa-ricordo alla famiglia del carabiniere Gian Pietro Cossu, Appuntato Scelto, eroicamente caduto nel tentativo di portare soccorso a cittadini fatti bersaglio da uno sparatore a Borgogno (Novara) il 27 giugno 2005. All’Appuntato Scelto Gian  Pietro Cossu, durante la celebrazione del 192° anniversario della Fondazione dell’Arma dei Carabinieri  (Roma, Piazza di Siena, 5 giugno 2006), fu  assegnata una medaglia d’Oro al Valor Civile, "alla memoria", con la seguente motivazione:  "Gian Pietro Cossu, il 27 giugno 2005 in  Borgogno (NO), con generoso slancio e cosciente sprezzo del pericolo, interveniva presso un’abitazione ove un uomo, colto da raptus, aveva poco prima ucciso a colpi d’arma da fuoco un perito giudiziario ed indirizzato altri colpi di fucile verso ignari passanti e militari dell’Arma accorsi sul luogo. Espostosi a grave rischio per prestare soccorso alle persone che erano state gravemente ferite e che si trovavano ancora sotto il tiro dell’omicida, veniva raggiunto da alcuni colpi di fucile, accasciandosi esanime al suolo. L’intervento si concludeva con l’arresto del folle ed il sequestro di numerose armi. Nobile esempio di elette virtù civiche ed altissimo senso del dovere, spinti sino all’estremo sacrificio".

Paolo Pulina

 

RIPROPOSTA LA "SARTIGLIETTA" SULL’ISOLA D’ELBA CON IL CIRCOLO "BRUNO CUCCA"

                                                                  LO SPETTACOLO DEI CAVALIERI SARDI                                                        

Il coraggio, l’abilità e l’orgoglio dei mini cavalieri in sella agli irrequieti cavallini della Giara. Il fascino di una giostra equestre preceduta dalla suggestiva cerimonia della vestizione e accompagnata dal corteo di mini tamburini e mini trombetteri. In due parole: la Sartiglietta di Oristano. A portarla per la prima volta all’Elba è l’Associazione Sarda "Bruno Cucca", che dal 2007 si prodiga per rinsaldare il legame tra l’Elba e la Sardegna attraverso iniziative che promuovono le tradizioni e la cultura dell’antica Ichnusa. La Festa in onore della Sardegna e degli oltre 1500 sardi che tra l’Ottocento e il Novecento sono emigrati sulla maggiore delle isole toscane si è articolata in due giorni, a Portoferraio. I festeggiamenti si sono aperti con l’allestimento, in Piazza della Repubblica, di stand enogastronomici, grazie ai quali è stato possibile gustare piatti, salumi e formaggi tipici della Sardegna. Evento clou della serata, il concerto di Maria Giovanna Cherchi, tra le voci più apprezzate nel panorama della musica popolare sarda. La cantante – che nonostante la giovane età ha già pubblicato quattro album – si è esibita accompagnata da Tore Niedda (chitarra e voce) e Paolo Poddighe (tastiere). Il secondo giorno ai piedi delle imponenti Fortezze Medicee, la Sartiglietta, regina delle feste di Oristano. Protagonisti della manifestazione parallela alla Sartiglia, ma non di secondaria importanza, giovanissimi tamburini, tromb
ettieri e cavalieri. Questi ultimi si sono cimentati in acrobatiche e spettacolari evoluzioni in sella ad irruenti cavallini. 13 i cavalli e 35 tra cavalieri e accompagnatori che si esibiranno nella Corsa alla Stella (lanciato al galoppo il destriero, il cavaliere dovrà cercare di centrare con la lancia un anello sospeso lungo il percorso), unita a prove di destrezza ed eleganza (le pariglie). Singolare che nello scenografico torneo equestre siano coinvolti ragazzi dai 10 ai 18 anni, tutti provetti cavalieri a dispetto dell’età. Legata in origine ad una giostra militare saracena, la Sartiglia fu appresa probabilmente dai cavalieri cristiani della seconda crociata e importata in Europa nel XII secolo. I giochi, utili alla preparazione delle reclute di cavalleria, ebbero larga diffusione in Spagna e da qui introdotti in Sardegna grazie ai legami tra la corte d’Arborea e quella Aragonese. Il nome deriva dal castigliano Sortija, a sua volta legato al latino sorticola (anello), diminutivo di sors (fortuna). Sospesa tra cultura, tradizione e religiosità popolare, la Sartiglia (giunta quest’anno alla 544esima edizione ufficiale) è una manifestazione dal cui andamento si traggono auspici per l’economia agricola e artigiana di Oristano e del suo entroterra. La Sartiglietta si deve ad Antonio Casu, vecchio sartigliante che agli inizi degli anni Ottanta concepì l’idea di avvicinare alle tradizioni equestri i giovanissimi. Il gruppo venne denominato "Giara Club Is Pariglias" dal nome dei resistentissimi cavallini utilizzati, che vivono ancora allo stato brado nella Giara di Gesturi. La due giorni elbana si avvale del patrocinio, del contributo e della collaborazione del Comune di Portoferraio, del Comune e della Provincia di Oristano e della Regione Sardegna.

Patrizia Cucca

SAPORI MEDITERRANEI AD ALESSANDRIA

LA FESTA SARDA DEL "SU NURAGHE"

La ""Festa Sarda" è stata una manifestazione organizzata del Circolo Culturale Sardo di Alessandria con tre giorni di iniziative di carattere folkloristico, culturale, ricreativo e gastronomico con una apertura alla accoglienza e alla solidarietà. Sono state tante le novità nel programma con ospiti illustri e tanta solidarietà. In occasione de "Sa die de sa Sardigna" che è la festa per antonomasia che raduna tutti i sardi, sia in terra natia, che oltre mare, a voler festeggiare l’insurrezione del lontano 28 aprile 1794 che costrinse alla fuga da Cagliari il viceré Balbiano, in seguito al rifiuto del governo Torinese di soddisfare le richieste dell’allora Regno di Sardegna per il riconoscimento dei diritti di cui i sardi avevano goduto per secoli, le leggi fondamentali del Regno, per riservare ai Sardi le cariche pubbliche, un Consiglio di Stato a Cagliari, vicino alla sede del Viceré e l’istituzione a Torino di un Ministero per gli affari della Sardegna, nel piazzale del Circolo in collaborazione con alcuni volontari, tanta gastronomia isolana e lo spettacolo tenuto da Giuliano Marongiu (presentatore televisivo di Sardegna Canta su Sardegna Uno) con: "INCANTOS". Un’esibizione di tanti artisti sardi che, insieme a Giuliano, hanno animato la serata pro Sa die fino a notte fonda.

