L'omicidio di Dina Dore un anno dopo. Messinscena di un sequestro?

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Una bimba che piange disperata su un seggiolino. La mamma, incerottata dalla testa ai piedi, che muore soffocata nel bagagliaio di un’auto. La raccapricciante sequenza che è andata in onda un anno fa, nel garage di via Sant’Antiocru, a Gavoi, non sarebbe stata un sequestro finito male ma solo la sua malandata messinscena. «Malandata» perché chiunque l’abbia allestita ha sparso un bel po’ del suo Dna. Dopo 365 giorni di indagini silenziose ma continue sulla morte di Dina Dore, è l’ipotesi che sta riemergendo con più forza. Ma rimane ancora una ipotesi, perché nel fascicolo aperto dalla Dda di Cagliari si continua a procedere per «sequestro di persona» e il registro degli indagati continua a rimanere inesorabilmente immacolato. Nessun sospettato, nessun presunto colpevole. Ma c’è una corrente piuttosto nutrita di investigatori che, forte di un anno di accertamenti e analisi blindatissime, comincia a sposare un’ altra possibile verità, rispetto a quella del tentato rapimento. Lo fa per diversi motivi. Primo fra tutti, il modo in cui Dina Dore, moglie e madre premurosa, è stata uccisa. La donna è stata prima tramortita alla testa con un’ascia, poi legata con diversi giri di nastro adesivo, dai piedi su fino al volto. Così stretti da romperle il setto nasale e da provocarne la morte per asfissia dopo qualche minuto di permanenza all’interno del bagagliaio dove era stata rinchiusa. Si chiedono, gli investigatori, quando mai un aspirante rapitore tratta in questo modo il suo prezioso ostaggio? Quando mai un aspirante sequestratore ne cerca la morte a tutti i costi, pur sapendo che in quel momento è il suo bene più caro? Ma non basta: c’è anche un altro elemento che comincia a far propendere per l’ipotesi della messinscena. C’è il fatto che la banda che è entrata in azione, a giudicare da come si è mossa all’interno della casa, tutto sembra tranne che una banda di professionisti del crimine. Chiunque sia entrato, quel maledetto mercoledì 26 marzo, nel garage di via Sant’Antiocru della famiglia Rocca-Dore, ha agito in modo piuttosto maldestro. Tanto per cominciare, i malviventi, a un certo punto, sono rimasti chiusi nel garage perché le chiavi per aprirlo le avevano incerottate insieme alla povera Dina. Così, per uscire da quella trappola che si erano creati con le loro mani, sono stati costretti a far leva sulla serranda usando un piede di porco. Viene difficile credere che una banda di rapitori, che vuole mettere su un’azione criminosa del genere, si perda in una simile bazzecola. E rimanga intrappolata come un topo insieme alla sua vittima. Chi e perché, eventualmente, avrebbe voluto allestire questa messa in scena, non è dato sapere. Su questo punto ci sono solo ipotesi, supposizioni, e, ma solo in paese, una marea di voci incontrollate. C’è chi pensa a una vendetta trasversale. La famiglia Rocca, a Gavoi e nei paesi dei dintorni, è molto affermata e conosciuta. Il suocero di Dina, Tonino Rocca, papà di Francesco, ha subito due tentati sequestri. Una messa in scena, dunque: gli investigatori non lo escludono più in modo netto, come un anno fa. Tra le pieghe dell’inchiesta, guidata dalla procura distrettuale di Cagliari e condotta dalla squadra mobile nuorese, c’è tanto, ovviamente, che non trapela e non può trapelare. Ma c’è un elemento che a distanza di un anno è diventato una certezza: nel garage di via Sant’Antiocru è stato recuperato il Dna dei killer. Lo hanno lasciato forse quando erano presi dal panico, dopo aver tramortito Dina Dore e aver sentito la piccola Elisabetta, di appena otto mesi e mezzo, che piangeva disperata perché voleva stare tra le braccia della mamma. Forse le preziose tracce sono state recuperate da quel consistente bottino di oggetti sequestrati a suo tempo dai poliziotti della scientifica: i tappetini della Punto dove era stata rinchiusa Dina, il fondo del portabagagli imbevuto di sangue. E soprattutto il nastro adesivo utilizzato per incerottare la donna. Sembra, infatti, che un po’ per la fretta, un po’ per la loro imperizia, i malviventi, abbiano strappato il nastro adesivo con la bocca. Lasciando tracce preziosissime della loro presenza. Il Dna aspetta, insomma. Da un anno è lì, in un laboratorio della scientifica, che attende finalmente di essere confrontato con i primi sospettati. Le belve che sono state capaci di uccidere una donna coraggiosa davanti alla sua bimba.

 

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