Tottus in Pari, 236: Noi, ci siamo!

Abbiamo incontrato a Milano, Tonino Mulas, Presidente della Federazione delle Associazioni Sarde in Italia. Quattro chiacchiere per parlare di Sardegna e delle prospettive future che interessano anche il mondo migratorio organizzato.

All’indomani delle elezioni per la Presidenza alla Regione Sardegna si può tranquillamente affermare che per Cappellacci e la destra sarda si è trattata di una vittoria abbastanza netta. Sì. Devo confessare che non mi aspettavo un risultato di questa entità, benché fossi consapevole delle difficoltà. Sono dispiaciuto e deluso.

Tu ti sei impegnato in prima persona? Sì, insieme a tanti altri. È da tanto tempo, anni ’70 e ’80, che non si vedeva una così grande partecipazione di emigrati in una campagna elettorale per la Regione. In forme diverse: appelli, siti, blog, manifestazioni, pullman, inserzioni su giornali, dichiarazioni TV, ecc.

Il voto dei sardi e l’opinione degli emigrati sono stati divergenti? Immagino che anche Cappellacci avrà avuto voti dagli emigrati. Non so quantificare. Gli emigrati sono probabilmente più appassionati dei sardi residenti e nello stesso tempo più distaccati, meno condizionati.

Non temi la critica di avere esposto anche la FASI? Non ho mai partecipato, in quanto presidente, ne ho mai citato la FASI. C’è una regola fra di noi: ognuno ha diritto di partecipare come cittadino, ma non deve coinvolgere l’istituzione, questo vale per la Federazione, come per i Circoli. Altri emigrati, dirigenti, si sono espressi per Cappellacci e hanno partecipato alla sua campagna. Se l’hanno fatto come singoli cittadini ne avevano il diritto.

Stando lontano dalla Sardegna come la vedi: per quali ragioni Soru ha perso? Credo che le ragioni siano tante. Cambiare è difficile, soprattutto in tempo di crisi, di disoccupazione, di precarietà, quando vince la paura per il futuro. Non voglio però addentrarmi su questo terreno che è squisitamente politico.

Cosa pensi della campagna elettorale di Soru? Ha avuto grande coraggio e determinazione. Non poteva fare una campagna elettorale migliore. Ha suscitato l’interesse e la  partecipazione di moltissimi giovani. Forse alcune cose andavano spiegate meglio. Prima di farle e mentre erano in corso.

La tassa sul lusso?

Abbiamo difeso giustamente gli emigrati. Non la condividevamo e ci siamo battuti coerentemente. Il principio era giusto (il riequilibrio coste – zone interne); l’applicazione sbagliata. Nel caso, la tassa doveva essere per tutti, secondo il reddito e secondo il valore dell’edificio e della località. Ma, almeno per quanto mi riguarda, non si può confondere la parte con il tutto; questa critica non inficiava la bontà del programma su come cambiare la Sardegna.

Cosa farà la FASI nella nuova situazione? La FASI è una libera associazione di circoli, i quali sono associazioni di uomini liberi, emigrati, legati alla Sardegna da un grande rapporto, razionale e sentimentale insieme, che non cambia in relazione ai partiti o agli schieramenti. Questi uomini hanno a loro volta opinioni politiche diverse. Continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto: porteremo avanti i nostri progetti, faremo la nostra attività culturale, promozionale, sociale; manterremo un rapporto di lealtà e collaborazione con le istituzioni. In realtà non c’è una nuova situazione: da quando sono nella FASI c’è l’alternanza: Palomba – Pili – Masala – Soru – Cappellacci.

Cambierà la posizione sull’ambiente e sulle coste? È una posizione che non dipende né da Soru, né da Cappellacci. Continueremo a batterci per la salvaguardia dell’ambiente, così come nel recente passato ci siamo battuti contro le scorie nucleari. Cerchiamo sempre di individuare temi che siano di interesse generale e di grande valore culturale, non di schieramento.

La continuità territoriale? Deve rimanere, anche per gli emigrati; proprio sulla base del proclamato principio dell’insularità; deve essere il minimo comune denominatore in un rapporto sinergico con la liberalizzazione dei low cost.

Il cammino intrapreso con la Conferenza Internazionale di Cagliari dell’aprile 2008, come potrà essere approfondito? La Conferenza Internazionale è stato un grande appuntamento dei sardi nel mondo. Non credo possa essere considerata patrimonio di una sola parte politica. Bisogna partire da qualche analisi di carattere storico – sociale; ovviamente lasciando al nuovo Assessore il tempo e lo spazio necessari perché possa proporre proposte e progetti concreti.

Il nuovo presidente Ugo Cappellacci è intervenuto sui problemi dell’emigrazione parlando di uno strumento nuovo per le politiche dell’emigrazione. So che ha accettato questa proposta, che gli è stata avanzata da alcuni esponenti dell’emigrazione a lui vicini. In realtà, quella di un’agenzia operativa è da tempo una soluzione condivisa: basta vedere gli ultimi due congressi della FASI. Noi siamo disponibili a discuterne. Deve restare distinto il ruolo di un organismo di rappresentanza degli emigrati, libera espressione dell’associazionismo e del volontariato; ma può cambiare lo strumento di intervento della Regione, puntando più al sostegno operativo alle attività, che al mero controllo formale.

< strong>Non c’è Bilancio, è scaduta la Consulta, non ci sono Piano Annuale e Piano Triennale: si preannunciano tempi lunghi? Indubbiamente ci saranno delle difficoltà, ma sono purtroppo i tempi di legge, dopo ogni elezione. Mi auguro che si faccia al più presto.

Non sempre in Sardegna si sa quello che facciamo e quello che proponiamo. Non pensi che tutto il mondo dell’emigrazione sarda debba acquisire più visibilità potenziando il settore dell’informazione? Sono d’accordo, abbiamo la necessità di informare di più e meglio, ma questa è un’altra storia che approfondiremo in un’altra occasione.

Massimiliano Perlato

 

 

PRESENTATI AL CIRCOLO "LOGUDORO" GLI ATTI DEL CONVEGNO

LENTE D’INGRANDIMENTO SU SERGIO ATZENI

Nel pomeriggio di sabato 7 febbraio,  presso la sede sociale del Circolo culturale sardo "Logudoro" di Pavia, il prof. Angelo Stella, dell’Università di Pavia, ha presentato il volume, curato da Gianluca Bavagnoli e Paolo Pulina,  che riporta  gli atti di un seminario di studi su "Sergio Atzeni (19521995), un ‘classico’  della nuova narrativa sarda", tenuto il 28 marzo 2008 presso il Salone Teresiano della Biblioteca Universitaria, organizzato dal "Logudoro" in collaborazione con la Federazione delle Associazioni Sarde in Italia (FASI), la Regione Autonoma della Sardegna-Assessorato del Lavoro, la Biblioteca Universitaria, l’Università, la Provincia e il Comune di Pavia. Nella prima parte del volume sono pubblicati i saluti di Maria Paola Invernizzi, della direzione della Biblioteca, e le introduzioni di  Gesuino Piga, presidente del "Logudoro" ("Alcune note biografiche relative ad Atzeni"), e di Paolo Pulina, vicepresidente del "Logudoro" e responsabile Comunicazione della FASI ("Sergio Atzeni, scrittore sardo-universale"). Nella seconda parte sono riprodotte le relazioni di Antonietta Dettori, docente dell’Università di Cagliari ("Quando San Pietro andava in giro per la Sardegna…Sergio Atzeni e la narrativa popolare"); di Mauro Bignamini, dell’Università di Pavia ("Considerazioni su Atzeni e il racconto storico"); di Flavio Santi, scrittore e traduttore ("Atzeni e Stendhal"); di Gianluca Bavagnoli, del settore Narrativa italiana Rizzoli ("L’eredità stilistica, linguistica ed etnica di Sergio Atzeni"); e di Giovanni Strinna, dell’Università Statale di Milano ("Canti e rapsodi nella Cagliè di Sergio Atzeni"). Nella terza parte  è ripreso un importante contributo di Nicola Tanda, docente emerito dell’Università di Sassari, letto alla presenza di Maria Corti, nel giugno 1996, sempre presso l’Università di Pavia, in un incontro organizzato anch’esso dal Circolo "Logudoro". Presentando il libro Stella  ha sottolineato la grande modernità della prosa di Atzeni (purtroppo sottovalutata dalle storie letterarie) che applica, con felici risultati,  la poetica del "sonorizzare la scrittura", partendo dal presupposto che il linguaggio veramente universale è quello della musica. Atzeni – ha detto Stella -, secondo una visione assolutamente non municipalistica, intendeva essere sardo non solo modernamente ma anche postmodernamente e quindi ha voluto aprirsi al mondo globale.