Massimo Cossu

LE INIZIATIVE DEL CIRCOLO INTITOLATO AD "ULISSE USAI" IN AUSTRALIA

ARTIGIANATO DI SARDEGNA A BRISBANE

Nel crescendo delle manifestazioni svolte dal circolo Queensland Sardinian Culture Club (Ulisse Usai) Inc. a Brisbane, in questa vetrina sulla Sardegna è stata presentata una esposizione di tappeti arazzi, splendidi manufatti realizzati al telaio da abili mani tessitrici che hanno conservato i segreti di un artigianato unico nella sua originalità, un mondo di segni che esprimono i tratti essenziali della cultura di un popolo. Alle pareti, l’esposizione dei quadri di un noto artista sardo, Luciano Piu, con i suoi dipinti esclusivamente basati sul popolo sardo, accompagnato dalla mostra dell’editoria sarda, dai testi di letteratura a quelli di poeti in "limba", alle prestigiose pubblicazioni illustrate delle nostre bellezze naturali. Non poteva mancare certamente una esposizione di prodotti sardi. Dal miele amaro, quello di cardo selvatico, alla bottarga, ricci di mare, pane carasau, fregola, malloreddus, vari tipi di prodotti sottolio, formaggi, pecorino, olio, torrone, naturalmente in esposizione anche i vini pregiati della nostra Isola. La presentazione dei vini e della gastronomia sarda ai ristoratori e imprenditori sull’export-import è stata presentata da un famoso chef sardo, Luigi Pomata, noto per la sua innovazione nella cucina sarda, venuto a Brisbane esclusivamente per questa manifestazione. La settimana è cominciata con la presentazione ai ristoratori e imprenditori di assaggi dei nostri prodotti e vini nel noto ristorante Viale Canova; presenti come ospiti il vice console Antonio Colicchia ed il grande produttore di vini e della famosa birra Bernard Power. Poi una presentazione della cucina sarda a Palazzo Versace, il migliore hotel in Australia, che ringraziamo per la grande disponibilità e accoglienza. Infine l’apertura della mostra da parte del console d’Italia, Francesco Capecchi, con degustazione dei prodotti sardi (formaggi, dolci, miele, vini, ecc.). Il dottor Capecchi ha elogiato l’ottima iniziativa per tenere viva la cultura e le tradizioni regionali con un’ottima esposizione dei suoi prodotti a complemento. Durante le giornate sono stati proiettati film di storia, documentari sulla nostra Isola. Il circolo ha presentato un pezzo di Sardegna di altissimo livello, della sua storia, della cultura dei suoi prodotti e della sua realtà attuale, senza tralasciare davvero nulla.

Fausto Zanda

 

CORSO DI LINGUA SARDA AL "SU NURAGHE" DI BIELLA

PROTAGONISTI I GIOVANI

Sabato 30 maggio, i  ragazzi di Su Nuraghe si sono presentati con il tradizionale copricapo, sas berrittas e le ragasse con su muccaloru in conca, il capo avvolto nel velo candido della festa, raffinata forma di rispetto, testimonianza della loro condizione di stato. Hanno voluto mostrarsi cosi i "Ragazzi delle spade", i g
iovanissimi allievi di Su Nuraghe per la serata in cui sono stati i grandi protagonisti. Hanno lavorato sodo per settimane per giungere al saggio di fine Corso del Laboratorio linguistico "Eya, emmo, sì, là dove il sì suona, s’emmo e s’eya cantant", organizzato dal Circolo Culturale Sardo di Biella. Per mesi si sono esercitati, impegnandosi nell’ascolto e nella lettura di alcune varianti della Lingua sarda: logudorese, campidanese e nuorese, utilizzando strumenti didattici tradizionali come le "Fiabe Fedro", la Grammatica della Lingua Sarda di Blasco Ferrer e i modernissimi strumenti multimediali, quali "le testimonianze e le interviste in Limba dai Comuni della Sardegna", reperibili sul sito:
www.sardegnadigitallibrary.it, archivio della Regione Autonoma della Sardegna o le lezioni di sardo disponibili nel sito: www.sardegnacultura.it/cds/cd2/, versione 2006, sempre a cura della Regione Autonoma Sardegna, tratti dell’opera cartacea di: M.T.Pinna Catte, Su Sardu Jocande, Ed. Condaghes, Cagliari.

Battista Saiu

 

SI E’ SPENTO IL FAUTORE DEL MUSEO DEGLI ANTICHI STRUMENTI MUSICALI SARDI

LA MORTE DI DON GIOVANNI DORE

Don Giovanni Dore lanciò un appello: "Sinchè le forze mi assisteranno continuerò a occuparmi del mio museo degli antichi strumenti musicali. Ma sarà bene pensare al futuro. Questa collezione è patrimonio della comunità: vorrei restasse qui. Non è giusto che un domani sia penalizzata o, peggio, fatta a pezzi".  Il mondo della cultura sarda è in lutto per la morte dell’etnomusicologo di fama internazionale e creatore del museo degli strumenti musicali sardi a Tadasuni, comune sulle rive del Lago Omodeo, di cui era parroco. Gli oltre cinquecento pezzi raccolti all’interno della casa parrocchiale rappresentano sicuramente uno dei più importanti presidi per la conservazione della cultura sarda, una collezione che è ancora oggi passaggio obbligato per tutti gli studiosi stranieri che desiderano comprendere a pieno le tradizioni isolane. L’esposizione è meta anche di tanti tedeschi, francesi, spagnoli, svizzeri, norvegesi, svedesi. Danesi, anche: hanno apprezzato le launeddas grazie a un loro connazionale che aveva conosciuto bene in anni lontani, Andreas Bentzon. Studioso serio: ha capito la sostanza delle nostre tradizioni e ricevuto fondi adeguati per valorizzarle. Ancora adesso parecchi gruppi arrivano da Copenaghen. Non a caso, il sacerdote del piccolo centro oristanese ha ricevuto per più di quarant’anni scolaresche provenienti da ogni angolo dell’Isola. Un’esperienza ricordata con piacere da tanti visitatori, era infatti il sacerdote a spiegare la storia di ogni singolo strumento musicale con una dovizia di particolari impressionante. La stessa cosa si è verificata anche in diversi circoli degli emigrati sardi in giro per il mondo. Don Dore, nato a Suni nel 1930 è diventato prete a 25 anni. Da allora ha esercitato la sua missione a Bosa, Santulussurgiu, Sedilo, Scano Montiferro. E nel frattempo continuava a mettere da parte doni: rari esemplari di organi e organetti, fisarmoniche, chitarre, tamburi, raganelle e matraccas. E da allora non ha mai smesso di aggiungere pezzi alla sua mostra senza fine. Collezione che riguarda anche testimonianze in qualche caso remotissime, come i fossili della foresta pietrificata da Zuri. La passione di don Dore ha preso avvio da bambino, quando ha cominciato ad interessarsi di musica. Poi, mentre continuava a suonare su pipiolu dell’infanzia, ha studiato le note, le composizioni, la storia dei giganti del passato come Bach, Beethoven e Mozart ma anche gli usi dei pastori anziani che portavano le greggi al pascolo e intanto si cimentavano con gli strumenti degli avi. In breve, è diventato un maestro. Ha insegnato educazione musicale a scuola, dato alle stampe decine di saggi specialistici. Don Dore è stato un autorevole sostenitore delle tradizioni più autentiche. Il suo desiderio prima di morire? Che qualcuno si occupasse di Tadasuni e, con la sua approvazione, scriva una parola definitiva sul futuro del museo. Perché, almeno per lui, un fatto è certo: "se l’isola vuol vivere, deve conservare la sua anima: e la musica per i sardi, come per tutti, è pane". Ora, l’Amministrazione comunale si farà carico di continuare l’importantissima opera iniziata da don Dore, da circa un anno hanno preso il via i lavori per la realizzazione di un centro museale.

