tottus in pari 206: io francesca, sarda in terra elvetica

 

 

Francesca Fais, 35 anni, papà originario di Sindia (Nuoro) risiede a Losanna in Svizzera. Parla quattro lingue ed è manager nelle telecomunicazioni. Ha assunto la guida della Federazione dei circoli sardi in Svizzera, subentrando a Domenico Scala nel febbraio 2007. E’ la più giovane tra i presidenti delle Federazioni dei circoli sardi nel mondo. Una giovane dalle grandi qualità e il notevole impegno per la causa dei sardi nel mondo. Ha già alle sue spalle una "vita" trascorsa all’interno dell’associazionismo isolano e per sei anni ha rivestito l’incarico di Presidente del circolo di Losanna.

Francesca, sei il personaggio che più ha lasciato il segno fra gli interventi nell’ultima Conferenza sull’Emigrazione Sarda che si è svolta a Cagliari.. volevo ritornare sulla tua partecipazione. Qual è il concetto che vorresti ribadire attraverso le pagine di Tottus in Pari?

Tutto gira intorno al quesito sulla Regione Sardegna, se crede che gli emigrati siano una risorsa. Se questa risposta, qualunque essa sia, sarà supportata da fatti concreti. Beh, quali saranno questi fatti?

Qualcosa ti lascia presagire che non sarà così?

Si parla spesso del concetto di emigrati/ ambasciatori, si parla dello sviluppo di relazioni e collegamenti tra i Circoli sardi e gli emigrati di altre associazioni- regioni Italiane, dell’utilizzo dei mezzi di informazione a disposizione per creare scambio di informazioni in modo da condividere le reciproche conoscenze tra emigrati e sardi residenti in Sardegna, del ruolo della donna, di quello dei giovani ecc. Le solite cose quindi, i soliti assi nella manica che chi utilizza crede o spera vincenti, perché forse pensa di avere ancora davanti un interlocutore inesperto e bisognoso. Ma non siamo più interlocutori inesperti e bisognosi e non abbiamo più complessi di nessun tipo.

Qual è la tua richiesta o quella della Federazione Svizzera che rappresenti?

Non chiediamo niente che non ci sia dovuto: vogliamo quindi un dialogo alla pari perché tra l’altro, rivendichiamo il ruolo che abbiamo svolto in questi ultimi decenni per la promozione del prodotto Sardegna, sotto tutte le sue forme. Se nel mondo si parla cosi tanto di Sardegna, è anche grazie a noi!

Su questo sono d’accordo…

L’ultima conferenza risaliva a quasi 20 anni fa. Quanto sono cambiate le cose in questi anni? E’ difficile dire, senza dare l’impressione di voler fare polemica, se i cambiamenti siano stati in positivo o in negativo. Ciò che è sicuro è che l’emigrazione è cambiata: i sardi all’estero hanno spesso acquisito esperienze importanti nel mondo professionale e magari raggiunto anche posizioni di prestigio in ambito sociale, culturale e politico nei luoghi in cui risiedono. Le nuove generazioni hanno perlopiù studiato in un sistema accademico al passo con i tempi e conseguito titoli che hanno messo a profitto per dare svolte alle loro carriere: spesso sono diventati imprenditori o in ogni modo professionisti riconosciuti e perfettamente inseriti negli ambienti sociali dei luoghi in cui vivono… In poche parole una RISORSA di cui la Sardegna ha un bisogno quasi disperato, perché, congiuntamente con i sardi residenti, possiamo veramente essere il fattore di differenziazione tra il degrado attuale e la svolta futura.

Frasi fatte, luoghi comuni… Come proporre qualcosa di diverso?

E’ scontato che rappresentanti del mondo dell’emigrazione portino avanti idee di questo tipo, ma soprattutto ci ripetiamo, perché questi stessi discorsi si sentono ad ogni incontro. Questo perché benché tutti parlino di ricchezza intellettuale e di esperienze, il mondo dell’emigrazione continua ad essere visto come una palla al piede che la Sardegna si trascina dietro; come un gruppo di persone magari anche poco intelligenti e spesso interessose che spendono i contributi in manifestazioni che invece di culturali sono folcloristiche e invece di fare promozione si limitano a qualche baracca in cui si vendono prodotti tipici.

Non nascondiamoci però che esistono sicuramente dei problemi per il futuro..

Si è vero, i Circoli come struttura non sono più tutti adeguati alla situazione e alle aspettative odierne. Sono nati in un tempo in cui le esigenze erano diverse e la loro struttura è rimasta legata a quel tempo. Come si può pretendere di attirare i giovani in strutture in cui essi non si riconoscono? Qualcosa deve cambiare: devono continuare ad esistere le strutture che operano e lavorano per promuovere l’immagine della Sardegna e dei suoi interessi economici, sociali e culturali, ben inserirti nelle realtà socio-culturali dei luoghi di residenza. Dobbiamo fare più promozione e più attività che diano risultati tangibili e per questo collaborare con le innumerevoli strutture esistenti della Regione. Collaborare e non subire perché siamo noi a conoscere le realtà dei luoghi in cui viviamo.

Un progetto di sicuro valore…

I Circoli devono essere dei veri e propri punti di riferimento da cui partono le iniziative che riguardano la Sardegna. Iniziative che coinvolgano tutti. Ci si deve veramente aprire verso l’esterno per le attività, ma conservando una sede come punto di riferimento. Attenzione però a restare fuori da qualsiasi inserimento di operazioni di natura economica, commerciale e imprenditoriale. Se il lucro entra nelle strutture del mondo dell’emigrazione e ne coinvolge i dirigenti, il volontariato perde il suo senso.

Cosa ti aspetti che faccia la Regione Sardegna?

In quanto presidente di Federazione, chie
do di essere consultata preventivamente sulle decisioni più importanti riguardanti l’emigrazione e invitata alle riunioni di Consulta. E’ anche importante che venga ripristinato un rapporto dialettico fra le strutture regionali e il mondo dell’emigrazione e che vengano riconosciuti ruoli e competenze alle Federazioni ripristinando, tra l’altro il compito delle Federazioni di fare il piano di utilizzo sull’insieme delle risorse della Federazione stessa.

A Cagliari c’è stato l’attacco alle Associazioni di Tutela…

Considero che molte di loro non hanno più ragione di esistere in quanto perseguono scopi ormai decaduti. Tra l’altro, la loro presenza in Consulta ad esempio è sproporzionata per quanto rappresentano e toglie voce e spazio al vero mondo dell’ emigrazione che vive fuori dalla Sardegna.

Cosa dovrebbe accadere, di conseguenza?

Capisco che sia delicato prendere una decisione di questo tipo, in quanto so bene che ogni associazione è espressione o volontà di un partito politico o qualcosa del genere, e quindi una tale azione risulterebbe impopolare, e in ogni caso cambierebbe un quadro d’equilibri ben preciso, ma credo sia necessario un intervento in questo senso.

Ti sei resa impopolare con questo intervento. Ne sei consapevole?

Può darsi, ma come organizzazione del mondo migratorio sardo siamo cresciuti e siamo in grado di lavorare senza essere sotto la protezione di nessuno. In Svizzera si è creato un clima di tensione che nuoce alla relazione e quindi alla causa comune. Credo che ancora una volta la soluzione sia data dall’affermazione da parte della componente politica di riconoscere agli emigrati il ruolo che rivendicano.

A livello politico invece, com’è la situazione?

A mio avviso brutta. La Congera che sia per la sua giovane esperienza politica, sia per il fatto di essere in carica da pochi mesi, non ha responsabilità nella situazione che ci ritroviamo oggi, ma anzi ha già dimostrato una certa sensibilità nei nostri confronti. Ma in molti l’hanno preceduta e nonostante le tante promesse fatte, puntualmente per poco o niente sono state mantenute e questo, chiunque si sia alternato al potere. Non è più pensabile che oltre a dovere lavorare nel volontariato, dobbiamo anche assumerci le responsabilità giuridiche ed amministrative imposte da politici che si dimostrano incapaci di fare o di far fare un’analisi attenta e precisa sulla vera risorsa (anche economica) che rappresenta l’emigrazione per la Sardegna. Basterebbe un senso anche minimo dell’economia e della politica per capire l’importanza di dovere investire molto di più di quel che la Sardegna investe per gli emigrati. Un tempo eravamo l’unica Regione a farlo… Oggi siamo in ritardo anche su questo. I ritardi ripetitivi nell’erogare contributi hanno indotto Circoli e Federazioni ad indebitarsi e a pensare alle chiusure. Sono delusa da quanti si sono succeduti al potere in questi ultimi anni e sempre più convinta di non essere politicamente rappresentata.

Chi è Francesca Fais in tutto questo?

Non mi presento come giovane ne come libera pensatrice se poi mi adeguo a uno schema vecchio che non condivido e che non rispetta i miei principi più elementari: l’onestà soprattutto intellettuale, il fatto di poter camminare a testa alta e di poter dire le cose in faccia, sebbene a tratti in modo forse un pò troppo schietto, perché né io né la Federazione dei Circoli sardi in Svizzera che rappresento abbiamo goduto di rapporti privilegiati, né chiesto favori, né personalmente più nessuna ambizione di fare carriera politica. Tra l’altro, mi considero realizzata a livello professionale e sono perfettamente inserita nel contesto sociale della città in cui vivo.

Possiamo dire che la Sardegna non abbia bisogno non solo della professionalità e dell’esperienza ma anche della  "visione" che possono portare persone nate e cresciute in un contesto diverso da quello attuale?

Non voglio elencare i problemi che la ha la Sardegna… Ma alcuni punti sono da rilevare. Parliamo di giovani in un’isola da " licenzia media", vittima delle fughe di cervelli di cui abbiamo grande bisogno. I giovani partono spesso già predisposti o dovremmo dire rassegnati al non-rientro e a realizzarsi altrove perché coscienti del fatto che in Sardegna non potranno farlo. Parliamo di un’isola afflitta dalla disoccupazione, in cui continuano ad esserci tagli alla formazione e tutto sembra più importante delle tematiche dell’occupazione e quindi si continua a partire. Non ultimo, concedetemelo, di un’isola in cui quasi tutto e tutti, non ultima la stampa, a volte è serva della classe politica dirigenziale e aspetta favori, in cambio dell’opera di "eccessivo ossequio" che svolge. Credo che una situazione come questa, per cambiare, abbia bisogno dell’esperienza e dell’apporto di tutti, anche del nostro.

Concludendo?

