Le voci del silenzio

di Omar Onnis

 

Noto con preoccupazione, ma senza alcuna sorpresa, che moltissime voci largamente presenti nel dibattito pubblico sardo degli ultimi cinque anni, si sono repentinamente ammutolite, dopo le elezioni. E non danno segni di vita. Finché c’è stato Soru, l’intellettualità sarda, residente o disterrada, si è data da fare parecchio a sostegno di questa o quella misura, questa o quella iniziativa; o, nei rari casi di ingaggio dalla parte avversa, per contestarne l’opportunità e il merito. Una polarizzazione tutta interna alle logiche di legittimazione nella sfera pubblica politica e culturale "egemonica", nonché – temo – non estranea nemmeno a logiche di spartizione e di accaparramento di posti al sole e di prebende. Ora che Soru ha perso le elezioni e soprattutto è uscito drammaticamente (per lui e per i suoi seguaci) ridimensionato dal punto di vista politico, è come se fosse crollato un idolo cui si era votata la propria fede e non si sappia più a che santo rivolgersi. Eppure, le questioni aperte negli anni scorsi rimangono sul tappeto e ne emergono di nuove non meno bisognose di una elaborazione intellettuale all’altezza dei tempi. Le difficoltà del mondo intellettuale sardo a confrontarsi al proprio interno e con l’esterno, al di là dei circoli ristretti e più o meno confidenziali generati dalla reciproca frequentazione, esistono e sono grandi. Ed emergono prepotentemente se il medium utilizzato è internet, per ragioni insite nella natura del mezzo e nel rapporto problematico che col medesimo ha la maggior parte degli operatori culturali. A questo discorso, tuttavia, non sono affatto estranee ragioni più profonde. E qui veniamo alla "seconda gamba" (uso una locuzione di M. Pira) del problema. Per chi, da sardo, esercita il proprio pensiero e intende darne conto pubblicamente è difficile orientarsi tra un orizzonte prettamente isolano e uno più ampio, ma dai confini incerti, che troppo spesso finiscono per aderire meccanicamente e passivamente a quelli dell’ambiente culturale italico. La legittimazione ufficiale nella sfera dell’elaborazione intellettuale, che alla fine ricomprende principalmente l’ambito accademico e quello dei mass media, è una legittimazione prevalentemente operata all’esterno della Sardegna o comunque attraverso una griglia interpretativa non-sarda. Ricordo una puntata di Fahreneit, su Radio3 RAI, in cui il conduttore presentava un romanzo di Mariangela Sedda edito dal Maestrale: desiderando esprimere una considerazione sulla pregnanza dell’essere sardi, così evidente a suo dire per tanti autori contemporanei, non trovò di meglio che attribuirla a una "regionalità particolarmente forte". Il che evidenziava l’estrema difficoltà a trovare categorie sociologiche, antropologiche e letterarie in cui contestualizzare il fenomeno complessivo della letteratura sarda contemporanea di lingua italiana. E’ solo un esempio di quanto siano insufficienti le categorizzazioni culturali esterne, non dico a spiegare, ma almeno a mettere in ordine i concetti base di una visione d’insieme relativa al mondo culturale isolano. Mi riferisco naturalmente non solo agli scrittori, ma anche agli storici, ai giornalisti, ai docenti universitari, ai giuristi, agli esponenti delle professioni, all’intera schiera degli intellettuali non solo "universali" ma anche "specifici" (come li chiamava M. Foucault). Ora, questo problema di legittimazione ha diversi risvolti, alcuni dei quali sono veramente paradossali. Nel momento in cui si pretende un’attenzione specifica su temi relativi alla Sardegna, ma li si inserisce a forza in una narrazione "altra", emergono difficoltà retoriche e semantiche che a volte conducono a vere aporie. Ci si auto-confina in una dimensione provinciale, da realtà periferica di un insieme più ampio e significativo, sminuendo l’universalità del messaggio, o della proposta, di cui si è portatori. Si accetta di essere filtrati e riproposti al mondo in funzione di una sfera storico-culturale diversa, nella quale, tuttavia, si ha una certa coscienza (a volte una sub-coscienza latente) di essere piuttosto degli abusivi che degli ospiti ben accetti, e di certo non uno dei soggetti fondanti. Non si trova la forza di rappresentare la propria produzione culturale nel contesto universale come auto-sufficiente, come produttrice di senso e di significati a titolo di soggetto attivo: al massimo, la si rappresenta come una cultura "regionale", sia pure identitariamente particolare, nell’ambito italiano. La legittimità a parlare, a produrre narrazioni pubbliche, viene conseguentemente ricercata e ottenuta in quel medesimo ambito esterno, non presso la realtà socio-culturale sarda, che si assume di per sé o inesistente o non legittimante/legittimata. Così è, in modo palese e imbarazzante, per la storiografia, ad esempio, tipicamente in difficoltà a inserire credibilmente la storia sarda nell’alveo – già di suo problematico – della storia italiana e per questo affascinata dalle sirene del sardismo (le cui parole d’ordine, non a caso, sono sempre state "orgoglio e integrazione"… ma senza disturbare troppo). Il che, mutatis mutandis, vale anche per altre discipline sociali, almeno nella scarsissima misura in cui sono state coltivate in Sardegna. E in gran parte, seppure con frizioni e ambiguità crescenti (specie negli ultimi quindici anni), vale anche in ambito letterario. La storica difficoltà degli scrittori sardi, specie del passato, ad essere benevolmente accolti in Sardegna (penso a Grazia Deledda, o a Giuseppe Dessì, o a Salvatore Satta, tanto per citarne alcuni) ha la sua radice appunto nei criteri di validazione e di accreditamento cui si sono costantemente sottomessi i nostri autori. Una rinuncia, in realtà, benché solitamente intesa e presentata come una forma di apertura all’esterno della gabbia isolana. Insomma, di che stupirsi se oggi come oggi il silenzio pervade la scena intellettuale sarda? Finché non ci renderemo conto che la produzione di senso di cui siamo capaci non ha bisogno di alcuna legittimazione, né di alcuna tutela, che arrivi come un deus ex machina dall’alto e dall’esterno, non saremo mai veramente cittadini del mondo a pieno titolo. Rimarremo cittadini di periferia, nel più scalcinato dei paesi del mondo, di quel mondo occidentale, privilegiato e dominante di cui, beninteso, siamo comunque parte. Io non credo che la produzione intellettuale, artistica e letteraria della Sardegna sia semplicemente riconducibile a una realtà regionale, tributaria di una più ampia e includente cultura nazionale. Non è così per la nostra storia, non è già così per gran parte della nostra produzione artistica, artigianale e musicale, e sta perdendo senso anche per la nostra produzione letteraria, che, benché per lo più espressa in lingua italiana, mostra tutte le caratteristiche di una letteratura nazionale a sé stante, come tale rivolta al mondo, senza bisogno di validazioni oltremarine per avere senso e significato universali. Questo vale al di là di qualsiasi discorso politico e istituzionale.
Ma temo che gli intellettuali sardi, troppo abituati evidentemente a guardare al Palazzo, non se ne stiano rendendo conto e siano rimasti ammaliati da un incantesimo che li condanna a restare intrappolati in un limbo di incompiutezza e debolezza etica, mentre ogni cosa intorno a loro, e prima di tutto nella terra di cui si
sentono i portavoce e i migliori rappresentanti, si muove e si evolve. Spero di essere smentito.

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