Massimiliano Perlato

 

IL LIBRO "FALSI E FALSARI" CURATO DAL PAVESE EZIO BARBIERI

SI PARLA ANCHE DELLE "CARTE D’ARBOREA"

Alla Fiera internazionale del libro di Torino è stato presentato il volume "Falsi e falsari. Documenti dai Merovingi all’Ottocento" (edito da Bonanno nella nuova collana "Memoria d’inchiostro"), che contiene un testo classico di Arthur Giry nella traduzione di Ezio Barbieri, docente del Dipartimento di Scienze storiche e geografiche dell’Università di Pavia. Barbieri non solo ha curato le numerose note a piè di pagina ma vi ha anche aggiunto due corposi saggi (uno introduttivo, l’altro conclusivo) e un indice dei nomi di persona (tra cui gli studiosi sardi Ettore Cau, Luciano Marrocu,  Antonello  Mattone, Paolo Gaviano, Laura Mureddu, Luciano Carta), di luogo (tra cui Sardegna) e dei titoli delle opere citate. A Torino l’opera è stata illustrata magistralmente da Aldo Angelo Settia, che è stato per vent’anni titolare della cattedra di Storia medievale dell’ateneo pavese. Un falso storico ben presente nell’immaginario collettivo? La pretesa donazione di Costantino (il documento su cui per secoli la Chiesa di Roma aveva fondato la legittimazione del proprio potere temporale in Occidente). Scrive Giry: "L’umanista Lorenzo Valla (nel 1440) attaccò violentemente la donazione di Costantino e, in una discussione appassionata condotta coi metodi della retorica latina che l’autore aveva insegnato a
Pavia, sottomise il testo del documento a un esame rigoroso. La sua critica dimostrò la falsità del documento, anche se risultò incapace di determinare con una certa approssimazione la data e i motivi della frode". Osserva Barbieri: "In questo libro viene posta in risalto una storia più che millenaria di come i falsari abbiano dato vita a invenzioni, a volte geniali, diventate intoccabili monumenti storici e di come progressivamente questi stessi monumenti storici  ritenuti fondamentali franino, sottoposti all’analisi condotta con strumenti culturali e raffinati, in particolare quelli forniti dalla Diplomatica". La Diplomatica, disciplina nata nella seconda metà del secolo XVII (con Jean Mabillon) e per buona parte del suo percorso strettamente legata alla Paleografia (arte di leggere, interpretare e spiegare le scritture antiche e di saperne riconoscere l’autenticità), riguarda i concetti, le tecniche e le procedure per giudicare dell’autenticità o meno dei documenti antichi, in particolare medievali. Ai  lettori sardi è d’obbligo segnalare le pagine in cui Barbieri si occupa di un falso inventato di sana pianta nell’Ottocento: le  famigerate "Carte d’Arborea", che trassero in inganno fior di studiosi sardi dell’epoca (Giovanni Spano, Vittorio Angius)   prima di essere riconosciute come apocrife dopo l’attenta perizia di una commissione presieduta da Theodor Mommsen.  Commenta giustamente Barbieri: "Non si riesce a capire per quale motivo questa vicenda sarda in cui dobbiamo riconoscere un indiscutibile ricco retroterra culturale  e che ebbe il massimo della risonanza europea proprio quando Giry era ventenne, non riuscì a suscitare il suo interessamento e a essere inserita come esempio di falso ottocentesco, mentre altri fatti, di portata più provinciale e, diciamo pure, di piccolo cabotaggio abbiano avuto invece l’onore di essere eternati  nelle quasi mille pagine del  suo ponderoso Manuale".

Paolo Pulina 

NON SI PUO’ MORIRE PER 900 EURO AL MESE

DRAMMA IN "SARAS", TRE OPERAI MORTI

Prima Pierluigi Solinas, 27 anni – dentro per controllare quali attrezzi servissero per la manutenzione del serbatoio dell’impianto di desolforazione: pochi secondi prima di sentirsi male e cadere dentro la cisterna. Poi Bruno Muntoni, 52 anni, sposato e padre di tre figli – senza pensarci un attimo con l’unica idea in testa di tirare fuori Gigi, come lo chiamavano gli amici: crollato in un attimo. Il terzo è Daniele Melis, 26 anni – il più giovane e la freddezza di indossare la maschera antigas: ma qualcosa non ha funzionato, ed è andato giù anche lui. Il quarto della squadra, Luca Fazio, siciliano da pochi mesi in Sardegna, si è salvato solo perché è svenuto prima di entrare: ricoverato in condizioni che non destano preoccupazione. Nei racconti dei colleghi c’è la cronaca dell’ennesima tragedia sul lavoro. Tre morti in pochi minuti alla Saras, a 30 chilometri da Cagliari: una delle maggiori raffinerie d’Europa, oltre mille lavoratori e una capacità di 300mila barili al giorno. Tre morti per un’operazione definita di routine, affidata a una ditta esterna specializzata in manutenzioni industriali. Fare luce sulla dinamica e sulle cause dei decessi spetterà alla magistratura e al medico legale. Asfissia per mancanza di ossigeno o gas letali che avevano saturato il serbatoio: le prime ipotesi in campo sono queste. Di certo c’è che non indossavano la maschera, raccontano alcuni testimoni, ma la procedura era corretta: la manutenzione in cui erano impegnati dovrebbe essere preceduta da una bonifica preliminare. Al di là di che tipo e se il gas abbia ucciso i tre lavoratori, anidride solforosa o asfissia per mancanza di ossigeno, resta che qualcosa non ha funzionato. Restano le dichiarazioni di cordoglio e resta la rabbia. Soprattutto quella degli operai: subito dopo la tragedia, è scattato l’allarme in tutta la raffineria. I dipendenti sono stati invitati a mettere in sicurezza gli impianti e ad abbandonare lo stabilimento. Solo fuori dai cancelli hanno saputo della morte dei colleghi. Pierluigi, Bruno e Daniele erano dipendenti della Comesa srl, una ditta cui la Saras affida la manutenzione ciclica degli impianti. Operazioni che nella raffineria si ripetono spesso: routine, appunto. Causa abitudine, la ripetizione: magari l’abbassamento della guardia rispetto agli standard di sicurezza. In questo senso le parole degli operai nel piazzale, davanti ai cancelli: «Non si può morire per 900 euro al mese», dicono, «rischiamo la vita tutti i giorni, con turni massacranti e senza riposi». Loro sono "gli esterni", quasi tutti lavoratori con contratti a tempo determinato. Lontani anni luce dalla fotografia sviluppata appena qualche giorno fa, quando è venuto fuori che Sarroch è il comune più ricco dell’isola. Meglio di Cagliari, lo dicono l’Osservatorio economico regionale e l’Agenzia delle entrate, e tutto grazie alla raffineria: oggi è inimmaginabile pensare a Sarroch senza la Saras, ma anche alla Saras senza Sarroch. L’altra faccia della medaglia sono i casi esponenziali di malattie tumorali, certificati da diversi studi, o gli sforamenti anomali dalle ciminiere. L’ultima denunciata appena qualche giorno fa da Legambiente Sardegna. Questioni che tornano ciclicamente: saranno riproposte anche questa estate, quando lo scirocco porterà dal mare verso le spiagge chiazze oleose scaricate da qualche petroliera diretta chissà dove. Perché la Saras si è sempre difesa: a colpi di certificati di qualità e con i numeri delle navi che approdano nei pontili interni. «Quelle che scaricano in mare», dicono i vertici dell’azienda dei fratelli Gianmarco e Massimo Moratti, «non passano da qui». Però è stata la stessa Saras a chiedere il sequestro del film "Oil", del regista Massimiliano Mazzotta: un documentario in cui si mettono in evidenza i rischi per la salute dovuti alla presenza della raffineria nell’area di Sarroch ma anche quelli legati ricorso alle ditte esterne. Nel film parlano gli abitanti della zona e gli operai: «Vanno al ribasso, la manodopera costa sempre meno, turni massacranti e la sicurezza… ciao». Racconta di corsi di formazione di due ore prima dell’intervento per i lavoratori delle ditte esterne, a esempio. Risultato: proiezioni bloccate per il ricorso dei legali della famiglia Moratti, con l’intento di verificare se la pellicola danneggia l’immagine della raffineria. Intanto resta la rabbia. Quella degli operai e quella dei familiari delle ultime tre vittime. Uno ha atteso l’arrivo del presidente Ugo Cappellacci fuori dall’industria: «Falla chiudere», ha gridato, «falli arrestare tutti».

