Sergio Atzeni, scrittore sardo universale

di Paolo Pulina

 

Sergio Atzeni (nato a Cagliari nel 1952) è uno scrittore che l’isola di Sardegna può essere orgogliosa di presentare all’attenzione dei lettori di tutt’Italia. In questa formula di valorizzazione ultra-regionale, nazionale, si può senza forzature racchiudere il giudizio sull’importanza dell’opera narrativa di un promettente scrittore, strappato alla vita e alla continuazione della sua geniale attività creativa da un’onda assassina nel tardo pomeriggio del 6 settembre 1995, sugli scogli dell’isola di San Pietro. Sicuramente ad Atzeni non dispiaceva avere un occhio di riguardo per la sua isola natìa: i protagonisti e gli ambienti dei suoi romanzi sono quelli caratteristici della terra e della storia sarda. Ecco come il giudice bandito, il sardo Itzoccor Gunale (prigioniero del viceré aragonese don Ximene), guarda dall’alto la città murata (Cagliari) e il suo mare: "Il prigioniero salta su un cornicione aperto nel vuoto. In basso, vertiginosamente in basso, i tetti neri, le cupole rosse, verdi, i bastioni gialli della città murata, il mare, la palude, i monti neri, lontani oltre lo stagno d’occidente. […] ‘Il mare … Dovremmo lasciare questa terra, lasciarla all’istrangiu? Lasciarci trasportare sulle onde a un’altra terra più buona di questa… Non tutti nel mondo sono stupidi e malvagi ‘". (Da Apologo del giudice bandito, Sellerio, 1986). La miniera di Montevecchio (vicino a Guspini, nel cagliaritano) è il luogo in cui è costretto a lavorare Tullio Saba, figlio di un ciabattino, Antoni Saba, un tempo ricco e poi caduto in disgrazia, soprannominato Bakunìn perché "in ogni discorso ci ficcava quel Bakunìn, come fosse prezzemolo in cucina". "I primi giorni a Montevecchio era tutto un ‘signorino’ di qua, ‘signorino’ di là, per sfottere, per scherzo, un po’ tutti glielo dicevamo, ‘hai finito di sfoggiare scarpe nuove!’, o ‘un vero gagà scende in miniera, quando mai!’, battute senza malevolenza, nessuno di noi minatori avrebbe augurato a nessun uomo di finire in miniera, se non al peggior nemico". (Da Il figlio di Bakunìn, Sellerio, 1991). L’esperienza dell’abbandono dell’isola e della città natìa (ancora una volta Cagliari) a bordo della nave e dell’atmosfera tipica del traghetto è descritta nei termini seguenti: "Il venti maggio alle cinque della sera Ruggero Gunale si è imbarcato. Ha scelto un posto al balcone del ponte passeggiata […]. Ha guardato la città impicciolire, ora la vede violarancio all’ultimo sole. […] La nave bianca si allontana e dietro un dente alto e bianco di calcare sparisce l’antica fortezza vedetta dei Fenici, l’avamposto d’Europa al respiro dell’Africa e d’Oriente alle porte d’Occidente, popolato da una scura genia parente di Annibale […]. La voce di un napoletano sorge friggendo dagli altoparlanti: ‘Chi si ha portato via la chiave della cabina 128 è pregato di riportarla subito in cabina, ripeto, portare subito la chiave alla cabina 128’". (Da Il quinto passo è l’addio, Mondadori, 1995). La condizione del popolo sardo prima che lasciasse segni di scrittura è così sintetizzata: "Non lasciavamo altre tracce che i nuraghe, le navi di bronzo di Urel di Mu e i piccoli uomini cornuti, guardiani dell’isola, che molti fecero imitando Mir. Nessuno sapeva leggere e scrivere. Passavamo sulla terra leggeri come acqua". (Dal romanzo postumo Passavamo sulla terra leggeri, Mondadori, 1996). Ma, al di là dei riferimenti geografici e storici all’isola di Sardegna, nelle composizioni narrative di Atzeni si rispecchiano tematiche nazionali e universali che uno stile scabro, sincopato, espressivo di tensione morale e di impegno civile, riesce a rendere comunicabili e leggibili oltre la cerchia della comunità regionale (compresa quella parte di essa diasporizzata per il mondo, di cui anche lo scrittore ha fatto parte per un certo periodo) cui Atzeni si è sempre sentito appartenente in modo appassionato e appassionante. A lui interessava, soprattutto nella sua visione cristiana degli ultimi anni della sua breve vita, il destino di tutti gli uomini:  il porto prima citato di Cagliari  ("popolato da una scura genia  parente di Annibale") è visto come parte di tutto il mondo in quanto è stato  storicamente "adocchiato da predoni scalzi, battuto da tutti i venti, abitato da tutti  i profumi e i fetori e da ogni genere d’ingegno e vizio e da qualche virtù, come ovunque siano uomini". Purtroppo una terribile onda omicida ha posto fine al progetto di scrittura di Sergio Atzeni, orientato all’ universalità anche quando, come nell’ultima realizzazione, sembra la trascrizione in prosa del poema epico della storia del popolo sardo; e caratterizzato da una incomparabile concezione visionaria, così forte da risultare profetica anche del destino dello scrittore, responsabilizzato ad una funzione di custode delle memorie di un popolo. " ‘Anche tu fra trent’anni dovrai raccontare la storia a un custode’, disse Antonio Setzu. ‘Ce la farai?’ mi chiese. Risposi: ‘Farò del mio meglio. Ma se dovessi morire prima di quell’età?’. ‘In punto di morte puoi raccontarla’ rispose Antonio Setzu. ‘[…] Questo è il motivo per cui si diventa custodi a otto anni? ". (Dal romanzo postumo Passavamo sulla terra leggeri, Mondadori, 1996). Sergio Atzeni – ricordiamolo – è morto all’età di quarantatré anni, facendo appena in tempo a raccontare ai posteri la storia più antica ed esaltante del suo popolo, fino al momento in cui su di esso si è imposta la dominazione dello straniero: "Noi custodi del tempo, dal giorno della perdita della libertà sulla nostra terra, abbiamo preferito finire la storia a questo punto".

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