Il "Regional Geographic" di Domenico Ruju

di Celestino Tabasso *

  

«Smettiamola di parlare di Sardegna e cominciamo a raccontare le Sardegne. Al plurale». È l’esortazione che Marcello Fois rivolge a chiunque gli chieda di fare il punto sull’isola vista dagli scrittori sardi. Se c’è un autore che ha raccolto alla perfezione l’appello del romanziere nuorese è Domenico Ruiu, forse non a caso suo concittadino, e lo ha fatto soprattutto con il nuovo libro delle sue fotografie appena pubblicato. Da decenni ci sentiamo dire che la nostra, più che una regione, è la sintesi di un continente. Per la varietà dei paesaggi, per la capacità della natura di riassumere in poco spazio orografie, geologie e flore lontane e diverse. Non è un luogo comune e questo "La Sardegna di Domenico Ruiu" (Fabula editore, 240 pagine, 50 euro) lo dimostra pagina dopo pagina. E dimostra che non ha senso tanto parlare di fotografia quanto di fotografie: se l’etimo greco dice che il fotografo "scrive con la luce", non c’è da stupirsi che uno scrittore sapiente come Ruiu sappia cambiare narrazione luminosa in profondità, scatto dopo scatto, per raccontare la storia cangiante della natura di casa nostra. E così in questo suo Regional Geographic la nostra zolla mediterranea muta in continuazione umore e atmosfera. Il cielo sopra l’altopiano di Campeda, mongolo per ampiezza e intensità. La nitida severità alpina del Monte Albo di Lodè. La furia bretone di una mareggiata sulla costa a sud di Alghero. La suggestione celtica dei laghi di nebbia che galleggiano tra i monti d’Ogliastra. Appaiono poco, ed è giusto, i Caraibi troppo spesso evocati da chi si proclama innamorato della Sardegna, un po’ come gli adolescenti che si prendono una cotta per un’attrice per averla vista truccata e in lingerie su una rivista. Ruiu conosce e racconta anche il caratteraccio della Sardegna, le sue cupezze, le durezze. I boschi e le scogliere, non solo e non tanto i sorrisi estivi da atollo. E allo stesso modo conosce e racconta i protagonisti di questi scenari: gli animali. Ci vuole uno stile sicuro e potente per restituire al lettore le striature del cinghialetto, la grazia della martora, la maestà del muflone senza un solo ammiccamento disneyano. La fauna di Ruiu non è mai da fiaba: è da leggenda, o da racconto orale. La silhouette del cervo che appare inaspettato su una duna di sabbia – un «montagna effimera», come scrive nei testi raffinati e accurati che accompagna alle immagini – sembra l’atto di nascita di un mito berbero. Ma questa dimensione narrativa, questa forza simbolica che hanno gli abitanti delle foreste e delle rocce non tolgono nulla all’accuratezza documentaristica delle immagini. Di un altro cervo colto da Domenico Ruiu, quello che si materializza nel silenzio grigioverde di un bosco sulcitano, sentiamo tutto il vigore da Bestia, ma possiamo anche contare ogni pelo del mantello, distinguere le sfumature castane dell’iride, le singole increspature ossee sulle corna. Verrebbe da definirla zoologia lirica. D’altronde di scientifico c’è molto, nel lavoro del fotografo nuorese: non solo il nitore e l’accuratezza nell’illustrare la livrea di una pernice, il volo di un avvoltoio, il galoppo di un cavallino della Giara. Scientifica è innanzitutto la conoscenza dai luoghi che il suo obiettivo trasforma in panorami. Quando fa il ritratto al volto pietroso del Monte Albo sa già qual è il gioco carsico delle acque, che ghiacciandosi e scongelandosi hanno impresso quei lineamenti sulla pietra. Mentre insegue la corsa rumorosa, tambureggiante dei mufloni in fila indiana sui rilievi dell’Asinara ricorda anche l’anno e le circostanze dell’introduzione delle pecore selvatiche nell’isola-penitenziario. Una metodicità nello studio del territorio che accomuna il fotografo ai migliori militari, che prima di sferrare un attacco si documentano a fondo sul "campo". È partendo da questa conoscenza appassionata, oltre che dal suo talento, che Ruiu può conquistare tutte le sue Sardegne, e poi regalarcele.

* Unione Sarda

 

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