il mondo deve sapere

di Michela Murgia

 

 

Ho 36 anni e non mi piace essere chiamata giovane. Sono stata fortunata nella vita, perchè ho potuto studiare quello che volevo e fare quello per cui avevo studiato. Tecnica aziendale, Scienze Religiose e una lunga avventura nell’Azione Cattolica mi hanno dato strumenti per fare tante cose: ho insegnato, organizzato, vegliato e misurato. Ho venduto. Ho accolto, rifiutato e telefonato. Soprattutto, ogni volta che ho voluto, ho potuto anche scegliere di andarmene e fare altro. Attraverso ogni esperienza ho appreso e ho raccontato. Le ultime due cose continuo a farle e mi piace molto, ma non credo siano un lavoro, anche se mi mantiene: testimoniare non è una professione, è un modo di guardare il mondo, per me il solo possibile, anche quando le bollette le pagavo in altri modi. Sono vegetariana, non mi sono mai rotta un osso, vorrei imparare a ballare il tango e un giorno vorrei poter raccontare a mio figlio chi era Danilo Dolci. C’è tempo. Vivo in Sardegna, ma vado continuamente in quel che faccio, come dice Filippo. E c’è di buono che anche lontano dalla Sardegna riesco a sentirmi a casa, perchè ha ragione Fiorella: questa terra è la mia terra sempre, la gente è la mia gente, ovunque. Nel 2006 ho pubblicato per la ISBN edizioni Il Mondo deve sapere, il diario tragicomico di un mese di lavoro alla Kirby. Nel 2007 ho collaborato alla stesura del soggetto e della sceneggiatura cinematografica del film Tutta la vita davanti, ispirato al libro. Nell’arco degli ultimi due anni ho scritto per Marie Claire, Diario, L’Espressoil Manifesto, Formiche, PeaceReporter, Argo. Ho una rubrica fissa sulle riviste Epolis e L’Arborense, e collaboro con JobTalk, il blog sul lavoro del Sole24Ore. Ho partecipato all’antologia sull’identintà sarda Cartas de Logu, curata da Giulio Angioni e edita dalla CUEC. A maggio è uscita per i Tascabili Einaudi Viaggio in Sardegna – undici percorsi nell’isola che non si vede, una guida narrativa per perdersi in Sardegna inserito nella collana Geografie. Sono al lavoro su un nuovo romanzo per ISBN che uscirà alla fine dell’anno in corso. Tornando al libro "Il mondo deve sapere" – edizioni ISBN Milano, non è un libro di denuncia. Non è un libro di sinistra. Non è un libro di protesta sul precariato. Non è una sit com sui call center. Non è un libro per dare addosso alla Kirby. Non era neanche un libro, in origine. Era il mio blog tematico sul lavoro che facevo. Certo, se un blog può diventare un libro, può darsi anche che il libro – che non era nessuna di quelle cose elencate – possa poi diventarle tutte. Affidare un testo al lettore è dargli insindacabile diritto di interpretarlo come gli pare e piace. Per me Il Mondo deve sapere è sempre stato una lettera a Silvia, scritta come gliela avrei raccontata se l’avessi avuta davanti, su quali siano i frutti di un certo modo di pensare la persona, al lavoro o altrove. Alimentare l’equivoco che si tratti di un libro "di sinistra" serve solo ad illudere il 50% degli italiani sul fatto che i libri che parlano di lavoro precario riguardino l’altro 50% della gente. C’è la denuncia? No, le denunce si fanno ai magistrati con nomi e cognomi, non alle amiche o agli editori. C’è invece il racconto di un mondo che si critica da solo semplicemente esistendo. Se raccontarlo ne mette in luce le assurdità, allora il mio libro è una critica. Se poi c’è la risata, è perchè io amo ridere mentre penso. Pensare a muso duro genera brutte idee, brutte azioni e probabilmente anche brutti libri. Scegliere di pubblicarlo è stata una delle cose più difficili che ho mai dovuto decidere, perchè scrivere di lavoro dove lavoro non ce n’è non è come scrivere di qualunque altra cosa. E’ una scelta che si paga, tanto più cara quanto più sei vicino alla realtà che racconti. Raccontare quello che ho vissuto in modo sferzante, brutale perchè reale, ha messo in gioco una serie di dinamiche che non ha portato all’aumento del numero dei miei amici. Meno male che quelli che avevo mi sono rimasti. I miei editori hanno certamente compreso questa tensione quando mi hanno offerto la scelta di pubblicare anonima, ma io non ho accettato, perchè non voglio vergognarmi di raccontare quello che tanti altri non si vergognano di fare. La vera vergogna è che non ci sia abbastanza gente a raccontarla, questa storia silenziosa. Il popolo che parla al telefono per mestiere, fuori dai call center non ha voce alcuna. Dal libro è stato tratto uno spettacolo teatrale e un film, Tutta la vita davanti, diretto da Paolo Virzì.

