IL LIBRO DI PINO ARLACCHI: PERCHE' NON C'E' LA MAFIA IN SARDEGNA…

di Sergio Portas

 

Non c’è Pino Arlacchi al circolo della stampa di Milano e Giovanni Negri che, in qualità di presidente dei giornalisti lombardi fa gli onori del padrone di casa, ci informa che solo una caviglia rotta gli ha impedito di essere presente a questa presentazione del suo libro: "Perché non c’è la mafia in Sardegna", in sottotitolo: "Le radici di una anarchia ordinata". In compenso il tavolo dei relatori è presidiato da un poker di sardi D.O.C., tutti (o quasi) intimamente convinti che Arlacchi avrà magari scritto un bel libro ma che, in quanto calabrese, non può avere colto fino in fondo la specificità del "carattere sardo"e quindi rammaricati di non poterglielo dire in faccia cosa ha tralasciato nella sua analisi socio-antropologica. Lui sarebbe stato comunque un osso duro da rodere: già deputato e senatore della Repubblica, vice presidente della Commissione parlamentare sulla mafia, consigliere del Ministero  dell’interno ha istituito la DIA (Direzione Investigativa Antimafia), dal ’97 è nominato Direttore generale dell’ufficio delle Nazioni Unite che si occupa del controllo del mercato mondiale della droga e la prevenzione del crimine. Ha scritto innumerevoli libri sul tema, tradotti in tutto il mondo, insegnato all’università di Calabria, Firenze, Sassari, New York. Del fenomeno "mafia" sa davvero tutto, il suo lungo soggiornare nella nostra isola gli ha fatto entrare in cuore una malia che ha riversato in questo libro, davvero un atto d’amore neanche tanto nascosto, dichiarato semmai. Lo dice anche Stefano Pira che all’università di Cagliari insegna Scienze Politiche, da buon storico è attento a sottolineare gli architravi teorici che reggono l’argomentare di Arlacchi sulla non mafiosità della società sarda in generale e barbaricina in particolare. Il senso dell’onore individuale e della vendetta e l’amministrazione della giustizia che non veniva mai delegata a una superiore autorità, statuale o comunale che fosse. I sardi, dice lui, non sono mai stati disarmati. Al tempo in cui la vera regina di Sardegna era la malaria, per sette, otto mesi all’anno le truppe del regnante di turno non si potevano muovere dai capoluoghi, dalle città. Figurarsi quindi se avrebbero potuto eseguire una costante presenza capillare sul territorio interno. E durò più di mille anni il tentativo di impadronirsi della Sardegna da parte dell’Islam, i cui attacchi tennero le popolazioni isolane in uno stato di costante allarme.  Da qui il patto sociale che teneva assieme le comunità sarde, fatte di piccoli numeri, per secoli la Sardegna fu abitata da non più di trecentomila persone, che avevano trovato nel codice barbaricino della vendetta quel deterrente forte che avrebbe impedito una guerra di tutti contro tutti, in assenza di un’autorità superiore che avesse il monopolio della forza, in assenza non tanto di uno Stato forte, ma di uno Stato in quanto tale. Tanto il professor Pira è cattedratico e meticoloso tanto l’avvocato Giannino Guiso lascia che la sua verve di nuorese fiero di esserlo prevarichi ogni razionalità e dubbio sistemico. Un protagonista a tutto tondo della storia politica italiana e anche di quella giudiziaria, difensore di Renato Curcio, da sempre amico intimo di Bettino Craxi, membro autorevole del lo scomparso PSI, Guiso si lancia in una serie di affermazioni apodittiche che paiono dettate più dalla sua "pancia" che dall’intelletto. Al diavolo le fonti storiche, le ricerche sociologiche:"la società di "noi pastori" è resistente", "la vendetta è pur sempre un nucleo del diritto, che ha anche delle regole. Esercitata anche a freddo, l’offesa va lavata col sangue". "Vendetta nasce quando non c’è carcere, che vede la luce appena 250 anni fa". Si dilunga sui vari "predatori" che si sono succeduti in Sardegna:" I peggiori furono i Savoia, Umberto II fece fuori 3 milioni di alberi, e poi feudalesimo rapace, tasse sul macinato, tasse per il danno che i topi facevano ai granai. I "partigiani" che sgozzavano i gabellieri temprarono il carattere dei sardi". Rimarca che il libro lasci sotto traccia il ruolo politico primario che riveste la donna sarda, che è il capo effettivo del nucleo familiare. Nel libro "mancano le quote rosa". E poi vi è scritto che certe liti si