Incertezze per il futuro dei lavoratori. Intervista ad Andrea Telò, rappresentante sindacale Nestlè

di Massimiliano Perlato

 

La crisi del lavoro in Sardegna, al di là dei numeri delle statistiche ufficiali, sta assumendo estensioni di rilievo. Le cagioni di tale situazione sono differenti: le dinamiche internazionali di questi ultimi anni che, seppure con ritardo, producono effetti negativi sul sistema economico regionale; la politica di tagli esercitata con le ultime leggi finanziarie nazionali e la mancata attuazione di diversi interventi riguardanti l’isola dipendenti dal Governo, nonostante accordi sottoscritti e risorse stanziate; le manovre economico-finanziarie varate dalla Giunta Regionale in Sardegna che, essendo prevalentemente improntate al risanamento del bilancio regionale, hanno acuito le situazioni di crisi e le difficoltà di tutto il sistema regionale; i processi di riforma avviati dalla Giunta Regionale in diversi comparti che hanno determinato la decelerazione o il blocco delle attività con effetti positivi pressoché nulli. Lo sguardo ai numeri è impietoso: l’Istat indica per la Sardegna nel 22,9% il numero delle famiglie che si dispongono al di sotto della linea della povertà, percentuale che continua a crescere negli anni (nel 2004 era il 15,4%, nel 2003 il 13,1%). Altri indicatori della povertà materiale, cioè di reddito, riguardano la disoccupazione, gli ammortizzatori sociali e le pensioni. I dati Istat sulle forze lavoro relativi al terzo trimestre 2008 rimarcano un tasso di disoccupazione al 10,8% (+2,1 punti percentuali rispetto all’anno precedente). Migliaia di persone vivono con un reddito insufficiente, sotto la soglia della povertà relativa calcolata in 970,34 euro mensili per due componenti. Insomma la crisi dell’economia sta mordendo sempre più nella carne viva dei lavoratori. Utopia pura è pensare ad una repentina inversione di tendenza.

Abbiamo incontrato Andrea Telò, dipendente della Sanpellegrino spa del Gruppo Nestlè a Milano. Telò, è anche membro della Rappresentanza Sindacale Unitaria di Sede dal 2004 oltreché membro del Direttivo Provinciale e Regionale della FAI Cisl. Per il Gruppo Nestlè, fa parte del Comitato Aziendale Europeo dal 2006.

Signor Telò, l’argomento è di quelli che stanno a cuore a tutti i cittadini lavoratrici e lavoratori. Qui non si tratta di fare una considerazione locale legata ad un territorio ristretto coma la Sardegna, ma la problematica va concepita in un ambito più ampio e globale. Cosa pensa di questa condizione di crisi generale? 

La crisi generale ha origine da fattori che sono di difficoltosa comprensione per moltissimi lavoratori. Vanno spiegati bene sopratutto per chiarire le reali conseguenze di una situazione che parte da molto lontano che, come uno tsunami, si è abbattuta sui più deboli senza lasciare loro molto tempo per reagire o mettersi al riparo. I poteri forti hanno giocato le loro carte tentando di nascondere, fin quando è stato possibile, la reale portata delle malefatte del mercato americano. Poi si sono fatti loro stessi promotori delle risoluzioni ai problemi

Le aziende, piccole o grandi che siano, non ci stanno "giocando" intorno a questa recessione, tagliando in maniera sconsiderata costi e personale? Sicuramente molte aziende anche sane e con utili da capogiro realizzati negli ultimi 5/6 anni, si presentano alle lavoratrici, ai  lavoratori ed ai sindacati che li rappresentano come se fossero moribonde, al solo pensiero di dover ricusare a parte degli utili. Identificarle è semplice: le multinazionali per esempio, che non sono orientate a ridurre la loro volontà di fare utili, in tempo di crisi sono le più implicate. Ridurre i costi e gli sprechi per loro vuole dire un unica cosa: licenziare. Senza capire che non è creando poveri che l’economia riparte. Ci sono però alcune azienda illuminate che tagliano le rimunerazioni dei manager per mantenere al lavoro i propri dipendenti: queste sono esempi da seguire e noi come sindacato siamo i primi ad applaudire queste scelte coraggiose, che ripagheranno, molto più dei licenziamenti.

E’ quasi un’equazione matematica quella che si evidenzia in questi frangenti: per salvare i lavoratori bisogna aiutare le aziende. E per sanare le aziende bisogna tutelare le banche che assicurano il credito. Considerazioni a riguardo? 

I lavoratori sono l’ultimo anello di questa catena e quindi il più debole, ma se la ricchezza delle banche e delle imprese non è equamente distribuita a poco serve salvare le une e le altre. Faccio un esempio: se nei rinnovi contrattuali le borse delle imprese, che hanno attinto al credito delle banche e che con quei soldi hanno fatto utili, non si aprono un pochino di più, come pensano di rilanciare i consumi?

