L'aquila, regina fra i scisti, domina le montagne

di Domenico Ruju

E’ l’aquila che sorvola la montagna, la regina. Robusta, volitiva, rapida. Conosce le leggi del vento e ne fa buon uso, ora giocando a radere la roccia e poi subito in alto in cerca di spazio. La vita sulla montagna gela al suo passare; tutti hanno terrore dell’aquila, che dispensa morte indifferentemente ad un cucciolo di muflone o di cinghiale, alla lepre, alla volpe anche, non risparmiando all’occasione neanche roditori e serpi, inesorabile nell’applicare l’imperio del suo rango di predatore supremo. Fa parte, quell’aquila, del contingente di almeno 200 esemplari che popolano le montagne della Sardegna. Montagne che sono piena di vita, di storia, di fascino. Punta La Marmora è la vetta massima, ma è alta appena 1834 metri. Così, nonostante sia spesso definita un’isola montuosa, le asperità della Sardegna difettano giusto dell’elemento più caratterizzante della montagna: l’altezza. Tuttavia hanno un elevato interesse naturalistico, visto che sono molto antiche ed offrono una grande varietà di panorami geologici. La loro è infatti una storia iniziata 500 milioni di anni fa. Storia tormentata, frammezzata dal susseguirsi di sconvolgimenti epocali, che infine ha portato alla situazione attuale, che vede l’ergersi di maestose montagne di scisti in varie parti dell’isola. Il Gennargentu ne rappresenta il culmine massimo, con un arco di cime tutte al di sopra dei 1800 metri, che fan da damigelle a Punta La Marmora. I picchi slanciati e i tafoni tondeggianti, che l’azione abrasiva degli agenti atmosferici ha modellato pittorescamente, sono l’aspetto che caratterizza le montagne di granito, quali il Limbara o l’Ortobene. I panorami più vari e suggestivi, intrisi di selvaggio, sono però quelli delle montagne calcaree, dove il candore della roccia è spezzato dal verde cupo dei ginepri. Il Supramonte, nella Sardegna centro-orientale, ne è l’esempio più conosciuto e rappresentativo. E’ un grande altopiano carsico, cinto ad ovest da una maestosa cordigliera di cime che ne cela le forre impenetrabili, i canyons impossibili, i pianori assolati e desolati, le doline misteriose, le foreste antiche come non è più altrove.. Montagne dagli scenari aspri, eppure sempre abitate dall’uomo, che ha lasciato la sua impronta già da almeno 20mila anni. A quel tempo risalgono gli ultimi reperti restituiti dalla Grotta Corbeddu, nel Supramonte di Oliena, un sito archeologico davvero inesauribile e dove più si scava più si allontana nel tempo la presenza dell’uomo in Sardegna. Uomo-cacciatore che traeva sostentamento abbattendo animali e cibandosi di radici. Di lui rimangono testimonianze scarne, ma estremamente preziose. Testimonianze che invece ci sono pervenute abbondanti dall’uomo dei nuraghi. Uomini caparbi e ingegnosi che rivestirono tutta l’isola di quelle vestigia monumentali che ancora ci stupiscono. Colonizzarono persino quote molto elevate, come testimonia il villaggio di Ruinas (1100 metri di quota) nel Gennargentu o ambienti estremamente avari, come racconta il bellissimo nuraghe Mereu nel Supramonte di Orgosolo. Da allora e sino a pochi anni fa, la montagna è stata abitata dall’uomo-pastore. Temperamento formidabile, carattere duro, forgiato dalla fatica e dalle rinunce, dalle intemperie e dalle calamità, dai furti e dalla lotta cruenta per la difesa di quei poveri ma indispensabili pascoli. Uomini che erano parte dell’ambiente come i mufloni e i cervi, i ginepri e i tassi. Fu l’epopea dei masai delle montagne sarde, l’epopea di uomini che hanno saputo trarre sostentamento dal niente. Un’esistenza dura, improponibile oggi. L’abbandono della montagna sa di diaspora e l’ultima generazione di quegli uomini fa già parte del passato. La roccia è avara, non consente ricchezza; un’esistenza di pura sopravvivenza e a quel prezzo oggi non interessa più a nessuno. Con quegli uomini scompare una cultura millenaria, un sapere profondo, un modo d’essere arcaico. Valori formidabili, ma esclusi dai ritmi dell’economia e dallo stile di vita attuale. Intanto un uomo nuovo si affaccia sempre più spesso nello scenario della montagna sarda: l’escursionista che si aggira tra cime, canaloni e altipiani. Per quell’arcano disegno che prende per mano l’evolversi dei tempi, la stessa montagna che ha costretto alla resa l’uomo-pastore, vinto dalla sua inabilità e improduttività, è divenuta meta sempre più ambita dell’uomo-escursionista. Attratti dal paesaggio essenziale, dalla speranza dell’incontro con i mufloni, ansiosi di scorgere il volo dell’aquila, determinati a violare il mistero delle voragini più oscure, inquieti nell’affrontare il buio senza tempo di notti all’addiaccio. Non tutti possono andare ovunque, la montagna è molto selettiva ed impone rispetto e precauzioni. Ma a tutti garantisce un rinfrancante approccio con una dimensione autenticamente naturale che offre, per i più esigenti, vere chicche sul Gennargentu. Ed ecco che ad un certo punto è come se la montagna decidesse di gettarsi in mare. Falesie gagliarde pongono fine a forti declivi e sprofondano nell’incanto mutevole del mare di Sardegna. Succede a Capo Caccia, ad Alghero o nell’Iglesiente (stupendo l’anfiteatro che contorna il Pan di Zucchero) o nel profondo sud di Capo Carbonara e altro ancora. Ma niente è paragonabile alla muraglia che cinge il Golfo di Orosei: 40 chilometri di costa quasi interamente a picco sul mare e senza nessun insediamento umano.

Domenico Ruiu

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