 

MA LA VITA NON E’ UN FILM…

"Non sei emozionata che ne fanno un film"? E’ la domanda più frequente che mi sono sentita porre, e forse quella a cui ho mentito di più. Perché la verità è che non sono affatto emozionata, solo che chi mi pone la domanda è così a sua volta emozionato all’idea che facciano un film da un mio libro che mi sentirei inutilmente crudele a rivelargli che a me in fondo importa poco. Mi sono chiesta spesso perché i film godano di questo fascino, che le altre forme di espressione si sognano. Sarà che sin da bambini siamo attratti da tutto ciò che s
i muove e siamo andati pazzi per i sonaglietti rotanti e le api grasse che giravano in cerchio appese sopra la culla. Il cinema in fondo è anche questo, il retaggio di un modo infantile di guardare il mondo, con la bocca aperta e gli occhi in alto, incantati dalla proiezione enorme di un cielo mobile dove ci sono dèi che ci assomigliano, o a cui vorremmo disperatamente assomigliare. I libri non hanno questo vantaggio, sono mondi molto più nascosti e per i bambini non hanno infatti alcuna attrattiva, a meno che non ci siano le figure o qualcuno non li renda racconto vivo per loro (esiste ancora chi lo fa?). Il film "Tutta la vita davanti" è una traduzione, e come tutte le traduzioni è un tradimento, determinato soprattutto dal fatto che chi ha messo i soldi per realizzarlo voleva soprattutto una cosa che facesse ridere. Invece nella storia di una laureata che non trova lavoro e finisce in un posto, dove si vedono sogni di serie B non c’è molto da ridere, quantomeno non c’è quella risata di cuore, liberatoria e redentrice, che tutti ci aspettiamo quando andiamo al cinema a vedere una commedia. L’unica risata che non assolve è quella ironica, a tratti grottesca, perché la ferocia è una sfumatura della rabbia, non del divertimento, ed è la mia cifra molto più che quella del regista. Non è un peccato, è solo un altro modo di vedere la realtà, dove nessuno ha mai una vera colpa, tutti sono vittime e il carnefice, se c’è, non si vede mai in faccia, non ha un nome, è nelle nebbie di una villa a Merbella e nessuno gli chiederà mai di rispondere delle conseguenze. Però la condanna necessaria, assente nel film, di cui sento la mancanza, non è quella rivolta al genio del male di cui non sapremo mai il nome, ma quella dei piccoli gesti di solidarietà mancata, delle minuscola voglia di emergere schiacciando, dell’ansia di un portachiavi e di un applauso che tutti i giorni – in quel mondo surreale che io per un mese ho visto in faccia veramente – ha il maledetto potere di rendere complici della manipolazione anche le vittime. Una scelta di sceneggiatura più forte avrebbe reso più visibile, senza nessun vittimismo, il concetto dell’infinitamente piccolo che si realizza nel quotidiano, quando si perde la capacità di dire a un altro "ti do una mano" per guadagnare quella di poter dire "io sono migliore". Se del mio libro fosse passato questo, allora si che mi sarei emozionata veramente. Altro che film.

 

