Riflessioni a "freddo" dell'esito elettorale in Sardegna che ha bocciato Soru

di Sergio Portas

 

L’avevamo scritto che ci voleva Nembo Kid … e Renato Soru è, solamente, un intelligente imprenditore prestato alla politica che si era illuso di poterla riformare da dentro, ignorandone e anzi sprezzandone i meccanismi di forma che la regolano. Qui dal continente non ci era parso vero che a contendere la visione di sfondo (Weltanshauung per i più acculturati) del berlusconismo imperante ci fosse un  uomo che, pur provenendo da esperienze di successo in campi d’impresa tra i più avanzati al mondo (internet), non avesse vergogna di indicare un modello alternativo di crescita "dolce", in cui tutela del territorio e paesaggio avessero la meglio sullo sfruttamento indiscriminato dei beni comuni portato avanti, s’intende, al nobile fine dei "posti di lavoro in edilizia". E le servitù militari? I tiri al bersaglio sulle coste sarde che così tanti soldi fanno entrare da tutti coloro che vogliono sperimentare i sistemi d’arma più efficaci, più intelligenti, più ricche di metalli similradioattivi, che anche se impoverito sempre di uranio si tratta. Con tutte le conseguenze che tocca patire ai bimbi sardi che hanno la mala ventura di nascere vicino ai poligoni di tiro. E al loro DNA.  E la raccolta differenziata col conseguente rifiuto di megainceneritori, la lingua sarda declinata finalmente con la dignità che le spetta. Che le spetterebbe. Tutti bei sogni o meglio bei disegni di possibilità di cui innamorarsi come di un futuro nuovo possibile in cui i protagonisti , una volta tanto, avrebbero potuto essere le comunità di base, la gente di quei paesi che si trovavano a vivere sulle incontaminate spiagge, sui contrafforti  verdeggianti delle sugherete e dei mirti. La Sardegna come faro di una possibile altro modo di sfruttare il territorio. Ma Soru voleva ben di più: voleva portare avanti questo suo disegno a discapito della "coalizione" che pur l’aveva eletto. Anzi diciamo più sinceramente: a discapito del maggior partito di questa coalizione, il Pd sardo. Davvero troppo complicato. Ora è vero che viviamo in un periodo di liquidità totale (vedi tutta la pubblicistica di  Zygmunt Bauman incentrata su questo assunto), per cui un partito che neanche esiste come costituzione formale (Popolo della libertà) si presenta con un suo "logo", scrive su un nome qualsiasi, per quanto prestigioso politicamente possa essere in Italia, e si presenta all’elettorato chiedendo di essere legittimato, lui e le sue liste. E l’elettorato sardo risponde alla grande, e delega. Il suo futuro prossimo. Amalgamandolo tutto a quello della nazione che lo comprende. Cagliari faccia come Roma e le cose marceranno, i giovani troveranno lavoro, chi ha il reale potere di tenere aperte le fabbriche lo farà, in grazia del favore  che i sardi hanno mostrato  al capo di tutti. Non ce ne voglia Ugo Cappellacci  se in questo frangente  si vede la sua figura politica declassata a quella di portaborse non si sa quanto consapevole. Anzi  se un pizzico di speranza ci rimane è quello di vederlo ergersi al di là degli schieramenti in un autonomo splendido esercizio di governo istituzionale che ci tappi la bocca. Che ci faccia scrivere doverose scuse quando lo descrivevamo succube della volontà del vero candidato alla primogenitura sarda. A  noi che ci autodefiniamo "democratici" resta il dubbio di sempre, quello di far parte di una comunità che ha accettato  di convivere con una anomalia di fondo che mina i fondamenti del convivere civile: il principio di uguaglianza. Se in una competizione elettorale (ma non solo) il sentire comune della gente si riflette inevitabilmente nel sistema informativo che ci circonda e, per forza d i cose, ci pervade, è essenziale che codesto sistema sia il più neutro possibile. Non lo è mai da mai, naturalmente. Che i padroni dei giornali, e ora delle televisioni, siano coloro che hanno interesse a che non muti alcunché della realtà che (anche in grazia della fortuna dice Machiavelli) li hanno portati ad avere cotanto potere di indirizzo concernente il vivere delle persone è incontrovertibile. Ma il "popolo sovrano" può, nella sua autonomia tenerne relativamente conto. Il caso italiano è unico nella sua mostruosità (democratica): il capo del partito di maggioranza (ancorchè virtuale e non costituito formalmente), capo del governo, è padrone di tre reti televisive sulle sei che contano ( leggi: chi non si schiera non lavora, vedi Mentana, gli "altri" non avranno mai, mai, mai, visibilità alcuna, telegiornali che trasmettono ad ore cruciali, quello di Emilio Fede, parodie del giornalismo di informazione fanno anzi disinformazione dichiarata, schierata). E’ padrone di giornali e maggiore editore italiano, fratello di padrone di giornali, sua moglie è padrona di giornali (Il Foglio).  Nel contesto sardo Videolina e L’Unione fanno scuola, nel loro piccolo. Per sconfiggere questo blocco mediatico tocca sperare che internet faccia la sua rivoluzione. Ma anche lì valgono le risorse che si possono mettere in campo e quelle dell’uomo più ricco d’Italia sono davvero tante. La partita è truccata dall’inizio. Si parte sempre da tre a zero e si deve risalire la china, sapendo già che l’arbitro è venduto. Certo la partita va giocata lo stesso. Ma la democrazia è davvero altra cosa. E’ partecipazione, di tutti, alla pari delle possibilità. In questo tempo in cui il modello "berlusconiano" è in crisi mondiale a Ugo Cappellacci debbono giustamente tremare i polsi per il compito che lo attende, visto che dovrà gestire l’emergenza con le ricette culturali che hanno giocato a provocarla. Per uscirne vivi, a nostro avviso, la ricetta Soru sarebbe meglio servita, e se non piace il logo che abbiamo scelto si può chiamarla ricetta Obama. Ma è cosa diversa dalla ricetta berlusconia che mira alla sottovalutazione della dimensione reale della crisi (leggi disoccupazione di massa e impoverimento di tutti, con le banche praticamente fallite) in attesa che tutto riprenda come prima. E allora giocoforza serviranno televisione e partite di calcio in digitale terrestre per tutti. E sanremi. E grandi fratelli. Che ha da passare la nottata.  Renato Soru, è innegabile, ci aveva fatto sognare in una svolta praticabile e non scontata. Ma è davvero l’ora di vivere la Modernità che si è lasciata il medio Evo alle spalle: e di smettere  per sempre di credere che le cose possano accadere anche in grazia di un miracolo.

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