Concludendo, credo che l’associazionismo sardo possa ancora avere senso, se la Regione ci crede e soprattutto se è interessata a dargli un ruolo attivo e reale nel corollario sociale, economico e politico regionale. E’ il momento di rispondere a questa domanda e di prendere impegni concreti, perché le parole, seppur spesso condivise, e sempre toccanti e lusinghiere ormai non bastano più. Massimiliano Perlato, Francesca Fais

 

VEDE LA LUCE L‘ULTIMO ROMANZO DI VITALE SCANU

BACHIS FRAU, L’OPERAIO CHE AVEVA DUE ANIME 

Le migrazioni di popoli si possono considerare come uno dei media più efficaci mediante i quali persone, mondi estranei e modelli di vita diversi vengono in contatto e, come tra due vasi comunicanti, attivano un travaso con cui vengono condivisi usi, costumi, mentalità; si influenzano e pervadono tra loro e, alla fine di una lunga frequentazione, emergono persone nuove arricchite di un surplus professionale, spirituale, sociale, intellettuale, con un modo diverso di rapportarsi alla realtà. Innega-bilmente, i nostri emigrati alla fine della loro esperienza lavorativa all’estero, si ritrovano un po’ svizzeri, un po’ francesi, un po’ australiani… Un paragone. Se io ho un euro e tu hai un euro e ce lo scambiamo, alla fine restiamo con un euro ciascuno. Ma se io ho un’idea e tu ne hai un’altra, e ce la scambiamo, alla fine restiamo con due idee ciascuno. Come ritrovarsi con due anime, due identità: la prima rappresentata dalle radici della propria identità nativa; la seconda dagli elementi acquisiti nella comunità ospitante. Bachis Frau emigrato è un romanzo di Vitale Scanu, attualmente in stampa, che descrive un viaggio affascinante nel mondo dell’emigrazione, al cuore dell’emigrazione. Parla di un giovane che, da un villaggio sperduto nella Sardegna centrale più profonda, assillato dalla povertà, nel periodo del secondo dopoguerra, mette in valigia i suoi sogni e la sua gioventù e affronta l’av-ventura dell’emigrazione. Per circa quattro decenni svolge il suo lavoro nelle acciaierie della Monteforno-Von Roll nel Ticino. Sposa una ragazza del suo paese e insieme formano la loro famiglia in Svizzera. Raggiunta l’età pensionabile, ritorna al paese d’origine e si fa promotore, assieme al figlio Andrea (laureatosi in paleoantropologia all’università di Ginevra), di un innovativo progetto turistico. Bachis Frau rappresenta uno, dieci, cento emigrati che, mettendo a frutto le buone qualità naturali, oltre che imbottigliare preziose conoscenze professionali riesce nel contempo a salvare ostinatamente la sua identità di Sardo e, intelligentemente, tesaurizza anche le novità e i valori offertigli dall’ambiente per lui sconosciuto dove si è trovato a operare: valori positivi, modelli nuovi di vita, mentalità diverse. Ha conservato quella nativa irrinunciabile sarda e ha acquisito quella validissima del paese che lo ha ospitato e formato. Dopo tanti anni di emigrazione, egli ritorna al suo paese e, quasi in attuazione di quelle parole programmatiche di Gramsci: "Occorre violentemente portare l’attenzione sul presente così com’è, se si vuole trasformarlo. Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà", con la collaborazione del figlio  "svizzero", si dedica anima e corpo a seminare nel territorio la sua multiforme esperienza nell’emigrazione e riesce a innescare un processo di sviluppo sociale che si radica nella zona, diventando un esperimento esemplare. Bachis Frau emigrato è in fondo un canto all’identità sarda, all’emigrazione, al lavoro, alla speranza per un tempo futuro; è come un sogno fatto ad occhi aperti, una pagina scritta domani. (ci riferisce Vitale Scanu)

 

APRIRE AL MERCATO TEDESCO, INSEGNANDO LA LINGUA GERMANICA

INDOTTRINAMENTI TEUTONICI

Sul tema dell’emigrazione sono state scritte tantissime pagine e dette un mare di parole. E’ lunga la nostra storia. Negli anni 60 si partiva con le famose valigie di cartone alla ricerca di un futuro migliore. Oggi assistiamo ad una emigrazione di giovani. Nonostante l’avanzata tecnologia moderna, anche loro non trovano sul territorio le condizioni di vita favorevoli. Dal 1970 ad oggi la Sardegna registra un esodo giovanile non indifferente, contribuendo in questo modo alla crescita del paese ospitante, mandando purtroppo l’isola alla deriva. Le forze politiche di quegli anni avevano previsto la crisi economica che avrebbe coinvolto la Sardegna. Purtroppo, le stesse, non sono riuscite a dare ai nostri giovani, le opportunità lavorative necessarie per avere una realtà diversa. Negli anni 50 ci sono state le prime partenze verso la Germania. Giovani lavoratori provenienti dal settore minerario di Iglesias e Carbonia, seguiti dai sardi dell’entroterra con una sola speranza, sfamare la famiglia con la prospettiva di un futuro migliore e poter costruire una casa in Sardegna e rientrare al più presto. Dopo tanti sacrifici molti di loro sono riusciti nell’intento. Il Governo italiano, all’epoca più in crisi di adesso, vedeva di buon occhio il fatto che tanti lavoratori cercassero una sistemazione all’estero. Ma si parla poco dei sacrifici e delle tragedie accadute: ricordiamo la tragedia di Marcinelle in Belgio. Ricordiamo tutte le angherie che gli emigrati hanno dovuto subire dalle popolazioni del paese ospitante oltre alla fatica di estrarre "l’oro nero" dalle viscere delle loro terre. Il mondo dell’emigrazione sarda si è impegnata con diverse Conferenze per parlare del problema… ad Alghero nel 1970, a Nuoro nel 1981, a Roma nel 1988, a Quartu Sant’Elena nel 1989, a Cagliari nel 2008. Tante indagini sull’inserimento dei sardi in campo mondiale. Con la legge del 1991 si era fatto un primo salto di qualità. Oggi la stessa legge andrebbe rimodernata adeguandola alle esigenze del nuovo secolo. Esigenze tanto diverse anche rispetto a vent’anni fa. Per esempio, non è più immaginabile, che un figlio di sardi che per motivi di lavoro è obbligato a lasciare la cittadinanza italiana, non possa più far parte di un direttivo all’interno dei circoli. La Sardegna è costretta a fare i conti con la globalizzazione e le leggi europee: pe
r questo bisogna investire di più sul campo della ricerca e dell’istruzione, programmandole in modo che siano di incentivo per il bene economico dell’isola. Oggi, grazie ai nostri giovani, possiamo dire con orgoglio che il problema dell’inserimento sociale si sta risolvendo nel migliore dei modi, in quanto, crescendo in un mondo multiculturale, hanno l’opportunità di vivere la globalizzazione. Almeno è così in Germania. E lo hanno dimostrato durante i Convegno dei Giovani tenutosi a Stoccarda nel marzo 2008. i giovani sardi che vivono in Germania chiedono alla Regione Sardegna che venga riconosciuta la loro potenzialità essendo principalmente degli emigrati o figli degli stessi, laureati e professionisti. Se è vero che i circoli sardi sono considerati delle vere ambasciate all’estero, bisogna anche garantire la continuità del loro funzionamento.
La Germania con i suoi 15 circoli, la posizione geografica ed i suoi 70mila emigrati, sa di essere seconda dopo l’Italia e rappresenta la Sardegna in Europa. Se le nostre organizzazioni, dopo aver superato tante difficoltà, fossero costrette a chiudere, non gioverebbe al mondo dell’emigrazione sarda organizzata, così come alla Regione stessa. Esse svolgono non solo un ruolo di rappresentanza ma promuovono puntualmente iniziative nei vari settori che favoriscono l’economia della nostra isola, sia nella commercializzazione dei prodotti, sia nel far conoscere la cultura, le usanze e le tradizioni e di conseguenza incentivare il settore del turismo. Tutto questo è dovuto al volontariato di numerose persone che per idealismo ed amore per la propria terra si prodigano quotidianamente per essere attivamente partecipi allo sviluppo della Sardegna. Tantissimi tedeschi fanno le vacanze sull’isola. I paesi di lingua tedesca sono strategici per l’economia sarda. Perché non promuovere lo studio di quella lingua con parsimonia nelle nostre scuole? Si sa, è quasi impossibile commerciare e contrattare parlando due diverse lingue. Per questo e per evitare che annunci di promozione e di cultura, non vengano neanche letti o presi in considerazione, perché tradotti e stilati in modo non comprensibile, chiediamo che nelle scuole sarde si dia la possibilità di apprendere il tedesco, che di sicuro, essendo parlata in nazioni di alto livello economico, ritornerà a vantaggio della Sardegna.  Maddalena Fadda Vitolo

 