Paolo Pulina

 

NEL DIBATTITO DI PAVIA UN’ANALISI DEL RUOLO CHE SVOLSE PER LA NARRATIVA SARDA

NOTE ANTICHE, LINGUA NUOVA. VIAGGIO NEL MONDO DI ATZENI

Negli anni successivi alla sua scomparsa, avvenuta nell’isola di San Pietro nel 1995, su di lui si sono tenuti convegni e tavole rotonde in diverse località della nostra regione. In concomitanza con la pubblicazione di libri postumi (romanzi, raccolte di racconti e scritti giornalistici). O in occasioni di anniversari relativi alla sua biografia. Insomma su Sergio Atzeni ormai si è detto e scritto moltissimo, collocandolo in una posizione di assoluto rilievo nell’ambito della narrativa sarda del Novecento. Il primo convegno su questo scrittore fuori dall’Isola si è tenuto l’anno scorso a Pavia, presso la Biblioteca universitaria (Salone teresiano), con la partecipazione di diversi studiosi per lo più di estrazione accademica. Adesso sono stati pubblicati gli "Atti" contenenti le diverse relazioni, che possono essere letti anche da quanti non hanno seguito i lavori di questo importante seminario di studi. Il cui titolo suonava "Sergio Atzeni (1952-1995), un classico della nuova narrativa sarda". Chi in futuro si occuperà dell’autore dell’Apologo del giudice bandito e di Bellas mariposas, per citare soltanto due dei suoi titoli, non può fare a meno di scorrere attentamente questo volumetto, col marchio di sette sponsor che hanno finanziato il seminario in questione. Dopo le introduzioni di Gesuino Piga e Paolo Pulina (del circolo culturale "Logudoro" di Pavia), sono riportate le relazioni di Antonietta Dettori, Mauro Bignamini, Flavio Santi, Gianluca Bavagnoli e Giovanni Strinna (con in appendice una lezione di Nicola Tanda, basata su un approfondito esame delle opere di Sergio Atzeni, tenuta sempre all’Università di Pavia l’otto giugno del 1996). Quale immagine globale emerge di questo scrittore, dopo aver letto tutte le relazioni su aspetti specifici delle sue opere, pubblicate in vita o apparse postume?  I punti fermi sono almeno tre: un approccio alla scrittura che simula l’oralità con risultati molto convincenti (si pensi in particolare a quel gioiello di sperimentazione linguistica che è Bellas mariposas). L’affinamento del mestiere attraverso l’esercizio quotidiano della traduzione, svolta professionalmente dopo che Sergio Atzeni lasciò l’Isola e il suo lavoro precedente, che non lo appagava più sul piano intellettuale. Poi c’è il ruolo fondamentale di capofila di una generazione di sc
rittori sardi venuti dopo di lui, che in una misura maggiore o minore gli hanno riconosciuto questo ruolo di apripista e si sono riconosciuti nella necessità di mescolare lingua italiana e codici espressivi sardi (in particolare il campidanese). Sergio Atzeni fu senza alcun dubbio un innovatore, che aveva alle spalle un filone di narratori del passato ai quali, per sua stessa ammissione, doveva molto. Si pensi a un autore da lui amato come Salvatore Cambosu (in particolare per un libro importante come Miele amaro). Lo sperimentalismo di questo scrittore, prematuramente scomparso nell’estate del 1995, gli ha consentito di avere un largo successo di critica nell’Isola e nella penisola. Ma come spesso succede per chi innova, sul piano tematico e stilistico, il consenso del pubblico non è stato ampio. Sergio Atzeni è ancora un narratore di nicchia, ma ha un seguito di lettori forti che conoscono tutte le sue opere (una delle quali, Il figlio di Bakunìn, è stata portata sullo schermo dal regista Gianfranco Cabiddu). Nella relazione di Giovanni Strinna (A boxi beccia, finzas tropu, Canti e rapsodia nella Cagliè di Sergio Atzeni) viene messo in risalto un elemento importante. Cioè, lo scrittore nelle sue pagine cerca spesso movenze musicali, tipiche della lingua cagliaritana e della poesia popolare cittadina. Non a caso apprezzava molto i Muttettus pubblicati da Raffa Garzia, di cui recensì la ristampa apparsa nel 1977. Questo perché secondo lui, in molte liriche, si trova la visione del mondo dei piani bassi della città. In un’intervista rilasciata a Gigliola Sulis, a proposito del valore e della bellezza dei muttettus, Sergio Atzeni dichiarava: «Li farei studiare e cantare ai bambini delle elementari, in modo che, anche crescendo, non perdano del tutto la lingua, ma ne conservino almeno le autorità». Che Atzeni amasse la musica, dei generi antichi al jazz, è documentato in tutti i suoi romanzi. La considerava una fonte di emozioni, un tramite che lega l’uomo alla donna, ed entrambi inestricabilmente alla natura.

Giovanni Mameli

RITRATTO DEL PERSONAGGIO A CURA DI PAOLO PULINA, RESPONSABILE INFORMAZIONE F.A.S.I.

SERGIO ATZENI, SCRITTORE SARDO – UNIVERSALE

Sergio Atzeni (nato a Cagliari nel 1952) è uno scrittore che l’isola di Sardegna può essere orgogliosa di presentare all’attenzione dei lettori di tutt’Italia. In questa formula di valorizzazione ultra-regionale, nazionale, si può senza forzature racchiudere il giudizio sull’importanza dell’opera narrativa di un promettente scrittore, strappato alla vita e alla continuazione della sua geniale attività creativa da un’onda assassina nel tardo pomeriggio del 6 settembre 1995, sugli scogli dell’isola di San Pietro. Sicuramente ad Atzeni non dispiaceva avere un occhio di riguardo per la sua isola natìa: i protagonisti e gli ambienti dei suoi romanzi sono quelli caratteristici della terra e della storia sarda. Ecco come il giudice bandito, il sardo Itzoccor Gunale (prigioniero del viceré aragonese don Ximene), guarda dall’alto la città murata (Cagliari) e il suo mare: "Il prigioniero salta su un cornicione aperto nel vuoto. In basso, vertiginosamente in basso, i tetti neri, le cupole rosse, verdi, i bastioni gialli della città murata, il mare, la palude, i monti neri, lontani oltre lo stagno d’occidente. […] ‘Il mare … Dovremmo lasciare questa terra, lasciarla all’istrangiu? Lasciarci trasportare sulle onde a un’altra terra più buona di questa… Non tutti nel mondo sono stupidi e malvagi ‘". (Da Apologo del giudice bandito, Sellerio, 1986). La miniera di Montevecchio (vicino a Guspini, nel cagliaritano) è il luogo in cui è costretto a lavorare Tullio Saba, figlio di un ciabattino, Antoni Saba, un tempo ricco e poi caduto in disgrazia, soprannominato Bakunìn perché "in ogni discorso ci ficcava quel Bakunìn, come fosse prezzemolo in cucina". "I primi giorni a Montevecchio era tutto un ‘signorino’ di qua, ‘signorino’ di là, per sfottere, per scherzo, un po’ tutti glielo dicevamo, ‘hai finito di sfoggiare scarpe nuove!’, o ‘un vero gagà scende in miniera, quando mai!’, battute senza malevolenza, nessuno di noi minatori avrebbe augurato a nessun uomo di finire in miniera, se non al peggior nemico". (Da Il figlio di Bakunìn, Sellerio, 1991). L’esperienza dell’abbandono dell’isola e della città natìa (ancora una volta Cagliari) a bordo della nave e dell’atmosfera tipica del traghetto è descritta nei termini seguenti: "Il venti maggio alle cinque della sera Ruggero Gunale si è imbarcato. Ha scelto un posto al balcone del ponte passeggiata […]. Ha guardato la città impicciolire, ora la vede violarancio all’ultimo sole. […] La nave bianca si allontana e dietro un dente alto e bianco di calcare sparisce l’antica fortezza vedetta dei Fenici, l’avamposto d’Europa al respiro dell’Africa e d’Oriente alle porte d’Occidente, popolato da una scura genia parente di Annibale […]. La voce di un napoletano sorge friggendo dagli altoparlanti: ‘Chi si ha portato via la chiave della cabina 128 è pregato di riportarla subito in cabina, ripeto, portare subito la chiave alla cabina 128’". (Da Il quinto passo è l’addio, Mondadori, 1995). La condizione del popolo sardo prima che lasciasse segni di scrittura è così sintetizzata: "Non lasciavamo altre tracce che i nuraghe, le navi di bronzo di Urel di Mu e i piccoli uomini cornuti, guardiani dell’isola, che molti fecero imitando Mir. Nessuno sapeva leggere e scrivere. Passavamo sulla terra leggeri come acqua". (Dal romanzo postumo Passavamo sulla terra leggeri, Mondadori, 1996). Ma, al di là dei riferimenti geografici e storici all’isola di Sardegna, nelle composizioni narrative di Atzeni si rispecchiano tematiche nazionali e universali che uno stile scabro, sincopato, espressivo di tensione morale e di impegno civile, riesce a rendere comunicabili e leggibili oltre la cerchia della comunità regionale (compresa quella parte di essa diasporizzata per il mondo, di cui anche lo scrittore ha fatto parte per un certo periodo) cui Atzeni si è sempre sentito appartenente in modo appassionato e appassionante. A lui interessava, soprattutto nella sua visione cristiana degli ultimi anni della sua breve vita, il destino di tutti gli uomini:  il porto prima citato di Cagliari  ("popolato da una scura genia  parente di Annibale") è visto come parte di tutto il mondo in quanto è stato  storicamente "adocchiato da predoni scalzi, battuto da tutti i venti, abitato da tutti  i profumi e i fetori e da ogni genere d’ingegno e vizio e da qualche virtù, come ovunque siano uomini". Purtroppo una terribile onda omicida ha posto fine al progetto di scrittura di Sergio Atzeni, orientato all’ universalità anche quando, come nell’ultima realizzazione, sembra la trascrizione in prosa del poema epico della storia del popolo sardo; e caratterizzato da una incomparabile concezione visionaria, così forte da risultare profetica anche del destino dello scr
ittore, responsabilizzato ad una funzione di custode delle memorie di un popolo. " ‘Anche tu fra trent’anni dovrai raccontare la storia a un custode’, disse Antonio Setzu. ‘Ce la farai?’ mi chiese. Risposi: ‘Farò del mio meglio. Ma se dovessi morire prima di quell’età?’. ‘In punto di morte puoi raccontarla’ rispose Antonio Setzu. ‘[…] Questo è il motivo per cui si diventa custodi a otto anni? ". (Dal romanzo postumo Passavamo sulla terra leggeri, Mondadori, 1996). Sergio Atzeni – ricordiamolo – è morto all’età di quarantatré anni, facendo appena in tempo a raccontare ai posteri la storia più antica ed esaltante del suo popolo, fino al momento in cui su di esso si è imposta la dominazione dello straniero: "Noi custodi del tempo, dal giorno della perdita della libertà sulla nostra terra, abbiamo preferito finire la storia a questo punto".

