Dimissioni Soru: un danno per i sardi e per la Sardegna

di Giorgio Melis

 

Primo: la legge urbanistica è stata solo un pretesto per far scattare l’imboscata a lungo premeditata contro Renato Soru. Il grimaldello più adatto: il siluro doveva colpire (non affondare subito, si badi bene) il presidente nella materia più qualificante e significativa del suo programma: ovvero la legge urbanistica. Perché ora? Era l’ultima occasione possibile per dimostrare al presidente chi comanda, specie in vista della Finanziaria. Ma all’opposto di quanto ritenevano i congiurati, Soru non si è fatto ammorbidire né ha piegato la schiena. Il Nurago la mantiene dritta specie nel momento di massima avversità. Si è dimesso senza esitazioni e indugi, a testa alta, formalizzando in un’ora l’annuncio di una decisione certo sofferta e drammatica, comunicata subito e correttamente in Consiglio. Ma non c’è resa né rinuncia: semmai determinazione a combattere. Forse si va davvero, in condizioni oggi imprevedibili, al voto anticipato. Con Soru ancora in campo: come sembra chiaro dall’affermazione che le dimissioni non sono "l’ultimo atto della mia esperienza politica". Si ricandiderà comunque, come è giusto che faccia, essendo vittima di una classica manovra di palazzo per ragioni altre rispetto a quelle in cui è stato messo in minoranza. La prospettiva dell’immediato "tutti a casa", che Soru non tema ma non piace a nessuno, potrebbe bloccare la deriva verso le urne: per paura del peggio, non per senso di responsabilità. Troppo presto per sbilanciarsi in previsioni. Anche se in queste tenebre politiche il ritorno alle urne appare la soluzione più limpida, preferibile a un’agonia miserabile: benché comporti passaggi ed effetti scellerati contro la comunità sarda. Non è invece mai troppo presto per sottolineare che mentre il mondo si avvita e crolla su se stesso, nelle stesse ore in cui la crisi planetaria viene calata come una mannaia dall’Eni su quel che resta dell’industria chimica sarda, un gruppo di coraggiosi onorevoli statisti nuragici da ventimila euro al mese ha freddamente provocato uno strappo devastante. Perseguito nel cinismo più totale. Con l’indifferente, assoluta irresponsabilità di far saltare la legislatura alla vigilia dell’esame ed approvazione di una Finanziaria da oltre nove miliardi . La crisi si è consumata senza una sfiducia regolamentare, senza la classica mozione ad hoc. L’opposizione non ha avuto alcun ruolo, se non quello numerico aggiuntivo e subalterno, da portatore di borraccia, nel voto che ha portato alle dimissioni di Soru. E’ stato tutto cucinato nella maleodoranti cambuse del Pd e di qualche sigla improbabile. Da vecchi arnesi della partitocrazia più squallida, ondivaghi e consunti da spregiudicatezza senile ancora assatanata di potere. Hanno usato ipocritamente una norma della legge urbanistica come arma letale nella guerriglia contro Soru per il controllo del partito e soprattutto delle loro ricandidature a rischio. Per imporre l’eterno dominio della nomenklatura di autocrati veri, senza più alcun seguito e credibilità. E’ dubbio che ottengano altro che la dissoluzione di una maggioranza già a tocchi per guerre laceranti nei e tra i partiti.  Con tutti i limiti e i difetti che si possono attribuire a Soru, è personaggio di altra tempra: "improponibile il paragone tra Soru e i mestieranti della politica che l’hanno preceduto". Le dimissioni di Soru non erano un atto dovuto, in assenza della specifica mozione di sfiducia prevista nella legge Statutaria. Solo eticamente doveroso per chi ha moralità e rispetto del ruolo. Soru ha rimarcato la correttezza politica e il rispetto delle regole tante volte violate in passato: il primo presidente eletto direttamente dal popolo le ha osservate e messe in pratica con rigore davvero raro. Fa giustizia dell’accusa ricorrente che lo propone come despota rispetto a un Consiglio in ostaggio. Ma è l’assemblea neghittosa e nullafacente che nei suoi comportamenti resta – sotto ogni profilo – la palla al piede e il vero disvalore dell’autonomia: pur costando cento milioni all’anno, più che ogni altro d’Italia. Soru poteva restare al suo posto, lasciare che una parte benché importante della sua legge più significativa venisse alterata in aula e tirare avanti.  La sfida non era sul merito ma al ruolo politico del presidente. Per piegarlo, imporgli la regola miserabile e micidiale che da tre lustri vige nei convulsi finale di legislatura. Un gioco al massacro, con qualunque maggioranza e protagonisti. che distrugge ogni credibilità della politica e mortifica i presidenti di passaggio. Ma in precedenza si trattava di esponenti votati dal Consiglio, non eletti dal popolo. Soru è il primo ma ha subordinato il primato assegnatogli dai cittadini alla fiducia della maggioranza e alla fedeltà al punto qualificante del programma. Non avendo più la prima né volendo rinunciare alla seconda, ha evitato ogni forzatura e si è dimesso. L’unica differenza rispetto al passato dei voti in maschera, è che stavolta il plotone di esecuzione ha agito a volto e voto scoperti. I congiurati, che tali restano benché palesi con la certezza dell’impunità, volevano umiliare pubblicamente Soru. Sicuri che avrebbe subìto e accettato tutto pur di restare al timone. Come è accaduto dal 1994 al 2004 a Federico Palomba (lo stesso pover’uomo che oggi invoca la discontinuità), Mario Floris, Mauro Pili e Italo Masala. Massacrati a ripetizione, sfiduciati a saturazione dalla loro maggioranza, gli ultimi due inchiodati alla poltrona benché ridottisi a essere presidenti di infima minoranza.  D’altro canto, se non ora, quando approvare ad abbattere un Soru che è di gran lungo il leader regionale da sempre più noto, stimato, perfino esaltato a livello nazionale? In dieci giorni, intervista al Corriere della Sera sulle mosse anti-Gelmini per la scuola sarda, un vero peana da un opinionista di lungo corso come Mario Pirani su Repubblica, una pagina di inchiesta sul "Sole 24 Ore", un passaggio tutto in positivo a La 7 e in precedenza più volte a Ballarò. Nessun predecessore era stato protagonista nazionale come lo è Soru.

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