50 anni di diaspora: considerazioni e documentazione statistica sull'emigrazione sarda

di Giuseppe Puggioni e Marco Zurru

 

L’emigrazione sarda, anche a causa dell’insularità della regione, si è manifestata in ritardo rispetto sia al totale dell’emigrazione nazionale sia a quella proveniente dall’area meridionale a cui la Sardegna, pur presentando caratteristiche differenti, viene assimilata. Inoltre essa si è preferenzialmente orientata in direzione europea e mediterranea piuttosto che transoceanica, come è avvenuto per le altre regioni del Sud d’Italia. Gli espatri dalla Sardegna, infatti, dal 1876 al 1942, per ben il 64,5%, si sono diretti verso l’Europa e il bacino del Mediterraneo, mentre nello stesso periodo le correnti migratorie delle regioni del Mezzogiorno d’Italia verso l’estero, per ben l’89% si sono dirette verso i paesi transoceanici. Il movimento migratorio sardo fino alla fine della seconda guerra mondiale, in termini di numero di individui, si caratterizzava per dimensioni piuttosto contenute, e ciò in relazione alle esigue dimensioni demografiche dell’Isola. Il totale dei sardi emigrati all’estero dal 1876 al 1942 fu di 133.425 unità, di cui però ben il 55% concentrati negli anni che vanno dal 1906 al 1914. Solo a partire dalla prima metà degli anni cinquanta, in Sardegna si registra il progressivo affermarsi di un movimento migratorio, da alcuni autori chiamato «nuova emigrazione», in quanto differente dal precedente sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo. Si può stimare che complessivamente l’emigrazione sarda (quella verso l’estero e quella verso le altre regioni italiane), dal 1958 ad 2002 ha interessato circa 700 mila individui, che rappresentano oltre il 40% del numero di abitanti dell’Isola censiti nel 2001. All’inizio degli anni cinquanta la Sardegna si trovava in una condizione di sottosviluppo, con una economia di sussistenza ed auto consumo, basata prevalentemente sulle attività agricole e pastorali e su quelle industriali del settore minerario, situate queste ultime, per la quasi totalità, nel bacino carbonifero e metallifero del Sulcis-lglesiente. Nell’Isola in questi anni la popolazione improduttiva era circa il doppio di quella produttiva, mentre nel complesso delle altre regioni d’Italia la popolazione non attiva superava solo del 12% quella attiva. Schematicamente in riferimento a questa «nuova emigrazione» si possono individuare tre distinte fasi:

1 la prima, rappresentata da minatori provenienti dai centri minerari del Sulcis-Iglesiente;

2 la seconda, di origine contadina e, almeno nella fase iniziale proveniente dai comuni rurali delle regioni centro-occidentali;

