Le mani dei padri

di Ornella Demuru

 

Il timore che la nostra identità vada perduta, trascinata dal vento, inghiottita dal mare, non è un timore infondato. L’identità risiede in noi stessi, in ciò che pensiamo, in ciò che diciamo, in ciò che facciamo quotidianamente. E da noi stessi dipende il suo riconoscimento, la sua valorizzazione e la sua trasmissione. Guardo le mani degli uomini e delle donne del mio paese e scopro che queste mani parlano molto di più di quanto possa fare un antropologo o un ricercatore. Sono mani che raccontano di un mondo lontano, di un mondo nel quale gli uomini e le donne con la loro operosità quotidiana riuscivano a mantenere la propria famiglia, a nutrirla, a vestirla senza nessun intervento esterno. Grazie al prodigioso sapere ereditato e tuttora presente nelle azioni, nei gesti, nei movimenti delle loro mani, gli uomini e le donne del mio paese sono capaci di vivere senza la new economy, la tecnologia post-moderna o lo spiritualismo d’avanguardia di questo nuovo millennio. Ho visto uomini con un gesto secco e sapiente di coltello, tagliare un fusto di vite americana e impiantarvi una gemma di vitigno locale. Da questo innesto prendono forma grappoli succosi, intrisi di antico sapore, che producono un vino forte e prelibato. Dolcezza che inebria i nostri cuori, offrendoci momenti di felicità e godimento. Ho visto uomini innestare variegate specie di mele e di pere. Tante sfumature di verde, di giallo, di rosso. Tanti acri profumi di antico calore. Ho visto questi piccoli frutti essiccarsi al sole, e poi essere trasformati in ghirlande da offrire ai bambini durante il Natale. Ho visto mani intagliare il legno, scolpire con maestria antichi motivi geometrici, figure stilizzate, tramandate da lontani dominatori che ci lasciarono inconsapevolmente i segni della loro cultura. Ho visto mani forti e rossastre, mungere pecore, capre e mucche. Ho visto quelle stesse mani immergersi nel latte e dare forma a quel liquido materno. Ho visto le mani delle donne. Le mani della vita e della morte. Sono mani ampie, forti e sicure. Mani che amalgamano farina ed acqua, con sacralità e devozione. Le ho viste affaticarsi su grandi impasti bianchi, restii ad ammorbidirsi. Mani esperte, dal palmo vigoroso, che vincono questa iniziale durezza e trasformano quella montagna amorfa in un docile composto che si lascerà poi dividere, separare e decorare. Tanti piccoli pani da ornare rapidamente con forbici e coltelli a fendere la pasta. Le mani sono abili e veloci. Tempi lesti, ma sereni. Mani che preparano il forno e scope di erbe e arbusti freschi. Il calore del fuoco si diffonde nelle cucine. Con rapidi movimenti le mani infornano quei pani decorati. Le ceste si svuotano, la tela che avvolgeva il pane viene scrollata con fermezza di fronte al forno: po is’animas, dicono le donne sommessamente. E per le loro mani è giunto dopo tante ore un attimo di riposo prima di sfornare quel grano divenuto vita. A Pasqua questi pani si arricchiranno di ulteriori ornamenti e decori, e per festeggiare la Resurrezione, verrà preparato anche un pane dolce, fatto di miele, di sapa e di frutta secca. Un po’ di cannella e chiodi di garofano e il pani e’saba è così pronto per allietare la nostra giornata pasquale. Ho visto batuffoli di lana trasformarsi in un lungo filo bianco grazie alle dita capaci delle donne. Un filo senza fine con cui verranno tessuti i corredi di bambine, future spose. Colpi secchi di pettine, lanci di spola, un suono assordante a ritmo costante. Mani che danno il tempo della vita, e lo trasferiscono in grandi pezze di lino, in tappeti colorati, o in pesanti coperte che scalderanno i nostri rigidi inverni. Ho visto queste mani ricamare asciugamani di lino, disegnare tralci di vite, amorini e pavoncelle affrontate. La vita trascorre, ma le mani non si fermano, non conoscono sosta, il loro affaccendarsi è naturale e spontaneo. Mani sempre più ruvide, più secche, mani che conoscono il grande freddo e le forti calure, la dolcezza e la fermezza, mani guidate dal nostro cuore e dal nostro cervello. Ho visto mani giunte, di uomini e di donne, pregare il Signore. Quelle mani sagge e laboriose, che durante la preghiera si uniscono e si chiudono a formare un tutt’uno. Quasi a significare che, tutto in questo mondo si congiunge, si integra e si completa vicendevolmente: l’anima con il corpo, la ragione con la passione, la vita con la morte. Non possiamo restare indifferenti a questo sapere, non possiamo lasciar scomparire tanta ricchezza. Dobbiamo riappropriarci di questa manualità che fa parte di noi stessi da generazioni, e che rappresenta il frutto dell’esperienza e della saggezza dei nostri padri. Con questi semplici gesti, con questi movimenti capaci di dare la vita, riscopriremo la nostra specificità e la nostra identità di sardi. Un identità che non scoveremo all’esterno in forme improbabili, proprio perché risiede in forma innata e naturale in ognuno di noi. 

