L'arcano dramma dei Mamuthones

di Massimiliano Perlato *

La sfilata festosa si ferma quando un rumore sordo di campanacci annuncia il loro passaggio. La gente si accalca alle transenne per seguire il carnevale. Con l’andatura cadenzata sfilano portando in scena quel dramma muto che più di uno studioso ha provato ad interpretare. Sono i "mamuthones", le maschere di Mamoiada, arcana sopravvivenza di un passato agro-pastorale che si perde nella notte dei tempi. Il loro mascheramento è caratterizzato da pelli nere di pecora sopra l’abito di velluto marrone, un grappolo di campanacci di varie dimensioni legato dietro le spalle, alcune campane più piccole sul davanti e una maschera di legno scuro sul viso. Sono accompagnati dagli "issohadores" che portano un giubbetto di panno rosso, calzoni bianchi di tela o velluto scuro, un piccolo scialle di lana sui fianchi e una "berritta" sul capo tenuta da un fazzoletto attorno al mento. Una bandoliera a tracolla con ciondoli bronzei e una fune di giunco tenuta in mano ne completano l’abito. I "mamuthones", in gruppi di 12, precedono in coppia con la caratteristica andatura cadenzata. Gli "issohadores", non più di 8, catturano ritualmente gli spettatori. Su queste maschere molti antropologi hanno formulato ipotesi diverse. Alcuni hanno visto la commemorazione della vittoria dei barbaricini, gli "issohadores", sui mori, i "mamuthones"; altri processioni rituali in onore di divinità pastorali oppure maschere di tipo demoniaco.

Una delle ipotesi più recenti inquadra la maschera dei "mamuthones" nella realtà pastorale della Barbagia, con particolare riferimento al rapporto uomo-animale. Il pastore assumerebbe la fisionomia e il comportamento degli animali con cui trascorre gran parte della propria esistenza. In questo modo farebbe fronte alla crisi derivante dalla scomparsa di uno di loro. Dopo il travestimento, liberatosi della maschera bovina, l’uomo riacquista le sue sembianze, riappropriandosi dello status di essere umano. Un dato certo su cui gli studiosi concordano è la non unicità dei "mamuthones". Questo tipo di maschera, infatti, è presente in altri centri dell’area mediterranea. La loro uscita rispetto al passato risente di alcune innovazioni che non trovano riscontro con la tradizione. Un tempo i campanacci venivano raccolti presso gli ovili di amici pastori qualche giorno prima di carnevale. Oggi il mascheramento viene usato in qualsiasi periodo dell’anno per offrire ai turisti lo spettacolo insolito di una maschera che ha conservato nel tempo tutto il fascino del mistero insoluto.

Una considerazione analoga può essere fatta anche per le maschere di Ottana, i "boes e merdules", con qualche differenza, a cominciare dal travestimento. Indossano pelli di pecora bianche con una cinghia di campanacci a tracolla, portano sul volto una maschera lignea detta "carazza", che raffigura un bue. I "merdules" rappresentano rozzi mandriani che indossano pelli nere e una maschera antropomorfa. L’azione delle due maschere è complementare e mentre il "merdule" tiene aggiogato a una fune un bue, tentando di contenere la sua aggressività, questo cerca di dare libero sfogo al suo istinto. In questa azione rituale ritorna il mito dell’imbovamento, già presente nei "mamuthones". Secondo l’interpretazione di alcuni antropologi si tratterebbe di un’antica credenza, uno stato morboso al quale va soggetto chi vive a contatto con le mandrie. L’imbovamento è una malattia particolare di cui il malato non ha colpa né coscienza. L’uomo posseduto dalla bestia bovina assumerebbe le sue sembianze rendendosi responsabile di gesti insani nell’arco di tempo che va da mezzanotte all’alba. Altre maschere particolari della Barbagia sono i "thurpos", i ciechi di Orotelli. Si presentano in gruppi di tre, due rappresentano buoi aggiogati, la terza un contadino che tenta di governarli. I "thurpos" indossano un cappotto nero d’orbace con cappuccio e abbottonatura a doppio petto, innovazione del più antico "gabbanu", portano una cintura con campanacci, hanno il volto annerito con sughero bruciato e il cappuccio calato sugli occhi.

* tratto da "Occhi e Cuore al di là del mare"

 

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