Marco Murgia

 

LA SARDE
GNA PAGA AL LAVORO UN TRIBUTO SPAVENTOSO DI VITE UMANE

ALTRE CROCI ALZATE SULL’INDUSTRIA MORENTE

Altri tre. Corrispondono esattamente alla media: 3 morti sul lavoro ogni giorno, in Italia. Questa volta è spettato a noi garantire la media, a noi che ci resta così poca industria e vorremmo che non fosse così difficile difenderla. La dinamica dell’ultimo incidente sembra più o meno la stessa di tante altre morti a grappolo: un uomo dopo l’altro, uccisi dagli errori e dalla solidarietà. Errori da cui non sappiamo imparare, solidarietà a cui gli operai non riescono a resistere, più forte dell’istinto di sopravvivenza. Gli operai appartengono ad un altro mondo, molti ci tornano prematuramente. Strane coincidenze in questi ultimi giorni: la Saras chiede il sequestro di un documentario (Oil, cioè petrolio) dedicato allo stabilimento di Sarroch e al suo impatto sul territorio e sulla salute della popolazione; passano pochi giorni e da uno studio dell’Università di Cagliari emerge che Sarroch è il comune più ricco della Sardegna, perché il 70% della forza lavoro locale è occupata nel polo industriale cresciuto attorno alla Saras, e il sindaco conferma che la qualità della vita è migliore che altrove: le case non vengono lasciate a metà e i servizi sociali non devono occuparsi di indigenti. I morti di ieri sono tutti di Villa S. Pietro, pochi chilometri di distanza da Sarroch, che dalla Saras prende qualche busta paga ma anche l’odore dell’industria che ammala. Dietro la collina, di notte, la grande luce che infiamma il cielo fa pensare a un vulcano, a volte emette anche un rumore sordo. Le grandi industrie in questa nostra terra sono così: a Sarroch, a Portovesme, a Porto Torres, ci divorano, si prendono tutto. Anche il buio della notte. Tre vite spente alla Saras, un’altra qualche anno fa; all’Eurallumina quasi due anni fa un’altra morte (Simone Medas, 29 anni) e un anno fa nello stesso impianto di Portovesme un brutto incidente con un operaio gravemente ustionato (Giuseppe Palmas). Gli operai rimasti uccisi alla Saras  lavoravano per una ditta esterna cui erano state appaltate alcune attività di manutenzione. Anche poco più di due anni fa, il 14 aprile 2007, l’operaio di 34 anni (Felice Schirru) che morì all’interno della raffineria di Sarroch lavorava per una ditta esterna. Molti studi hanno messo in evidenza che nell’imperfetto coordinamento delle attività svolte in uno stesso luogo da imprese diverse si annidano gravi pericoli, come nel caso dell’incidente spaventoso che il 13 marzo 1987 portò alla morte di 13 operai nel cantiere Mecnavi di Ravenna. Le vittime dipendevano da cinque aziende diverse, otto lavoravano in nero. C’è bisogno di accrescere il senso di responsabilità di tutti, in ogni ambito della vita. La cronaca quotidiana è piena di episodi di irresponsabilità, disattenzione, imprudenza, leggerezze imperdonabili e poca consapevolezza dei pericoli. L’enorme quantità di incidenti domestici, incidenti stradali, incidenti sul lavoro, incidenti nelle scuole, nello sport, nell’ambiente, dimostrano che sarebbe importante insegnare ad essere attenti e responsabili. La Regione potrebbe dare un segnale di interesse reale per queste tragedie investendo una parte delle risorse della programmazione 2007-2013 in un ampio programma di formazione sulla sicurezza in tutti gli ambiti della vita: a casa, sulle strade, al lavoro, a scuola, nello sport e nell’ambiente. Maria Letizia Pruna

 

INADEGUATEZZA DI INFRASTRUTTURE E ASSENZA DI STRATEGIA PER L’ISOLA

INCREMENTO DELLA POVERTA’ IN SARDEGNA

Le dimensioni della povertà in Sardegna sono sempre oggetto di dibattito e di studio sia per gli addetti all’elaborazione ed all’analisi dei dati statistici, che per quanti operano nel sociale. Negli ultimi quattro anni la povertà delle famiglie è aumentata a dismisura. In un solo anno dal 2006 al 2007 si è passati dal 16,9 al 22,9%. Le persone al di sotto della soglia di povertà superano le 377 mila e 325 unità. Si tratta di un record di incremento che non ha riscontro nelle altre regioni del Paese. Il forte incremento delle situazioni di povertà è da attribuire alle gravi difficoltà in cui si dibattono i settori produttivi regionali, anche per la fase delicata che attraversa il mondo economico nazionale ed internazionale. In Sardegna le difficoltà sono più accentuate che altrove per l’inadeguatezza delle infrastrutture materiali ed immateriali. I ritardi accumulati, insieme all’assenza di una strategia in grado di sostenere il processo produttivo isolano hanno prodotto una condizione, a dir poco, delicata ed insostenibile. Il settore industriale, nell’ultimo trimestre del 2008, ha perso ventimila posti di lavoro rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La cassa integrazione ordinaria nel 2008 è passata da un milione e 143 mila ore ad un milione e 386 mila ore, nello stesso periodo la cassa integrazione straordinaria è passata da tre milioni e 905 mila ore a quattro milioni e 621 mila ore. Queste situazioni, già presenti prima ancora dell’arrivo dello tsunami finanziario mondiale, sono ancor più peggiorate. In questa fase occorre incentivare le pressioni nei confronti della Regione e del Governo affinché le difficoltà del sistema economico di aree politicamente più forti pongano la realtà sarda in sottordine sulle priorità di intervento.Già preoccupano certe dichiarazioni, non solo di rappresentanti politici, ma anche di tanti analisti economici che circolano nel Paese che, nostro malgrado, fanno opinione, quali quelle che tendono ad alleggerire la crisi nelle aree del Meridione e, quindi anche della Sardegna, sostenendo che le difficoltà sono inferiori perché avvantaggiate dai trasferimenti pubblici più cospicui delle Regioni del Nord. Questa è un’ulteriore inesattezza dimostrata, peraltro, dai dati ufficiali dell’OCSE, l’Organizzazione per Cooperazione e lo Sviluppo Economici, sulle retribuzioni e dell’INPS sulle pensioni e sugli ammortizzatori sociali. I dati forniti dall’OCSE sugli stipendi degli italiani, che sono i più bassi d’Europa, puntualizzano anche che l’area con le retribuzioni medie più alte è il Nord-Ovest d’Italia, con differenze di oltre 22 punti percentuali nei confronti del Sud. I dati dell’INPS dimostrano che in Sardegna, più che altrove il reddito personale e familiare è fortemente condizionato dall’assenza di lavoro, dalla precarietà, dai bassi salari e dalle pensioni inferiori alla media nazionale. L’importo mensile medio delle pensioni INPS. In Sardegna, è pari a 614,22 euro, contro la media nazionale di 781,29 euro e la media delle regioni del Nord di 845,48 euro. In Lombardia la pensione media mensile raggiunge 906,12 euro. Questi dati confermano, in modo chiaro ed inequivocabile, che non è il Sud, e tanto meno la Sardegna, a beneficiare di maggiori trasferimenti di risorse pubbliche ma, se consideriamo anche gli int
erventi degli ammortizzatori sociali, verifichiamo che anche in momenti di crisi, "piove sempre sul bagnato" e cioè sulle regioni economicamente più sviluppate. Anche l’erogazione della cassa integrazione penalizza la Sardegna. Infatti, la maggior parte degli ammortizzatori sociali, indennità di mobilità, cassa integrazione, in Sardegna sono a regime di deroga, questo significa che gli importi mensili mediamente non superano i 600 euro. Tutte queste situazioni, aggravate anche dal fenomeno del lavoro precario, in aumento nei nostri territori, incrementano, in modo preoccupante, aree di vera povertà. Occorre dare immediata attivazione agli strumenti individuati nell’ultimo incontro tra il Presidente della Giunta regionale e le Segreterie regionali CGIL, CISL, UIL per poter contrastare la crisi economica e sociale che attraversa la Sardegna, dal contrasto delle emergenze, alle nuove politiche di sviluppo.