25 risposte a “Le mani dei padri”

  1. Come scienza l’antropologia non l’ho mai capita e mai la vorrò capire,

    sembra un tentativo di riesumare civiltà ormai perdute.

    Quando il mondo corre a velocità vertiginose dovremmo competere

    con i lavori manuali nel terzo millennio.

    Sarebbe come cercare di arrivare a Milano con il trenino diesel tago.

    Certi ricercatori pensano di essere Margaret Mead,non osservando

    la mediocrità in cui sono intrisi dalla testa ai piedi.

  2. ….pensieri e parole pienamente condivise. Peccato che le stesse mani che innestano, tagliano, impastano e filano sono anche capaci (poche, per fortuna)) di imbracciare un fucile e sparare e uccidere vilmente da dietro a dei muretti a secco.

  3. Molto “cheesy” come post. Ornella, tu probabilmente avrai visto cose che noi del popolo urbano non osiamo immaginare ma devo dirti che no, non si stava meglio quando si stava peggio, neanche romanzandoci attorno. Te l’assicuro.

  4. OTTIMO ARTICOLO, MI HAI SAPUTO DARE DELLE FORTI EMOZIONI,ANCH’IO CREDO PROFONDAMENTE CHE LA NOSTRA IDENTITA NON DEVE DISPERDERSI AL VENTO… E’ BELLO VIVERE NELLA PROPRIA ETNIA

  5. Grandi parole per un grande significato che parla di GRANDE gente: i nostri padri, le nostre madri. Gente che non rinascerà mai più

  6. QUESTE COSE APPARTENGONO AL MONDO INTERO, BELLO L’ARTICOLO MA NON CREDO CHE QUEI GESTI IDENTIFICHINO UN POPOLO IN PARTICOLARE, QUANTO UN’EPOCA.

  7. ….”ho visto”…. banale mielosità, intrisa da pseudo romantico linguaggio rivolto al buonismo, sono le caretteristiche di questo brano…ma quante cose,invece, non ha visto l’autrice del branoe che , invece, danno il senso concreto della radice genetica e culturale della nostra terra?…ma….”ho visto”…tante generalizzazioni.

    ciao a.p.

