Sardegna madre e matrigna

a cura di Francesca Madrigali

 

Chissà se agli altri capita, mi sono chiesta sempre più spesso ultimamente. Cioè, chissà se agli abitanti dell’Umbria, della Toscana, della Basilicata o del Piemonte succede di domandarsi chi sono e se per caso il loro essere in un certo modo dipende anche dal luogo che abitano. Soprattutto, sarei curiosa di sapere se anche a un piemontese, a un veneto o un laziale capita di discutere del concetto di "identità" come succede ai sardi. Sempre che esista questa identità, eh. Chissà se hanno tempo di pensarci e di parlarci sopra, chissà se sentono la differenza, sempre che ci sia, mica sono sicura, intendiamoci. E mica sono certa che mi piaccia essere diversa, da chi e da cosa e da quale modo di vivere poi lo posso soltanto immaginare, proprio come si immaginano i preconcetti e i pregiudizi. Leggendo questo articolo che segue, mi sono resa conto che l’esperienza comune e unificante della vita dei sardi è soprattutto quella della partenza, del lasciare l’isola, di solito su un traghetto, con un po’ di inquietudine, con il momento rovinato da una piccola farfalla nello stomaco, perché non è naturale staccarsi dalla terra e avere il tempo di vederla rimpicciolire in lontananza. Almeno l’aereo evita lo stillicidio, è rapido e indolore, non ti accorgi quasi di non essere più in Sardegna. Come se fosse ogni volta una partenza definitiva, anche se è soltanto per una vacanza; come se non si dovesse tornare più; come se il marchio impresso nel genoma sardo non fosse quello della longevità che tanto piace ai telegiornali per i pezzi "di colore", ma piuttosto quello del distacco, dell’emigrazione e del non-ritorno. Come hanno fatto moltissimi prima di me, di noi, con più coraggio, necessità, praticità, poche chiacchiere e molta necessità.

Lettera a Marcello Fois: Signor Fois, non ho la tua mail, né un tuo numero di telefono. Desidero scriverti, tuttavia. Sono rimasta folgorata da pagina 56 di "In Sardegna non c’è il mare" (Laterza). Riporto da pagina 56.

"Io ho visto molti traghetti. Ne ho sentito l’odore di nafta, ne ho toccato i legni viscidi di salsedine. Ho attraversato molte volte quella passerella dal Tutto al Niente…. Ho dovuto capire perché attraversare quella passerella era il modo per abitare l’altrove. Io so che c’erano giorni terribili, quando su quel traghetto si saliva per conoscere ospedali, per trovare un lavoro, per sostenere un concorso. C’erano anche albe bellissime del tutto rovinate dall’angoscia della partenza….. Io ho visto quei giorni lì, quando anche la gioia per l’avventura si trasformava nella stretta per la navigazione, quando l’entusiasmo per quanto ci aspettava oltremare era appannato da un senso inenarrabile di solitudine. Io ci sono salito spesso su quelle passerelle per passare da me a me. Con terrore entusiastico e con la stretta alla gola che ti afferrava non appena il traghetto cominciava a vibrare, ché da lì in poi si andava e non era possibile tornare indietro. Quando si parte non si torna più…."

Io, gentilissimo, il viaggio l’ho fatto al contrario. Sempre. Dal continente alla Sardegna, con la stessa sensazione di groppo e angoscia, di avventura e un po’ di sbornia. Da quattro anni mi ritrovo a percorrere la via di mare con un altro punto di vista.  Il tuo. Da l’isola al Continente.  Credo che la prossima sarà l’ultima, da emigrante. Poi diventerò daccapo turista. Quando si parte non si torna più. La consapevolezza è un dolore, uno spillo nel costato. Vado a salutare casa mia. La chiudo. Chiudo l’ultimo cordone ombelicale tra me e mia madre. Completo il cerchio di malavoglia. L’arco aperto da mia madre da Istiritta in Continente. La parentesi mia tra  Roma e Sardegna, e poi daccapo Roma. Ora siamo entrambe in terraferma. Eppure è un senso inenarrabile di solitudine.

Firmato, Daniela Amenta

Viviamo, soprattutto quelli della mia generazione che non si sono strappati in tempo alla terra madre, il terrore (a questo punto credo atavico) di doverla lasciare; e la debolezza di non riuscire a farlo per vivere altrove una vita diversa non mi sento di condannarla. E’ un po’ diverso per chi riduce l’identità a macchietta: non ce la posso proprio fare ad iscrivermi al gruppo di Facebook "grazie a dio sono sardo" (e simili), anche perché non ho capito in che senso (se c’è). Non ce la posso fare a sentire le conduttrici televisive cinguettare sull’ "essere sardi". Non ce la posso nemmeno fare, ovviamente, ad assistere a discussioni serie in cui alcune persone provenienti dalla Lombardia raccontano della folcloristica (?) mancanza di puntualità degli uffici e dei pullman in Sardegna, manco loro fossero svizzeri e noi, che so, messicani che fanno la siesta, per completare il festival del luogo comune. Comunque, non si può vivere lontani da questo luogo, drammaticamente, anche se ti dà così poco – perché non di soli cieli, mare, maestrale e conosciuti e sempre diversi spazi si può vivere. La Sardegna è madre e matrigna, e mi rendo conto di vivere con lei un rapporto irrisolto, conflittuale, fatto di amore e odio, un po’ come racconta questa lettera:

Da L’AltraVoce.net

Caro direttore, è da tempo che volevo provare a mettere in parole un concetto inafferrabile e intimo, che fino a qualche tempo fa non si filava nessuno mentre oggi è sulla bocca di tutti, e forse è un bene o soltanto un prodotto commerciale: la mia identità. Non mia personale, ovviamente, ma quella di una sarda che vive oggi in Sardegna. Parafrasando il bel titolo del saggio di Bachisio Bandinu, da me acquistato e letto in tempi non sospetti (e cioè prima che il termine "identità" diventasse di moda), questa mia vorrebbe essere una piccola "Lettera di una giovane sarda". Rivolta a chi?  Soprattutto, con simpatia e anche con quel senso di sollievo che deriva dallo scoprire di non essere soli, a coloro i quali si sono sempre sentiti sardi anche senza spiegarsi perché e percome nei dettagli, accettando magari anche difetti capitali come, ad esempio, non parlare sa limba, prima nell’indifferenza generale, oggi con il terrore che qualcuno te lo rimproveri. E che magari la inserisca come requisito preferenziale per i concorsi pubblici, come se parlare la lingua in Sardegna, oggi, fosse più "meritevole" del semplice fatto di averci vissuto per una trentina d’anni laurea compresa, sperimen
tando ogni tipologia di porte e portoni sbattuti in faccia e assistendo a trasse di ogni genere nel pubblico e nel privato. L’identità è una cosa liquida, che cambia e soprattutto non si impone, si sente solamente: è un concetto fatto della "materia di cui sono fatti i sogni", perché è in essi che noi ci rappresentiamo la nostra vita futura, e gli sforzi che oggi ci sembrano inutili in una terra in cui la diminuzione della disoccupazione a meno del 10% è un semplice dato numerico (opinabile) e non tangibile. L’identità sarda, oggi, è la globalizzazione di un mondo diventato più piccolo in cui possiamo certo andare, venire, comunicare ovunque e in qualunque momento, ma anche e soprattutto la rabbia di non poter, in molti casi, scegliere se rimanere alle nostre condizioni: di lavoro adeguato al nostro impegno professionale o di studio e di vita dignitosa e autonoma. La mia lettera è dedicata anche, con un interesse antropologico, a coloro che invece esprimono tutte le caratteristiche del "vero" sardo e lo fanno con un certo orgoglio. Non voglio chiamarle stereotipi, perché più invecchio e più mi accorgo che sono reali e soprattutto che parzialmente mi appartengono. Passi per quelli che rappresentano la nostra terra, oggi, con l’orbace e la leppa grondante sangue, o se proprio vogliono essere aggiornati con la valigia di cartone e tutti i vocaboli che finiscono in "u": devono pur campare anche loro e il folclore paternalistico, si sa, rende sempre bene. Quelli che non capisco, perché forse sono poco sarda, sono quelli che si offendono, arte tradizionale indigena al pari, che so, della filigrana o del gattò: perché il contributo o il finanziamento sembrano un’elemosina, ma se non lo ricevono allora si sentono maltrattati, ma anche perché non piace sentirsi dire che se nell’Europa di oggi hai solo la terza media sei, semplicemente, unu burriccu. In compenso, però, molto spesso sono spaventosamente egocentrici: come se tutti stessero sempre a guardare te o il tuo prodotto, la tua azienda, il tuo lavoro, come se oltre te il deserto e non, invece, un mondo intero vicinissimo e competitivo. Ci sono poi quelli che è sempre meglio l’uovo oggi della gallina domani, e che si arrabbiano perché al Poetto non hanno costruito, quando potevano, un bell’albergo sul mare. Sono gli stessi che ti guardano con sospetto se a maggio non sei ancora abbronzata come una baffa di bottarga. C’è il sardo che "barrosa", perché vuole avere sempre l’ultima parola, ma poi si entusiasma per qualsiasi elemento che anche solo suggerisce il "fuori", l’oltremare, di solito l’investitore straniero ma anche, con minori disastri certo ma qualche perplessità, lo scrittore della nouvelle vague (!!) che però pubblica i suoi libri con editori continentali, mica con i nostri: il provincialismo ci frammenta, ci divide, e dopo varie osservazioni ho capito che è giusto così. Ognuno ha lo sviluppo che si merita, peccato che poi ci vadano di mezzo tutti, comprese le giovani sarde per cui tutti si stupiscono che non facciano figli, chissà perché. E il sardo testardo che si incaponisce, come anche io e molti di noi hanno fatto, rimanendo o ritornando, perché la verità non è che romanticamente "senza la Sardegna non si può vivere", è che anche lei, oggi, è diversa da com’era e forse bisogna semplicemente accettarlo, evitando di far sentire i giovani sardi come immigrati nella propria terra se appena si discostano dal modello immaginato. Che siamo diversi è indubbio, già queste mie confuse riflessioni possono dimostrarlo: molti però ancora confondono la diversità con l’inferiorità o la superiorità rispetto agli altri che stanno nel mondo "grande e terribile" nel quale le nuove generazioni si muovono meglio. Proprio per questo vogliono restarsene a casa o almeno poter scegliere di farlo: però facendo qualcosa di buono, di veramente identitario per la Sardegna, anche senza le trasse di cui sopra, anche senza essere "figli o amici di", ricominciando magari a presentare la domanda per un concorso in un Comune anche se ci sono solo due posti, di solito già assegnati e quindi non sprechiamo nemmeno i soldi della raccomandata. L’identità di una giovane sarda, in questo momento, è forse un po’ confusa, multiforme, non ha ancora deciso da che parte andare perché semplicemente non è obbligatorio scegliere; semplicemente c’è e si interroga, a prescindere dalle varianti linguistiche, dalla conoscenza della storia, dai pellegrinaggi scolastici nei siti archeologici (di solito sempre gli stessi) e dall’amare il caglio o il casu marzu, a prescindere dalla ricorrenze e i rituali come Sa Die de sa Sardigna, e contemporanemente amando per esempio Sant’Efisio anche se si è laici e evitando i mefitici stabilimenti balneari con i quali anche noi abbiamo voluto equipararci a Rimini, come se un lettino da spiaggia fosse tutto quello che aspettavamo nella vita. Grazie per l’ospitalità, gentile direttore, concludo pensando che domani è, appunto, Sa Die, qualunque cosa voglia dire, e mi sento più che mai divisa fra un pessimismo atavico che sa anche un po’ di delusione d’amore e un ottimismo tutto soriano di vision di lungo periodo (speriamo di rimanere vivi abbastanza però).

Firmato Eleonora

Il rapporto tormentato se possibile peggiora in tempo di competizione fra diversi schieramenti politici e corrispondenti visioni del mondo, nonché dei volantini elettorali che mi ritrovo nella cassetta della posta. A febbraio, infatti, in Sardegna si voterà per il rinnovo del Consiglio Regionale. Mi chiedo se per i due candidati alla poltrona di governatore – l’uscente Renato Soru per il Pd e Ugo Cappellacci per il PdL – certe opinioni e certi sentimenti di un certo tipo di elettore, e le conseguenti decisioni su cosa fare del proprio voto, abbiano importanza. Mi faccio parecchie domande, ultimamente, ecco.

 

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