INTERVISTA A FRANCESCA FAIS, PRESIDENTE DEI CIRCOLI DELLA FEDERAZIONE SVIZZERA

di Massimiliano Perlato

 

 

Francesca Fais, 35 anni, papà originario di Sindia (Nuoro) risiede a Losanna in Svizzera. Parla quattro lingue ed è manager nelle telecomunicazioni. Ha assunto la guida della Federazione dei circoli sardi in Svizzera, subentrando a Domenico Scala nel febbraio 2007. E’ la più giovane tra i presidenti delle Federazioni dei circoli sardi nel mondo. Una giovane dalle grandi qualità e il notevole impegno per la causa dei sardi nel mondo. Ha già alle sue spalle una "vita" trascorsa all’interno dell’associazionismo isolano e per sei anni ha rivestito l’incarico di Presidente del circolo di Losanna.

Francesca, sei il personaggio che più ha lasciato il segno fra gli interventi nell’ultima Conferenza sull’Emigrazione Sarda che si è svolta a Cagliari.. volevo ritornare sulla tua partecipazione. Qual è il concetto che vorresti ribadire attraverso le pagine di Tottus in Pari?

Tutto gira intorno al quesito sulla Regione Sardegna, se crede che gli emigrati siano una risorsa. Se questa risposta, qualunque essa sia, sarà supportata da fatti concreti. Beh, quali saranno questi fatti?

Qualcosa ti lascia presagire che non sarà così?

Si parla spesso del concetto di emigrati/ ambasciatori, si parla dello sviluppo di relazioni e collegamenti tra i Circoli sardi e gli emigrati di altre associazioni- regioni Italiane, dell’utilizzo dei mezzi di informazione a disposizione per creare scambio di informazioni in modo da condividere le reciproche conoscenze tra emigrati e sardi residenti in Sardegna, del ruolo della donna, di quello dei giovani ecc. Le solite cose quindi, i soliti assi nella manica che chi utilizza crede o spera vincenti, perché forse pensa di avere ancora davanti un interlocutore inesperto e bisognoso. Ma non siamo più interlocutori inesperti e bisognosi e non abbiamo più complessi di nessun tipo.

Qual è la tua richiesta o quella della Federazione Svizzera che rappresenti?

Non chiediamo niente che non ci sia dovuto: vogliamo quindi un dialogo alla pari perché tra l’altro, rivendichiamo il ruolo che abbiamo svolto in questi ultimi decenni per la promozione del prodotto Sardegna, sotto tutte le sue forme. Se nel mondo si parla cosi tanto di Sardegna, è anche grazie a noi!

Su questo sono d’accordo…

L’ultima conferenza risaliva a quasi 20 anni fa. Quanto sono cambiate le cose in questi anni? E’ difficile dire, senza dare l’impressione di voler fare polemica, se i cambiamenti siano stati in positivo o in negativo. Ciò che è sicuro è che l’emigrazione è cambiata: i sardi all’estero hanno spesso acquisito esperienze importanti nel mondo professionale e magari raggiunto anche posizioni di prestigio in ambito sociale, culturale e politico nei luoghi in cui risiedono. Le nuove generazioni hanno perlopiù studiato in un sistema accademico al passo con i tempi e conseguito titoli che hanno messo a profitto per dare svolte alle loro carriere: spesso sono diventati imprenditori o in ogni modo professionisti riconosciuti e perfettamente inseriti negli ambienti sociali dei luoghi in cui vivono… In poche parole una RISORSA di cui la Sardegna ha un bisogno quasi disperato, perché, congiuntamente con i sardi residenti, possiamo veramente essere il fattore di differenziazione tra il degrado attuale e la svolta futura.

Frasi fatte, luoghi comuni… Come proporre qualcosa di diverso?

E’ scontato che rappresentanti del mondo dell’emigrazione portino avanti idee di questo tipo, ma soprattutto ci ripetiamo, perché questi stessi discorsi si sentono ad ogni incontro. Questo perché benché tutti parlino di ricchezza intellettuale e di esperienze, il mondo dell’emigrazione continua ad essere visto come una palla al piede che la Sardegna si trascina dietro; come un gruppo di persone magari anche poco intelligenti e spesso interessose che spendono i contributi in manifestazioni che invece di culturali sono folcloristiche e invece di fare promozione si limitano a qualche baracca in cui si vendono prodotti tipici.

Non nascondiamoci però che esistono sicuramente dei problemi per il futuro..

Si è vero, i Circoli come struttura non sono più tutti adeguati alla situazione e alle aspettative odierne. Sono nati in un tempo in cui le esigenze erano diverse e la loro struttura è rimasta legata a quel tempo. Come si può pretendere di attirare i giovani in strutture in cui essi non si riconoscono? Qualcosa deve cambiare: devono continuare ad esistere le strutture che operano e lavorano per promuovere l’immagine della Sardegna e dei suoi interessi economici, sociali e culturali, ben inserirti nelle realtà socio-culturali dei luoghi di residenza. Dobbiamo fare più promozione e più attività che diano risultati tangibili e per questo collaborare con le innumerevoli strutture esistenti della Regione. Collaborare e non subire perché siamo noi a conoscere le realtà dei luoghi in cui viviamo.

Un progetto di sicuro valore…

I Circoli devono essere dei veri e propri punti di riferimento da cui partono le iniziative che riguardano la Sardegna. Iniziative che coinvolgano tutti. Ci si deve veramente aprire verso l’esterno per le attività, ma conservando una sede come punto di riferimento. Attenzione però a restare fuori da qualsiasi inserimento di operazioni di natura economica, commerciale e imprenditoriale. Se il lucro entra nelle strutture del mondo dell’emigrazione e ne coinvolge i dirigenti, il volontariato perde il suo senso.