ANTONIO LEDDA HA CURATO LA MOSTRA

L’ITINERANTE BANDIERA SARDA

Datemi un evento di popolo, sacro o profano che sia, e vedrete sventolare la bandiera sarda dei quattro mori, inquartati (si dice così) tra le braccia della croce rossa in campo bianco di S. Giorgio che, così narrano le leggende del tempo, aveva l’abitudine di combattere le battaglie in soccorso dei cristiani di Spagna, ai tempi della reconquista, quando le bandiere verdi dell’Islam garrivano al vento dal Cairo a Barcellona  e parevano inarrestabili. Che poi ad Alcoraz (1096) Pietro primo d’Aragona tagliasse la testa di quattro musulmani di pregio e ne ornasse da allora i suoi stendardi appartiene più al regno delle fiabe che alla storia con la esse maiuscola, quella che si può verificare con fonti le più accreditate e sicure. Fatto sta che gli aragonesi, dopo i fattacci di Sanluri che decretarono cruentamente la fine del  giudicato di Arborea (1409), misero in circolo lo stendardo che conosciamo e che è diventato simbolo dei sardi entro e fuori dell’isola. E un simbolo  è tale per la potenza che ispira, quale che sia la sua origine. Lo dice anche Antonio Ledda, dell’associazione culturale di arte etnica "Fraria" di Serramanna che, in collaborazione con la Fasi, porta oggi anche a Milano quella che chiama "manifestazione internazionale d’arte itinerante" che, dal 20 al 30 dicembre dell’anno scorso, è stata ospitata alla cittadella dei musei di Cagliari, patrocinata anche dalla Provincia del Medio Campidano nostro. Tonino Mulas, presidente dei circoli federati sardi, si sofferma sul "Tercio de Cerdegna" che, sempre innalzando questo vessillo, si distinse a Tunisi e Lepanto ancora nel tagliare le teste dei mori. Quelli della Brigata "Sassari"ne fecero bandiera di terrore per gli austriaci delle trincee  prospicienti. La Regione Sardegna l’ha scelto a sua insegna fin dal 1952 :" Stemma  d’argento alla croce di rosso accantonata da quattro teste di moro bendate". In questa mostra decine di artisti sardi, e non solo, si sono  sforzati di  prenderla a pretesto d’ ispirazione e hanno dipinto quadri, scolpito ferro e legno, tenendo presente che si chiedeva loro di riflettere sulla caratteristica peculiare della bandiera sarda in quanto "simbolo bifacciale". E il risultato è davvero sorprendente. Manuela Delia Laconi (Manù) la usa a caratterizzare una bottiglia di birra Ichnusa, che voglia alludere essere questa la vera passione dei sardi, la birra? Antonio Ledda, curatore della mostra, in una delle sue opere dipinge i mori con la lingua colorata di blu, a ricordo del morbo che attanaglia le greggi della barbagia. In un altro quadro ai mori sostituisce il viso del "gubernador di Sardegna, Soru Renato da Sanluri, la fascia sulla (ampia) fronte non bianca ma policroma di banconote, a rimarcare la sua nota buona situazione patrimoniale di tiscaliniana provenienza. Anche Marcello  Manunza sembra ossessionato da Soru e il suo quadro a titolo "bandiera del governatore", ricco di toni gialli striati di blu,vede il viso del presidente sardo in alto guardare sconsolatamente altre tre teste ornate di bandana regolamentare cadute a terra. Franco Putzolu , il vignettista di Serramanna, fa interagire i suoi mori, che se ne escono dalla croce rossa ritrovando gambe e braccia, scatenandoli in una serie di baruffe  tanto demistificanti quanto divertenti. Anche Francesco Pintus li ritrae tutti e quattro, stilizzati, intenti a sostenere non si capisce bene che macchinari complicati di leve e pulegge dai colori brillanti. Il quadro di Giampaolo Desogus è talmente ricco di simboli sardi doc che ci vorrebbero due pagine di giornale per descriverlo nella sua interezza, dalle tombe dei giganti al bronzetto raffigurante una nave , la Sardegna sdraiata sulla destra a mò di donna incinta, il pancione scoperto, quattro mori in campo rosso espulsi dal quadro e posti sulla cornice. Un S. Giorgio dorato nella parte alta del dipinto con espressione misticheggiante. Antonello Serra fa intrecciare sinuose lingue a quattro pesci gialli provvisti di naso, le pinne che coprono loro gli occhi, in un trionfo di gialli verdi e viola. Angelo Pilloni se la cava mettendo al posto delle regolamentari teste di moro quattro diversi bronzetti ieraticame
nte composti e patinati dall’ossido di rame. Francesco Argiolu dipinge quattro grandi facce di pastore con barritta, inquartate  in croce rossa, che come fossero in sequenza vanno levandosi una benda dagli occhi. "Adesso vedo chiaro", titola. Sergio Lai dipinge la sua Sardegna con quattro faccioni di mori dalle prominenti mascelle, tutti variamente strozzati e impediti da bandiere italiane, la croce centrale costituita da due lance che intrecciandosi  fanno sanguinare un cuore verde. In alto una mano che regge un cappello che pare chiedere la carità. Si intuisce in lui una visione poco ilare della situazione sociale dell’isola natia. Come Carlo Deperu del resto che, a sottolineare la fama che
la Sardegna si è da poco conquistata come "esportatrice di veline", ne dipinge quattro nere di capelli e rosse di labbra, il vestito in verità morigerato e incredibilmente accollato. Francesca Pili invece stilizza quattro ragazze, due di schiena, sedute, e due variamente accoccolate, vestite solamente di un vezzoso nastro rosso che raccoglie la crocchia dei capelli. Il quadro di Tino Columbu "La forza dei sardi" mostra dei guerrieri indiscutibilmente Shardana, con scudo rotondo e spada sguainata, dipinti in schiera, nel sottofondo le navi con le prore dalle lunghe corna. Di Antonio Giuseppe Sassu non può passare inosservata la caffettiera in toni di rosso e di blu che spicca al centro  del suo quadro, in alto uno scorcio di costa smeralda (forse) dipinta coi medesimo colori. Giorgio Cannas mette in una vetrinetta a quattro ante delle sculture in ossidiana. Alberto Serra  scolpisce delle piastre d’acciaio su cui posa sopra un aeroplano di metallo sagomato come fosse fatto di carta, tipo quelli che appena ieri i miei studenti si divertivano a far volare dalle finestre della scuola mentre io davo loro le spalle alla lavagna. Insomma par di capire che il simbolo dei sardi può essere davvero reinterpretato nella maniera più insolita. A decretarne la futilità, l’inconsistenza?  Intorno ad esso c’è un dibattito annoso che lo relega a una dignità minore, in quanto proveniente da una storia che racconta di una Sardegna conquistata e schiavizzata. Simbolo quindi dei conquistatori più che dei sardi che dovettero subirlo "obtorto collo". Per alcuni la nazione sarda dovrebbe casomai riconoscersi nell’albero "deradicato" della casa di Arborea, verde in campo bianco, sotto il quale vessillo Mariano quarto e i suoi discendenti, in primis Eleonora, tentarono invano di fare dell’isola tutta una sola patria. Ma una tale scelta presuppone che tutto un popolo, tutta una nazione, si riconosca come tale e, in uno status nascente, si dia quindi nuove leggi, nuovi ordinamenti statuali, nuovi simboli. A intraprendere un cammino diverso, anche totalmente, da quello fin qui intrapreso. In questa terra di Lombardia dove mi è dato di vivere c’è una forza politica che va concionando  da decenni oramai di separazione e alterità che la vedono "schiava di Roma". Sebbene la cosiddetta "bandiera padana"venga sbandierata ad ogni riunione di partito non si può certo dire che abbia conquistato i cuori della gente. Mai ne ho visto agitare una che non fosse in quel di Pontida o giù di lì. Al contrario il vessillo dei quattro mori svetta invariabilmente in ogni dove si abbia una riunione di gente e in ogni parte del mondo.  Perché è simbolo, oramai, potentissimo: vuole dire qui ci sono sardi, c’è la Sardegna che batte in questi cuori. E’ stato metabolizzato.  E’ la madre terra e in quanto tale sacra, come la vita stessa. Sergio Portas

 

 

L’ATTIVITA’ DEL CENTRO SOCIALE CULTURALE SARDO DI MILANO PRIMA DELL’ESTATE

VIAGGIO PITTORICO FRA SARDEGNA E SPAGNA

E’ stato ospite presso il nostro circolo, il poeta Franco Loi. Loi è nato a Genova nel 1930 ma vive a Milano dal 1937, città di cui ha abbracciato il dialetto come cifra della propria vena poetica, coniando un linguaggio vernacolare ibrido che attinge a piene mani da idiomi, gerghi e idioletti raccolti negli ambiti popolari e proletari della città e dell’hinterland. Dopo aver fatto il ceramista, l’operaio ed essersi diplomato in ragioneria, Franco Loi si impiega all’ufficio stampa della Mondatori. Attualmente collabora al supplemento culturale della domenica de "Il Sole 24 ore". Alla fine del 2005 l’editore Einaudi ha pubblicato un’abbondante scelta di poesie dal 1973 al 2002 col titolo "Aria de la memoria".

Per tutto il mese di giugno, alla Galleria Lazzaro in via Broletto 39, ci sarà la mostra di Giò Tanchis "Spagna e Sardegna: viaggio pittorico" in collaborazione con la FASI e il patrocinio della Ambasciata di Spagna in Italia. L’esposizione comprende 40 tele di varie dimensioni frutto di un lavoro recente, che si sviluppa sul rapporto culturale tra la Spagna e la Sardegna, terra che ha dato i natali all’autore e dove tuttora risiede, ed in particolar modo sull’accostamento imprescindibile dei colori, utilizzati dall’autore unitamente alle tematiche del toro e del cavallo, quest’ultimo fortemente radicato nella cultura popolare sarda. La pittura di Giò Tanchis (al secolo Walter Marchionni), possiamo considerarla e definirla "pittura cruda"; è pittura dove non esistono mescolanze di colori. L’immediatezza del tratto e la spontaneità del colore sono gli elementi portanti della sua espressione; gli accostamenti degli stessi combinano immagini quasi surreali, nel colore, ma delineati da figure, prevalentemente tori e cavalli, che ci trasmettono dubbi e certezze, allo stesso tempo, sulla definizione delle immagini stesse. Sono colori e campiture larghe e piatte, che combinate trasmettono sensazioni forti dove prevale il nero, vero tema ispiratore dell’ultima produzione di Tanchis: il colore nero che troviamo nelle masse rocciose dell’isola dei Sardi, è un nero "magmatico, basaltico". Tanchis accanto al nero utilizza altre cromie allo stato puro (il giallo, il rosso, il bianco) tutti colori presenti nella variopinta isola di Sardegna, colori accentuati ed esaltati da Tanchis, e che accomunano la nostra isola alla terra di Spagna che per 350 anni ha unito la propria cultura e quella della terra dei sardi. Per sua ammissione il suo istinto lo avvicina ai grandi maestri figurativi italiani della seconda metà del novecento: Sassu, Fiume, Guttuso. La sua vita è stata vissuta in mezzo all’arte, in maniera diretta o indiretta; pienamente e direttamente a contatto con il padre Dino Marchionni, che ha insegnato per 35 anni Educazione Artistica a Villacidro ma soprattutto straordinario acquerellista ed incisore, e indirettamente visitando mostre od essen
do a contatto con gli artisti, frutto della sua attività di gallerista e curatore di mostre. Proprio da Sassu e Fiume, che rappresentano quella che può essere definita Arte visiva del Mediterraneo, ne coglie, ovviamente in maniera spontanea, la luce, il colore e l’essenza di un’appartenenza ad una terra (in questo caso
la Sardegna ma per esteso il sud Europa) dove da secoli la luce, i colori del cielo e della terra, ma anche del mare, e ovviamente quelli propri del popolo sardo, si intrecciano con quelli delle popolazioni che l’hanno attraversata: oltre agli spagnoli anche arabi, fenici. Le geometrie costruite dai colori e dalle immagini con tagli obliqui, orizzontali e verticali, formano la prospettiva e la profondità che si può cogliere immediatamente o magari scrutando e metabolizzando il dipinto facendolo proprio. Nascono così sensazioni personali, filtrate solo dal nostro cervello e dalla nostra immaginazione: ecco perché, l’espressione artistica di Giò Tanchis, si può definire immaginifica. Pierangela Abis

 

PARTICOLARE TESTIMONIANZA SU "SA DIE" A CREMONA IN LINGUA SARDA

EMIGRATZIONE E LIMBA SARDA: UNU LIGONGIU FORTE

Finas in su mundu de s’emigratzione, o de su disterru pro la nàrrere a un’àtera manera, sa die de sa Sardigna at faeddadu in sardu. Sos naschidos in terra nostra chi bivent in Lombardia si sunt adobiados a pare domìniga su 4 de maju pro festare sa die de su pòpulu sardu dedicada a sa limba nostra gasi comente at disinnadu sa Regione. Sa tzitade seberada pro custu assodimentu est istada Cremona in ue si sunt agrefados sos binti tzìrculos organizados de cussa parte de logu, prus sos rapresentantes de sas àteras regiones italianas. Su tema fiat craru e inditadu dae Pàulu Pillonca. "Sa die de sa Sardigna – Su primu sinnu de identidade de unu pòpulu est sa limba". E de cussu s’est faeddadu in su cunvegnu organizadu a merie in s’auditoriu de sa biblioteca comunale de Cremona a oras de sa 17.00. Pàulu Pulina, òmine de relatas pùblicas de sa federatzione de sos sardos chi bivent fora, at contadu de su chi est capitende in Sardigna in custos annos in argumentu de polìtica linguìstica. At mentovadu sos fatos de sa Limbas sarda comuna e sos progressos chi est faghende sa limba sarda in su campu giurìdicu-amministrativu. At inditadu su libru de Pepe Coròngiu "Pro una limba ufitziale" comente unu volùmene chi at de seguru abertu caminos noales a s’istùdiu de unu tecnoletu amministrativu. Pepe Coròngiu, ospite de sos emigrados, at acumpridu una relata subra sa chistione "limba – dialetu" chi est a fundamentu, segundu issu, de sos problemas de ufitzializatzione chi tenimus oe in Sardigna pro sardu. Sos datos de sa Chirca sotziolinguisticas autorizant a sighire in una polìtica chi, a su costadu de s’isperimentatzione de unu istandard amministrativu in essida, punnet a valorizzare sas variedades istòricas-naturales-traditzionales. Toninu Mulas, dirigente de sos emigrados "lombardos", at sutalineadu comente sa polìtica de sa Regione est istada atziva meda in custos annos. At annuntziadu chi sos tzìrculos de sa Lombardia ant chircare de collaborare pro sos progetos de sa Die de sa Sardigna e at aprovdu s’idea aghiada de calicunu pro organizare cursos de limba sarda pro sos sardos chi bivent fora dae s’ìsula. A mangianu in su duomo de Cremona si fiat fata una missa cantada in sardu e ballos sardos in sa pratza prus manna cun fisarmònica e sonos de canna. A merie, finidu su cunvegnu, cuntzertu de Elene Ledda cun su grupu suo. A cunvegnu e cuntzertu ant partetzipadu 500 pessones. Giuseppe Corongiu

 

LA "TASSA SUL LUSSO" BOCCIATA DALLA CORTE COSTITUZIONALE

LA REGIONE RIMBORSA OLTRE 36MILA CITTADINI

Sono 36.823 i contribuenti ai quali dovranno essere rimborsate le somme versate per le seconde case ad uso turistico e le plusvalenze, due delle cosiddette tasse sul lusso introdotte dalla Regione Autonoma della Sardegna e poi bocciate dalla Corte Costituzionale. Lo ha reso noto l’assessore regionale della Programmazione Eliseo Secci. Distinguendo per imposta, i contribuenti che hanno versato l’imposta regionale sulle seconde case sono 36.612 per complessivi 27.245.186 euro – ha spiegato l’assessore sardo – mentre per le plusvalenze i versamenti sono 226 per una cifra di 2.621.281 euro. La Giunta regionale, presieduta da Renato Soru, stabilirà i criteri e modalità alle quali l’Amministrazione regionale si atterrà nell’espletamento delle procedure amministrative connesse ai rimborsi delle imposte. I competenti uffici finanziari regionali – ha assicurato Secci – hanno già attivato i meccanismi per la costituzione degli elenchi dei contribuenti e dei relativi pagamenti tributari al fine della predisposizione dei provvedimenti di rimborso. E’ volontà della Giunta regionale – ha concluso – di procedere con immediatezza alla restituzione somme versate nelle casse regionali, con le procedure più idonee ad eliminare o, almeno a ridurre al minimo, gli adempimenti a carico dei cittadini.

 

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O HA ANNUNCIATO IL PRESIDENTE DELLA REGIONE, RENATO SORU

PRESTO UN DISEGNO DI LEGGE SU USO LINGUA SARDA

Il bilinguismo anche in Sardegna con una legge che sarà presto esaminata dal Consiglio Regionale. Il presidente della Regione, Renato Soru ha annunciato maggiori interventi da parte della Regione sui mezzi di comunicazione per potenziare la presenza della lingua sarda nei mass media. Inoltre ha sottolineato la necessità di richiedere alla Rai l’apertura di un canale regionale bilingue, come già accade in Friuli. Non a caso, anche la legge troverebbe ispirazione in quella friulana approvata nel dicembre 2007. Questo provvedimento dovrebbe essere facilitato dall’accordo siglato da Ministero della Comunicazione, Regione Sardegna e Rai. Soru ha inoltre proposto agli uffici linguistici di collaborare con la Regione per realizzare una web tv interamente in sardo, che verrebbe collocata nei siti ufficiali della Regione stessa. Il Presidente ha ricordato ciò che ha fatto la Giunta in questi anni per la lingua sarda, in particolare le azioni rivolte alla rivitalizzazione moderna della lingua e non al suo rilascio nel campo folklorico. L’intervento di Soru è stato fatto interamente in sardo. Lo stesso Presidente ha chiuso sottolineando che la lingua si salva soprattutto parlandola, e ha esortato i giovani presenti a usarla in ogni contesto. La Regione Sardegna ha adottato "Sa limba sarda comuna" (lingua sarda comune). L’atto è stato disposto da una delibera della Giunta regionale approvata oggi. In via sperimentale l’amministrazione potrà utilizzare la lingua sarda comune per scrivere alcuni atti amministrativi e per la traduzione di norme e documenti particolarmente importanti come lo Statuto sardo e la legge regionale 26 del 1997 sulla Promozione e valorizzazione della cultura e della lingua della Sardegna. La stessa delibera istituisce anche "S’ Ufitziu de sa Limba Sarda", uno Sportello linguistico regionale previsto dal progetto "Una limba pro governare", approvato dalla Giunta regionale il 26 giugno 2003. Il documento, che verrà redatto anche in "Limba Sarda Comuna", prevede anche di approfondire con ulteriori studi il lessico, la morfologia e un’ortografia comune a più varietà di sardo. Tra le lingue principali sono il Nuorese, parlato nel centro dell’isola, nel Goceano e nella Barbagia, il Gallurese, nella parte Nord-Orientale della Sardegna, il Sassarese, nella città di Sassari e nei territori vicini con diverse inflessioni, il Logudorese, parlato nel centro-Nord della Sardegna (Marghine e Planargia) ed il Campidanese, nel Sud dell’isola. A queste principali varianti si aggiungono circa una cinquantina di inflessioni linguistiche differenti a seconda dei vari territori, oltre che il catalano, parlato ad Alghero, ed una forma di genovese, di Carloforte e Calasetta. "Le norme linguististiche di riferimento a carattere sperimentale per la lingua scritta dell’amministrazione regionale – si legge nel documento approvato dalla Giunta – consentono di avviare un processo graduale mirante all’elaborazione di una Limba Sarda Comuna, con le caratteristiche di una varietà linguistica naturale che costituisca un punto di mediazione tra le parlate più comuni e diffuse e aperta ad alcune integrazioni volte a valorizzare la distintività del sardo e ad assicurare un carattere di sovramunicipalità e la semplicità del codice linguistico"In questo modo la Limba Sarda Comuna intende rappresentare una "lingua bandiera", uno strumento per potenziare la identità collettiva dell’Isola, nel rispetto della multiforme ricchezza delle varietà locali. L’adozione della lingua sarda comune non intacca "il valore legale esclusivo degli atti nel testo redatto in lingua italiana".

 

CAMPIDANESE… LOGUDORESE… GALLURESE… OGLIASTRINA… NUORESE.. TABARCHINA…

UNA, DIECI, MILLE NAZIONI SARDE

Le preoccupazioni di chi teme che una lingua nazionale distrugga i suoi dialetti hanno in questi ultimi anni disteso buoni argomenti (sia pure, a me pare, parossistici), sindromi vittimistiche e ragionamenti pretestuosi. Quasi tutti, questi ultimi, tesi al non fare e spia di un atteggiamento di sostanziale negazione della possibilità per il sardo di uscire dal folclore e dal localismo esasperato. Non è un caso che fra i più accesi sostenitori del localismo ci siano quanti per anni, soprattutto intorno al Settanta e all’Ottanta, si sono schierati contro il riconoscimento della lingua sarda. Sono coloro che hanno fatto battaglie epiche contro la proposta di legge di iniziativa popolare sul bilinguismo (1975-76); che nel 1989 in Consiglio regionale hanno affossato con voto segreto la timidissima legge sulla lingua; che nel 1997, persa la battaglia contro il sardo, imposero la trasformazione della legge sulla lingua in legge per la cultura e per la lingua sarda, impedendo che la Sardegna si dotasse di una politica linguistica. È nata in questi ambienti, persa la guerra santa contro il sardo, la battaglia per la parcellizzazione, sfruttando la paura che un processo di unitarietà della lingua potesse comportare danni alle parlate locali. Si tratta naturalmente di una incolta sciocchezza che non tiene conto di due fatti conosciuti: a) neppure 150 anni di imposizione della lingua italiana sono riusciti a distruggere dialetti e lingue preesistenti, nonostante la messa in campo di strumenti di coercizione enormi, dalla scuola al cinema, dall’esercito alla televisione al tentativo, abortito solo per fine di legislatura, di introdurre in Costituzione che la lingua ufficiale della Repubblica è l’italiano; b) il radicamento dei dialetti nelle comunità di riferimento. Pur incolta e strumentale, la battaglia per dividere per meglio comandare ha fatto danni cui non sarà facile rimediare: si è insinuata e ha fatto nido in persone che magari si dicono parte del popolo sardo ma non riescono a trarre le conseguenze da questo senso di appartenenza. Le cose peggiorano notevolmente quando a dar corpo alle ombre ci si mettono coloro che di mestiere fanno i linguisti e, quindi, hanno l’obbligo della scientificità delle loro affermazioni. Capita così di leggere un articolo della professoressa Marinella Lõrinczi, solitamente garbata e problematica nel suo scrivere. Personalmente stento a condividere la sua visione dei problemi della lingua sarda per quanto legittima e ben argomentata. Questa volta, per&
ograve;, temo che si sia lasciata prendere la mano nella condivisione di quel senso di vittimismo che contraddistingue alcuni cittadini sardi abitanti nei Campidani. Nei loro confronti, secondo la professoressa, sarebbe in atto una discriminazione "non giustificata da nulla di scientifico o di storico (il campidanese è meno lingua del logudorese? i Campidanesi avranno mai oppresso gli altri?), se non dai luoghi comuni culturali o dagli stereotipi nazionalistici, dai quali dovremmo guardarci bene". "Stereotipi nazionalistici"? Addirittura. Esistono, dunque, due nazioni in Sardegna, una della quale (immagino la logudorese) discrimina la nazione campidanese. E dove mettiamo i baroniesi, i nuoresi, gli ogliastrini del nord e quelli del sud? Che dire della "Nazione" gallurese, e delle "nazioni" tabarchina, catalana e sassarese? Anche queste, evidentemente, sono vittime degli "stereotipi nazionalisti". Guardiamoci, certo, dagli stereotipi. Ma da tutti.