Paolo Pulina

 

 

PRESENTATO AL CIRCOLO DI MILANO, L’ULTIMO LIBRO DI GIUSEPPE PORCU

PER LA GIORNATA DELLA MEMORIA, "GLI ANNI SOSPESI"

Anche il centro culturale sardo di Milano si  fa carico di mettere in campo una iniziativa nella "giornata della memoria". E in collaborazione con "Disterru Onlus" e il centro di documentazione delle culture migranti di Asuni presenta, tramite Piero Ausonio Bianco, coordinatore del centro  oristanese, e Nello Rubattu che è giornalista e scrive pure dei libri (l’ultimo:"Hanno morto a Vinnèpaitutti, il Maestrale 2006), il libro "Gli anni sospesi" di Giuseppe Porcu, Angelica editore. Che narra la storia della vita un emigrato sardo in Belgio. L’idea di Rubattu è che moltissime siano le storie dei nostri emigrati che hanno la dignità di essere conosciute, e quindi scritte. Figuratevi se posso trovare stravagante questo suo modo di pensare, visto che sono quattro anni che non faccio altro, grazie allo spazio concessomi dalla "Gazzetta"che leggete. Anzi io vado teorizzando da sempre che la vita di ognuno di noi è abbastanza "strana", unica, particolare, buffa e drammatica, da meritare che qualcuno la metta in prosa. E il fenomeno dei blog  nella rete di internet ne è la prova provata. Certo questa di Giuseppe Porcu che comincia a Dolianova nel 1920 e continua in Belgio, a Genk, dopo aver fatto tappa, fra le altre, nel campo di concentramento di Dachau, si fa davvero leggere con crescente curiosità, confortati anche dalla consapevolezza che il nostro eroe è riuscito a cavarsela anche nell’inferno del campo di sterminio. Non molto fortunato anche da piccolo Giuseppe quando, orfano di padre, sua madre si risposa, e il patrigno diciamo che a lui non si affeziona. Allora se ne va a vivere dai nonni a Ghilarza, coprendo in bicicletta i 120 chilometri che lo separavano da Dolianova, su quelle belle strade sarde dei primi del novecento. Per combinazione i nonni abitavano in quella che era stata la casa di Antonio Gramsci. Né Giuseppe aveva la minima idea di chi fosse costui, naturalmente. Ne udì parlare solo quando lo chiamarono alla leva militare  e finì a Torino, dove nel giro dei compaesani  erano alcuni antifascisti che non volevano saperne di doversi accontentare di un partito unico ( e del Cavaliere che lo guidava). Ma mal gliene incolse che detto partito aveva occhi e orecchi dappertutto e lo spedì in una caserma di punizione , a difendere i sacri confini della patria. Cosa che però gli permise di varcarli, tra neve alta un metro e mezzo e reticolati vari, e di capitare in Francia, giusto prima che scoppiasse quell’orrore che è stata la seconda guerra mondiale. Che lui iniziò arruolandosi nella Legione Straniera, continuò per un anno e mezzo in nord Africa e poi, ammalatosi e congedato, finì nuovamente in Francia, nella parte che i tedeschi non avevano occupato. Ma i francesi collaborazionisti di Vichy lo trovarono a trafficare con la resistenza partigiana e lo rispedirono nell’Italia di Mussolini. Era disertore, in tempo di guerra. Come sia scampato alla fucilazione, dopo essersi fatto il giro delle carceri italiane( a botte), è un’altra storia che  meriterebbe da sola un altro libro. Fatto sta che, dal carcere di Peschiera del Garda, in quella che era tragicamente diventata  la repubblica di Salò, presidente il Cavalier Benito Mussolini che era stato tradito dai suoi, imprigionato al Gran Sasso e liberato dai tedeschi. Il re d’Italia e il suo nuovo primo ministro Badoglio avevano intanto cambiato alleanze: stavano coi vincenti che risalivano la penisola. I traditori dell’italianità che si trovavano in galera, come Giuseppe Porcu, furono spediti in Germania, nei "campi di lavoro" che, come si leggeva entrando in quello di Dachau: rende liberi. Di per sé. Come i tedeschi trattassero i "traditori italiani" è facile immaginare. Quel popolo accecato da un regime che aveva nel suo originario programma una visione razzista del suo essere nazione , che aveva fatto la sua fortuna politica con una piattaforma che dichiaratamente  parlava del "problema ebraico" come quello che avrebbe dovuto trovare una "soluzione finale", stava drammaticamente perdendo una guerra che aveva già fatto milioni di morti. Nonostante ciò milioni erano ancora i prigionieri di guerra che arrivavano in Germania dall’Europa tutta, veri e propri schiavi da mettere a lavorare per l’industria bellica che, grazie a quella mano d’opera  che si sostentava ( si fa per dire) con un piatto di brodaglia  e due pezzi di pane al giorno, girava ancora a pieno regime, anzi non aveva ancora raggiunto il culmine di produttività assoluto. Per chi non ce la faceva a tenere i ritmi di lavoro, c’erano i forni crematori. Che per gli ebrei, di ogni genere ed età, divennero parte integrante di quella soluzione finale, che già il giovane Hitler aveva preconizzato nel "Mein Kampf". Spiace che uno dei vescovi di Santa Romana Chiesa rientrati da poco dallo scisma di lefevriana memoria sia scettico rispetto a numero dei  morti passati per il camino dei forni, visto il numero di pubblicazioni accademiche , le testimonianze dirette, i documenti ritrovati nei campi di sterminio. Insomma di questo pastore della Chiesa cattolica rientrato nel gregge da poco non si sentiva davvero la mancanza. Giuseppe Porcu potrebbe spedirgli il suo libretto, magari con autografo. Del resto  lui non porta rancore a nessuno, né ai tedeschi che gli hanno fatto passare l’inferno, né agli italiani che ce lo hanno mandato. Pesava 29 chili quando è stato liberato, degli internati italiani non si interessava nessuno, essendo la patria in tutt’altre faccende affaccendata. Meno male che i francesi si ricordarono che aveva combattuto per loro nella legione. Un suo amico francese di Dachau divenne ministro con De Gaulle, ma a Giuseppe non passò neanche per la testa di andargli a ricordare i loro trascorsi nel campo di sterminio. Tornò invece a Carbonia dove si m
ise a lavorare nelle miniere e poi in Belgio, sempre minatore di carbone. Si sposò e fece sette figli. Che fece studiare, come usa nei sardi della diaspora. Nello Rubattu, che lo ha intervistato e gli fatto "l’editing" , insomma gli messo in italiano il libro, dice che  a sentire lui non si considera se non una persona normale, e che la sua famiglia è stata di gran lunga la cosa più significativa della sua vita. Porcu non solo non prova odio per i tedeschi ma da subito, a Dachau  liberata, si è battuto perché i suoi aguzzini avessero tutti un regolare processo. Sono le storie come queste che il museo di Asuni vuole catalogare perché rimangano nella memoria della Sardegna tutta. Perché, dice Piero Bianco, il fenomeno emigrazione è complesso. Lui sta a Torino e fa il sociologo e tra le altre singolarità dell’emigrazione ha  appreso che tra i barboni torinesi parecchi sono i sardi. Che però si differenziano dagli altri per un concetto tutto loro di dignità, assai singolare. Anche quelli emigrati in Belgio negli anni ’50 erano tosti. Allora nei campi verdi i belgi usavano far pascolare, liberamente, bianche pecorelle. Che morivano di vecchiaia. La cosa dovette stupire parecchio i nostri connazionali che riuscirono a farsene regalare parecchie. Per amore degli animali dicevano. Triste il giorno che i belgi ebbero a scoprire quanto gustoso possa essere l’agnellino al forno. Adesso lo mangiano anche loro senza sensi di colpa. Potenza dell’emigrazione capace di scompigliare tutte le culture!

