Dopo l'alluvione in Sardegna: nell'isola più di 50 centri ad alto rischio

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In Sardegna sono oltre cinquanta le cittadine e i paesi a forte rischio ambientale. «Ma è il disordine urbanistico di questi ultimi decenni il vero responsabile», spiega Felice Di Gregorio, professore di Geologia ambientale nella facoltà di Scienze dell’università di Cagliari. In pratica «non sono i capricci del clima o le violente precipitazioni meteoriche a dover essere incolpate, ma le dissennate scelte edilizie». Le previsioni meteo sono oggi sempre più precise, vi sono sistemi che permettono di sapere, come è avvenuto per l’alluvione del 22 ottobre, che vi sarebbe stata una pioggia molto intensa. «La responsabilità – continua Di Gregorio – nasce dal modo con cui si è urbanizzato. Spesso vi sono state costruzioni abusive, ma molto più spesso gli interventi di lottizzazione sono derivati dai piani urbanistici che hanno permesso di intervenire anche in zone sensibili, vicine ai letti dei fiumi e dei corsi d’acqua (da Pirri a Castiadas, da Bosa a valle di Quirra)». Lo studio dei territori e della loro orografia (coi relativi rilievi) racconta che si sono formati col tempo come dei "corridoi" funzionali al trasporto delle acque, piovane (ma non solo). Ma «quando l’uomo interferisce – sottolinea Di Gregorio – con urbanizzazioni che non lasciano un’area di rispetto sufficiente dal rio o dal fiume (come ad Assemini, Elmas, Sestu, Capoterra ecc.) allora si crea il rischio ambientale idrogeolgico». I geologi, da anni, hanno lanciato l’allarme: «Adesso purtroppo – precisa Di Gregorio – scontiamo l’effetto di questa mancata attenzione verso il territorio. Oggi, però, è stato redatto il Pai, il piano regionale di assetto idrogeologico in cui si individuano le principali zone a rischio. Anche se va detto che nell’attuazione del piano occorre una maggiore velocità». L’area di Capoterra è diventata un (tragico) esempio da manuale, «ma sono diverse le aree interessate a questo tipo di rischi. Tra queste – spiega Di Gregorio – c’è anche Bosa: in passato le acqua del Temo sono arrivate sino ai balconi del primo piano delle abitazioni. In tutta l’area vi sono pure tanti altri piccoli corsi d’acqua, interessati a varie lottizzazioni». Secondo il geologo, infatti, non bisogna incorrere nell’errore di pensare che solo i fiumi veri siano "pericolosi". Il rischio ambientale nasce dal fatto che l’acqua piovana durante le forti precipitazioni, non trovando più il suo canale, travolge tutto quel che incontra. In molti Comuni, purtroppo, i danni sono già stati fatti. In alcuni casi, quando si tratta di abusivismo, «può essere necessario intervenire rimuovendo, per evitare danni maggiori». In altri occorre organizzare un piano di assetto e sistemazione idrogeologica. Ed è questo a cui mira il Pai. «Ma il tutto va realizzato con maggiore celerità – afferma Di Gregorio – intervenendo soprattutto nella formazione del personale: i corpi di protezione civile, da quello forestale alle unità delle province, vanno rafforzate anche in termini qualitativi». Dove le lottizzazioni hanno coinvolto i letti dei fiumi e dei ruscelli bisogna studiare caso per caso come intervenire: a Pirri, municipalità di Cagliari, ad esempio, alcune aree dove c’erano i corsi d’acqua sono state del tutto cementificate. In questo caso occorre potenziare le strutture di deflusso idrico. Altrove, spiega Di Gregorio, «si può intervenire con opere di protezione e difesa. A Capoterra, ad esempio, con la sistemazione, a monte, dei bacini. Oggi, però, occorre vigilare per impedire che si costruisca a ridosso dei fiumi e dei ruscelli. Altrimenti capitano i disastri».

 

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