  8. Questi sono tempi duri, dove sono certo che ognuno di noi spera e cerca di poter fuggire a qualsiasi omologazione.La ricerca e l’acquisizione di una piena consapevolezza delle radici e della storia del proprio “essere e sentirsi Popolo nella propria Terra” con tutto il corollario di esperienza e saggezza locale proprie del “Luogo” da cui da cui si proviene è però secondo me solo un primo passo di una lunga lotta per la consapevolezza.Confrontarsi con il mondo e con gli altri individui e popoli che lo abitano, è oggi infatti necessario come l’aria che respiriamo. E lo è a maggior ragione per noi Sardi, abitatori di questa isola bellissima dei nostri avi, spesso tradita, spesso dimenticata. Spesso ignorata. Dai propri figli.Possiamo salvarla questa Sardegna, dobbiamo farlo perché se lo facciamo miglioreremo noi e anche il futuro del mondo che ci aspetta. Ma possiamo farlo in molti modi. Un modo è quello di farlo aprendosi al mondo e incontrandolo, portandoci dietro il nostro bagaglio anche piccolo di identità, libertà e conoscenze, per condividerle. Si può farlo viaggiando per percorrerlo ovunque questo mondo. Giorno dopo giorno. Sempre con l’intento di migliorarlo, perchè questo sarebbe il destino (da molti disatteso) di un cittadino di questo universo. E si può farlo combattendo nello stesso tempo per la propria idea di libertà, di giustizia e conoscenza.Il problema è che oggi, grazie alla globalità sempre più immersa nel nostro “locale”, noi ravvisiamo la minaccia e cominciamo a prendere coscienza della lotta che ci aspetta. Però spesso non ci si rende spesso conto che, se oggi in tanti si concorda e ci si conosce (e riconosce) nella lotta che si deve combattere, ci si dimentica invece che è necessario anche essere uniti nel poter conoscere e usare, in questa lotta per la libertà e la giustizia, ogni strumento, anche quello che sembra creato allo scopo di agevolare solo i nostri nemici.La lotta alla globalizzazione si può farla, si deve farla uniti nella stessa idea di libertà, giusitzia e conoscenza. Però si deve combattere mai rinnegando, ma usando con piena consapevolezza tutti gli strumenti, tutte le tecnologie (anche le più pervasive o meno benigne) per deviarle a scopi benefici di conoscenza. Grazie alle tecnologie “globali” che oggi ci circondano, non possiamo solo tutelare in nostro “sentire identitario e locale”. Ma lo dobbiamo liberare! Per farlo emergere a dignità di luogo e cultura che sia pari agli altri nel mondo. Rispetto a molte generazioni che ci hanno preceduto, oggi lo possiamo fare anche stando fermi proprio nel luogo che ci appartiene e ognuno di noi desidera. Per riscoprirlo e valorizzarlo, liberando la nostra identità senza cristallizzarla.In definitiva questa è solo la missione di sempre, amare e migliorare la propria Terra, sopratutto per chi verrà dopo di noi.L’unica cosa che non ci è permessa, per affrontare il nostro mondo e migliorarlo come ci viene richiesto, è farlo ergendoci sulle proprie idee di conoscenza, libertà, giustizia e coscienza come se fossero le uniche.Perchè questo approccio del sentirsi unici, che fino a questo momento ci può essere giustamente servito proprio per rivendicare la nostra “identità” diventa rapidamente solo un luogo mutuamente escludente del nostro quotidiano, un mondo autoreferenziale e “auto-colonizzante” nella propria rivendicazione di sè. Alla fine qualsiasi colonizzazione è ben poco diversa da quella che la precede.Un luogo “auto-colonizzato” non migliora se stesso ma diventa solo l’ennesimo colonizzatore autoctono che calpesta, luoghi, libertà, conoscenza e identità. Perchè la libertà e la conoscenza di ognuno di noi cresce con le foglie delle proprie azioni consapevoli, sui rami del futuro condiviso della propria gente, e sulle radici del passato della propria terra e della propria identità. E questa crescita di libertà e conoscenza se realmente amalgamanti comportano, in un mondo sempre più globale e omologante e per qualsiasi uomo, un terribile impatto sul proprio microcosmo spesso consolidato e cristallizzato se fatto solo di radici, tradizioni e convinzioni.Ecco perchè così facendo, in Sardegna (ma non solo) non ci si deve limitare, come sembri fare tu in apparenza, a trovar rifugio dietro facili “luddismi” nel nome di una ricerca del ritorno alle origini e al lavoro manuale degli avi per riscoprire l’identità di Sardi. Sono certo che si sbaglierebbe altrettanto, quanto chi rinnega del tutto la propria identità…E poi, concedimi una battuta… Così come non credo possa esistere una storia di ogni Uomo che non debba considerare i propri padri, penso sia anche dovere di ogni buon figlio, in un modo che è “renovatio” della specie, proprio il cercare di ucciderli, metaforicamente parlando, anche per trovare la propria strada. E se questa uccisione è conferma di una sincera ricerca ideale di identità, libertà, giustizia e conoscenza, allora è uccisione “etica” nel senso antropologico del termine. Il rimorso e l’adrenalina conseguiti per tale assassinio del proprio padre, fornirà al figlio la migliore linfa evolutiva per superare i limiti del proprio essere umano e del proprio tempo e trascendere, nel suo viaggiare altrove, anche il significato, troppo vacuo se non ricondotto mai davvero a se stessi e nel proprio intimo, di parole come identità e terra e popolo.Il figlio proprio in quanto si sente omicida “etico”, lotterà e agirà, consapevolmente per le idee che ritiene giuste e proprie e che più tardi troveranno forma in una strada che lui sente tutta sua.La cosa divertente di tutto questo è che, ne sono certo, dopo infinite e opposte deviazioni, la sua strada alla ricerca di identità, libertà, giustizia e conoscenza, alla fine coinciderà probabilmente con quella dei suoi padri…Perché l’identità non è scritta nella storia o sancita solo dalle leggi e dalle azioni degli uomini. L’identità, come la libertà, la giustizia e la conoscenza, sono geneticamente inscritte in ognuno di noi.

  9. I Sardi condizionati dal torpore mentale globale leggeranno il tuo meraviglioso ricordarci chi siamo e da dove veniamo? Temo di no.Anche i Sardi come quasi tutte le etnie planetarie devono difendersi dalle minacce che i pochi idolatri indirizzano nei confronti degli incontaminati. Sta ai Sardi difendere quel patrimonio che fa di loro una specificità. Siamo avvantaggiati,rispetto ad altri,per la realtà geografica.Sarà un fatto illusorio ma l’insularità deve costituire uno stimolo non per isolarci nei confronti degli altri ma per difendere la nostra identità.Una cosa è certa: non ci sarà futuro slegati dalle nostre tradizioni.