Sergio Portas

 

PRESENTAZIONE ORGANIZZATA DAL "KINTHALES" DI TORINO

L’ULTIMO LIBRO DI GIACOMO MAMELI

Mameli – novello Erodoto domestico – ci conduce in un viaggio di scoperta nella Sardegna meno nota che procurerà al lettore molte sorprese e gli farà intuire stili di vita, memorie e aspettative dei suoi abitanti. Remo Bodei, filosofo

Il lavoro di Giacomo Mameli si concentra in profondità sulle radici, ma lo scavo nella tradizione sarda, non si esaurisce mai in sterile celebrazione, diventando piuttosto un metodo universale di conoscenza del reale. Giovanni Floris, giornalista

Con questi commenti "illustri" Giacomo Mameli, giornalista e scrittore sardo ha presentato il suo volume "La Sardegna di dentro, la Sardegna di fuori" alla libreria la Torre di Abele a Torino. L’evento è stato organizzato dall’associazione culturale sarda "Kinthales". Mameli descrive una Sardegna che lavora, che si dà da fare, nei mestieri e nelle professioni, raccontando i sardi che vivono tra il golfo degli Angeli e l’Asinara. Ci sono quelli affermati nel mondo e che, oltretirreno e oltreoceano, ci vivono bene e volentieri. Con e senza rimpianti. C’è la Sardegna di Gonare amata dai botanici tedeschi, la Sardegna crocevia europeo di tecnologia mineraria nell’Ottocento, la Sardegna che si specializza nell’agroalimentare con le regole della shelf life. C’è la Sardegna di Oliena che, con "Bèrtulas", interpreta la Sardegna di ieri ma la sa proiettare nell’oggi con intelligenza. C’è Veronica Usùla di Villacidro che vuol vivere colorando le stoffe con i colori delle erbe raccolte nel suo paese d’ombre. E c’è anche la Sardegna che rischia di perdere i suoi paesi, che si spopola. Trovate gente del mondo, emigrati dai cinque Continenti e che in Sardegna hanno messo casa. E ci stanno bene. E ci sono i sardi che vivono nel mondo. E che nel mondo lavorano, studiano e hanno studiato con profitto. Trovate insieme attori-doppiatori e direttori di musei, sarti a Torino e infermiere professionali in California, ricercatori e ricercatrici. Tanti. Tante. Alcuni di loro hanno scritto sul tema "La Sardegna che vedo, la Sardegna che vorrei" da cui emerge una Sardegna che – ovviamente – tutti amano ma che tutti vorrebbero più aperta al mondo, più rispettosa delle diversità. Vorrebbero una Sardegna che rispetta la natura e le tradizioni. Una Sardegna-isola non più isolata. Giacomo Mameli (Perdasdefogu, 1941), giornalista, scrittore, direttore del mensile Sardinews, laureato in Sociologia, alla Scuola superiore di giornalismo di Urbino ha discusso la tesi con Paolo Fabbri ("Quattro paesi, un’isola"). Insegna Teoria e tecnica della comunicazione nelle scuole superiori, docente a contratto con l’Università di Cagliari, facoltà di Scienze politiche (Master in Comunicazione nella pubblica amministrazione) e alla facoltà di Lingue (laboratorio di giornalismo). Ha lavorato presso la testata giornalistica l’Unione Sarda e, ad oggi, collabora con La Nuova Sardegna. Ha condotto per vent’anni programmi tv come "Facciamo i conti" e "Quelli che fanno" su Videolina, "Ma però" su Sardegna 1. Per la Rai conduce su Radio 1 il settimanale "In famiglia" (venerdì ore 12.30). Per due anni (1991-1992) è stato addetto stampa del ministro degli Esteri.  Insegna Teoria e tecnica della comunicazione nelle scuole superiori, docente a contratto con l’Università di Cagliari, facoltà di Scienze politiche (Master in Comunicazione nella pubblica amministrazione) e alla facoltà di Lingue (laboratorio di giornalismo). Per la Cuec ha pubblicato "La squadra" (1999), "Sardegna anni 2000", "Sedici ore al giorno2 (2003), "Non avevo un soldo" (2004), "Donne sarde" (2005). Con "La ghianda è una ciliegia" (2006) ha esordito nella narrativa.

(ci riferisce Carla Caredda)

 

LA FESTA DEL TESSERAMENTO AL CIRCOLO A.M.I.S. DI CINISELLO BALSAMO

GRANDE CONCERTO DI CARLA DENULE

< span style="font-size: 10pt;font-family: 'Arial','sans-serif'">Strepitosa Carla Denule. Con la sua band tutta al femminile ha letteralmente incantato i soci del circolo AMIS di Cinisello Balsamo. L’occasione è stata la festa del tesseramento del sodalizio guidato dalla Presidente Carla Cividini. Un rendez-vous questo, che ha sempre portato tantissimi sardi e non ad intervenire a quanto prescelto dal direttivo. Ma con la Denule è stata un’apoteosi. Di presenze e di condivisione. Carla nasce a Ozieri (SS) nel 1976. Fin da piccolissima ha mostrato la sua passione per la musica e per tutto ciò che concerne fare spettacolo. Ben presto si è affacciata anche la grande voglia di cantare che via via si è rafforzata nel tempo e l’ha portata alle prime esibizioni canore in pubblico; sicuramente la primissima occasione fu lo zecchino d’oro organizzato puntualmente ogni anno a Oschiri (il suo paese d’origine), seguirono poi altre rassegne musicali in occasione della festa patronale (duettava anche con la sorella Paola) e, pian piano si faceva sempre più impellente il bisogno del confronto, della competizione. I suoi inizi sono stati con la musica leggera interpretando brani di vario genere, non sempre conosciuti, perché ciò che le interessava maggiormente era curare l’interpretazione e non la popolarità della canzone; numerose le serate che l’hanno vista cantare nei locali: duravano ore tanta era la passione, andava avanti instancabilmente senza alcuna pausa. Oggi nel panorama musicale etnico isolano, Carla Denule rappresenta uno dei personaggi di spicco. Due gli album già pubblicati: nel 2004, "Notte de Luna" e nel 2007 "Ogh’elada". Valentina Telò

 

 

MANIFESTAZIONE DI FINE ANNO AL CIRCOLO "MONTANARU" DI UDINE

CON IL CORO DI AGLIENTU, GIUSY DEIANA ED EMANUELA PUGGIONI

Come ormai da oltre trent’anni, in prossimità delle Feste Natalizie i Sardi di Udine si danno appuntamento per lo scambio degli Auguri e per fare un Bilancio delle attività realizzate nell’anno che ormai è terminato. Quest’anno l’evento è stato allietato dalla presenza del Coro di Aglientu diretto da Giovanni Puggioni, unitamente alle brave cantanti Giusy Deiana e  Emanuela  Puggioni. Il complesso si è esibito nell’Auditorium  Comunale di Feletto Umberto in Comune di Tavagnacco alla presenza del Sindaco Mario Pezzetta e di numerosi sardi e friulani. Il giorno dopo il concerto è stato replicato all’Auditorium Menossi (Udine) davanti alle autorità regionali, provinciali e comunali. Tra gli altri era presente l’Assessore Regionale alla Cultura Roberto Molinaro, il Presidente del Consiglio provinciale di Udine  Marco Quai e il consigliere comunale di Udine Carmelo Spiga. Un pubblico numeroso e attento ha riempito i 400 posti disponibili e ha applaudito con entusiasmo l’esibizione dei cantanti sardi e due Cori friulani che hanno fatto gli onori di casa. Una giornata indimenticabile per il Presidente del Circolo Domenico Mannoni e per il i membri del Consiglio Direttivo che fortemente hanno voluto che fosse il Coro di Aglientu a dare lustro all’appuntamto. Nei due giorni il Coro si è anche esibito cantando le messe nella Parrocchia dei Rizzi (Udine) la località dove si trova il Circolo, a qualche metro di distanza dallo Stadio Friuli che su espressa richiesta del parroco don Giuseppe Faccin il quale  è rimasto folgorato dall’originalità del canto sardo e dalla maestria dei cantanti galluresi. La due giorni si è conclusa a notte inoltrata presso il Circolo dove insieme al Coro di Aglientu si sono cimentati nel canto e nel ballo sardo tanti Soci che hanno vissuto questo momento magico come una felicissima rimpatriata in Sardegna. I due concerti sono stati  organizzati soprattutto per effettuare una raccolta fondi per  beneficenza  per sostenere la missione umanitaria in Guinea Equatoriale della dottoressa Grazia MANCA, missionaria laica di Posada (NU) che da circa 8 anni sta aiutando i bambini  la tribù dei Fang. La somma raccolta è stata di € 1.500,00. Anche in questa occasione i Friulani hanno dimostrato la loro simpatia per la Sardegna nonché la volontà fattiva di collaborare a diversi livelli col Circolo dei Sardi. E’ nata l’idea  di un "Mese della Sardegna a Udine", che si svolgerà nel prossimo mese di febbraio con appuntamenti settimanali che vedranno coinvolte le  Università di Udine e di Cagliari, il Comune di Udine, L’Associazione "Vicino-Lontano" di Udine, il gruppo Teatrale "Cada die Teatro" di Cagliari, la F.A.S.I.  e la Regione Sardegna. Tra le altre manifestazioni segnaliamo: il 23 gennaio 2009 c’è stata l’inaugurazione di una "Mostra su Pellis", antropologo friulano che ha documentato e fotografato  immagini memorabili della Sardegna negli anni trenta; venerdì 6 febbraio 2009:  Seminario su "Pietro Sassu musicologo sardo a Udine"; mercoledì 11 febbraio 2009 ore 18.00: presentazione dell’ultimo romanzo di Salvatore Niffoi; venerdì 13 febbraio 2009 ore 18.00, presso il cinema Visionario: Seminario e Film "le Maschere del Selvatico", domenica 15 febbraio 2009 ore 14.00: esibizione per le vie cittadine dei Mamuthones di Mamoiada per il Carnevale della città di Udine; venerdì 20 febbraio 2009 ore 16/18.00: seminario su "Minoranze nelle Minoranze" con una rappresentazione teatrale della Compagnia "Cada Die Teatro" di Pierpaolo Piludu  e venerdì 27 febbraio 2009 ore 17.00, presso il Circolo Sardi "Montanaru": "La cultura dell’Alimentazione in Sardegna" -l’Arte del Pane e dei Dolci.