IL LIBRO DI MICHELA MURGIA, E’ DIVENTATO UN FILM

TUTTA LA VITA DAVANTI

di Daniela Pintor

Distribuito dalla Medusa, è uscito nelle sale cinematografiche italiane "Tutta la vita davanti", per la regia di Paolo Virzì. La sceneggiatura di questa commedia – giocata sui toni agri della satira di costume – è stata tratta dal romanzo "Il mondo deve sapere" della scrittrice Michela Murgia. Il regista – in calce al suo film – definisce l’opera come "l’occasione per raccontare lo spirito del tempo, la divaricazione tra cultura umanistica e i linguaggi contemporanei, la sottocultura televisiva divenuta l’estetica e l’etica di questi nuovi luoghi di lavoro". Ove per nuovi luoghi di lavoro si intendono i call center e l’attività di telemarketing che al loro interno viene svolto da un esercito di nuovi forzati, incatenati alle loro postazioni di pc e telefono come gli antichi rematori ai banchi della voga nelle galee. Cioè fino allo stremo delle forze. Protagonista della pellicola è il mondo sommerso del precariato – soprattutto quello giovanile alle prese con la prima esperienza lavorativa – dei contratti cosiddetti CoCoCo (collaborazione coordinata e continuativa) che per poche centinaia di euro rendono schiavi e succubi – sotto ogni profilo – di una classe egemone votata unicamente all’interesse economico tout court, priva di scrupoli e di valori morali anche minimi. Senza demonizzare nessuno, senza additare in modo esplicito buoni e cattivi, Virzì affronta il racconto delle avventure tragicomiche di Marta – neolaureata in filosofia piombata per necessità ma senza pregiudizi in una realtà aliena, quasi surreale – confezionando un ritratto allo stesso tempo buffo ed inquietante di un’umanità smarrita, desiderosa di ancorarsi a delle certezze, qualsivoglia esse siano. Il plagio psicologico, più che la vera e propria arroganza padronale, domina il rapporto tra i vari protagonisti. In un andamento verticale dal quale nessuno è escluso, neppure la direttrice e il manager, vittime a loro volta di uno sfruttamento più subdolo, le cui redini sono tenute molto più in alto, al vertice di una piramide nascosto alla vista di tutti. Il merito di aver scoperchiato questo vaso di Pandora, denunciando apertamente un intero e fiorente sistema economico, è stato però quello dell’autrice del romanzo. Nata a Cabras nel 1972, Michela Murgia potrebbe essere definita una scrittrice per caso. Dopo aver seguito studi teologici ed insegnato religione per diversi anni, è stata anche venditrice di multiproprietà, operatore fiscale, dirigente amministrativo in una centrale termoelettrica e portiere di notte. Fino ad approdare all’esperienza di operatrice di call center per la multinazionale americana Kirby – produttrice di un noto aspirapolvere – presso una succursale locale. 45 giorni all’incirca, definiti i più provanti della sua vita. Durante i quali, come lei stessa afferma nella prefazione del libro, "prendeva nota di tecniche di persuasione e castighi aziendali, in un modello lavorativo a metà tra il berlusconismo e Scientology". Ironica, cinica, dotata di grande sense of humour, la Murgia ha inizialmente riversato il racconto sul proprio blog (http://www.michelamurgia.com/), per poi ricavarne un libro che ha ottenuto grande successo di critica e di pubblico, suscitando tuttavia non poche polemiche da parte dei diretti interessati alla sua denuncia. Perché di denuncia si tratta. Fatta col sorriso sulle labbra, in una prosa piacevole, scorrevolissima e brillante. Il mondo dei venditori dell’elettrodomestico multifunzionale che svolge il lavoro di dieci aspirapolvere ma costa quanto trenta viene messo spietatamente alla berlina. Le spinte motivazionali incentivate coi premi mensili, la denigrazione – fino alla pubblica umiliazione, quasi – di quanti, invece, non riescono a raggiungere gli obiettivi proposti (imposti) dalle sfere direzionali. La psicologia spiccia usata per convincere casalinghe riottose all’acquisto, più simile a menzogne di bassa lega. Lo status symbol da raggiungere ad ogni costo e da quantificare in moneta sonante che poi si tramuta in vacanze da finti ricchi o in automobile o in gadget ultratecnologico. Insomma, la desertificazione emotiva che consegue alle dure leggi della new economy. Senza più valori da rispettare. E poi ancora la standardizzazione dell’imbroglio eletto a sistema di vita, quasi giustificato dal "così fan tutti". La società dei consumi che richiede le sue vittime. Nemmeno chi si trova dall’altra parte della barricata viene risparmiato dalla satira della Murgi
a. Comprare per apparire diventa un must, anche se spesso l’atto in sé è generato da una buona dose di ingenuità. Ottimi spunti di riflessione per chiederci chi siamo e dove stiamo andando. Ma soprattutto se esiste un’altra destinazione possibile.

2 risposte a “il mondo deve sapere”

  1. Desidero leggere gli articoli di Michela Murgia che sono stati pubblicati su:L’Espresso,il Manifesto e PeaceReporter. Come posso reperirli?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *