Emigrati sardi a prescindere: guardare da lontano le difficoltà della propria terra

di Vitale Scanu

  

La poetessa inglese Elizabeth Barrett (1806 – Firenze 1861), nella lista dei geni letterari più apprezzati di epoca vittoriana, molto affezionata all’Italia, pochi anni prima di morire così scriveva: «Quanto vorrei poter dire come Pen (il figlio natole a Firenze, dove riacquistò anche la salute): "sono italiana"! Gli affari pubblici d’Italia mi hanno quasi tolto la vita. Il paese si comporta con nobiltà, ed è degno di diventare una grande nazione. Vorrei poter dire: ho vissuto e sono morta per l’Italia.» Centocinquanta anni fa Elizabeth Barrett (da molti considerata il più grande genio poetico dell’Inghilterra dopo Sakespeare) scriveva sull’Italia parole tanto nobili. Se la poetessa inglese avesse visto l’Italia di questi tempi, di certo non si sarebbe sentita eccessivamente onorata di proclamarsi italiana e avrebbe faticato alquanto a vedere una "nobiltà di comportamento" e una "dignità" nel prestigio avvilito dell’Italia di oggi. Di là da ogni pessimismo estremista, è facile constatare, con senso di sconforto, come la situazione italiana sia caratterizzata, oggi, agli occhi di tutti, da un logoramento senza confronti in tutti i settori, sotto l’aspetto morale, sociale, politico, economico, internazionale. Un’Italia che Dante vede, in un giudizio feroce, come "…nave senza nocchiero in gran tempesta; non donna di province, ma bordello" (Pur. VI, 76-78). E oggi? "Lo stato di salute mentale dell’Italia è il peggiore d’Europa" sostiene in una lettera al Financial Times il prof. Andrew Oswald, economista dell’università di Warwick. Rudyard Kipling, anche se in maniera più bonaria, concorda: "Un italiano, un bel tipo; due italiani, un litigio; tre italiani, tre partiti politici". Montanelli scriveva in una delle sue famose "stanze" del CdS (3.3.’97): "Se oggi Kipling riaprisse gli occhi, non credo che sugli italiani cambierebbe idea. E se la cambiasse, sbaglierebbe. In Italia i partiti non si possono ridurre a due soli. Quando anche ne facesse obbligo la Costituzione, quando anche il codice penale comminasse l’ergastolo ai contravventori, noi italiani troveremmo il modo di aggirare il divieto. Cecchini, franchi tiratori, per cinquant’anni sono stati l’incubo e l’afflizione di tutti i governi italiani, a nessuno dei quali hanno consentito di governare". "Non è impossibile governare gli italiani; è inutile", diceva il generale McArthur. Gravissime lacune nell’amministrazione della giustizia, una mentalità di arrivismo ad ogni costo, di individualismo arrogante e di tornaconto, un imperante disimpegno dai propri obblighi pubblici o amministrativi, un bizantinismo di inconcludenti e interminabili logorree nei congressi nei seminari nei meeting, una diffusa e quasi accettata napoletanizzazione (spaghetti e mandolini) nelle attività e nella vita pubblica, uno sperpero astronomico di risorse, originano uno  sconforto che fa cadere le braccia, misto a un senso di impotenza, di fronte ai comizianti e ai demagoghi che manovrano la piazza (chi grida di più ha ragione), ma che assistono con somma apatia alla vista di quei branchi di argati (quei ragazzi rom che borseggiano impunemente i passanti di fronte a tutti, facendola sempre franca, sicuri che la polizia non interverrà sul serio). Divergenza assoluta tra i governanti e il cittadino, che percepisce a pelle la mancanza della forza e della certezza del diritto. E’ lo status mentale del si-salvi-chi-può. La politica, che in democrazia dovrebbe nascere dalle istanze della base è indirizzata secondo schemi di convenienza politica e di partito. La scienza descrive questi macro fenomeni come "aumento caotico della complessità", che è destinato a crescere fino a provocare l’implosione finale del sistema. Di programmazione internazionale non ne parliamo neppure. Mai come oggi si ha la sen-sazione che l’Italia, lasciata ostentatamente da parte in ogni negoziato internazionale, divenuta bar-zelletta per non saper gestire neanche alla propria spazzatura, stia soffrendo un imbarbarimento generalizzato che artiglia a morte un patrimonio secolare di civiltà, di valori cristiani e civici condivisi. Un’ammirazione e un prestigio mai così avviliti, oltre i confini nazionali. Agli emigrati muore il cuore guardando da un punto neutrale alla propria terra. Quanto sono lontane le motivazioni dell’ammirazione per l’Italia che impressionavano Elisabeth Barrett. Oggi più che mai, a noi emigrati è impossibile esorcizzare certi interrogativi che diventano davvero inquietanti, massimamente per noi Sardi, forse più sensibili di altri: che sarà dei nostri sudati risparmi, quale futuro aspetta le nostre famiglie se vogliamo tornare in patria, riusciremo ad avere una pensione decorosa, che utilità ha il nostro voto elettorale, come vengono tutelati i nostri diritti di persona umana, all’estero sfruttati e ignorati, in casa nostra vilipesi e strizzati dall’anaconda delle tasse? Perché dobbiamo essere così pesantemente ipotecati dalle vendette, dall’invidia, dai piromani, dalla malavita, a causa di autorità slombate e fanfarone? I più violenti, infatti, sono oggi molto facilitati nell’imporre la loro "ragione". Chi non sa dimostrare il proprio diritto, se lo prende con la violenza e il ricatto. Nonostante tutto, anche se la situazione dell’Italia ci discredita pure sul piano personale, noi emigrati non dobbiamo disarmare o lasciarci sopraffare dallo scoramento per non poterci onorare troppo, oggi, di essere italiani. Col nostro lavoro, la nostra dignità, il senso civico, la nostra operosità, mediante l’onestà e l’onorabilità personali, abbiamo la tranquilla coscienza di poter migliorare attorno a noi il rispetto e il prestigio per la nostra patria.

 

2 risposte a “Emigrati sardi a prescindere: guardare da lontano le difficoltà della propria terra”

  1. Ciao “cugini”: vi auguro una buona domenica!!! Mi ricordo di questa estate quando in vacanza in Friuli (io sono friulana di origine) con mio marito siamo entrati in un bar di una pesino alla preiferia di Udine. Appena l’hanno visto, dopo due parole si è sentito parlare in Sardo “Ma tu sei Sardo?” e da lì abbiamo scoperto che in Friuli ed in particolare in quel paese ci sono molti Sardi che si sono trasferiti nella Piccola Patria. Ci ha fatto molto piacere soprattutto apprendere come si sono inseriti in una realtà, quella del nord-est completamente diversa da quella sarda … e a mio marito è venuta voglia di trasferirsi lassù … non ha mai visto l’inverno friulano: un abbraccio NEnet

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