Domenico Mannoni

 

GENOVA INCONTRA LA SARDEGNA ENOLOGICA

RASSEGNA DI VINI SARDI AL "SARDA TELLUS"

Per iniziativa del circolo "Sarda Tellus" di Genova, si terrà sabato 28 febbraio dalle ore 15 alle ore 20 presso l’Antica Loggia della Mercanzia in Piazza Banchi, una conferenza sulla Eno – Viticoltura sarda.

I relatori che interverranno:

•-       Dino Addis (enologo), "il Vermantino in Sardegna

•-       Gilberto Arru (giornalista), "vitigni autoctoni, un valore aggiunto all’evoluzione della enologia sarda"

•-       Carlo Ravanello (giornalista), "vini e territorio"

•-       Ferruccio Repetti (giornalista – sommelier), "nuova comunicazione del vino

•-       Tonino Arcadu (storico del vino), "origini della viticoltura in Sardegna dalla preistoria ai nostri giorni"

Seguirà una degustazione di vini serviti da sommelier dell’AIS di Genova.

Produttori partecipanti:

Antichi Poderi (Jerzu); Azienda vinicola Attilio Contini (Cabras); Cantina Argiolas (Serdiana); Cantina Carpanti (Usini); Cantina di Dolianova (Dolianova); Cantina Feudi della Medusa (Santa Margherita di Pula); Cantina Gallura (Tempio Pausania); Cantina Gostolai (Oliena); Cantina Li Duni (Badesi); Cantina del Mandrolisai (Sorgono); Cantina Sociale (Santadi); Produttore Antonio Berritta (Dorgali).

ci riferisce Virgilio Mazzei

 

LA PRESENZA DI MARCO PORCU A CONCOREZZO OSPITE DEL CIRCOLO "SARDEGNA"

LA SARTIGLIA CON "STELLA INSANGUINATA"

Ha suscitato molto interesse,la presentazione dell’ultimo libro di Marco Porcu, "Stella insanguinata". Un giallo pieno di suspence, ambientato nella Sartiglia di Oristano,la centenaria Giostra equestre, che si corre da 456 anni, l’ultima domenica e martedì di Carnevale. L’iniziativa Culturale,promossa dal Circolo Culturale "Sardegna" di Concorezzo – Vimercate – Monza, faceva da complemento alla Mostra sulle Maschere della Sardegna e del Mondo di Concorezzo, nella prestigiosa Sala Mostre di Villa Zoia, con 120 foto giganti della Sartiglia di Oristano, realizzate dal fotocronista monzese,Fabrizio Radaelli. Dopo i saluti di rito e le presentazioni, da parte del presidente del Circolo Sardegna, Salvatore Carta, del Prof. Marco Porcu di Oristano, dell’Assessore alla Cultura del Comune di Concorezzo e del Giornalista sardo Gianpiero Pinna, il Prof. Marco Porcu, ha illustrato sinteticamente la Sartiglia di Oristano. "Stella Insanguinata" ha detto Marco Porcu,è la storia di una famiglia di gente sarda sfortunata e perseguitata dalla mala sorte che, per pura casualità, finisce a Oristano dove compra casa, crea un allevamento di cavalli e i giovani mettono su famiglia. Un componente di questa famiglia, sin dalla nascita appassionato di cavalli, eccellente cavaliere, cultore della grande giostra equestre, viene addirittura chiamato a Capo Corsa, a "Componidori". La pubblicazione quindi, riporta la storia della Sartiglia, partendo dalle origini, nelle espressioni "liturgiche", significati ancestrali, propiziatori e scaramantici, del sacro e del profano che straordinariamente si incontrano e che si fondono in una sola incredibile credenza. Nondimeno, riporta la cronaca nera, giudiziaria, rosa e bianca italiana degli anni ’70 e ’80 e la storia d’Algeria e del Marocco di quei tempi. Non manca certamente l’ingrediente indispensabile della sorpresa che condisce un libro "giallo": l’immancabile assassino e l’assassinato, il buono e il cattivo, il bello e il brutto. E’ un volume di 140 pagine corredato di fotografie, di lettura scorrevole, piacevole da leggere, che induce il lettore a leggerlo tutto d’un fiato. Scambio di doni poi, offerti dal Comune di Oristano, dalla Provincia di Oristano, dal Comune di Concorezzo e dalla Provincia di Monza e Brianza. Il pubblico presente,molto attento e interessato ha posto delle domande sulla Sartiglia e sul significato della figura de Su Compoidori – Capo Corsa e su cosa vuol dire infilzare la stella con la spada,con il cavallo in corsa sfrenata.

Salvatore Carta

 

CON "L’IMAGINAIRE", LA POESIA SARDA APPRODA A PARIGI

RICONOSCIMENTI ALLA "MAISON DES CULTURES"

Giuseppe Porcu, il giovane poeta di Irgoli, e Bruno Agus, di Gairo, saranno gli ambasciatori italiani al Festival de L’Imaginaire di Parigi, l’importante appuntamento con la cultura e la musica internazionale, che si tiene da 13 anni alla Maison des Cultures du Monde della capitale francese. Uno spazio dove converge un autentico melting pot di razze, culture, suoni e musica che per quasi un mese animeranno il cuore della capitale francese. I due apprezzati poeti improvvisatori sardi si sfideranno con le loro affilate ottave a metà del prossimo mese (sono previste due gare: la prima la sera del 14 marzo e un secondo appuntamento il pomeriggio successivo a l’Università 7 di Parigi) di fronte ad un pubblico colto e proveniente dalle varie parti del pianeta, molto curioso di assistere ad un espressione culturale ed artistica che in Sardegna resiste, seppure tra tante difficoltà, e continua ad attairare un pubblico appassionato. Una novità assoluta dovrebbe essere rappresentata dalla possibilità per gli spettatori di conoscere e apprezzare in maniera simultanea lo svolgimento della gara poetica grazie ad sistema computerizzato capace di tradurre in più lingue le argomentazioni della contesa verbale, che chiaramente si svolge in sardo lugudorese. Il Festival del’Imaginaire è una rassegna musicale, fondata dal tunisimo e vero motore del festival Chérif Khaznadar nel 1997. Si tratta di una delle più prestigiose iniziative mondiali dedicate alle musiche tradizionali che anch
e quest’anno ospiterà espressioni provenienti dai quattro continenti. Un termine di paragone con l’Italia può essere "Musica dei Popoli", che si svolge ogni anno a Firenze durante le settimane autunnali. Porcu e Agus si esibiranno per due giornate (il 14 e il 15 marzo) in un spazio riservato dagli organizzatori alla poesia del Mediterraneo. Oltre alla tipica espressione della gara poetica sarda si parlerà e si assisterà alla performance dei glosadors delle Baleari. Ad accompagnare i poeti improvvisatori ci saranno i tenores di Oniferi (Francesco Pirisi voce, Carmelo Pirisi, mezza voce, Giovanni Pirisi contra e Raimondo Pidia basso), che tornano a Parigi, dove nel 2005 l’Unesco riconobbe al canto a tenore la qualifica di patrimonio intangibile dell’umanità, attribuendo nella stessa occasione il riconoscimento anche al teatro dei pupi siciliano. «Siamo onorati di partecipare ad un evento di questa importanza – hanno commento Giuseppe Porcu e Bruno Agus – è il segnale di un’attenzione per la gara poetica anche fuori dai confini nazionali». Poeti e tenores domenica 15 saranno invece ospitati al’università Parigi 7, dove si terrà una conferenza – dibattito che vedrà intervenire la ricercatrice originaria di Fonni Maria Manca (sta per uscire un suo libro che pubblicherà l’Isre di Nuoro sulla gara poetica), l’etnomusicologo Bernard Lotard Jacob (molto legato alla Sardegna dove ha realizzato diversi studi e richerche) e Jaume Avats dell’università di Barcellona.