Sergio Concas

 

SARDEGNA, PUGLIA E PIEMONTE IN NOMINATION

RIPARTE LA FOLLIA NUCLEARE

Via libera del Senato al ritorno del nucleare in Italia. Sono previste procedure velocizzate per la costruzione delle centrali da parte dei consorzi: la cosiddetta "autorizzazione unica" che sostituisce ogni tipo di licenza e nulla osta tranne la Via (valutazione impatto ambientale) e la Vas (valutazione d’impatto strategica). Sono previste inoltre "misure compensative in favore delle popolazioni interessate". Dopo più di vent’anni si riapre dunque la strada all’energia nucleare: a bloccarla fu un referendum che si tenne l’8 novembre del 1987, l’anno dopo della tragedia di Chernobyl. I tempi del ritorno, per ora sono tutti da verificare: da segnalare tuttavia che nel febbraio scorso Berlusconi e Sarkozy hanno già siglato un’intesa per la produzione di energia nucleare che coinvolge Edf e Enel. I siti dove localizzare le nuove centrali sono pochi e rischiano di essere molto affollati. Nei prossimi mesi, dovranno essere stabiliti i parametri, in base ai quali decidere dove collocare le future centrali. Sarà una fase di intenso mercanteggiamento con le autorità e le comunità locali, ma i margini di manovra sono ristretti anche dalla particolare conformazione geologica e costiera italiana. Si può partire dalla mappa dei possibili siti che il Cnen (poi diventato Enea) disegnò negli anni ’70. E’ una mappa, però, largamente superata dagli eventi. In molte aree si è moltiplicata la densità abitativa, che il Cnen considerava un parametro sfavorevole. Soprattutto, è cambiato il rapporto con l’acqua. Le centrali hanno bisogno di molta acqua per raffreddare i reattori (questa acqua circola, naturalmente, fuori dal reattore) e, per questo vengono, di solito, costruite vicino ai fiumi o al mare.  Il rischio, quando si tratta di fiumi, sono le piene, più frequenti negli ultimi decenni. Ma è un pericolo relativo: la centrale di Trino Vercellese, sette metri sopra il livello del Po, è sopravvissuta all’asciutto a due piene catastrofiche. Il problema, in realtà, non è troppa acqua, ma troppo poca. Il riscaldamento globale sta diminuendo la portata dei fiumi e c’è il dubbio che, in estate, la portata del Po non sia sufficiente per il raffreddamento delle centrali, mentre, contemporaneamente, si acuisce il problema di salvaguardare le falde acquifere, ad esempio in una zona di risaie, come il vercellese. L’alternativa sono le coste e l’acqua del mare. Ma il riscaldamento globale innalzerà progressivamente, nei prossimi decenni, il livello dell’Adriatico, del Tirreno e dello Jonio, ponendo a rischio allagamento centrali costruite per durare, mediamente, una cinquantina d’anni. Il Cnen, ad esempio, aveva indicato fra le aree più idonee il delta del Po e quello del Tagliamento, nell’Adriatico settentrionale.  Ma il suo successore, l’Enea, definisce tutta la costa adriatica a nord di Rimini come la zona italiana a più alto pericolo di allagamento, con un innalzamento – minimo – del livello del mare di 36 centimetri. In effetti, quest’altra mappa dell’Enea ripercorre gran parte della costa italiana. Sia Piombino che l’area della vecchia centrale di Montalto di Castro, nel Lazio, ad esempio, scontano un innalzamento minimo del livello del mare di 25 centimetri. E lontano dalle coste? Qui, il problema sono i terremoti. Sono poche, come mostra la storia recente e meno recente, le zone italiane esenti dal rischio sismico. Secondo la carta dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, davvero al riparo dai tremori della terra ci sono solo, oltre alla Sardegna, l’area di confine fra Piemonte e Lombardia e l’estremo lembo della Puglia. Naturalmente, una centrale può essere costruita con le più avanzate tecniche antisismiche. Qui, però, il problema non è tanto – o soltanto – l’eventualità di uno scuotimento catastrofico, che spacchi il reattore e riversi all’esterno la radioattività. Il problema sono fenomeni che compromettano il funzionamento del reattore. In Giappone, la più grande centrale atomica al mondo (Kashiwazi-Kariwa, non lontana da Tokyo) è ferma da due anni, in seguito ad un terremoto. L’impianto era stato costruito per reggere terremoti fino al grado 6 della scala Richter, ma si è rivelato un parametro ottimistico.  Il terremoto del 2007 è stato pari a 6,8 gradi, una differenza enorme: dato che la scala è logaritmica, un grado in più significa un terremoto trenta volte più distruttivo. Non ci sono stati pericoli alla salute pubblica o fughe di radioattività, ma la Tepco (Tokyo Electric Power) ha dovuto, dal luglio del 2007, fermare i reattori, con un danno economico di quasi 6 miliardi di dollari, solo nel primo anno. Solo in questi giorni la Tepco si prepara a riavviare uno degli otto reattori della centrale. Se sovrapponete la mappa dell’Enea sull’allagamento delle coste a quella dell’Istituto di geofisica, le aree a totale sicurezza (a prescindere dagli altri possibili parametri) che ne risultano sono quelle poche zone della Sardegna, della Puglia e del corso del Po. Qui, presumibilmente, si dovrebbero concentrare le centrali del piano nucleare italiano. Ma quante?  Il governo ha finora parlato di quattro centrali. L’obiettivo dichiarato, tuttavia, è arrivare a soddisfare, con il nucleare, il 25 per cento del fabbisogno elettrico italiano. Le quattro centrali di cui si è, finora, parlato, arrivano, però, a poco più di un terzo di quel quantitativo. Secondo le previsioni della Terna, che gestisce la rete italiana, infatti, il fabbisogno elettrico italiano richiederà, già nel 2018, una potenza installata di 69 mila Megawatt. Le quattro centrali prospettate – che, peraltro, anche nell’ipotesi migliore, sarebbero completate 7-8 anni più tardi del 2018 – ne offrono solo 6.400, cioè il 9,2 per cento. Per arrivare al 25 per cento del fabbisogno, occorrono 17.500 Megawatt di potenza, quasi il triplo. In buona sostanza, per centrare quell’obiettivo non bastano quattro centrali da 1.600 Mw, come quelle ipotizzate finora. Ce ne vogliono 11.  Tutte in Sardegna, Puglia e Piemonte? E a quale costo? L’industria francese calcola, oggi, per la costruzione in Francia di una centrale tipo quelle italiane, un costo minimo di 4,5 miliardi di euro. I tedeschi di E. On scontano, p
er la costruzione di una centrale analoga, in Inghilterra, un costo di 6 miliardi di euro. Se si ritiene più attendibile, nel caso italiano, la valutazione di E. On per la centrale inglese, il costo complessivo dei quattro impianti italiani sfiora i 25 miliardi di euro. Per 11 impianti, da varare in rapida successione, si arriva vicini a 70 miliardi di euro, una cifra superiore al 4 per cento del prodotto interno lordo nazionale.