 

LA SARDEGNA INVECCHIA A VISTA D’OCCHIO

NEL 2030 L’ETA’ MEDIA SARA’ 60 ANNI

Le proiezioni demografiche della Sardegna elaborate dall’European Spatial Planning Observation Network, secondo cui nel 2013 l’età media della popolazione sarda sarà intorno ai 55 anni, per raggiungere la media di 60 anni nel 2030, collocandosi all’ultimo posto in Italia e in Europa. Proiezioni che dicono che la Sardegna di domani sarà più vecchia e più spopolata. Sotto questo profilo, non si rilevano elementi di discontinuità, visto che la popolazione complessiva della Sardegna in oltre 50 anni è cresciuta di neanche 400mila abitanti. Nel 1951 era di circa 1.270mila abitanti; nel 1971 di circa 1.470mila per arrivare al 1981 a 1.590mila abitanti. Numero questo che ha avuto un leggero incremento nell’ultimo censimento, grazie soprattutto alla presenza delle nuove popolazioni di immigrati. Ciò significa che l’entrata dell’isola nel circuito dei benefici della modernizzazione non ha invertito la storica bassa densità demografica, anzi si è aggravata per la forte concentrazione di popolazione in poche aree urbano-costiere. Questi mutamenti sono connessi al fatto che la Sardegna in neppure 60 anni ha vissuto tre fasi: la prima rappresentata dalla produzione industriale di base che ha sancito l’uscita dalla pre-modernità e l’entrata marginale della Sardegna nella modernità. La seconda rappresentata dalla produzione culturale del turismo balneare che è stata vissuta come piena modernità, oltre che come modalità, per accettare il fallimento dell’industria. La terza definibile dell’iper-modernismo e dell’iper-turismo rappresentata dalla produzione di consumo, qui inteso come complessa azione sociale e come flusso che ha esteso il processo di trasformazione sociale, anche là dove non c’era un’esplicita vocazione turistica. La prima fase è servita per innescare profondi mutamenti in termini sociali e ambientali, di cui lo spopolamento di vaste aree è uno degli effetti più importanti. Spopolamento che non ha subito inversioni di rotta neppure con l’insediamento industriale nella Sardegna centrale che non è stato fattore di attrazione in termini di popolazione, di rinnovo tecnologico; tutt’al più ha favorito delimitati insediamenti, ma senza creare l’effetto città. La seconda fase ha visto il turismo come modello sociale prevalente. In questa fase si sono consumati in poco tempo attività produttive industriali, pezzi di mondo rurale e luoghi. Il successo di alcuni territori costieri rappresenterà un modello di riferimento anche per tutti quegli insediamenti posti a ridosso delle coste e dell’entroterra. Ciò nella speranza che la conversione del singolo territorio in luogo di attrazione di flussi finanziari e di risorse umane, avrebbe costituito una chance di sviluppo economico e avrebbe garantito un’inversione dei processi di spopolamento. Così non è stato e il consumo è l’esito finale della fase attuale. Consumo da intendersi come un’articolata pratica sociale che, partendo dalle città e dalle coste, ha indotto un insieme di cambiamenti che hanno coinvolto, direttamente e indirettamente, i diversi tipi di insediamento storicamente presenti nell’isola e le loro comunità. Questi processi di mutamento hanno caratterizzato l’isola, ma sono analoghi a quelli che riscontriamo nel resto d’Europa e che sono indicati come emergenze di cui è urgente occuparsi: spopolamento delle aree rurali, invecchiamento della popolazione, urbanizzazione che nell’area mediterranea avviene lungo le coste, crisi ambientale. Semmai una differenza consiste nel fatto che in Sardegna tutto è avvenuto rapidamente e senza le dovute sedimentazioni culturali, il che ha significato che molti dei caratteri delle diverse fasi sono diventati obsoleti senza però avere avuto il tempo di innescare circuiti virtuosi. E’ come se la Sardegna avesse deciso di saccheggiare se stessa. In questo quadro, l’uso del termine "identità" associato a "specificità", deve essere cauto e potrebbe persino risultare dannoso se riferito ad un ipotetico passato più o meno mitizzato.

 

INCESSANTI, CONTINUANO I DECESSI SUL LAVORO

LE MORTI BIANCHE

La notizia quotidiana di incidenti e morti sul lavoro è diventata una catena interminabile. Si tratta di un fenomeno che deve essere valutato ed affrontato come rischio incombente sui lavoratori nell’arco dell’intera giornata lavorativa. Un rischio sempre presente che per la sua natura ha determinato la nascita dell’assicurazione contro gli infortuni. Più recentemente, nel 1994 il decreto legislativo n. 626, in attuazione di direttive CEE, ha dettato norme riguardanti il "miglioramento della sicurezza e della salute dei lavoratori sul luogo di lavoro". Sono norme che in un paese civile devono rappresentare una garanzia assoluta per l’incolumità del lavoratore. Esse si rivelano però scarsamente applicate. Viene a mancare la tutela della salute, della sicurezza e della vita del lavoratore in tutti gli ambienti di lavoro. Il pericolo va esaminato sotto un duplice aspetto: quello del rispetto integrale delle norme, compresa la vigilanza degli Istituti preposti, e quello della normativa che regola i contratti di lavoro a partire dal pacchetto Treu sino alla L. 30/2003 e relativo decreto di applicazione. Sul primo aspetto è indubbia la necessità del massimo impegno per la applicazione di tutte le misure che garantiscano la sicurezza e perché il co
ntrollo degli enti preposti sia effettuato. La causa di quanto accade spesso è da imputarsi alla superficialità con cui si valuta il rischio dovuto alla strumentazione impiegata nei posti di lavoro. Se si esaminano le cause degli infortuni ci si rende conto che essi sono causati molto spesso da fattori che si potevano eliminare con la semplice diligenza. É di tutta evidenza che la prevenzione comporta un costo; non sostenendolo si gioca con la vita del lavoratore. Questa valutazione è confermata dalla reazione degli industriali i quali anziché applicare il pacchetto per la sicurezza hanno invece proposto l’utilizzo delle somme in attivo nel bilancio dell’INAIL. Il Ministro Damiano lo scorso dicembre ha dichiarato che le buone leggi non bastano a superare l’emergenza rischio sul lavoro. Ma se le leggi sono buone ci si deve chiedere cosa è mancato e quali sono le certezze per la loro totale applicazione Ci si deve chiedere se ogni datore di lavoro adempie all’obbligo di "informazione, formazione, consultazione e partecipazione dei lavoratori ovvero dei loro rappresentanti, sulle questioni riguardanti la sicurezza e la salute sul luogo di lavoro". Ciò significa che chi avvia un’attività imprenditoriale deve essere il primo a conoscere tutti i potenziali rischi che si possono correre durante l’attività lavorativa. E perciò deve designare il responsabile del servizio di prevenzione e protezione interno o esterno all’azienda, gli addetti al servizio di prevenzione e protezione interno o esterno all’azienda e al tempo stesso deve nominare, con le modalità previste dalla legge, il medico competente in materia di medicina del lavoro. Purtroppo questi obblighi molto spesso rimangono aspetti formali. Perciò è indispensabile la mobilitazione delle organizzazioni sindacali affinchè il rappresentante dei lavoratori abbia gli strumenti per sorvegliare sulla sicurezza del lavoro compresa la totale autonomia da eventuali pressioni che possono venire dal datore di lavoro. Alcuni dati possono dare la dimensione del rischio che ogni giorno corre il lavoratore sul posto di lavoro.
La Fillea-Cgil ha denunciato un numero di 235 morti nell’edilizia nel 2007 di cui il 16% sono immigrati. La stessa organizzazione sindacale ha dichiarato che si tratta di un numero "appena migliore" di quello registrato nel 2006 (258 incidenti mortali), ma comunque ancora altamente critico". Il sindacato sottolinea come gli immigrati, i lavoratori precari o in nero, risultino i più deboli ed esposti ad infortuni, oltre essere i meno pagati e inquadrati a livelli più bassi. Nel 2006 si sono registrati 1302 incidenti mortali complessivamente, di cui 34 in Sardegna. Il settore industria e servizi è quello che registra il numero più alto, 1189, pari a 89,78% del totale. Una media altissima in funzione delle giornate lavorative, si è arrivati a circa 5 morti sul lavoro al giorno, in Sardegna oltre tre morti al mese. Secondo le stime dell’INAIL nei primi mesi del 2007 gli incidenti mortali sono scesi del 2,1%: tra gennaio e settembre i morti sono stati 774, vale a dire il 114 in meno rispetto allo stesso periodo del 2006. Sono sempre troppi e rappresentano un numero insopportabile. Se si guarda al totale degli infortuni le cifre salgono vertiginosamente: spesso il lavoratore subisce menomazioni fisiche tali da non essere più in grado di impegnarsi in attività lavorativa. Il totale degli infortuni registrati in Italia nel 2006 è di 927.998, nel 2005 sono stati 939.968. In provincia di Cagliari si sono registrati, al 30 novembre 2007, 8.561 infortuni di cui 16 mortali al 19 dicembre. Numeri assurdi che non possono essere attribuiti a casualità. I dati citati sono ovviamente quelli denunciati ma è presumibile che un esame, seppure approssimativo, della presenza di lavoro nero possa fornire dati sensibilmente più elevati. È necessario conoscere quali siano stati i controlli in tutto il territorio nazionale così come è importante conoscere le reali possibilità di tutela che riesce a mettere in pratica il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. Un altro elemento che ha determinato insicurezza nei posti di lavoro è costituito dall’elevato numero di contratti di lavoro in applicazione della delega della L. 30/03. In esso sono presenti contratti di lavoro precario che, per la loro stessa natura, non offrono affidabilità e garanzia in materia di sicurezza. È sufficiente qualche esempio per chiarire il senso di queste affermazioni. Essere avviati al lavoro presso un azienda dovrebbe comportare la conoscenza di quella realtà. Appare del tutto evidente che quando il lavoratore viene avviato ad una attività per periodi di breve durata, i tempi per l’apprendimento delle cautele contro gli infortuni sono ridotti se non del tutto inesistenti, soprattutto quando le aziende operano con strumentazione tecnologica sofisticata. Una situazione analoga si ha nel rapporto di "lavoro condiviso" in cui due o più lavoratori sono destinati alla realizzazione di un progetto e sono responsabili in solido del risultato con tempi e modalità decisi dal datore di lavoro. In questo caso le condizioni di insicurezza vengono riversate per intero sui lavoratori.