3 la terza di tipo pastorale e proveniente dalle zone interne

La prima fase prese l’avvio dall’entrata in crisi delle attività estrattive, crisi che ha determinato in questo settore una forte contrazione delle forze di lavoro: il totale degli occupati nel settore estrattivo nel Sulcis-Igleslente, dal 1951 al 1961, è diminuito infatti del 54,1% e nel comparto dei minerali non rnetalliferi di ben il 66%. La seconda, composta, oltre che dagli ex minatori sardi, che non trovarono lavoro nei paesi d’origine a causa di una situazione economica stagnante nel settore agricolo, dal bracciantato e manovalanza generica e dai giovani che si affacciavano sul mercato del lavoro, ha interessato anche un considerevole numero di artigiani e piccoli proprietari agricoli, investiti, alla fine degli anni cinquanta, da una crisi che, secondo alcuni, avrebbe determinato la rottura di un equilibrio che si basava sulla famiglia come unità economica. La terza fase, che registra le punte massime nella seconda metà degli anni Sessanta, ha investito anche le regioni pastorali interne, determinando una forte emigrazione di pastori. Quest’ultima fase, che si è manifestata in coincidenza con il periodo in cui l’emigrazione sarda raggiunse i livelli più elevati (mediamente 25 mila unità annue per il solo movimento verso le altre regioni italiane), ha inciso, sia sul piano demografico che economico, più negativamente delle precedenti perchè ha coinvolto la componente con maggiori possibilità espansive del settore agricolo sardo e ha comportato non solo l’abbandono dell’Isola di un notevole contingente di popolazione, ma anche un trasferimento di imprese e quindi di ricchezza: molti pastori, infatti, si sono trasferiti con le loro greggi. Se questi sono gli aspetti più significativi delle correnti di deflusso in relazione alle zone di provenienza, per quanto concerne le aree di destinazione, la quota parte che si è diretta verso l’estero resta, anche in questa «nuova emigrazione», inferiore a quella che si è indirizzata verso le altre regioni italiane. Essa, infatti, rappresenta circa il 25% del totale del movimento, e di questo ben il 93% si è diretto verso l’Europa e in particolare verso la Germania, il Belgio, la Francia, la Svizzera, che hanno accolto circa 1’80% dei sardi emigrati alÌ’estero. Per quel che riguarda il movimento verso le altre regioni italiane, il Piemonte, la Lombardia e la Liguria hanno costituito la meta preferenziale per circa il 50% degli emigrati provenienti dalla Sardegna, mentre un altro 30% si è diretto verso il Lazio, la Toscana e l’Emilia-Romagna. Da questi dati emerge che anche l’emigrazione sarda, come quella del Meridione d’Italia, ha mostrato una decisa tendenza verso le regioni Nord-occidentali della Penisola. Essa però non si è distribuita uniformemente in queste regioni, ma si è addensata nei capoluoghi (49,3%) e nei rispettivi hinterland. Ad esempio, il solo comune di Genova ha assorbito oltre il 60% dell’emigrazione sarda in Liguria e così nel Lazio oltre l’80% dei sardi si sono insediati nella capitale. A fianco di queste consistenti correnti emigratori, sono proseguiti i flussi con destinazione oltre oceano, in particolare verso il Venezuela e l’Argentina dove si è diretto oltre il 70% dell’immigrazione trans-oceanica, stimolata spesso da accordi bilaterali con i paesi di destinazione. Rispetto alle destinazioni prescelte e il tempo di partenza, i flussi del l’emigrazione verso i paesi stranieri, sono molto più concentrati nel tempo rispetto alle partenze per il complesso delle regioni italiane, che sono invece maggiormente spalmate su tutto il cinquantennio osservalo. La curva dei cancellati per l’estero, oltre a registrare i massimi con un certo ritardo rispetto a quelli con destinazione le regioni italiane, sottolinea che tali cancellazioni tendono a concentrarsi negli anni che vanno dal 1965 al 1972. Una quota parte rilevante dell’emigrazione isolana, soprattutto quella diretta nel «triangolo industriale» e all’estero, ha comportato generalmente anche una mobilità sociale in senso orizzontale, un passaggio cioè da un’attività economica ad un’altra quali in particolare quelle dei settori metalmeccanico e edile, va sottolineato che parte di quella di origine pastorale e che si è diretta in Liguria, nelle regioni appenniniche e preappenniniche centro-settentrionali (Toscana ed Emilia-Romagna) e nell
‘alto Lazio, ha continuato l’attività di allevamento del bestiame secondo gli schemi tradizionali dei paesi d’origine. L’emigrazione sarda, anche perchè proveniente da un’area a bassa densità demografica, ha fatto sentire in modo marcato i suoi effetti negativi sul piano economico, specie nel settore agricolo, e ha determinato una rottura dell’equilibrio demografico dell’Isola. Nei decenni più recenti, infatti, si è registrato, specie nei centri di piccole e medie dimensioni, un aumento dell’indice di vecchiaia, superiore a quello atteso sulla base della flessione della natalità, che ha innescato processi di grave spopolamento con rischio di estinzione di molti comuni. Nel 2001, rispetto al censimento precedente del 1991, ben circa il 75% dei comuni sardi hanno visto diminuire l’ammontare dei loro abitanti. Oltre a questi spostamenti verso l’esterno. la Sardegna si è caratterizzata anche per massicci trasferimenti di popolazione tra i comuni sardi, che nell’ultimo cinquantennio, a causa di uno squilibrato sviluppo socio-economico dell’Isola (spesso basato su attività produttive non integrate con le risorse regionali) sono stati di notevole intensità ed indirizzati verso i poli di attrazione demografica coincidenti con i capoluoghi di provincia e le aree di insediamenti industriali e turistici. Dal 1958 al 2002 oltre un milione di individui, pari a più del 60% dell’attuale ammontare della popolazione sarda, hanno trasferito la loro residenza restando in Sardegna e di tale movimento, in alcuni anni, circa il 40% si è diretto verso il capoluogo della regione e nei comuni che ne costituiscono il suo hinterland. Tale dinamica ha comportato una sostanziale modifica della struttura insediativa, comportando da un lato un aggravarsi del fenomeno dello spopolamento dell’area rurale, specie delle zone interne, e dall’altro un abnorme incremento del peso relativo dei poli di attrazione demografica, che in alcuni casi, come per Cagliari e comuni vicini, ha determinato situazioni di forte congestione demografica. Per quanto attiene il ventennio 1950-70 è stato calcolato, in termini monetari sulla base dei saldi migratori per età, la perdita subita dalla Sardegna come conseguenza della esportazione a titolo gratuito di «capitale umano» per effetto dell’emigrazione!.. Dai risultati ottenuti si è potuto stimare che la Sardegna in questi venti anni, ha esportato un «capitale umano» valutabile, in lire 1971, in circa 1.351 miliardi, pari a 10,9 miliardi di euro del 2006. A questo modo di valutare in termini monetari il costo della emigrazione potrebbero essere mosse almeno tre obiezioni:

1. Il «costo dell’uomo» non sarebbe sopportato solo dalla Sardegna, ma da tutta la comunità nazionale in quanto l’Isola non può correttamente essere considerata come separata dal resto d’Italia;

2. il «costo» sarebbe, almeno in parte, bilanciato dalle rimesse degli emigrati;

3. si considera il trasferimento degli emigrati come definitivo.