Cosa ti aspetti che faccia la Regione Sardegna?

In quanto presidente di Federazione, chiedo di
essere consultata preventivamente sulle decisioni più importanti riguardanti l’emigrazione e invitata alle riunioni di Consulta. E’ anche importante che venga ripristinato un rapporto dialettico fra le strutture regionali e il mondo dell’emigrazione e che vengano riconosciuti ruoli e competenze alle Federazioni ripristinando, tra l’altro il compito delle Federazioni di fare il piano di utilizzo sull’insieme delle risorse della Federazione stessa.

A Cagliari c’è stato l’attacco alle Associazioni di Tutela…

Considero che molte di loro non hanno più ragione di esistere in quanto perseguono scopi ormai decaduti. Tra l’altro, la loro presenza in Consulta ad esempio è sproporzionata per quanto rappresentano e toglie voce e spazio al vero mondo dell’ emigrazione che vive fuori dalla Sardegna.

Cosa dovrebbe accadere, di conseguenza?

Capisco che sia delicato prendere una decisione di questo tipo, in quanto so bene che ogni associazione è espressione o volontà di un partito politico o qualcosa del genere, e quindi una tale azione risulterebbe impopolare, e in ogni caso cambierebbe un quadro d’equilibri ben preciso, ma credo sia necessario un intervento in questo senso.

Ti sei resa impopolare con questo intervento. Ne sei consapevole?

Può darsi, ma come organizzazione del mondo migratorio sardo siamo cresciuti e siamo in grado di lavorare senza essere sotto la protezione di nessuno. In Svizzera si è creato un clima di tensione che nuoce alla relazione e quindi alla causa comune. Credo che ancora una volta la soluzione sia data dall’affermazione da parte della componente politica di riconoscere agli emigrati il ruolo che rivendicano.

A livello politico invece, com’è la situazione?

A mio avviso brutta. La Congera che sia per la sua giovane esperienza politica, sia per il fatto di essere in carica da pochi mesi, non ha responsabilità nella situazione che ci ritroviamo oggi, ma anzi ha già dimostrato una certa sensibilità nei nostri confronti. Ma in molti l’hanno preceduta e nonostante le tante promesse fatte, puntualmente per poco o niente sono state mantenute e questo, chiunque si sia alternato al potere. Non è più pensabile che oltre a dovere lavorare nel volontariato, dobbiamo anche assumerci le responsabilità giuridiche ed amministrative imposte da politici che si dimostrano incapaci di fare o di far fare un’analisi attenta e precisa sulla vera risorsa (anche economica) che rappresenta l’emigrazione per la Sardegna. Basterebbe un senso anche minimo dell’economia e della politica per capire l’importanza di dovere investire molto di più di quel che la Sardegna investe per gli emigrati. Un tempo eravamo l’unica Regione a farlo… Oggi siamo in ritardo anche su questo. I ritardi ripetitivi nell’erogare contributi hanno indotto Circoli e Federazioni ad indebitarsi e a pensare alle chiusure. Sono delusa da quanti si sono succeduti al potere in questi ultimi anni e sempre più convinta di non essere politicamente rappresentata.

Chi è Francesca Fais in tutto questo?

Non mi presento come giovane ne come libera pensatrice se poi mi adeguo a uno schema vecchio che non condivido e che non rispetta i miei principi più elementari: l’onestà soprattutto intellettuale, il fatto di poter camminare a testa alta e di poter dire le cose in faccia, sebbene a tratti in modo forse un pò troppo schietto, perché né io né la Federazione dei Circoli sardi in Svizzera che rappresento abbiamo goduto di rapporti privilegiati, né chiesto favori, né personalmente più nessuna ambizione di fare carriera politica. Tra l’altro, mi considero realizzata a livello professionale e sono perfettamente inserita nel contesto sociale della città in cui vivo.

Possiamo dire che la Sardegna non abbia bisogno non solo della professionalità e dell’esperienza ma anche della  "visione" che possono portare persone nate e cresciute in un contesto diverso da quello attuale?

Non voglio elencare i problemi che la ha la Sardegna… Ma alcuni punti sono da rilevare. Parliamo di giovani in un’isola da " licenzia media", vittima delle fughe di cervelli di cui abbiamo grande bisogno. I giovani partono spesso già predisposti o dovremmo dire rassegnati al non-rientro e a realizzarsi altrove perché coscienti del fatto che in Sardegna non potranno farlo. Parliamo di un’isola afflitta dalla disoccupazione, in cui continuano ad esserci tagli alla formazione e tutto sembra più importante delle tematiche dell’occupazione e quindi si continua a partire. Non ultimo, concedetemelo, di un’isola in cui quasi tutto e tutti, non ultima la stampa, a volte è serva della classe politica dirigenziale e aspetta favori, in cambio dell’opera di "eccessivo ossequio" che svolge. Credo che una situazione come questa, per cambiare, abbia bisogno dell’esperienza e dell’apporto di tutti, anche del nostro.

Concludendo?

Concludendo, credo che l’associazionismo sardo possa ancora avere senso, se la Regione ci crede e soprattutto se è interessata a dargli un ruolo attivo e reale nel corollario sociale, economico e politico regionale. E’ il momento di rispondere a questa domanda e di prendere impegni concreti, perché le parole, seppur spesso condivise, e sempre toccanti e lusinghiere ormai non bastano più.

 

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