Dimissioni Soru: così, solo qualche giorno fa, sul "Sole 24 Ore"

di Mariano Maugeri *

 

«Davvero parlano male del mio carattere?». Renato Soru si toglie la giacca, scorre i pollici sulle bretelle e appoggia sul tavolo un vecchio e scrostato cellulare Nokia. «Con chi ho litigato?», s’interroga mostrando di prendere sul serio la questione. Soru alza gli occhi e cerca nella memoria qualche episodio che lo ricolleghi alla fama di uomo scontroso che i sardi, praticamente all’unanimità, gli hanno cucito addosso. Il cronista, seduto di fronte a lui nella sede romana della Regione Sardegna, quattro mori scolpiti su una lucidissima targa di ottone alle spalle dell’ambasciata americana di via Veneto («questa sede è inutile e costosa, prima o poi la venderò») è lì per elencargli fatti e circostanze. I quattro anni alla guida della Sardegna di un uomo che contraddice tutti i pedigree dei leader politici italiani dall’Unità a oggi, qualche curiosità dovrebbe suscitarla. Ancor di più se annettiamo geograficamente la Sardegna a un Mezzogiorno d’Italia – molti sardi avranno da ridire, lo sappiamo che mostra la deriva oligarchica, populista e clientelare di tutti i governatori della grandi regioni meridionali (isola maggiore compresa), con la parziale eccezione di un altro unicum come Niki Vendola (impolitico Soru, iperpolitico il suo omologo pugliese). Impolitico perché la sezione di un partito non l’ha mai vista. Soru è di Sanluri,un paesone perso nell’assolata campagna del Campidano a non molti chilometri da Cagliari. Dopo la laurea alla Bocconi comincia a costruire supermercati in giro per la Sardegna. Poi l’incontro con Nichi Grauso, l’esperienza in Polonia, l’intuizione di Tiscali («quando mi candidai, pensavo che Tiscali potesse fare a meno di me») che ascende alla ricchezza con la bolla internettiana. Dicono che l’idea di candidarlo sia stata di Massimo D’Alema, uno che in cuor suo imprenditore avrebbe voluto essere. Potenza del transfert. Soru vince, anzi stravince, e con lui porta al successo (8% dei consensi) anche il suo partito personale, Progetto Sardegna, nel cui listino candida un gruppo di donne pure, competenti e determinate, le future assessore. Arrogante (forse), prepotente (di sicuro), antropologicamente ostinato, non abile nell’ammissione dei propri errori, ma anche politicamente corretto (le donne al potere, assessori tecnici di prim’ordine, come Francesco Pigliaru, il quarantenne Giavazzi sardo, insediato al Bilancio) e aspirante Robin Hood miliardario (la legge salva coste, approvata, e la tassa sul lusso cassata dalla Consulta). Soru la mette così: «Negli ultimi anni, in Italia, abbiamo urbanizzato cinque volte in più della Francia e quattro volte in più della Germania. Il territorio è stato saccheggiato. La Sardegna è il suo ambiente. Così dobbiamo lasciarlo a chi verrà dopo di noi». Un bel giorno prende il professor Pigliaru sotto braccio e bussa a Palazzo Chigi per ridiscutere la quota di Irpef e Iva che spetta alla Sardegna in virtù della sua autonomia. Spuntano un accordo che vale miliardi. L’imposta sulle persone fisiche incassata non sul riscosso ma su quanto prodotto in Sardegna e la quota Iva, come in Sicilia, elevata al 90 per cento. In tre anni si azzera un deficit miliardario, si aboliscono i mutui a debito che avevano fatto tracollare i conti delle passate amministrazioni, si azzerano mille stipendi della formazione professionale, terra di conquista dei sindacati, che da quel giorno giurano vendetta. Gli stessi quattrini finanziano un master and back, che fa la gioia di tremila neolaureati sardi che vanno in giro per l’Europa a specializzarsi con i soldi della Regione, ribattezzato master without back. Uno spirito decisionistico dal quale non è esclusa la sanità: assessore Nerina Dirindin, competente, torinese (e donna), i due direttori delle principali Asl Cagliari e Sassari, rispettivamente emiliano e veneto, con l’aggiunta di un piano per rafforzare la sanità pubblica. Scelte coraggiose che gli alienano parecchi consensi. Tore Cherchi, ex senatore e deputato del Pci, attuale sindaco di Carbonia, l’uomo che i Ds avrebbero candidato a governatore se non fosse arrivato Soru, con lealtà d’altri tempi definisce i quattro anni del governatore «una discontinuità positiva». E di discontinuità si tratta, se è vero che il Pd sardo ormai è l’ombra di se stesso,praticamente ridotto a un ectoplasma dalla litigiosità interna e dalle incursioni del governatore, sconfitto da segretario del partito (sarebbe stata una diarchia monocratica, se ci passate il neologismo) ma che poi si salva in corner imponendo alla testa del partito una segretaria eletta per protesta solo da una minoranza dei delegati. E nella sovrapposizione tra governatore e leader di partito che si nascondono le prime crepe della leadership di Soru. Uno dopo l’altro, gli assessori più brillanti lo abbandonano. Pigliaru se ne va con una lettera garbata ma ferma in cui sostiene che l’idea di separare il bilancio dalla programmazione ( avocata a sé dal governatore) significa riaprire l’assalto alla diligenza delle risorse regionali. Soru, one man show ripudiato da un partito, il Pd, che l’ha sempre considerato un corpo estraneo, inviso da una coalizione, Sinistra democratica e Idv in testa, che adesso invoca le primarie per tentare di sbarrargli la strada.Il paradosso è più nell’autolesionismo dell’uomo che nel politico, in quella contorta ruvidità che invano tenta di sciogliersi nella limpida sobrietà berlingueriana, l’eterno idealtipo di qualunque sardo si dia alla politica. Il governatore cerca di concentrare potere e risorse perché sa che da questo combinato disposto dipende la sua rielezione. In primavera si vota, e i sondaggi attribuiscono alla coalizione al potere il 39,8% dei consensi. Molto dipenderà dal candidato che gli contrapporrà il centro- destra (al momento, il nome più probabile è quello del sindaco di Cagliari, Emilio Floris). Prima di Soru e dopo di Soru, si dirà in Sardegna nei prossimi vent’anni: un patrimonio personale di 2 miliardi e la gestione di una montagna di soldi pubblici – in Sardegna la quota di spesa pubblica sul Pil è del 65% – ne fanno uno degli uomini più ricchi e potenti d’Italia. Inevitabile che i nemici si moltiplichino. «Tiranno», lo apostrofa addirittura Paolo Maninchedda, professore di Filologia romanza e tra i suoi (ex) accaniti fan della prima ora in Progetto Sardegna. Le defezioni fanno il resto: al Bilancio, al posto di Pigliaru, va Eliseo Secci, un ex andreottiano di lungo corso. Il cambio di marcia rispetto agli esordi è evidente, ma allo stesso tempo improponibile il paragone tra Soru e i mestieranti della politica che l’hanno preceduto. Con tutti i camaleontici adattamenti del suo doppio Dna: imprenditore che celebra il mercato e governatore che sogna i monopoli. Di vettori aerei («la chiamerei Alisarda») o compagnie di navigazione ( «invece di buttare 70 milioni l’anno per la Tirrenia, basterebbe che lo Stato ci assicurasse almeno un terzo di quelle risorse per due o tre anni»). «Al resto penseremmo noi», dice sicuro lui. Dove quel noi è così maiestatis che ha il suono e la forma della prima persona imprenditoriale.

* dal sole24ore.com

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