 

BASSA DENSITA’ DELLA POPOLAZIONE E RISCHI SISMICI QUASI NULLA

LA SARDEGNA, LUOGO IDEALE PER IL NUCLEARE

Alla Sardegna ci aveva già pensato negli anni Settanta il Cnen (Comitato nazionale energia nucleare), la creatura di Felice Ippolito, che sviluppò un piano nucleare nazionale e diede vita ai progetti delle centrali di Trino Vercellese, Garigliano e Latina. La filosofia di Ippolito era in fondo la stessa di Enrico Mattei: creare l’indipendenza energetica del nostro Paese. Uno credeva nel petrolio, l’altro nell’atomo. Sogni drammaticamente spezzati: Mattei morì in un misterioso incidente aereo nel 1962 e Ippolito finì in carcere dopo un processo-farsa, nel quale venne condannato a undici anni per irregolarità nella gestione del Cnen. Nel ’66 fu graziato dal presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Secondo molti analisti, in quegli anni si giocò una partita politica nella quale si affermarono gli interessi di alcuni gruppi industriali che volevano gestire i colossali interessi legati al petrolio e all’energia. La Sardegna, dunque, aveva un ruolo centrale nella mappa disegnata dal Cnen. Erano addirittura tre i siti considerati ideali per la costruzione di centrali nucleari: Santa Margherita di Pula, Capo Comino e Barisardo. Per i tecnici del Comitato nazionale per l’energia nucleare erano perfettamente rispettati i tre parametri teorici: rischio sismico nullo, scarsa densità abitativa e la vicinanza con l’acqua. La Sardegna sembrò poi diventare marginale nelle politiche energetiche fondate sull’atomo. Eppure, paradossalmente, è stata la regione italiana che ha vissuto una vera "stagione nucleare", con tutto il corredo di rischi annessi. Le logiche della geopolitica e quelle militari hanno infatti sempre minimizzato e occultato i pericoli legati alla presenza nei nostri mari di quei reattori nucleari ambulanti montati a bordo dei sommergibili americani " hunter killer" che avevano sede alla Maddalena. Eppure, a sentire gli scienziati, il cuore atomico dei sommergibili della Us Navy è estremamente più pericoloso di un reattore di una centrale nucleare civile. L’autorithy americana che regola tutti gli standard di sicurezza negli impianti nucleari civili, la Nuclear Regulatory Commission, impone un sistema di raffreddamento del reattore d’emergenza, chiamato in codice Eccs. Un sistema creato proprio per proteggersi dai cosiddetti Loca, acronimo che sta per "Loss of coolant accident" , cioé incidente per perdita di liquido refrigerante. Ebbene, per motivi di spazio, l’Eccs non è montato sui sottomarini. Ma un problema ha recentemente risvegliato le coscienze dei sardi per quanto riguarda il nucleare. Ed è quello delle scorie. Come si sa, le centrali producono scorie radioattive che è impossibile smaltire. L’unico sistema è quello di stoccarle in un luogo protetto. Un problema che in Italia non è mai stato risolto. Dopo il referendum del 1987, tonnellate di spazzatura nucleare attende inutilmente di essere messa in sicurezza in un unico sito nazionale. La società creata ad hoc, la Sogin, non c’è mai riuscita. Eppure i suoi costi pesano per circa 600 milioni di euro l’anno sulle nostre bollette elettriche. Nel 2003 il governo Berlusconi investì di poteri speciali il direttore della Sogin, il generale Carlo Jean, per risolvere definitivamente un problema divenuto incandescente: entro il giugno di quell’anno doveva essere trovata una "casa" unica per l’eredità nucleare italiana, all’incirca 55.000 metri cubi di scorie conservate in vari siti sparsi per la penisola. «Noi – disse diplomaticamente Jean – ci limiteremo a indicare il luogo più adatto secondo criteri tecnico-scientifici, sarà poi il Governo a decidere». Il presidente della commissione Ambiente, Pietro Armani, invece fu molto chiaro: «La scelta dovrebbe ricadere sulle strutture del demanio militare, con caratteristiche di sicurezza adeguate. Ad esempio, si potrebbe pensare ad alcuni poligoni di tiro, ce ne sono di molto vasti. Naturalmente, bisognerà scegliere zone geologicamente stabili con una bassa densità di popolazione». Insomma, era la fotografia della Sardegna. Ma fu anche la scintilla di una reazione popolare incredibilmente vasta e determinata che incendiò il clima politico e spiazzò il governo. Si pensò allora a Scanzano Jonico, ma anche lì la gente scese in piazza e Berlusconi alla fine si arrese. Jean fu allora silurato e, quasi con una perfida vendetta, disse l’11 dicembre al Corriere della Sera: «Per il deposito delle scorie avevamo pensato alla Sardegna nord-orientale». Le bugie del governo furono così smascherate. Ora ci risiamo. Ecco così riemergere il potenziale ruolo strategico della Sardegna. Subito dopo la vittoria elettorale il centrodestra riapre subito la partita del nucleare e filtrano i nomi di quindici siti possibili. Nell’isola c’è Cirras, tra Oristano e Arborea. Le smentite governative sono imbarazzate, poco convinte. Come è poco convincente il ministro Scajola nel suo raid elettorale per le regionali sarde. Il 27 gennaio, a Cagliari, dice infatti: «Non spetta al governo decidere dove saranno costruite le centrali nucleari, ma saranno gli enti locali, con le società che intendono investire in energia, a valutare le condizioni di sicurezza e, con i benefici sulle popolazioni, quali saranno le collocazioni. Non mi pare che qualcuno abbia parlato di collocare una centrale nucleare in Sardegna». Dopo le promesse mancate per la chimica sarda è davvero difficile credergli. Il 4 marzo scorso, infine, Enzo Boschi, presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia dice in Commissione ambiente del Senato che la Sardegna è perfetta per ospitare le centrali nucleari. Gli ambientalisti rispondono diffondendo uno stralcio dell’intervista rilasciata da Boschi l’8 settembre 2008 alla Stampa: «Anch’io ho fatto tutto quello che in genere si fa per fare carriera. Ho leccato il sedere quando c’era da leccarlo, ho assecondato, ho chinato la testa: non ho paura a negarlo». Piero Mannironi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RACCOLTA POETICA DI GIOVANNI PAOLO SALARIS

MOHAMED

L’opera di Giovanni Paolo Salaris, alla sua prima raccolta poetica, sconfina oltre l’Isola e si affaccia agli orizzonti del mondo nella consapevole partecipazione ai drammi universali; i versi oscillano tra tradizione e lirica contemporanea con accenti e contenuti d’ impegno-testimonianza di forte impatto.

MOHAMED – cantzonis e poesias po teatru e musica, testi in sardo con traduzione italiana, è silloge varia per argomenti. Semplici moduli espressivi la caratterizzano per l’immediatezza e ricchezza di suggestive immagini da cui traspare, talvolta, la voce del militante sociale. Emotivamente coinvolgenti per attualità le composizioni Mohamed (premio Gramsci 2008, che dà il titolo alla pubblicazione e rappresenta la tragedia di un paese in guerra con le sue vittime principali: i bambini), e ancora Nassirya, A Veronica torrada de s’Irak e Gherra. Salaris, in alcuni originali testi di carattere giocoso e di passione amorosa, tenta la strada dell’umorismo-ironia con notevoli risultati, evidenziando la naturale capacità di comporre canzoni. Dalla biografia di Salaris, professore di lettere nato a Terralba, apprendiamo dei molteplici interessi ed attività che svolge con corali e gruppi teatrali in lingua sarda. Primario impegno è la direzione della compagnia teatrale "Sardinia Maskaras" ,  per cui ha scritto e realizzato importanti ed apprezzate commedie e spettacoli teatrali. Collabora inoltre con il "Coro Folk Terralba" e le polifoniche "Res Nova" di Terralba, "Monteverdi" di S.N. d’Arcidano e "Sa Gloriosa" di Masullas. In ambito lavorativo scolastico ha realizzato laboratori e corsi teatrali nelle Scuole e Centro Giovani Comune di Terralba, Scuola Elelementare di S.N. d’Arcidano e Istituti Comprensivi di Marrubiu, Arborea e Lunamatrona. Sul fronte politico, Giovanni Paolo Salaris, è stato sindaco di Terralba (1982-85) e consigliere provinciale di Oristano (1980-82). Due qualificate note del linguista Mario Puddu (Chentz’e lacanas de logu o de tempus) e della ricercatrice Paola Aramu (Dinamismo vitale) introducono e guidano alla scoperta del mondo poetico di Salaris. L’opera è curata, diffusa e pubblicata dall’interessante e giovane casa  Mariapuntaoru Editrice.