Ma è il lavoratore a cui bisogna gettare il salvagente, visto che molte aziende sono già "affogate": come si può tutelare?

Il sindacato è l’unica vera tutela, seria e presente, a cui ci si deve rivolgere. Le campagne contro i sindacati sono partite da lontano ed hanno portato anche a scrivere dei libri molto venduti. La realtà è che ci sono sindacalisti che meritano questo appellativo ed altri che invece si nascondono dietro il distintivo della propria organizzazione. Dobbiamo riportare la gente in piazza, fare assemblee e scioperi nei posti di lavoro, per dare un segno di vitalità e di presenza, che in realtà è mancato per troppo tempo in questo paese anestetizzato dal qualunquismo e dall’individualismo. Non sono per la lotta di classe ma p
er la lotta in difesa del lavoro, che dà dignità alla persone: un lavoro decente per una vita dignitosa

In Italia ci sono 4 milioni e mezzo di precari. Un numero impressionante. E la categoria più a rischio, visto le loro scarse difese? 

I precari, i Co.Co.Co., i subordinati, le lavoratrici ed i lavoratori a tempo determinato, sono da sempre le categorie a repentaglio, anche se ultimamente si cerca di ottenere per loro un  minimo di tutela. Non è con l’incertezza e precarietà che si dà vita ad una società sicura e serena. Chi non può fare progetti per oltre un anno vive un condizionamento psicologico che non fa bene ad alcuno: ne al lavoratore, ne alla sua famiglia. Sopratutto non fa bene alla società. Se il lavoro è precario, un giovane può pensare che tutto sia precario ed ecco allora spuntare incognite sociali che stanno trafiggendo inesorabilmente le nuove generazioni: mi viene in mente la droga o la delinquenza in senso generale. La vera difesa di queste categorie è il sindacato, che deve tornare, e lo sta facendo, ad esporsi in prima persona.

E i dipendenti che comunque hanno il sussidio della cassa integrazione ordinaria e l’indennità di disoccupazione per cui possono sopravvivere per un certo tempo? 

I famosissimi ammortizzatori sociali di cui tanto si parla ultimamente ed ai quali il governo ha dato un forte impulso, non sono altro che soldi dei lavoratori che pagano le tasse. Sono ricchezze che le aziende spendono volentieri. Anche perché, diciamocelo, non sono le loro. Più soldi ci sono in gioco, più lavoratori rischiano e le azienda di conseguenza quasi impotenti, non fanno innovazione. Non si fanno venire idee e non si sforzano sul piano dei tagli agli sprechi. Chi ha già dovuto fronteggiare la cassa integrazione o la mobilità, sa che quella è un’anticamera, che porta poi ad accettare tutto, pur di lavorare. Gli ammortizzatori sociali servono per addormentare le coscienze di tutti, ma prima o poi finiscono ed allora scatterà la guerra dei poveri. Le imprese, se riparte l’economia, sono pronte a reintegrare i lavoratori, ma al ribasso: o dentro a meno stipendio o fuori senza stipendio.

Gli ammortizzatori sociali riparano troppo poco perché in questi anni si è fatto un gran parlare della necessità di rendere più flessibile il lavoro, in quanto solo così si poteva vincere la concorrenza internazionale e mantenere alta l’occupazione. Ma allo stesso tempo, si è compensata la fragilità del lavoro con un’adeguata protezione sociale dei lavoratori?  Ribadisco il mio punto di vista sugli ammortizzatori sociali: sono un alibi per le aziende, non sono stimolate a rinnovarsi, ad investire, scaricano sulla collettività le loro incapacità. Marco Biagi prima di morire assassinato, stava realizzando in pieno la sua idea di mercato del lavoro. Un progetto suddiviso in tre momenti: primo uno statuto dei lavori con diritti e doveri uguali per tutti; poi la flessibilità; ed infine per i disoccupati, la formazione e ricollocazione nel mondo del lavoro con una indennità di disoccupazione sullo stile di quella utilizzata in Svizzera.

E ora si hanno le risorse per far fronte al disastro dell’occupazione? 

Le risorse sono sempre soldi nostri. Facciamo pagare parte della crisi anche alle imprese con i bilanci in utile, impedendogli di attingere agli armonizzatori sociali. Questa crisi la pagheremo con un conto salatissimo che sarà caricato sulle generazioni future e sulle pensioni. I soldi che adesso dicono di avere, saranno recuperati invece con l’aumento delle tasse e con l’elevazione dell’età pensionabile.

E’ salvando i grandi interessi che  si rimette in moto l’economia? 

Non ho visto soldi veri per le famiglie. Ho visto soldi per sanare chi ci doveva salvare e non lo ha fatto: come le Banche. Ci hanno raccontato un sacco di bugie ed adesso cosa si inventeranno? Questa crisi chi colpisce veramente?? I soliti i noti, ovvero le lavoratrici ed i lavoratori.

E siamo solo all’inizio…

 

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