Altre croci alzate sull'industria morente dell'isola

di Maria Letizia Pruna

Altri tre. Corrispondono esattamente alla media: 3 morti sul lavoro ogni giorno, in Italia. Questa volta è spettato a noi garantire la media, a noi che ci resta così poca industria e vorremmo che non fosse così difficile difenderla. La dinamica dell’ultimo incidente sembra più o meno la stessa di tante altre morti a grappolo: un uomo dopo l’altro, uccisi dagli errori e dalla solidarietà. Errori da cui non sappiamo imparare, solidarietà a cui gli operai non riescono a resistere, più forte dell’istinto di sopravvivenza. Gli operai appartengono ad un altro mondo, molti ci tornano prematuramente. Strane coincidenze in questi ultimi giorni: la Saras chiede il sequestro di un documentario (Oil, cioè petrolio) dedicato allo stabilimento di Sarroch e al suo impatto sul territorio e sulla salute della popolazione; passano pochi giorni e da uno studio dell’Università di Cagliari emerge che Sarroch è il comune più ricco della Sardegna, perché il 70% della forza lavoro locale è occupata nel polo industriale cresciuto attorno alla Saras, e il sindaco conferma che la qualità della vita è migliore che altrove: le case non vengono lasciate a metà e i servizi sociali non devono occuparsi di indigenti. I morti di ieri sono tutti di Villa S. Pietro, pochi chilometri di distanza da Sarroch, che dalla Saras prende qualche busta paga ma anche l’odore dell’industria che ammala. Dietro la collina, di notte, la grande luce che infiamma il cielo fa pensare a un vulcano, a volte emette anche un rumore sordo. Le grandi industrie in questa nostra terra sono così: a Sarroch, a Portovesme, a Porto Torres, ci divorano, si prendono tutto. Anche il buio della notte. Tre vite spente alla Saras, un’altra qualche anno fa; all’Eurallumina quasi due anni fa un’altra morte (Simone Medas, 29 anni) e un anno fa nello stesso impianto di Portovesme un brutto incidente con un operaio gravemente ustionato (Giuseppe Palmas). Gli operai rimasti uccisi alla Saras  lavoravano per una ditta esterna cui erano state appaltate alcune attività di manutenzione. Anche poco più di due anni fa, il 14 aprile 2007, l’operaio di 34 anni (Felice Schirru) che morì all’interno della raffineria di Sarroch lavorava per una ditta esterna. Molti studi hanno messo in evidenza che nell’imperfetto coordinamento delle attività svolte in uno stesso luogo da imprese diverse si annidano gravi pericoli, come nel caso dell’incidente spaventoso che il 13 marzo 1987 portò alla morte di 13 operai nel cantiere Mecnavi di Ravenna. Le vittime dipendevano da cinque aziende diverse, otto lavoravano in nero. C’è bisogno di accrescere il senso di responsabilità di tutti, in ogni ambito della vita. La cronaca quotidiana è piena di episodi di irresponsabilità, disattenzione, imprudenza, leggerezze imperdonabili e poca consapevolezza dei pericoli. L’enorme quantità di incidenti domestici, incidenti stradali, incidenti sul lavoro, incidenti nelle scuole, nello sport, nell’ambiente, dimostrano che sarebbe importante insegnare ad essere attenti e responsabili. La Regione potrebbe dare un segnale di interesse reale per queste tragedie investendo una parte delle risorse della programmazione 2007-2013 in un ampio programma di formazione sulla sicurezza in tutti gli ambiti della vita: a casa, sulle strade, al lavoro, a scuola, nello sport e nell’ambiente.

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