ricomponevano nei matrimoni: "Non ci credo! Non è vero! La donna sarda ha sempre scelto di testa sua chi sposare, nessuno poteva imporle il matrimonio!". E ancora: "Perché non c’è la vipera, e la mafia, in Sardegna? Perché le respinge il territorio!".Insomma la società mafiosa è una società violenta e ci vogliono i soggetti che accettino questa sopraffazione, questa servitù volontaria, in Sardegna non ce ne sono ergo Arlacchi, col suo libro, ha scoperto l’acqua calda. Anche il generale Malu, che è di Aggius ma, ci tiene a sottolinearlo, ha un nonno nuorese, ritiene che il libro taccia colpevolmente sul ruolo che la donna svolge nella società sarda:"sono loro che conducono le danze nel nuorese".  Lui è stato ufficiale dei carabinieri  in Sardegna per oltre trenta anni e racconta qui alcuni episodi che lo hanno visto protagonista di incontri singolari coi banditi sardi di ogni tipo. Ricalca le opinioni di Guiso sui sardi che rifiutano da sempre la legge dei conquistatori, perché "noi avevamo le nostre leggi". Tocca a Tonino Mulas, che è di Dorgali e presiede la miriade di circoli sardi del mondo,ricordare agli astanti che la Sardegna descritta nel libro di Arlacchi non è quella di oggi. Che la società sarda di "noi pastori"è individualista e che da questo individualismo del "re pastore" (solu che fera) deriva anche l’invidia, la mancanza di capacità di intrapresa . Bene a questo punto occorre che anche il vostro cronista dica la sua su questo libro in cui vengono fatti "parlare" gli intellettuali che più hanno contribuito a spiegare alcune peculiarità che sono solo dei sardi: Lilliu, Gramsci, ma sopratutti Antonio Pigliaru, nato a Orune e professore a Sassari con i suoi scritti ( il più famoso:"La vendetta barbaricina  come ordinamento giuridico"). E’ con loro che dialoga Pino Arlacchi nell’esporre le sue tesi, ascoltando Lilliu quando dice che "la vocazione "comunistica" della terra è restata nel fondo della cultura antropologica  delle masse rurali sarde". Ed allora è anche per questo che "La Sardegna, scrive Arlacchi, è l’unica regione dell’Europa e una delle pochissime del mondo dove il grande scontro tra i diritti aristocratico-borghesi di proprietà e le tradizioni collettiviste dei contadini e dei pastori non si è risolta a favore dei primi (pag.33). E ancora :"La cultura tradizionale sarda è eminentemente antidispotica, antieroica e anticarismatica" (pag.77). Accidenti che incredibile popolo anarco-democratico siamo stati! Altro che "leader", altro che Berlusca, nel regno di "noi pastori" in cui le regole erano condivise e accettate da tutti, la vendetta non era che il deterrente (la bomba atomica del tempo) che teneva insieme la società agro-pastorale.  Che impediva le guerre. Splendido microscopio che mette in rilievo ogni piega della società sarda prima che la modernità si insinuasse in lei come l’acqua nel mattone, sgretolandolo poco a poco, il l
ibro di Arlacchi sfata tanti luoghi comuni sul presunto alto indice di criminalità dei sardi. E’ da leggere e da far leggere. E a proposito di luoghi comuni, quelli che vogliono i sardi di barbagia più "balenti" degli altri isolani: la mafia in Sardegna non è attecchita né a Nuoro né a Cagliari, né in Ogliastra né in Campidano. Meditate gente.

4 risposte a “IL LIBRO DI PINO ARLACCHI: PERCHE' NON C'E' LA MAFIA IN SARDEGNA…”

  1. Confesso di avevi scoperto per caso.. navigando in internet.. su alcuni giornali diocesiani della Sardegna che parlavano di Tottus in Pari… davvero un bel lavoro. Ora ogni mattina, la prima cosa che faccio dal lavoro e guardare anche i vostri aggiornamenti molto interessanti. Un caro saluto a voi, ai sardi nel mondo, alla Sardegna, alla mia Cagliari…

  2. Caro Chicos, intanto il libro parla di mafia, forse dovresti sapere qualcosa in più su Pino Arlacchi… informati, leggi il libro (anch’io ero scettica ma è interessante sul serio), poi riscrivi… che ne dici?

    cari saluti

  3. Sabrina.. non ti sarai mica arrabbiata? Il mio post era per evidenziare che trovano sempre più spazio i non sardi rispetto ai sardi, per parlare poi di questioni nostre, che riguardano la nostra terra. Tu sei una emigrata vero? Dove vivi? Cmq, l’impegno delle vostre sedi è notevole.. questo blog lo dimostra… Senza rancore… Chicos

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