 

5MILA UOMINI, 15 VELIVOLI, 7MILIONI DI INVESTIMENTI CONTRO GLI INCENDI

ANCHE QUEST’ANNO LA SARDEGNA SI PREPARA AD "ANDARE IN GUERRA"

Pianificazione e coordinamento delle forze in campo e prevenzione. Sono le due parole d’ordine su cui si basa la campagna anticendi 2008 della Regione, presentata dall’assessore regionale dell’Ambiente, Cicito Morittu. La prevenzione verrà attuata, in primo luogo, attraverso la predisposizione e l’attivazione dei Piani comunali di protezione civile. Gli enti locali sono chiamati anche ad effettuare manutenzioni straordinarie per ripulire le zone più a rischio da sterpaglie e rifiuti, mentre i privati dovranno dare comunicazione al Corpo forestale per eventuali abbruciamenti già dal 15 maggio. Anche quest’anno ll’armata anti-fuoco sarà imponente e regolata da protocolli di intervento definiti. Circa cinquemila uomini del Corpo forestale (1400 rispondono al numero di emergenza 1515), Vigili del Fuoco (1.400 coordinati dalla centrale operativa del 115), Ente foreste (tremila) e volontari (1.400) saranno impegnati quotidianamente nelle attività di controllo del territorio sardo e di intervento nel caso di incendi. A supporto delle attività a terra ci saranno i mezzi aerei: gli 11 elicotteri della Regione e i quattro velivoli messi a disposizione dalla Protezione civile nazionale (due elitanker e due Canadair). Complessivamente per attivare la macchina operativa anticendio la Regione ha stanziato cinque milioni di euro a cui si aggiungono i due milioni di euro con cui il Governo finanzia il "richiamo in servizio" di mille volontari dei
Vigili del Fuoco, che opereranno in particolare nelle sedi cittadine. Lo scorso anno le fiamme hanno percorso
30.000 ettari di territorio (1/3 di superficie boscata) e gli arresti per incendio doloso sono stati 15, mentre 700 le comunicazioni relative ad incendi. S affinano le tecniche e si migliora la dotazione di uomini e mezzi per l’annuale "operazione Attila" con gli incendiari, che ormai rappresentano una piaga nazionale ed europea. Ma è un fenomeno di tale complessità e imprevedibilità da riuscire solo a evitare il peggio, ricercare di volta in volta il meglio senza poter escludere eventi calamitosi per particolari situazione a terra e meteorologiche. È pur vero, comunque, che l’organizzazione e la struttura della Sardegna sono considerate ovunque al top in tutta Europa.

 

MASTER PLAN PER LO SVILUPPO ISOLANO: SOLDI DALL’EUROPA

SARDEGNA, PIU’ RISORSE DA SPENDERE SUBITO

Fuori dall’Obiettivo 1? Nessun dolore, anzi. La Sardegna entra nell’Obiettivo Competitività «e le risorse sono addirittura aumentate». Stoccata ai gufi che gridavano al disastro che avrebbe dovuto provocare la promozione in chiave europea. Gli spadaccini sono il presidente Renato Soru e l’assessore al bilancio Eliseo Secci durante la presentazione dei fondi stanziati per il programma operativo del Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr): oltre un miliardo e 700mila euro con i primi 800mila da impegnare entro il 31 dicembre. La programmazione Por 2007-2013 per la Sardegna entra nel vivo con una delibera approvata dalla Giunta regionale: risorse ingenti e subito disponibili. Quel passaggio, dall’Uno alla Competitività, avviene dalla porta principale. Il finanziamento costituisce la prima tranche dei circa 10 miliardi di euro che arriveranno nell’isola grazie al Documento unico di programmazione: comprenderà anche i fondi per lo sviluppo europeo (Fse) e quelli per il piano di sviluppo rurale (Psr). È in fase di ultimazione negli uffici di viale Trento e dovrà essere presentato al nuovo governo nazionale: ma sono fondi certi, da non discutere più anno per anno. E questa, sottolineano il presidente Soru e Secci, è una novità importante. Si supera la logica dei «progetti sponda, da cancellare dal vocabolario: prima si perdeva tempo a cercare bandi facilmente rendicontabili, ora si daranno risposte certe e automatiche a obiettivi precisi». I fondi Por destinati alla Sardegna prevedono dieci assi d’intervento, come specificato nel Documento strategico regionale. Risultati che si vedranno nel futuro. Senza perdere tempo, perché «a differenza della poca chiarezza iniziale dell’ultimo Por, causa di una fase laboriosa durante lo stanziamento dei fondi» in questa occasione il grosso del lavoro è fatto: «Grazie alla nuova impostazione gli obiettivi sono già pianificati dal lavoro di questi anni». Il riferimento è al piano sanitario, a quello di sviluppo rurale, al sistema museale e al piano di riassetto idrogeologico: «Abbiamo azioni da mettere in campo direttamente». I primi esempi da mettere sul tavolo ci sono e sono concreti: «Al termine di un lungo lavoro del tavolo tecnico tra alcune Regioni italiane e dopo il vaglio in ambito europeo», spiega il presidente, «sono stati individuati pochi Assi e obiettivi certi, perciò non sarà più necessario predisporre i bandi per i singoli interventi. Quelli già in essere, però, non spariranno del tutto». È il caso di Civis: il bando per i comuni che si mettevano insieme per presentare progetti sui centri storici da rivitalizzare era stato finanziato l’anno scorso sino all’esaurimento delle risorse. «La graduatoria sarà tenuta in considerazione per i prossimi interventi in quel settore, sino al suo completamento». Vale anche per la progettazione integrata, con un occhio di riguardo per le imprese che hanno partecipato. In questo caso «la Regione è pronta a presentare i bandi studiati sulla base delle esigenze presentate dalle imprese stesse. non saranno bandi al buio soldi ci sono, e sono tanti. Ora le misure d’intervento vanno riempite di buoni progetti. Settori come quello delle energie rinnovabili, della nautica e dello sviluppo tecnologico attendono soltanto le proposte delle imprese sarde». Messaggio tutto indirizzato alla fiducia: «Il Por è liberare energia dalle imprese. Lo facciamo aumentando la competitività: con progetti che eliminano i vincoli legati ai trasporti, alla continuità delle merci, all’energia. Ma anche arricchendo la Sardegna con l’istruzione e la conoscenza». Tutto collegato nella strategia tracciata dagli obiettivi tracciati da Lisbona: «Abbiamo dei vincoli: almeno il 70% delle risorse devono essere spese tenendo in primo piano l’istruzione e la conoscenza. Devono essere al servizio dello sviluppo sostenibile, per il miglioramento e la tutela della qualità ambientale: quindi creare nuovi e migliori posti di lavoro. Cerchiamo di farlo da quattro anni e aderiamo con entusiasmo: l’idea è quella di andare anche oltre». Allora ecco gli obiettivi e le linee di attività, già individuate dalla pianificazione programmata dalla Regione in questi anni: sono previste azioni significative a supporto delle reti digitali di comunicazione per i cittadini e per le imprese, oltre allo sviluppo della telemedicina e della produzione di contenuti digitali che riguardano la cultura, la letteratura, la lingua sarda, la musica e il territorio dell’isola. Altri interventi sono in programma per il miglioramento del sistema di istruzione, per aumentare l’attrattività del sistema scolastico e formativo. Per le piccole e medie imprese l’aiuto importante può arrivare dai fondi destinati nell’asse energia per le fonti rinnovabili, la sostenibilità ambientale, il riassetto funzionale di infrastrutture e risorse idriche. Nel capitolo ambiente, cultura e turismo, le risorse da impegnare dovranno garantire, invece, la prevenzione dei fenomeni di degrado del suolo, il miglioramento della gestione dei rifiuti e il rafforzamento del sistema di approvvigionamento idrico; ma anche la valorizzazione di beni e attività culturali per incentivare l’imprenditorialità nei settori della creatività, dell’arte e dello spettacolo. Oltre 200 milioni di euro sono disponibili, inoltre, nell’asse sviluppo urbano per ottimizzare la mobilità sostenibile, la rete dei collegamenti e i servizi di accesso. Sulle linee che interessano la competitività («L’asse sei è il cuore del programma», ripete Secci) l’obiettivo primario è potenziare le attività di ricerca industriale e lo sviluppo sperimentale nei settori di eccellenza oltre a sostenere i processi di crescita e l’innovazione del sistema delle imprese, favorendo le agglomerazioni e le interconessioni produttive di filiera: «Poniamo le migliori condizioni alle imprese per competere sul mercato: arricchendo la Sardegna in istruzione, ricerca e sviluppo tecnologico». A iniziare dalla lavagna elettronica in tutte le aule dell’isola: specificità e avanguardia, la ricetta vincente per concorrere con i migliori. Marco Murgia

 