  10. Ronella e una grande donna sarda questo voglio diventare LA REPUBBLICA DELLA SARDEGNA cioe uniti insieme sardi e forte!!!!!!!!!

  11. Non sono daccordo con Tago L’antropologia è bellissima. Studia l’uomo e ne conserva nel tempo la sua cultura di cui è intriso questo bellissimo post. Recupera e ci ridona quello che altrimenti andrebbe perduto. Mentre sono daccordo con Favetta ho ricordi e mani simili nella mente dal molise o dalla Toscana

  12. Fate skifo e a pensare che nelle vostre vene scorre sangue sardo più del mio,ricordatevi che con l’identità e le tradizioni se ne va via anche la dignità di un popolo.E’ proprio la nostra particolarità di isola che ha fatto si che certe tradizioni vengano ripetute da tempi antichissimi, pensate al pane carasau, alle laoneddas che risalgono almeno al periodo nuragico.Maledetta globalizzazione!

  13. ottima sintesi, questo messaggio pieno di speranza dovrebbe entrare nelle coscienze. la giovane eta’ dell’autore fa capire che la nostra etnia non é fatta di soli ricordi ma promette di conservare le nostre peculiarità per molto tempo ancora, come lo dismostra la nostra storia, prendiamo come esempio il Giappone, modernissimo, ma con tradizioni tutt’altro che svanite nel nulla. dobbiamo coniugare il passato (indispensabile) ad ogni popolo per potersi identificare rispetto agli altri con un domani, che interpreto rivoluzionario dal punto di vista scientifico.

  14. Cara Ornella mi fa molto piacere sapere che oggi ci siano DONNE come te che oltre lo splendore esteriore abbiano questi meravigliosi obbietivi. Questo ravviva la forza che io stesso ogni giorno coltivo per riavere la nostra identita’ come popolo, nn siamo soli in questo, ache se il lavoro e’ lungo. Ti saludu cun coru sinceru e ticiosa speranza!!

  15. Cara Ornella, bell’articolo, ma penso che in Sardegna ci siano problemi ben piu’ gravi da risolvere, io sono emigrata 8 anni fa per motivi di lavoro e, dopo aver accumulato tanta esperienza, nei miei innumerevoli tentativi di ritornare nella mia cara “Sardegna” anche con lavori di bassissima qualifica mi sono vista scavalcare da so solo io quanti raccomandati e sopattutto da tanti “uomini” piu’ vecchi di me che con neanche 1/4 del mio curriculum sono stati assunti in mansioni che svolgo da quasi un decennio. Per anni, fiera delle mie tradizioni ho diffuso la cultura della mia terra, ma oggi penso che la Sardegna sia solo per collezionisti di master (anch’io sono laureata), raccomandati, uomini(tasso disoccupazione donne doppio uomini vedere http://www.regione.sardegna.it servizi>rassegna stampa>09maggio2008>donne e lavoro,Sardegna cenerentola) e nullafacenti. Sardaniela

  16. Cara Ornella, complimenti per l’articolo, ma penso che in Sardegna ci siano problemi ben piu’ gravi da risolvere, io sono emigrata 8 anni fa per motivi di lavoro e, dopo aver accumulato tanta esperienza, nei miei innumerevoli tentativi di ritornare nella mia cara “Sardegna” anche con lavori di bassissima qualifica (“manuali”)mi sono vista scavalcare da so solo io quanti raccomandati e sopattutto da tanti “uomini” piu’ vecchi di me che con neanche 1/4 del mio curriculum sono stati assunti in mansioni che svolgo da quasi un decennio. Per anni, fiera delle mie tradizioni ho diffuso la cultura della mia terra, ma oggi penso che la Sardegna sia solo per collezionisti di master (anch’io sono laureata), raccomandati, uomini(tasso disoccupazione donne doppio uomini vedere http://www.regione.sardegna.it servizi>rassegna stampa>09maggio2008>donne e lavoro,Sardegna cenerentola) e nullafacenti. Emigrata

  17. Mi as fattu commovere, ses propriu brava iscrivende Ornella.

    Po non perdere sa sapienza nostra, de populu sardu, pottimmusu acchere tottus sa parte nostra; onzi unu issu chi pottete, onzi die.

    Pro esempiu, jeo chirco de allegare e de iscrivere in sardu, po cantu potet essere possibile e si soe chin zente nostra e tottu.