Cristoforo Puddu

 

LA FONDAZIONE IN RICORDO DI FAUSTINO ONNIS

A SELARGIUS PER SEMPRE

Versi animati da un senso profondo di umanità hanno sempre caratterizzato la lirica dell’autodidatta e "illetterato" (così amava definirsi) poeta e studioso della limba Faustino Onnis, che in modo fecondo concentrò, rispettivamente, nel volume poetico PERDAS (Dolianova, Grafica Parteolla,1993) e nell’appassionato lavoro del GLOSSARIU SARDU-CAMPIDANESU (Dolianova, Grafica Parteolla, 1996). Nato a San Gavino Monreale nel 1925, orfano fin dalla tenera età, s’ingegnò in mille lavori. A soli 16 anni, durante una manifestazione di protesta a Cagliari, fu arrestato e…..  condannato a morte per antifascismo! Coltivò fin da giovane la poesia e "seppe compiere un percorso di maturazione che lo portò da quella improvvisata alle forme espressive più moderne". Presenza qualificata nei premi letterari (nel 1988 vinse il "Città Ozieri" con Deo puru), collaborò a svariate pubblicazioni e fu redattore de S’Ischiglia, mitica rivista fondata dal bonorvese  Anzeleddu Dettori e edita da Gianni Trois nella seconda "rinascita" degli anni ’80. Ora la sua Selargius (Ceraxus), dove scomparve nel 2001 e allevò la sua numerosa famiglia con il sostegno della minuta e forte Signora Carmina, lo ricorda  in modo originale e imperituro con la costituzione della Fondazione Faustino Onnis Onlus. Secondo il desiderio della famiglia Onnis e dell’Amministrazione Comunale di Selargius, la Fondazione si propone "di valorizzare l’opera del poeta, di diffondere i valori e la memoria della sua opera e di promuovere le diverse forme di espressione artistica e culturale soprattutto tra i giovani". Tra gli enti fondatori e patrocinatori figurano il Comune di Selargius, la famiglia Onnis e le Università di Cagliari e Sassari. Il comitato tecnico scientifico è composto da Giulio Angioni, Gavino Maieli, Giulio Paulis, Vincenzo Pisanu, Francesco Sonis e Maurizio Virdis. La presentazione pubblica della Fondazione si è tenuta sabato 30 maggio, nella sala consiliare del Comune di Selargius, con interventi, contributi scientifici, culturali, artistici e ricordi-testimonianze di Faustino.

Cristoforo Puddu

 

 

UNA "HONORIS CAUSA" A GHEDDAFI ALL’UNIVERSITA’ DI SASSARI

RITRATTO DI LAUREA CON COMPLOTTO

Non sono c
omplottista, ma se lo fossi probabilmente mi piacerebbe immaginare che dietro alla storia sassarese della laurea honoris causa a Gheddafi ci fosse un disegno politico e diplomatico preciso; l’inconsistenza delle motivazioni portate dal rettore della facoltà e l’imbarazzata reticenza a rivelare a chi sia venuta l’idea di dare al dittatore libico questo riconoscimento fanno supporre che la richiesta venga in realtà dall’esterno dell’ambito accademico, che infatti manifesta un più che comprensibile imbarazzo. Se fossi complottista – e non lo sono – ipotizzerei che la pressione in merito fosse politica e facesse parte non già di un tentativo di migliorare le relazioni Italia-Libia – che allo stato attuale sono molto più strette di quanto il pudore democratico suggerirebbe di avere – ma di quello di servirsi proprio di queste buone relazioni per legittimare la Libia davanti all’Europa, che invece le fa ancora tante motivate resistenze. Non è importante sapere se dietro ci sia una richiesta precisa del vanitoso dittatore, o se invece la lusinga sia sorta proprio da Roma; fatto sta che se fossi complottista – e preciso che non lo sono – supporrei che per realizzare questo desiderio fosse conveniente rivolgersi a un ateneo di provincia, certo non l’ultimo della fila, ma neanche uno che abbia da proteggere particolari prestigi. Per vincere la prevedibile resistenza a questa marchetta, immaginerei che l’ateneo magari ottenesse la controparte di un sacco di soldi in donazione, esca forte per qualunque rettore in tempi di tagli e ridimensionamenti. Mi spingerei quasi a pensare che per portare avanti questa proposta si fosse speso in prima persona un politico sassarese molto potente e con qualcosa da dimostrare, magari uno che sconta qualche quarantena politica a causa di una fedeltà passata non totalmente cieca. Ma per arrivare a supporre questo dovrei essere molto, molto complottista, e assolutamente non lo sono. 

Michela Murgia

 

STORIE DI SARDEGNA: CALA LUNA DI QUALE COMUNE E’? DORGALI O BAUNEI?

LA GUERRA DI ILUNE

Ilune, o come la ribattezzò un fantasioso funzionario forse piemontese, è una delle spiagge più belle del Mediterraneo e averne la giurisdizione non è un dettaglio minimo. Da decenni, senza per altro venirne a capo, se la giocano i comuni di Dorgali e quello di Baunei. La questione è ben lontana dall’essere risolta, anche se il sindaco del primo paese canta vittoria per una decisione della Regione che affida "la concessione in esclusiva per un anno al Comune di Dorgali del pontile di Cala Luna". La concessione temporanea del pontile è trasformata dal sindaco in riconoscimento del fatto che tutta la spiaggia è del suo paese. Questo gli serve per abolire il ticket che Baunei aveva imposto ai turisti che sbarcavano a Ilune, anche per contingentare il numero di persone che nei tre mesi estivi si riversano sulla spiaggia. Personalmente non mi entusiasma il fatto che Ilune sia nella giurisdizione di Baunei o di Dorgali. Anche perché, sarà pur vero che il sindaco dorgalese (questa è la sua decisione) abolirà il ticket per l’approdo al pontile, ma gli sarà difficile impedire che Baunei lo applichi a chi dal pontile sbarchi sulla spiaggia. Alcuni amministratori di Dorgali sono stati abilissimi in tutti questi anni a montare contro l’avversaria Baunei una campagna contraria. Lo hanno fatto con l’aiuto di cronisti che si sono comportati più da addetti-stampa del Comune che da mediatori di notizie e con il soccorso di alcuni ayatollah dell’ambientalismo il cui compito è stato, negli anni, quello di togliere credibilità ambientalista ai baunesi. Si è arrivati, molto recentemente, ad esibire un vecchio accordo fra i sindaci dei due paesi, sulla base del quale il sindaco di Baunei avrebbe riconosciuto la giurisdizione di Dorgali su tutta Cala Luna. Nessuno, a quel che so, si è chiesto quale valore potesse avere l’ipotetico accordo, posto che l’accertamento dei confini è procedura un po’ più complessa di una stretta di mano. Dicevo degli ayatollah dell’ambientalismo che per un paio di anni hanno denunciato gli scempi commessi dalla "Cooperativa Cala Luna che da ventuno anni opera nell’omonima cala ai confini con il territorio di Dorgali" (giugno 2000). E addirittura hanno denunciato alla magistratura "opere abusive imputabili all’amministrazione comunale di Baunei che ha la detenzione e il possesso dei suddetti fondi" (febbraio 2000). A me capitò di vedere "gli scempi" commessi a Ilune: una dozzina di piccole piattaforme di cemento, ben nascoste dietro il punto di ristoro della Cooperativa e ben lontane dalla spiaggia, che servivano per altrettanti casotti di legno per chi lavorava lì". Altro "scempio" fu lo sfoltimento dei cespugli di rovo cresciuti dall’autunno alla primavera. E ancora una piccola parabola nascosta dietro l’antica dispensa che serviva a chi faceva la guardia alla spiaggia per non essere tagliato fuori dal mondo. Gli amministratori di Dorgali, a quel che si sa, non contestarono le denunce degli ayatollah, sostenendo, come fanno oggi, che Ilune è nella loro giurisdizione e non in quella di Baunei. Lasciarono fare. Forse, ma è solo una malignità, perché di Cala Luna vogliono solo i benefici, non gli oneri. Una politica turistica fortemente espansiva, malgrado la non grande estensione di spiagge, ha fatto sì che il rapporto fra villeggianti e territorio sia sproporzionato. Lo spazio vitale è limitato e ne è necessario molto altro: dal villaggio di Gonone parte una grande quantità di battelli verso le spiagge della costa di Baunei, da Ilune a Sisine a Mariolu a Goloritzè. Gran parte del guadagno, com’è intuibile, resta ai battellieri e ai negozianti di Gonone che approvvigionano i turisti.  Molto marginale è l’indotto per Baunei, privo di posti letto (poche centinaia in decine di chilometri di costa) e dotato soltanto di qualche punto di ristoro, per altro oggetto di campagne mediatiche di inaudita grossolanità, come nel caso della completamente inventata "Strada per Cala Sisine". Forse anche di qui, la decisione del Comune di Baunei di istituire un ticket per chi sbarca a Ilune. Come dire: lasciate anche a noi la possibilità di godere del nostro patrimonio ambientale. L’errore del Comune di Baunei è, credo, quello di non essersi dotato di un addetto stampa capace come quello della concorrenza, bravo e con le giuste entrature in quotidiani che (stavo per dire informano) formano l’opinione pubblica.