NON BASTA PIU’ IL MARE LIMPIDO: UNO SCHIAFFO ALLA SARDEGNA

SPIAGGE DA SOGNO SENZA BANDIERE BLU

La solita scalogna. In Sardegna, basta andare in un qualsiasi ovile per trovarlo pieno di lingue blu, ma se scendiamo in spiaggia troveremo solo una bandiera di quel colore, a garrire sotto il vento di Santa Teresa di Gallura. Non abbiamo portato a casa altro, con l’edizione italiana del Blue Flag 2007. La campagna, promossa dal FEE (il Fondo per l’Educazione Ambientale, un organismo internazionale con sede in Danimarca) è giunta alla decima edizione e premia con la bandiera blu le spiagge migliori, in base a una serie di stringenti criteri di valutazione. Quest’anno in testa a tutti per numero di località premiate c’è la Toscana, con ben 15 bandiere, seguita dalla Liguria con 13. La Sardegna è la solita cenerentola: sola in fondo alla classifica, alla pari con Basilicata e – addirittura – Lombardia, e preceduta da una Sicilia messa solo un pochino meglio, con tre bandiere. Possibile? Va bene che non abbiamo autostrade, che ci mancano vere ferrovie, per non parlare di industrie e infrastrutture, ma almeno sulle spiagge pensavamo di essere messi abbastanza bene! Non vorremmo fare una questione di bandiera sulle bandiere blu. A far questo, infatti, ci ha già pensato l’assessore regionale al Turismo Luisanna Depau, con dichiarazioni piuttosto risentite riservandosi di verificare le modalità con le quali avvengono le assegnazioni. Dal punto di vista logico qualcosa non torna: siamo sicuri del risultato (meritavamo dieci, cento, anzi mille bandiere) senza però sapere nulla sui criteri di valutazione. Per dare una mano all’Assessorato, che si riserva di controllare, andiamo sul sito italiano della FEE e studiamoci le carte. Scopriamo innanzitutto che, per sperare di avere una bandiera blu, è necessario presentare una domanda, compilando un questionario e consegnandolo entro il 31 gennaio. È un po’ come la lotteria: non ci si può lamentare di non aver vinto se non si è comprato almeno un biglietto. Non si sa quali e quanti Comuni sardi abbiano fatto domanda, e crediamo che la FEE abbia poco interesse a divulgare i nomi di chi è stato bocciato, se bocciature ci sono state. Leggendo il questionario, si scopre comunque che le informazioni da dare non sono poche, e alcune domande sono piuttosto imbarazzanti. Una delle prime questioni è, ovviamente, la pulizia delle acque. Su questo settore, sebbene le nostre acque non siano sempre così azzurre e cristalline come ci piace pensare, dovremmo essere messi bene, e comunque non certo peggio di Toscana e Liguria. E allora? Il fatto è che per infilzare la bandierina sul sardo suolo ci vuole anche altro. Il Comune che chiede il riconoscimento, per prima cosa, deve aver redatto un documento di politica ambientale, ed avere una certificazione secondo norma ISO 140001. Il sistema fognario deve essere capillare e collegato ad un impianto di depurazione, del quale è necessario fornire tutti i dettagli tecnici, compresa la capacità di sopportare i picchi di utilizzo estivi dovuti al grande afflusso dei turisti. Passiamo poi ai rifiuti: è necessario che si faccia la raccolta differenziata, e vengono chiesti lumi sullo smaltimento degli oli usati e delle batterie al piombo. Va poi messo sul piatto della bilancia tutto quanto si fa per rendere il territorio più vivibile: isole pedonali, piste ciclabili, aree verdi, limitazioni all’inquinamento acustico, ed altre amenità che non capita poi di vedere così spesso dalle nostre parti. Fanno punteggio, inoltre, il recupero e la valorizzazione architettonica dei centri storici, la catalogazione e la divulgazione con apposita segnaletica di specie vegetali rare od in via di estinzione, le iniziative poste in essere per studiare e contenere i fenomeni erosivi delle coste, l’abbattimento di barriere architettoniche, la presenza di servizi igienici, la frequenza con cui le spiagge vengono pulite, la dotazione di servizi di controllo e salvataggio per la balneazione. In tutta sincerità, alcuni di questi requisiti fanno pensare a un tipo di turismo un po’ diverso dal nostro: più da stabilimento balneare che da caletta deserta e selvaggia. Non è certo pensabile mettere i parcheggi a Cala Luna o le fontanelle d’acqua potabile tra le dune di Piscinas. E purtroppo certe zone, proprio per le loro peculiarità, sono e saranno sempre poco accessibili ai portatori di handicap. Punti in meno, quindi. Non va però taciuto che molti dei requisiti necessari per avere una bandiera blu impongono una cultura ed una responsabilità ambientale che è del tutto sconosciuta in gran parte delle nostre zone che vivono di turismo. La legge di tutela delle coste sarde dalla cementificazione selvaggia, che è stata una delle prime iniziative della Giunta Soru, è stata bersagliata a palle incatenate proprio dai sindaci dei paesi costieri, umiliati e offesi per non poter continuare nello scempio di villette a schiera e costruzioni orrende, fatte solo per spremere qualche euro in più allo sprovveduto turista ferragostano. Gli unici interventi dei Comuni vicino alle spiagge sono spesso dei parcheggi a pagamento, senza nessun servizio aggiuntivo, neanche quando questo sarebbe possibile senza danneggiare l’ambiente. Davvero abbiamo le carte in regola per indignarci? Le nostre spiagge sono belle, e non abbiamo bisogno certo di coccarde, scudetti e bandierine per segnalarlo. Se poi continueranno a rimanere belle a lungo, questo dipenderà da molte delle crocette che i nostri sindaci saranno in grado di segnare nei questionari degli anni che verranno. Sempre ammesso che a qualcuno di loro interessi farlo.

 

NAVICELLE E BRONZETTI NELLE TOMBE ETRUSCHE, UN DIBATTITO APERTO

SARDI ED ETRUSCHI, LEGATI DA UN FILO MISTERIOSO

Sardi ed Etruschi. Un misterioso filo sembra legare dalla notte dei tempi questi due popoli mediterranei. Diverse, e spesso pure in contraddizione tra loro le ipotesi avanzate riguardo la frequentazione tra le due genti, ora più che assodata. Dimostrata cioè dai numerosi reperti, bronzetti e navicelle, ritrovate all’interno di tombe scavate in Toscana. Come, viceversa, non sono mancati i ritrovamenti di oggetti di origine etrusca in siti nuragici. C’è poi la comune e fine capacità metallurgica, ma anche tracce di matrimoni mi
sti. Diversi gli studiosi e i giornalisti che attorno all’origine di questi due popoli, come ad un loro incontro culturale ed economico hanno scavato e ricercato, suggerendo anche ipotesi affascinanti. Per tutti, solo per fare qualche nome, Massimo Pittau, autore di volumi sulla lingua etrusca e Sergio Frau, giornalista de "
La Repubblica" titolare del best seller "Colonne d’Ercole" che fa coincidere la Sardegna con la mitica Atlantide. A riportare con forza l’attenzione su questo tema del passato che sembra accendere passioni contemporanee, nel museo Sa Corono Arrubia di Villanovaforru, ecco la mostra di importante valore culturale "Gli Etruschi e la Sardegna, un’antica civiltà rivelata". Vengono ospitati assieme ai preziosi reperti provenienti da tutta la Sardegna, grazie alla collaborazione delle diverse Soprintendenze e, soprattutto, dall’antica Etruria, cioè la moderna Toscana. Obiettivo principale di questa mostra che si colloca all’interno di quella più ampia dedicata proprio specificatamente agli Etruschi, aperta qualche mese fa e beneficiata di circa 20mila visitatori, quello di indagare sui rapporti tra l’antica Ichnusa e l’Etruria dalla fine dell’età del bronzo agli inizi dell’età del ferro. Manufatti nuragici rinvenuti in tombe etrusche.

 

TORNANO I TAZENDA: PEZZO FORTE E’ IL BRANO IN DUETTO CON FRANCESCO RENGA

L’ALBUM "MADRE TERRA"

I Tazenda e Francesco Renga si conoscono da tanti anni. Si sono ritrovati in sala di registrazione per incidere "Madre terra", la canzone che la band sassarese contava di portare a Sanremo. Il disco arriva a un anno di distanza dal fortunatissimo "Vida", un lavoro che ha consentito a Gino Marielli, Gigi Camedda e Beppe Dettori di scalare le classifiche della hit parade e di conquistare il disco d’oro. La Deltadischi, la casa discografica, anche questa volta ha curato ogni minimo dettaglio, segno che con i Tazenda è stato avviato un progetto a lunga durata. Si punta moltissimo sul duetto con Francesco Renga. L’autore di "Raccontami", "Tracce" e di tante altre canzoni ormai entrate nella storia della musica leggera italiana è molto legato alla Sardegna (la madre era di Alghero) ed ha sempre apprezzato la musica dei Tazenda. Ore e ore in studio di registrazione, continui viaggi tra Sassari e Milano, per mettere a punto ogni dettaglio. Nel cd sono presenti 14 tracce. La ricetta è sempre la stessa, quella che ha consentito ai Tazenda di ritagliarsi uno spazio di grande rilievo nel panorama nazionale. Gli ingredienti: melodia, testi in sardo e italiano, arrangiamenti di qualità. Nel disco oltre Camedda, Marielli e Dettori hanno suonato anche Matteo ed Emiliano Bassi (Basso e Batteria), il chitarrista Massimo Cossu (che alla luce della lunga collaborazione può essere considerato il quarto Tazenda) e Paolo Jannacci, figlio del grande Enzo, alla fisarmonica. L’album si apre con un brano strumentale  e un testo recitato dall’attrice sassarese Teresa Soro.

 