 

 

GRANDE FESTA AL CIRCOLO SARDO DI LIEGI IN BELGIO

SUCCESSO DI FRANCO SECHI

Grande successo di Franco Sechi alla festa organizzata dal circolo dei sardi a Liegi, in Belgio. Franco Sechi è artista di grande valore, professionale e umano. Di stirpe sardo-chiaramontese, si esprime in perfetto sardo, in italiano e francese. Insomma, un grande artista. Ha cantato per tre ore di seguito le sue canzoni, con tanta melodia e amore per la Sardegna. Una, in particolare, è a me cara: "Hotel le rù". In quanto è stata composta dal nostro cantautore ed è tratta da un racconto fatto da mio fratello Franco, scomparso in giovane età, e riguardante un suo soggiorno nella Costa Smeralda. Insomma una storia vera, molto naturale: pro chie est ispiantadu. Non è la prima volta che Franco Sechi si esibisce in Belgio. É da anni che gira l’Europa con le sue canzoni. A Liegi, Franco era accompagnato dal suo amico e sostenitore Alessandro Unali, presidente della Pro Loco di Chiaramonti, persona di grande valore e agente della Polizia di Stato. Insomma è stata una serata culturale interessante, quella di Franco, svoltasi nella sala "Leonardo Da Vinci" a Seraing Liege. Il presidente del circolo "La Sardegna all’estero" Maria Antonietta Cannea, originaria di Oristano, non ha saputo trattenere le lacrime, davanti a un pubblico così numeroso. Soprattutto per il successo conseguito dalla festa da lei organizzata. È da sottolineare la presenza di molti chiaramontesi, convenuti a Liegi per ascoltare e salutare il nostro gentile e simpatico cantautore.

Mario Soddu

 

L’INIZIATIVA DEI CIRCOLI "S’EMIGRADU" DI VIGEVANO E "DELEDDA" DI MAGENTA

LA VITA DI ANTONIO GRAMSCI CON LA COMPAGNIA "BOCHETEATRO"

I due circoli degli emigrati sardi hanno organizzato questa rappresentazione della compagnia "Bocheteatro" di Nuoro sulla vita di Antonio Gramsci – dal bambino all’adulto. La rappresentazione è il tentativo di raccontare il grande pensatore sardo nella sua dimensione privata di figlio, padre e marito, affidandosi in particolare alle lettere dal carcere e alla biografia. Nonostante la dimensione intima delle lettere, diventate ormai un classico della letteratura italiana, tanto per popolarità, quanto per unanime giudizio critico, Gramsci non potrà mai essere interpretato disgiunto dalla sua passione politica, per la quale ha sacrificato, fino in fondo e con lucida consapevolezza, la sua vita. Tutto naturalmente sullo sfondo dei tragici avvenimenti italiani seguiti all’avvento del fascismo. Lo spettacolo è sostenuto e arricchito da alcuni stralci filmici relativi a quel periodo storico.

(su iniziativa dei presidenti Gavino Dobbo e Antonello Argiolas)

 

LE PROSSIME INIZIATIVE AL CIRCOLO "GRAZIA DELEDDA" DI MAGENTA

TEATRO SU GRAMSCI E CONVEGNO SU ELEONORA D’ARBOREA

Eccoci qui pronti per iniziare un nuovo anno con l’entusiasmo e la voglia di fare di sempre. Anche in questo 2009 vorremmo vedere realizzate tantissime idee ma, come ben sapete, per poterle mettere in pratica, occorrono tante energie e tanto impegno. Ed è per questo che è sempre gradita la partecipazione e la presenza di tutti. Il primo grande appuntamento riguarda un grande personaggio della Sardegna, Antonio Gramsci sarà domenica 1 marzo. Ci parlerà di lui l’attore Giovanni Carroni che qui a Magenta abbiamo conosciuto e apprezzato lo scorso anno nel suo intervento al convegno su Giuseppe Dessì. Ci racconterà Gramsci nella sua dimensione privata di padre, di figlio, di marito, prendendo spunto non solamente dalle sue famose lettere dal carcere ma anche dalla biografia scritta dal giornalista e scrittore Peppino Fiori. L’altro importante evento è quello dedicato ad Eleonora d’Arborea, una sovrana sarda famosa per essere stata l’ultima regnante indigena della Sardegna, per aver conservato il trono più a lungo dagli attacchi stranieri e per la promulgazione della "Carta de Logu", considerata uno dei primi esempi di costituzione al mondo. Questo secondo appuntamento si terrà domenica 29 marzo e avremo come ospite relatore la dottoressa Pupa Tarantini.

Antonello Argiolas

 

LE MASCHERE ED IL FOLKLORE DELLA SARDEGNA PROTAGONISTE IN LOMBARDIA

IL CARNEVALE A CREMA

E’ stata una giornata veramente radiosa,in tutti i sensi,quella in cui si è svolto il Carnevale Cremasco,uno dei più grandi carnevali della Lombardia. Grande successo per le maschere ed il folklore della Sardegna. Il Circolo Culturale Sardegna,invitato a partecipare dagli organizzatori del Carnevale di Crema,ha partecipato con il suo Gruppo Folk "Sardegna in Maschera, con le maschere ed i costumi originali dei Mamuthones,dei Bhoes,dei Thurpos e della Sartiglia di Oristano con i costumi de Su Compoidori,de su Primu ,de su Segundu,de su terzu e delle massaieddas e massaias mannas. Il Gruppo Folk Gentarrubia di Abbiategrasso,ha eseguito numerosi balli della tradizione popolare della sardegna,a grande richiesta e applausi durante tutto il percorso della sfilata,da una marea di pubblico,contento e soddisfatto della bella manifestazione,dove partecipavano anche altri 16 gruppi,con carri e maschere.

Salvatore Carta

IL CARNEVALE PER I BAMBINI AL "SU NURAGHE" DI BIELLA

UN MOMENTO FORMATIVO – EDUCATIVO

Il Carnevale dei bambini, svoltosi domenica 15 febbraio nei saloni della Biblioteca del Circolo Culturale Sardo Su Nuraghe di Biella, ha avuto come animatori i giovani Soci: Greta Cogotti, Mirko Cherchi e Cristina Desogus, coadiuvati dai ragazzi più grandicelli. È stata una felice occasione per far incontrare giovani genitori e soprattutto i figli, in un ambiente familiare, all’insegna dell’amicizia, della solidarietà e della conoscenza reciproca attraverso giochi comunitari. Un nuovo momento formativo – educativo che fortifica la bella esperienza che i "Ragazzi delle spade" hanno intrapreso in autunno, in occasione dell’intitolazione di Nuraghe Chervu "ai Caduti sardi e ai caduti biellesi", nel 90° anno dalla fine della Grande Guerra. In quella occasione, ai più giovani è stato riservato un ruolo importante in cui sono stati responsabilizzati e resi partecipi. A quell’appuntamento i giovanissimi di Su Nuraghe sono giunti dopo una serie di incontri "didattici" per conoscere il territorio in cui vivono, la loro terra di origine, la storia e la cultura della grande Isola che sta al centro del Mediterraneo. Temi guida su cui si incardina l’attività culturale dell’Associazione dei sardo-biellesi. Così, tra i giochi proposti per il "Carnevale dei bambini", alcuni fanno parte dell’apparato ludico tradizionale, presentati per divertirsi imparando, per apprendere i saperi popolari e custodire la memoria attraverso una piacevole esperienza diretta. Anche per la festa dei più piccoli, c’è stata una grande distribuzione di dolci tipici, realizzati ed offerti dalla generosità dei Soci.

Battista Saiu

 

I SARDI IN NUOVA ZELANDA ALLA SCOPERTA DELLE PROPRIE ORIGINI

IL RICHIAMO DELLE JANAS

Il ‘richiamo delle janas’ è un’espressione pittoresca che evoca la realtà interiore dei Sardi che, abbandonata l’isola madre, in terre altrui sono preda di una profonda nostalgia dell’isola e di un fiero orgoglio.Il richiamo delle janas è quella voce interiore che esplode con selvaggio frastuono nei Sardi all’estero, affinché la ricchezza culturale dell’isola di Sardegna venga conosciuta e si diffonda ovunque nel mondo fino anche ad arrivare agli antipodi. La parola janas ha origini ignote -non deriva dal latino, anche se vi sono parole in sanscrito che riportano la stessa radice. Grazie alla trasmissione orale degli avi sardi, sappiamo che la parola janas significa strega, ninfa, fata o folletto.  Le ‘Domus de Janas’ sono le case delle fate, ovvero reperti archeologici diffusi in tutta la Sardegna, di epoca pre-cristiana. Secondo la mia visione artistica, le janas non sono altro che quelle entità invisibili che legano i sardi alle loro radici, come fossero le fate detentrici di un fluido magico, che pervade di nostalgia ed orgoglio i Sardi che si staccano dal suolo natio … che ha abbandonano la Terra Madre. Il richiamo delle janas in Nuova Zelanda Unica ed eccezionale è quest’occasione in cui due culture e due isole così vicine e lontane s’incontrano per la prima volta nella storia, grazie al circolo culturale Domus de Janas. Il circolo sardo in Nuova Zelanda non è a scopo di lucro e promuove l’interscambio culturale delle isole. Domus de Janas è inoltre porto sicuro per i Sardi in Nuova Zelanda. Il circolo Domus de Janas nasce da un’idea di Susy Cappai, presidente del circolo, che non appena arrivata in Nuova Zelanda, ha sentito forte in lei il desiderio di far conoscere meglio la Sardegna ai Neo Zelandesi. Questi ultimi, anche soprannominati Kiwi, infatti non sanno cosa ‘Sardinia’ sia. Molti Kiwi non sanno neppure che la Sardegna è stata una delle regioni pioniere d’Italia -che ha contribuito attivamente all’unificazione. Letizia Columbano, la vicepresidente del circolo che vive in NZ da oltre un trentennio col suo marito kiwi, ha offerto entusiasticamente la sua collaborazione in questo progetto. Grazie a Susy e Letizia, il circolo Domus de Janas ha oggi vita e ancor meglio, grazie alle due, l’isola della grande nuvola bianca, Aoteraoa -Nuova Zelanda- e Iknos vengono ufficialmente messe in contatto per la prima volta nella storia.