Gianfranco Pintore

PALME D’ORO ALLE RINOMATE SPIAGGE SARDE

PREMIATE CHIA, BAUNEI E POSADA

Chia, con il suo mare azzurro e le sue dune, forse non gigantesche com’erano una ventina di anni fa, ma sempre suggestive. Baunei, con le sue scogliere a strapiombo sul mare, interrotte dalle spiagge di Cala Sisine, Cala Luna e Cala Goloritzè. Posada, che alle bellezze naturali accompagna un imponente progetto di salvaguardia ambientale dell’intero sistema costiero. Sono queste le perle della Sardegna secondo la Guida Blu 2009 di Legambiente pubblicata dal Touring Club che vede i Comuni di Domusdemaria, Baunei e Posada al top della classifica con 5 vele. ANCHE QUEST’ANNO la Sardegna la regione più apprezzata dell’estate 2009 con una media di 3,4 vele assegnate alle sue spiagge. L’Isola è seguita dalla Toscana (3,03), dalla Puglia (3), dalla Sicilia (2,63), dall’Abruzzo (2,6), dalla Campania (2,56), e da Basilicata e Marche a pari merito con una media 2,5 vele. Oltre Chia, Baunei e Posada (in tutta la penisola sono solo 13 le località che hanno riscosso il massimo dei voti), altri undici comuni costieri isolani hanno ottenuto quattro vele: si tratta di Arbus, Villasimius, Cabras, Bosa, Alghero, Sant’anna Arresi, Pula, Orosei, Arzachena, S.Teresa di Gallura, Siniscola. Oltre il mare cristallino, i paesaggi da favola e le spiagge pulite, i parametri utilizzati da Legambiente per l’assegnazione delle vele sono anche quelli dell’arte, buona cucina. Ma soprattutto il rispetto dell’ambiente e la massima attenzione alla sostenibilità. «La Sardegna è una delle regioni italiane – ha osservato il vicepresidente e responsabile mare di Legambiente Sebastiano Venneri presentando a Roma la nona edizione della Guida Blu – che realizzano già da tempo un lavoro esemplare in termini di sostenibilità e tutela ambientale. Le località a cinque vele, oltre che per l’eccezionale e riconosciuto pregio naturalistico, continuano a distinguersi per l’impegno nella salvaguardia del paesaggio e del litorale e soprattutto per tante iniziative di sviluppo dei servizi e di valorizzazione e tutela del territorio ». Domusdemaria, oltre che per la bellezza delle spiagge, è stata premiata per un progetto di salvaguardia del sistema dunale. A Baunei è stato riconosciuto l’impegno nella conservazione di un litorale che si estende per una trentina di chilometri e nel potenziamento dei servizi di salvamento a mare, pulizia delle spiagge e messa in rete dei sentieri per il trekking. Infine, come detto, Posada è stata segnalata per il suo progetto di salvaguardia del sistema costiero. Una rivincita per le spiagge sarde che continuano ad essere trascurate nell’assegnazione delle Bandiere Blu da parte della Fee, la Fondazione per l’educazione ambientale. Massimiliano Perlato 

IL WORLD TRADE CENTER E QUELL’11 SETTEMBRE SEMPRE VIVO NELLA MEMORIA

PREGHIERA E RIFLESSIONE A NEW YORK PENSANDO AI MALI DEL MONDO

Era una bella giornata di fine estate, l’11 settembre 2001 a New York. Poi, però, alle 8.46 un Boeing 767 si schiantò contro il 96esimo piano della torre nord del World Trade Center. Le prime notizie parlarono di un aereo da turismo precipitato sul grattacielo. Ma pochi minuti dopo, tutto fu drammaticamente smentito. Alle 9.02 alcuni attentatori suicidi islamici dirottarono un secondo Boeing contro la torre sud. I due grattacieli in fiamme nella parte sud di Manhattan diventarono una trappola mortale per molti; altri rimasero sepolti sotto le macerie quando alle 10.05, si sgretolò la torre sud (alta 411 metri), seguita pochi minuti dopo dalla gemella. La polvere si propagò per le strette vie del Lower Manhattan: sembrava l’inizio della fine. Le macerie continuarono a fumare fino al dicembre 2001, e l’aria ne fu appestata persino nel Bronx. Complessivamente nell’attentato persero la vita 2569 persone. Per il giorno dell’Attacco all’America erano in programma le elezioni primarie per la scelta del nuovo sindaco. A quel punto il primo cittadino in carica, Rudolph Giuliani, dovette far fronte alla catastrofe. Egli si mise al lavoro con energia e partecipazione, tanto che in seguito fu nominato l’eroe di New York. Lo stesso titolo fu conferito ai vigili del fuoco del New York City Fire Department, che nel corso delle operazioni persero 343 compagni, ai poliziotti del New York City Police Department e della Port Authority Police, nelle cui fila 60 agenti persero la vita cercando di salvare quella degli altri. La città si trovò di fronte a un disastro di enormi proporzioni. Le tratte metropolitane delle linee nell’area del World Trade Center erano distrutte, il collegamento ferroviario fra la punta meridionale e Manhattan e il New Jersey interrotto. Il 10% della superficie totale occupata dagli uffici del più grande centro finanziario a livello mondiale era stato distrutto, 83mila posti di lavoro andarono in fumo, e l’ammontare complessivo di danni fu stimato attorno agli 85 milioni di dollari. Nell’arco di nove mesi, 1,8 milioni di tonnellate di macerie del WCT sono stati trasportati a Staten Island. Il 30 maggio 2002, al termine dei lavori di sgombero, un corteo funebre simbolico è partito dal punto dell’attacco terroristico seguendo una barella vuota. Il Presidente degli Stati Uniti George W. Bush dichiarò guerra al terrorismo invadendo l’Afghanistan (2001) e l’Irak (2003) e imprigionando i sospettati al punto di appoggio americano di Guantanamo, sull’isola di Cuba. Il 4 luglio 2004, giorno di festa nazionale, sono iniziati i lavori per la realizzazione della Freedom Tower. La sua altezza dovrebbe raggiungere i 541 metri (1776 piedi, numero che coincide con l’anno di fondazione degli Stati Uniti). Ai piedi del grattacielo si troverà il memoriale "Reflecting Absence", due vasche d’acqua a simboleggiare le torri del World Trade Center, e il "11 settembre Memorial Museum".

Valentina Telò e Massimiliano Perlato

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