SI AVVICINANO INESORABILI I GIOCHI OLIMPICI DI PECHINO

NON SPEGNETE IL FUOCO DI OLIMPIA

Ogni volta che la politica ha deciso di intrecciarsi con lo sport ne è nato un aborto concettuale. Ogni volta che la politica ha usato lo sport ne è nato un aborto esistenziale. Ogni volta che la politica ha usato lo sport per megafonare i propri sbraiti lo sport ha emesso un forte grido, ed è morto. Non è difficile, da queste mie prime parole, comprendere come io sia fermamente contrario all’uso/abuso del sacro fuoco di Olimpia che in questi giorni viene perpetrato dai cosiddetti pacifisti che in giro per il mondo stanno contestando contro la Cina? Per la libertà del Tibet? Per boicottare le Olimpiadi di Pechino? Per sgridare il Comitato Internazionale Olimpico che assegnò un dì i XXIX Giochi Olimpici dell’Era Moderna alla capitale cinese? Per impedire a qualche migliaio di atleti che da 4 anni non aspettano altro di competere per sognare di cingere il proprio capo con l’alloro degli dei olimpici? Cosa c’entra il fuoco di Olimpia con le proteste violente di questi giorni? Non è giusto, non procura fratellanza, non trasferisce lo spirito olimpico dalla parte delle cause perse aggredire, spegnere, impedire la corsa della fiamma olimpica. È un gesto squallido, impopolare agli occhi di chi vede ancora nelle Olimpiadi l’ultimo momento terrestre di confronto tra i popoli. È alle Olimpiadi di Sidney, di Atene, di Torino, che le due Coree hanno sfilato unite sotto un unico vessillo. È alle Olimpiadi di Berlino ’36 che Jesse Owens, nero nero, distrusse il mito della superiorità ariana hitleriana trionfando nei 100, 200, 4×100 e salto in lungo: e venne snobbato in Patria dall’allora presidente F.D Roosevelt, impegnato in campagna elettorale negli Stati del Sud che non dovevano essere urtati da un lurido raccoglitore di cotone, mentre Hitler, al momento della premiazione, si alzò e lo salutò con un cenno della mano, ricambiato… E oggi, se Nawal El Moutawakel è ministra dello sport e delle politiche sociali in Marocco, lo deve anche alla sua vittoria alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984, prima donna africana e islamica a vincere una medaglia d’oro ai Giochi, simbolo di riscatto femminile e continentale. E a Londra 1948 la popolazione, ancora violata dalla seconda guerra mondiale, in una città ancora da ricostruire, si fece in 4 per accogliere gli atleti e sistemarli al meglio, offrendo anche cibo a quelli provenienti dalle nazioni più povere….come l’Italia, che a tanti figli della perfida Albione tolse la vita, pur anche. E quando la politica ha aggredito le Olimpiadi ha raccolto solo pula e cenere. Ma quale immagine trionfante sarebbe stata vedere una folla di attivisti, esuli tibetani, pacifisti, uomini donne e bambini, con le bandiere colorate del Tibet, con i vessilli arcobaleno della pace, con le bandiere dei 5 cerchi simbolo di unione dei popoli e non le 5 manette simbolo di oppressione, correre scandendo slogan di libertà al seguito del sacro fuoco d’Olimpia? Quale gioia vedere un fiume di gente in festa che accompagna il fuoco dello sport, della purificazione, dell’unità e della lealtà travolto, sospinto dai colori dei bonzi tibetani, per u
na volta impegnati a correre sorridenti con le loro bandiere, invece di fare a botte per la strada con i soldati antisommossa cinesi. Sono conscio che le mie parole potranno far inorridire, ma se per una volta si sapesse cogliere la forza dei simboli usandola in senso positivo, beh, le cose sarebbero più belle e solari. Vorrei sapere perché tutti i soloni che oggi parlano dell’errore di andare a fare le Olimpiadi in Cina non sono scesi in piazza prima, perché adesso tutti dicono che bisogna evitare la cerimonia di inaugurazione, perché non hanno fatto pressione con le loro lobby sul CIO quando le Olimpiadi sono state assegnate a Pechino? Perché le aziende di tutto il mondo fanno affari con
la Cina? Perché solo lo sport deve essere oggetto sfruttato dalla politica? A me di vedere Richard Gere e Desmond Tutu fare fronte per protestare contro il passaggio della fiaccola Olimpica a San Francisco non mi procura altro che l’orticaria agli zebedei: perché non si riappropriano del senso di pace e sacralità che quel fuoco rappresenta accogliendolo e smontando così la azione di propaganda e pubblicità delle Olimpiadi pechinesi come elemento economico e politico? Se le aziende turistiche smettessero di organizzare pacchetti per i ricchi turisti di tutto il mondo che affolleranno gli spalti dei luoghi olimpici cinesi, se tutti i politici del mondo si levassero di torno con il loro atteggiamento gianobifrontico, e le restituissero agli atleti, stando zitti, se si agisse perché nelle scuole si parlasse del ruolo di pacificazione ed unione tra i popoli del simbolo olimpico si otterrebbe molto di più che menando e facendosi menare sulle strade percorse dalla fiamma di Olimpia. Ma cosa pretendo: è la storia della guerra che crea la notizia e della pace che la ammazza. Quanto è più bello per l’informazione parlare di un poliziotto francese in stile robocop che spacca la fronte a manganellate ad un pacifico dimostrante anticinese che vuol mostrare quanto sia violenta la repressione di tutti i poteri corrotti internazionali legati al drago cinese da consorterie finanziarie, e quanto è noioso vedere tanta gente sorridente cantare alla pace sventolando i vessilli di un Tibet Libero, mentre la fiamma di Olimpia illumina la tiepida sera primaverile sulle strade che portano a Pechino. Con buona pace di chi crede che lo sport sia solo un pallone che finisce in una rete: andate a spiegarlo ad Hassiba Boulmerka, trionfatrice alle Olimpiadi di Barcellona nei 1.500 metri piani, algerina, prima medaglia d’oro per il suo Paese, che ancora oggi vive scortata, inseguita in giro per il mondo da una fatwa, perché lei, donna, non si doveva permettere di essere libera di correre per le strade del mondo, dentro uno stadio, con le lacrime che si fondevano nel fuoco di Olimpia, splendente nel tripode dello stadio del Monjuich, spiegateglielo che quel fuoco deve essere spento! E spiegatelo anche a tutte quelle ragazze algerine che da quel giorno hanno iniziato a fare sport! Massimiliano Perlato

 

 

 

 

 

 

IMPRESA SENZA PRECEDENTI PER RIMANERE NEL PRINCIPALE CAMPIONATO DI CALCIO

DALL’INFERNO AL PARADISO: CAGLIARI IN SERIE A

Quando una squadra chiude il girone d’andata a 10 punti e alla fine riesce a salvarsi conquistandone 34 nel ritorno, si è di fronte a un’impresa, che non si può spiegare con un solo fattore. Se il Cagliari ha conquistato una salvezza meravigliosa che gli consentirà di disputare il 30° campionato di serie A, il 5° consecutivo, è perché si è verificata una catena di eventi in parte dovuti alla fortuna (la vittoria sul Napoli) in parte alla bravura del Presidente Massimo Cellino, allenatore e giocatori. Il calcio italiano è rimasto sbalordito non della salvezza dei rossoblu, non solo, perlomeno, ma anche dal modo in cui essa è arrivata: giocando bene, affrontando formazioni sempre motivate, senza alcun regalo. Un inno al calcio pulito. Questa è la maggiore fonte di soddisfazione. Al Cagliari nessuno ha donato niente e la squadra di Ballardini ha trovato i risultati solo con il gioco e senza sotterfugi. Questo è stato il primo segreto della riscossa: tornare al calcio e metterlo al centro della vita della squadra. Il duro lavoro settimanale ha prodotto grandi risultati: la squadra ha acquisito conoscenze calcistiche, compattezza, volontà e capacità di superare le difficoltà. In precedenza erano state decisive le mosse di Cellino, rischiose al limite dell’azzardo. Dopo l’1-5 di Firenze, il presidente non ha esitato a sostituire Sonetti con Ballardini che, due stagioni prima, chiamato sulla panchina rossoblu al posto di Arrigoni, non aveva mai vinto una partita e che veniva da una pessima esperienza a Pescara, in serie B, dove era stato allontanato prima ancora che assaporasse la gioia di un successo. Allora si disse che Cellino programmava la retrocessione. In realtà non era così, se è vero come è vero che contemporaneamente metteva a punto la tabella dei premi salvezza e decideva di tornare dagli Stati Uniti per prendere in mano le redini della situazione. E anche la campagna acquisti di gennaio è stata azzeccata. Cellino ha rinforzato la squadra senza, però, esporre la società a una bufera finanziaria. Pochi acquisti ma mirati, Storari, Jeda, Cossu e un profondo rinnovamento nello spogliatoio senza più Marchini (devastante il caso nato dalla lite con Foggia e dimenticato a fatica), Budel e altri che, con i loro musi lunghi, non contribuivano a rasserenare l’ambiente. Il contrario di quanto fatto da altri presidenti (vedi Spinelli a Livorno e Ghirardi a Parma), che hanno conseguito risultati penosi. La squadra allestita in estate era meno scarsa di quanto avevano fatto pensare i disastrosi risultati dell’andata. Le previsioni della vigilia erano confermate: i molti giovani, soprattutto in attacco, avevano bisogno di tempo e fiducia per adeguarsi al massimo campionato e mostrare le loro qualità. Acquafresca è l’esempio più lampante ma non il solo. Si pensi, infatti, all’esplosione di Pisano, al recupero di Agostani, alla crescita di Fini e Parola, al contributo di Matri e via discorrendo. Allenatore nuovo, rosa più robusta, spogliatoio rinfrescato, Cellino in prima linea. Tutto questo forse sarebbe risultato inutile se non fosse entrata in campo la dea bendata, che nel momento più difficile (la gara in casa con il Napoli, la terza di Ballardini, dopo 2 sconfitte di fila con Udinese e Reggina) ha afferrato i rossoblu per i capelli e gli ha dato un’ultima chance. Nessun tifoso del Cagliari, neanche il meno appassionato, dimenticherà tanto facilmente quegli eventi. Napoli in vantaggio al 12′ della ripresa con Hamsik, pareggio di
Matri al
92′, gol della vittoria di Conti un minuto dopo. Quando accade una cosa del genere, a parte la determinazione e la voglia di non arrendersi del Cagliari, la fortuna ha un peso eccezionale. Ma da quel momento in poi, i sardi si sono meritati sino all’ultimo punto. Uno sguardo al campionato di serie C2, dove erano impegnate la Sassari Torres, la Nuorese e l’Olbia. Campionato anonimo delle tre compagini che alla fine si sono salvate con qualche timore di troppo.

 

UNO SPAZIO WEB PER PROMUOVERE LE INIZIATIVE CULTURALI DEI CIRCOLI SARDI

WWW.TOTTUSINPARI.BLOG.TISCALI.IT

In occasione della riunione di circoscrizione dei circoli sardi della Lombardia che si è svolta presso il Centro Sportivo "Sandro Pertini" di Cornaredo, per la dodicesima Festa della Sardegna organizzata dal circolo "Amedeo Nazzari" di Bareggio, è stato presentato il blog di "Tottus in Pari – Informazioni sul mondo dell’emigrazione sarda". Lo spazio web, curato da Massimiliano Perlato e Valentina Telò, soci del circolo AMIS di Cinisello Balsamo, si propone di divulgare la pubblicazione omonima che ha di recente superato i 200 numeri ed esiste sin dal 1997. "Tottus in Pari" informa con regolarità di uscita e con ampiezza di contenuti le iniziative di tutti i circoli sardi, in primis della Lombardia, ma anche del resto d’Italia e del mondo. "La nostra non è presunzione – sottolineano i due promotori, che fanno coppia anche nella vita – ma è un servizio che si vuole mettere a disposizione di tutti coloro che hanno a cuore le sorti e le virtù del mondo migratorio sardo organizzato". La passione pubblicistica di Massimiliano Perlato dedicata all’emigrazione sarda ha l’obiettivo di divenire nel tempo sempre più contagiosa, avvalendosi anche di collaborazioni concrete e fruttifere come quelle dei giornalisti Paolo Pulina e Cristoforo Puddu, storici collaboratori di "Tottus in Pari".  E’ già presente nel blog, uno spazio dedicato alle iniziative future delle associazioni, un archivio fotografico che verrà arricchito col tempo e che come primo passo evidenzia le immagini della Conferenza Internazionale sull’Emigrazione "I sardi nel mondo" svoltasi a Cagliari nell’aprile scorso e i link di tutte quelle pubblicazioni che ad oggi, dedicano spazio agli emigrati sardi anche attraverso internet. Una menzione su tutti per lo storico "Messaggero Sardo" e per i giornali diociesiani "Nuovo Cammino" e "L’Arborense". Gli altri link sono per il sito della Regione Sardegna e il sito gestito da Giuseppe Mantega dedicato agli Emigrati Sardi. Valentina Telò, Massimiliano Perlato

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