Federica Mele

 

 

ESPERIENZE DI VITA NEL VIAGGIO IN AMERICA LATINA

LA MIA SARDEGNA TRA ARGENTINA E BOLIVIA

Durante la traversata dall’Argentina alla Colombia, attraversando Bolivia e Perù, la mia terra stava conficcata dentro di me come se quell’isola galleggiasse dentro il mio petto, pulsando come un cuore. E’ proverbiale l’attaccamento degli isolani alle proprie radici. Ma quando mi sono messa in viaggio credevo che sarei riuscita ad  abbandonare il mio bagaglio culturale per assumere quello delle popolazioni che andavo ad incontrare. Non è stato così. Da brava antropologa ho scoperto il vero senso della mediazione nel valore dello scambio reciproco, imparando a riconoscere ancora meglio cosa mi distingue come sarda or
gogliosa della sua terra, ma cittadina del mondo per vocazione. Nell’atterrare a Buenos Aires niente era simile alla mia isola, il mare non era mare ma oceano e la terra non era né isola, né penisola, ma bensì continente, la grande nazione delle migrazioni italiane e sarde, un paese con un sapore familiare nonostante ci fosse una lingua diversa da parlare. I cognomi italiani e i richiami al paese da cui stavo momentaneamente fuggendo erano in ogni angolo, sui manifesti appesi ai muri, nelle insegne di bar e pizzerie, a ricordare l’unione al di là delle distanze di spazio e memoria. La capitale argentina è diversa da qualsiasi capitale europea, è un mondo moderno, nettamente europeo, ma nel lato più caloroso e passionale del Vecchio Mondo, Buenos Aires è bella come un’adolescente. Colorata, musicale, vitale. Anche se il turista non vede gli spazi tragici di povertà che con estrema probabilità nasconde la periferia. E allora mi son voluta spingere ancora più verso sud, verso la leggendaria Patagonia. E sull’autobus che doveva attraversare la sterminata pampa fino a Puerto Madryn ho incontrato Don Gregorio Eron, un signore della regione del Chubut che sa raccontare la sua terra e le sue leggende teuhelche e mapuche come i nonni una volta raccontavano le storie delle janas e dei tempi di cui ancora ci offrono granitica testimonianza i nuraghe. Inizio a sentire nelle sue parole il desiderio di farmi conoscere il suo paese e la sua storia, la tipica voglia che trasudano gli occhi dell’ospitalità sarda, è stato anche questo ad aiutarmi a non farmi stringere nella morsa della solitudine. Le mie radici mi tenuto in vita e mi hanno permesso di scoprire quali storie stavano nascoste dall’altra parte del mondo. Storie diverse ma che hanno un senso universale. E dopo più di 20 ore su strada ho dovuto salutare Don Eron e i suoi racconti mitici che mi hanno offerto una chiave per aprire lo scrigno dei segreti delle terre più a sud di questa ragione del mondo. E con la Patagonia sono giunti altre mille immagini e scorci splendidi ma così diversi dalla calda e mediterranea Sardegna. I ghiacciai, i laghi, i picchi innevati e altissimi, fotografie di una natura selvaggia ma opposta alla bassa macchia mediterranea e alle basse montagne della Barbagia o del Sulcis. Sarà la Bolivia un’altra volta a portarmi attraverso i suoi paesaggi indietro nel tempo e nello spazio, proiettata a casa mia a migliaia di chilometri di distanza. Ma non per la vista sul mare, di cui la Bolivia non può godere vista la sua posizione centrale e senza sbocchi sull’oceano. Saranno le sue tradizioni e lue caratteristiche più particolari e ridisegnare scenari già conosciuti fin dall’infanzia. E sono gli eucalipti della valle di Cochabamba e quei vecchietti sul ciglio della strada appena ritornati dai campi dorati a farmi ricordare quando da bambina osservavo quelle scene mentre sbirciavo dal finestrino in una delle tante gite fuori porta. A Tarata e Punata ho risentito l’odore di quegli alberi, mentre fichi d’india spuntavano da case abbandonate, fatte di paglia e fango, di argilla, fatte di ladiri, come si dice da noi. L’aspetto di quelle case rurali era uguale a quello di tante case sarde che con sudore e dedizione son state costruite mattone dopo mattone dalle sapienti mani di chi sapeva bene come si mantenesse in piedi un’abitazione. Generazioni al di là degli oceani hanno trovato medesimi stratagemmi per la sopravvivenza a dimostrarci come, ovunque andiamo, pur restando profondamente sardi possiamo specchiarci nell’altro. Tante cose ho incrociato sul mio cammino americano che avevano il potere di riportarmi in Sardegna. Mentre prendevo l’ennesimo pullman che mi avrebbe avvicinato a Potosì e al suo Cerro Rico, colmo di miseria e minerale, salutavo altri frammenti boliviani che entravano a far parte di me come di me fanno parte le spiagge dell’iglesiente. Lungo la strada e sulle vallate l’oscurità doveva regnare, ma piccole fiammelle testimoniavano una miriade di falò accesi per la notte di San Juan, il 24 Giugno, dall’altra parte del mondo la notte più fredda dell’anno. Tanti fuochi che erano luci in tutto quel nero della notte andina, luci che illuminavano gli usci e scaldavano i visi gelati di bimbi che correvano intorno a quelle fiamme. Ed allora ho sentito sulle mie mani il calore dei fuochi di Sant’Antonio festeggiati in così tanti paesi della regione sarda, da Orosei a San Giovanni Suergiu. Il fuoco e il legame ancestrale con tradizioni antiche che si perdono tra religione e culti pagani. Viaggiando ho riattraversato la mia vita passata andando verso il futuro. Ho teso la mano a gente che parlava una lingua diversa e che aveva la pelle scura, meno della mia resa olivastra e bruciata dal sole del sud Italia. E ho riscoperto in un piccolo grande popolo la voglia di riscattare e rivendicare la dignità della mia terra ricordando la sua storia e difendendola dagli abusi. Non mi ero mai sentita così a casa, lontano da casa.  

Elisa Cappai

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PERCHE’ NON VALORIZZARE I GIGANTI DI MONTI PRAMA?

AL G8, VERRANNO MOSTRATI I BRONZI DI RIACE

Non è tanto interessante sapere se al G8 della Maddalena saranno messi in mostra gli splendidi bronzi di Riace, quanto capire perché siano stati scelti come emblema della cultura europea. Trovo, anche, interessante la reazione di gran parte della popolazione di Reggio Calabria, di resistenza al trasferimento in Sardegna delle statue trovate casualmente nel mare di Riace dove naufragò la nave che dalla Grecia le portava forse a Roma. Segno che cittadini e classi dirigenti reggini sentono i bronzi parte della loro identità. A noi sardi, di regola, non viene neppure detto che nostre opere di grandissimo pregio stanno per varcare il mare. L’ultima volta che è successo, l’esportazione riguardò la Stele di Nora che viaggiò a Parigi e lì soggiornò per mesi, senza che neppure il Governo regionale sapesse alcunché. La Soprintendenza archeologica ci tolse persino la possibilità di mettere in discussione lo spostamento. Già, perché sono stati scelti i due bronzi greci? Non sono – oramai lo ammettono anche quanti tennero in un inquietante limbo per trenta anni i Giganti di Monti Prama – le statue più antiche: la statuaria nuragica li precedono di almeno tre secoli, forse cinque. Detto così, soprattutto se riferito al passato, non sembrano gran cosa cinque e tre secoli. Ma se pensiamo che tre secoli fa, la Sardegna era ancora un regno di Spagna, che i Savoia neppure sapevamo cosa fossero, qualcosa di più possiamo comparare. I bronzi non sono più antichi né più belli. Ma loro sono classici e i nostri Giganti no, loro sono barbari. Non sia mai che i barbari possano antecedere i classici, che un’isola possa aver sviluppato una civiltà capace di tanta arte statuaria prima che la statuaria sia ufficialmente inventata nella culla della civiltà, la Grecia. Vedendo i nostri Giganti, gli otto Grandi della terra potrebbero chieder conto al governo italian
o (questo e tutti quelli che in trent’anni l’hanno preceduto) come mai sia stata nascosta alla comunità internazionale una scoperta che sconvolge anche le loro certezze. No, tutto sommato meglio così. Viva il classicismo. PS – Ai sardi che hanno già annunciato manifestazioni contro il G8: buttatela in cultura e nei vostri cortei o sit-in piazzate riproduzioni a grandezza naturale dei nostri Grandi. Le televisioni che riprenderanno la vostra contestazione mostreranno al mondo le Statue di Monti Prama. Qualcuno, nel mondo, chiederà che cosa siano e le inevitabili risposte copriranno di ridicolo chi le ha tenute nascoste per tanto tempo.

