Clima: dopo un inverno gelido, il pianeta ha davvero la febbre?

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L’inverno, contrariamente alle previsioni, è stato molto freddo: frequenti irruzioni di aria artica fino alle medie latitudini, piogge intense e nevicate abbondanti anche alle basse quote. Apriti cielo, è proprio il caso di dire. Tanto è bastato perché l’esercito sempre più agguerrito dei negazionisti dell’effetto serra gridasse all’inversione di tendenza, alla ricostituzione dei ghiacci del Polo Nord e all’imminente ritorno di una nuova glaciazione. Altro che riscaldamento globale! Ma si è trattato di clamori infondati. L’inverno appena trascorso, assicurano i meteorologi, non è affatto eccezionale, rientra nella norma. I ghiacci polari si sono estesi, così come avviene a ogni stagione invernale ma, alla prossima estate, torneranno a ritrarsi, evidenziando quella riduzione certificata dalle inequivocabili misure dall’alto dei satelliti artificiali. Globalmente parlando, poi, l’inverno rigido dell’emisfero settentrionale è controbilanciato dall’estate calda dell’emisfero australe. Insomma, a ben guardare la curva delle temperature medie degli ultimi decenni, una specie di linea a dente di sega con frequenti alti e bassi, ci si rende conto che la sua tendenza resta pur sempre in salita. Non sono sufficienti alcune settimane o una stagione più fredda del solito per affermare che il trend si è invertito. Il riscaldamento provocato dall’uomo e i rimedi più opportuni per contrastarlo rimangono uno dei più grandi problemi irrisolti del nostro tempo. Quali sono le obiezioni che alimentano il cosiddetto negazionismo climatico? La principale è che il clima non sta cambiando a causa dell’uomo, ma semplicemente per il fatto che è sempre cambiato, anche quando l’uomo non era ancora presente sul pianeta. Una tesi che ci libera da qualunque responsabilità e che si fonda sul pregiudizio che noi non saremmo in grado di spostare gli equilibri naturali. In realtà, se non ci fosse l’interferenza dell’uomo, piuttosto che un futuro rovente ci dovremmo aspettare l’arrivo di una nuova glaciazione. Infatti, stando ai cicli del passato, il nostro confortevole periodo interglaciale, che è caratterizzato da temperature medie globali di una quindicina di gradi e che dura da più di 10mila anni, dovrebbe essere prossimo alla conclusione e cedere il passo al grande freddo, con una brusca caduta delle temperature medie globali di 6 o 7 gradi. L’alternarsi di lunghe fasi fredde, intervallate da periodi con temperature più miti, si è già verificato tante altre volte nei milioni di anni passati, quando l’uomo non era ancora comparso sulla Terra. Allora i cambiamenti erano governati soltanto dalle possenti forze della natura: i variabili moti spaziali del nostro pianeta, l’incostante radiazione solare, i flussi di geo-gas dalle viscere della Terra; e gli alti e bassi del termometro dipendevano solo dalla loro complessa combinazione. Poi è arrivato l’uomo. All’alba della rivoluzione industriale, nel 1830, sul pianeta c’era circa un miliardo di esseri umani. Oggi sfioriamo i 7 miliardi e arriveremo a 8 nel 2025. Bruciando, in appena 2 secoli, la maggior parte dei combustibili fossili che la natura aveva faticosamente fabbricato in decine di milioni di anni, siamo arrivati a pompare anidride carbonica nell’atmosfera al ritmo di quasi 30 miliardi tonnellate l’anno. Questo gas, invisibile e inodore, ha una caratteristica fisica indiscutibile e verificabile in qualsiasi esperimento da laboratorio: trattiene la radiazione termica di cui la Terra tenta di liberarsi per mantenere il suo equilibrio, fa da termocoperta all’atmosfera. Allora, perché negare l’evidenza che il genere umano è ormai diventato, assieme alle altre, una forza della natura in grado di alterare gli equilibri del clima? Oggi la maggioranza dei climatologi di tutto il mondo si riconosce in un comitato scientifico di oltre 2mila studiosi voluto dalle Nazioni Unite e concorda sull’affermazione che la prevalente responsabilità del riscaldamento globale di circa un grado, verificatosi nell’ultimo secolo, sia da attribuire all’uomo. I governi devono contenere le emissioni dell’anidride carbonica e degli altri gas clima-alteranti. L’impresa è titanica perché vuol dire ripensare le fonti e i modi di produrre energia, i cicli produttivi, i trasporti, l’agricoltura, la zootecnia e la gestione delle foreste; inoltre, investire in energie rinnovabili e pulite, eliminare gli sprechi e le inefficienze. Un possibile modello per attuare questa rivoluzione lo ha offerto il Protocollo di Kyoto, il controverso trattato che impone la riduzione del 5% delle emissioni di gas serra entro il 2012, rispetto al 1990. Applicato, sia pure con molte difficoltà, da molti Paesi, tranne che dai maggiori inquinatori del mondo, Stati Uniti, Cina e India. Il Protocollo di Kyoto volge ormai alla scadenza. Già da tempo si aspetta che i Paesi che lo hanno ratificato, trasformandolo in legge nazionale, concordino il suo rilancio, definendo nuovi impegni per un orizzonte temporale che giunga almeno sino al 2020 e che al suo rilancio si associno i grandi Paesi che non lo applicano. La recente nomina di Barack Obama a presidente degli Stati Uniti, se da un lato sembra aver chiuso il capitolo delle ostilità contro il Protocollo di Kyoto portate avanti con determinazione dall’amministrazione Bush, d’altra parte non ha ancora prodotto un cambiamento di linea sul tavolo del negoziato climatico. E poi c’è l’intransigenza di Paesi come Cina e India che finora hanno continuato a ribadire il loro no a impegni di riduzione vincolanti. Le loro recenti responsabilità di inquinatori planetari non cancellano quelle storiche dell’Occidente industrializzato a cui spetterebbe, per primo, l’onere di procedere alla "de carbonizzazione" dei processi produttivi, sviluppando e fornendo le tecnologie più idonee al Terzo Mondo.

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