    Irballo abbottu iss?iscrittura (purtroppo nessunu mi lu atta insegnatu), e in s?allega chirco de mi currezzere jeo mattessi cando uso paraulasa e pronunziasa chi non sono nostrasa.

    Custu devete essere fattu zai in familia chin sos pizzinneddoso minorese, ja ana a imparare poi, e vene, s?italianu e peri s?inglese; ma sa limba de naschita devete essere su sardu, si nono de mannoso lu ana a imparare a forza e male.

    Adiosu Ornella, un?abbranzu

  18. Cara Ornella, questo tuo commento è trasparente come i ns mari, e profondo come le ns grotte, grazie alle persone come te che la Sardegna avrà sempre qualcosa di diverso e misterioso rispetto alle altre terre.

    Coraggio e compimenti

  19. Complimenti ornella un bell’articolo. Sono romano e non sardo anche se amo la vostra terra, voglio aggiungere solo una considerazione:nei gesti dei nostri padri oltre all’emozione per le cose perdute ci sono codificate le tracce che conducono alle grandi verità dell’esistenza.

    Meditiamoci sopra e guardiamo non solo il gesto ma anche il raggiungimento della maestria nel compierlo. così lavorando su noi stessi la discussione si allarga dalla Sardegna all’Uomo.

  20. Buongiorno a tutti,

    sapete…

    ho scritto questo pezzo diversi anni fa su una richiesta precisa dell’editore della rivista dove il pezzo venne pubblicato:

    “Ornella scrivimi qualcosa sul tuo paese, (Meana)

    qualche tradizione popolare, non so fai tu” – mi disse.

    Ci pensai sopra e mi resi conto che ciò che si faceva al mio paese, era ciò che si faceva nelle centinaia di paesi della Sardegna.

    Ma anche della Corsica, del Cile, o dell’Asia..

    Infatti non scrissi Meana, per me non era importante la localizzazione o far emergere presunte originalità o peggio superiorità di conoscenze.

    Il mio paese è ancora così come l’ho descritto in molti suoi aspetti.

    Come in un fermo immagine, con le mani capaci e un cuore pieno di fede.

    E io lo scrissi con tanta invidia di tutto questo.

    Vivo in città da tanto tempo, ma non è questo che mi impedisce di assumere quella “forma” antropologica o di mantenere quel “sapere”.

    E’ la vita in generale.

    Ma anche il Pensiero e la sua dinamicità.

    Dinamicità che comunque amo e di cui sono orgogliosa.

    Qui però parlavo del “sapere” inteso come “fare” e non è motivo idilliaco o romantico, io realmente so fare poche cose rispetto a chi mi ha preceduto, o chi ancora “fa” con quella antica sapienza.

    Chiamiamola identità, chiamiamola conoscenza, chiamiamola sapienza di Popolo…

    In ogni caso la sento spesso sfuggente..

    e anche nostalgicamente sfuggente.

    Ma credo sia “s’andala ‘e sa vida e de s’istoria”.

    Sicut erat, direbbe Peppinu, e no torra mai.

    Dopo un’iniziale sentimento di imbarazzo, mi ha fatto piacere vedermi pubblicata, non per me stessa, ma per le persone che si sono comunque riviste e sentite dentro quell’anima..

    L’invito finale era e rimane “fare”, fare sempre e comunque, in urbe e extra urbe per ritrovare non fantascientifica sarditudine ma semplicemente noi stessi.

    un ringraziamento a tutti

    di cuore

    Ornella Demuru

  21. Quanto è piccolo il….web, giacchè cliccando a caso una mattina di

    abbondante primavera, scopro le belle parole di una altrettanto bella

    ex sorgonese, che in effetti non vedo da un pezzo. Sei legata ad uno

    scorcio della nostra storia paesana, la ferrovia, antico approdo di

    coloni e viandanti, nascosta al ricordo del mitico Lawrence, ahimè

    troppo in fretta dimenticato e forse non senza torto. Mi ricordo di te

    “grande”, come grandi possono apparire tutte le persone appena mature,

    agli occhi di un bimbo qual ero quando ancora vivevi a Sorgono. Di vita

    ne è corsa parecchia ma non ha smarrito alcuni fotogrammi che portano

    infine a tutta la tua famiglia, con la quale credo, abbiamo condiviso

    diversi momenti in passato. In ogni caso sono Andrea Mereu, figlio

    della “ex guardia” (così tuo padre saprà spiegarti). Plauso alla bella

    lettera “sarda”.

    Saluti cari, Saluti sorgonesi

    Memento Audere Semper

    A.M

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