Gianfranco Pintore

 

GALTELLI’, LOCALITA’ E STRUTTURE DI QUALITA’

PREMIATA A BRESCIA DA "LEGAMBIENTE – TURISMO"

Sabato 7 Febbraio il comune di Galtellì è stato insignito a Brescia di un particolare riconoscimento da parte di Legambiente Turismo per le politiche messe in campo nella valorizzazione della propria identità e del suo patrimonio storico-artistico e ambientale. Il tutto durante la fiera Vacanze Weekend dove Legambiente Turismo è presente  per promuovere località e struttura di qualità.  Un attestato, precisano il Sindaco Renzo Soro e l’assessore al turismo Giovanni Santo Porcu, che gratifica l’operato dell’amministrazione comunale che negli ultimi anni si e distinta non solo nel panorama regionale ma anche nazionale, per il suo impegno nel campo della promozione del proprio territorio e del suo vasto patrimonio storico che spazia dalle suggestive chiese medioevali, al centro storico dove si conservano intatti palazzi e case con particolari caratteristiche architettoniche risalenti al medioevo e agli ambienti che sono stati anche fonte d’ispirazione per la scrittrice nuorese Grazia Deledda. Non a caso -proseguono Soro e Porcu- Galtellì e stato il primo paese in Sardegna, nel lontano 1993, a dedicarle un parco letterario. Questo riconoscimento si aggiunge alla assegnazione di Comune Bandiera Arancione da parte del Touring Club Italiano. Galtellì e all’inserimento nel circuito nazionale dei Borghi autentici d’Italia e del sistema nazionale delle Comunità Ospitali. L’attestato di Legambiente Turismo sarà consegnato al Sindaco Renzo Soro nell’ambito della fiera VACANZE WEEKEND e inoltre consentirà al comune di avere all’interno degli spazi espositivi, uno stand per la distribuzione di materiale promozionale del paese e delle sue strutture di ospitalità. Questo grande riconoscimento garantirà la presenza nelle altre fiere di promozione turistica che si terranno in primavera nelle città di Verona, Padova e Torino. Legambiente Turismo era presente all’appuntamento di Vacanze Weekend il 7 e 8 Febbraio a Brescia per la valorizzazione delle strutture ricettive associate e la promozione dei piccoli comuni.  Ed è nell’ottica della valorizzazione di un turismo più sensibile alle realtà locali e alle ricerca di esperienze concrete che  si inserisce anche la consegna di un riconoscimento ai comuni di Galtellì (NU) e di Fara San Martino (CH) che sono piccoli comuni che aderiscono al disciplinare di Piccola Grande Italia e che da anni si impegnano nella valorizzazione della loro identità puntando alla sostenibilità sociale, economica e ambientale e che si sono distinti per le attività svolte durante la giornata di Voler bene all’Italia, festa dei piccoli comuni che si svolgerà quest’anno il 19 Aprile.

Marco Camedda

PROMOZIONE DELL’ASSESSORATO AL TURISMO DELLA REGIONE SARDEGNA

L’ISOLA A LONDRA

La Sardegna era presente a Londra con una serie di eventi. Trecento avvocati inglesi sono stati invitati a conoscere l’isola in una prestigiosa sede nel cuore della capitale inglese: la galleria dei costumi della Royal Courts of Justice. Gli inglesi rappresentano per la Sardegna il secondo mercato turistico estero dopo quello tedesco con una quota del 15 % di tutte le presenze straniere. Il film-concerto Sonos’e Memoria e una mostra fotografica di Franco Fontana, Paola Bianchi e Sveva Taverna sono invece le manifestazioni che la Sardegna offre al pubblico londinese. La pubblicità di questi eventi sarà presente nella metropolitana e nel periodico di appuntamenti londinese, Time Out (www.timeout.com/london/). Il 5 febbraio, i barrister, i legali britannici che rappresentano i clienti di fronte alle corti dei tribunali, hanno partecipato a "A taste of Sardinia" alla Royal Courts of Justice. I musicisti Mauro Palmas, Silvano Lobina e Marcello Peghin, con il celebre suonatore di launeddas Luigi Lai, hanno accolto il pubblico con la performance "InVento", musiche originali ispirate alla tradizione popolare sarda. Ha fatto seguito la degustazione di vini e specialità gastronomiche della Sardegna e la proiezione di video promozionali.

 

 

IL PRIMO SARDO CHE TRIONFA AL FESTIVAL DI SANREMO

LA VITTORIA DEL GIOVANE MARCO CARTA

E’ Marco Carta, con il brano "La forza mia", il vincitore della 59esima edizione del Festival di Sanremo. E’ il primo sardo nella storia del Festival a trionfare al Teatro Ariston. Idolo di molti giovanissimi, ha sbaragliato la concorrenza. Ha battuto in finale Povia (secondo) e Sal Da Vinci (terzo). Il sogno di Carta è diventato realtà: è la voce più giovane nella sezione Big del festival di Sanremo. Il cantante cagliaritano di Pirri è salito sul palco dell’Ariston con il brano scritto e prodotto da Paolo Carta, compagno della cantante Laura Pausini. La partecipazione al Festival arriva dopo la vittoria nel 2008 del programma televisivo Amici su Canale 5.  Ad accompagnarlo nella serata dei duetti del venerdì sono stati i Tazenda con il brano presentato in buona parte in sardo. "La forza mia" è anche il titolo del primo album di inediti. Nato a Cagliari nel 1985, Marco affina il suo talento vocale attraverso le prime esibizioni come solista in live-pub e
cerimonie private, conquistando alcuni premi e critiche lusinghiere. Dopo l’Istituto Professionale per Elettrotecnici, lavora come parrucchiere nel salone della zia: i guadagni vengono investiti in biglietti d’aereo per volare a Roma a fare provini. Il 20 ottobre 2007 finalmente viene ammesso nel cast di Amici. Marco supera gli ostacoli dimostrando di avere oltre al talento artistico, anche forza e sensibilità sul piano umano. Alla fine è un trionfo. Il 16 aprile 2008 vince la finale con il 75% delle preferenze. Si aggiudica anche il premio internazionale "What’s Up" come miglior artista dell’anno e viene invitato come ospite d’onore ai Wind Music Awards.  Marco Carta è arrivato a Sanremo con un brano che è se ci si pensa bene un po’ la metafora della sua parabola artistica, «La forza mia». È arrivato quasi in punta di piedi e ha preso possesso di quel palco da star già matura. Contro tutto e tutti. Nessuno aveva previsto una escalation di questo livello. Eppure è andato fortissimo sin dalle prime votazioni. È schizzato in alto inesorabilmente spinto sull’onda alta del successo dal suo mare di fans che lo sostiene e che lui ama di un amore fortissimo. Il primo pensiero è per sua madre in cielo e per la Sardegna che lo ha sempre sostenuto e che spera di ripagare con album musicali sempre di qualità.  E adesso il futuro. Il primo progetto «è quello di promuovere l’album e preparare il prossimo tour in giro per l’Italia.
Massimiliano Perlato

 

GRAVE PERDITA PER IL CIRCOLO AMIS DI CINISELLO BALSAMO

L’ULTIMO SALUTO A GIULIO LODDO

Scrivere a caldo di fronte ad avvenimenti negativi è sempre difficile. Specialmente, quando queste situazioni colpiscono le persone che ti sono vicine. Giulio Loddo, ci ha lasciato. Sconfitto da un male incurabile che repentinamente lo ha portato via ai suoi affetti. Il caro Giulio lascia le sue due famiglie: quella privata composta dalla moglie Agnese  e dal figlio Alessandro.  E lascia quell’altra grande famiglia a cui noi tutti apparteniamo: quella del circolo degli emigrati sardi di Cinisello Balsamo. Ed è di quest’ultima famiglia che ho la necessità di parlare. Non è mio diritto intaccare il dolore che accompagna la perdita di Giulio della moglie e del figlio. Parlare di cosa fosse Giulio per il circolo AMIS è più semplice e doveroso.  Era uno di quei personaggi tutto fare che è nato con le associazioni dei sardi emigrati negli anni settanta. Sempre pronto a collaborare pur evitando di entrare nei quadri dirigenziali che contano. Era il classico braccio che nelle associazioni di volontariato hanno una valenza fondamentale.  Lo si vedeva addobbare il salone per una festa, andare a fare la spesa per un pranzo, a prelevare un ospite per una conferenza all’aeroporto o in albergo, prodigarsi per la pulizia del salone e del giardino. Scattare fotografie. Ecco, la fotografia era una sua passione: scattava, scattava e raccoglieva le immagini più significative delle manifestazioni in quadretti che ora adornano i corridoi dell’associazione. E poi con il suo carattere sempre gioviale, a cui non mancava mai la battuta quasi in stile british, trasmetteva simpatia e affetto a tutti coloro che lo conoscevano. E ora lascia a tutte queste persone un vuoto profondo. Una tristezza d’animo che fa riflettere di come sia crudele, a volte, la vita. Ci mancherà il caro Giulio. Ci mancherà tantissimo e vivrà per sempre nei cuori di tutti i soci del circolo AMIS ed entrerà a far parte della storia di questo circolo che oggi è alle soglie dei 40 anni e che da 40 anni Giulio Loddo frequentava.

Un caro saluto Giulio, da tutti noi.

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