In riferimento a tali possibili obiezioni si può però fare notare che per quanto riguarda la prima, se non si accetta il concetto di «costo», si dovrebbe per lo meno parlare di redistribuzione delle somme utilizzate per «l’allevamento dell’uomo» da parte delle regioni meno ricche a vantaggio di quelle più avanzate; a meno di non accreditare l’ipotesi, per altro abbastanza singolare, che le somme destinate dalla comunità nazionale alle regioni di emigrazione, siano determinate tenendo presente che queste debbano «allevare» una parte della forza lavoro destinata alle regioni più sviluppate. Circa la seconda obiezione, è sufficiente sottolineare che se si tiene conto delle rimesse, il «capitale umano trasferito» non può essere considerato – come nel calcolo – a titolo gratuito e si dovrebbero, quindi, computare gli interessi su tale somma. Relativamente alla terza obiezione, giova osservare che i risultati non si modificherebbero sostanzialmente anche considerando il tempo medio di emigrazione, in quanto, come è noto, nelle aree di emigrazione il contingente più numeroso dei rientri è rappresentato da individui che hanno terminato o stanno per terminare la loro attività lavorativa. Inoltre non sarebbe escluso che, considerando l’anzianità emigratoria, si possa pervenire ad una cifra ancora più elevata, in quanto si dovrebbero considerare nel computo del «capitale umano» anche i costi addizionali che la collettività deve sopportare per il mantenimento di un maggior numero di unità improduttive. Tale discorso relativo ai "costi aggiuntivi" potrebbe invero essere parzialmente ribaltato in un’ottica di "benefici indiretti più ampi". Infatti, l’emigrato al rientro si potrebbe proporre nelle sue capacità diffusive di know how, conoscenze specialistiche di tipo professionale e capacità relazionali più complesse acquisite durante la sua esperienza migratoria fuori dal contesto isolano a vantaggio di soggetti locali. L’analisi dei costi sopportati dalle aree di origine diventa di attualità pregnante se si considera la ripartenza di nuovi flussi emigratori che, per quanto si caratterizzino in termini numerici molto più contenuti rispetto al passato, interessano capitale umano di elevata formazione. Se ancora nel periodo 1982-86 la quota di emigrati in possesso di un diploma di scuola secondaria e di una laurea rappresentava il 19% del totale, ultimamente (1997-2002) la quota parte di questi emigrati è del 35%. Il materiale allegato comprende, oltre ad una breve nota sull’emigrazione sarda a partire dal secondo dopoguerra corredata da alcuni grafici (che evidenziano sia le dinamiche temporali che quelle territoriali, con uno sguardo ristretto alla sola Italia), tabelle analitiche descrittive dei flussi emigratori in periodi differenti ed ancorati al dato territoriale minimo, ovvero il comune di partenza. Questi quadri informativi sul fenomeno si articolano nelle seguenti quattro sezioni: Cancellati per l’estero e per l’interno dalle anagrafi dei singoli comuni dell’isola nei periodi 1960-69, 1970-79, 1980-1989 e 1990-2003; Cancellati dalle anagrafi dei singoli comuni sardi nei periodi 1982-86 e 1987-2001 secondo alcune caratteristiche demo-socio-economiche; Totale dei cancellati dal 1958 al 2003 dalle anagrafi della Sardegna secondo la località di destinazione (regioni italiane ed estero); Cartografie delle distribuzioni territoriali dei circoli sardi in Italia e nei paesi stranieri in cui, in base alla fonte AIRE, si stima una presenza di non meno di 60 soggetti.

3 risposte a “50 anni di diaspora: considerazioni e documentazione statistica sull'emigrazione sarda”

  1. Vorrei ricordare un grande sardo, anch’Egli emigrato(in nome di Cristo) negli anni ’20 in Cina ed ivi barbaramente ucciso nel 1930 ad opera di briganti mentre svolgeva la sua opera missionaria: parlo di Giovanni Battista Soggiu, nato a Norbello (OR) e di cui verrà messo in scena il martirio il 24 gennaio 2009 a Ghilarza con l’opera teatrale “L’Uomo che disse subito sì” di Ignazio Salvatore Basile per la produzione dell’Associazione ACLI di Norbello.

  2. Faccio parte dell’Associazione e Scuola di Musica S.Eustorgio di Arcore, molto attiva nel territorio da anni,come potrai vedere dal sito http://www.santeustorgiomusica.com Nell’ambito della rassegna “musiche tradizionali” che si terrà la prox primavera ca. 15/feb -30/ Aprile, ci terremo molto ad inserire una serata di “Canto a Tenore” sardo e abbiamo

    a questo proposito stabilito contatti e accordi col gruppo “Tenore di Oniferi”. Senonché il ns. budget è alquanto limitato e ci è venuta l’idea che protemmo condividerele spese se qualche circolo sardo in Lombardia è interessato a proporre gli interessantissimi “Tenore di Oniferi” nello stesso periodo.

    Giusi Tatti tel. 339- 66 34 696

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *