BANDIERA SARDA: MOSTRA ITINERANTE

 

di Sergio Portas 

 

Datemi un evento di popolo, sacro o profano che sia, e vedrete sventolare la bandiera sarda dei quattro mori, inquartati (si dice così) tra le braccia della croce rossa in campo bianco di S. Giorgio che, così narrano le leggende del tempo, aveva l’abitudine di combattere le battaglie in soccorso dei cristiani di Spagna, ai tempi della reconquista, quando le bandiere verdi dell’Islam garrivano al vento dal Cairo a Barcellona  e parevano inarrestabili.  Che poi ad Alcoraz (1096)Pietro primo d’Aragona tagliasse la testa di quattro musulmani di pregio e ne ornasse da allora i suoi stendardi appartiene più al regno delle fiabe che alla storia con la esse maiuscola, quella che si può verificare con fonti le più accreditate e sicure. Fatto sta che gli aragonesi, dopo i fattacci di Sanluri che decretarono cruentamente la fine del  giudicato di Arborea (1409), misero in circolo lo stendardo che conosciamo e che è diventato simbolo dei sardi entro e fuori dell’isola. E un simbolo  è tale per la potenza che ispira, quale che sia la sua origine. Lo dice anche Antonio Ledda, dell’associazione culturale di arte etnica "Fraria" di Serramanna che, in collaborazione con la Fasi, porta anche a Milano quella che chiama "manifestazione internazionale d’arte itinerante" che, dal 20 al 30 dicembre dell’anno scorso, è stata ospitata alla cittadella dei musei di Cagliari, patrocinata anche dalla Provincia del Medio Campidano nostro. Tonino Mulas, presidente dei circoli federati sardi, si sofferma sul "Tercio de Cerdegna" che, sempre innalzando questo vessillo, si distinse a Tunisi e Lepanto ancora nel tagliare le teste dei mori. Quelli della Brigata "Sassari"ne fecero bandiera di terrore per gli austriaci delle trincee  prospicienti. La Regione Sardegna l’ha scelto a sua insegna fin dal 1952 :" Stemma  d’argento alla croce di rosso accantonata da quattro teste di moro bendate". In questa mostra decine di artisti sardi, e non solo, si sono  sforzati di  prenderla a pretesto d’ ispirazione e hanno dipinto quadri, scolpito ferro e legno, tenendo presente che si chiedeva loro di riflettere sulla caratteristica peculiare della bandiera sarda in quanto "simbolo bifacciale". E il risultato è davvero sorprendente. Manuela Delia Laconi (Manù) la usa a caratterizzare una bottiglia di birra Ichnusa, che voglia alludere essere questa la vera passione dei sardi, la birra? Antonio Ledda, curatore della mostra, in una delle sue opere dipinge i mori con la lingua colorata di blu, a ricordo del morbo che attanaglia le greggi della barbagia. In un altro quadro ai mori sostituisce il viso del "gubernador di Sardegna, Soru Renato da Sanluri, la fascia sulla (ampia) fronte non bianca ma policroma di banconote, a rimarcare la sua nota buona situazione patrimoniale di tiscaliniana provenienza. Anche Marcello  Manunza sembra ossessionato da Soru e il suo quadro a titolo "bandiera del governatore", ricco di toni gialli striati di blu,vede il viso del presidente sardo in alto guardare sconsolatamente altre tre teste ornate di bandana regolamentare cadute a terra. Franco Putzolu , il vignettista di Serramanna, fa interagire i suoi mori, che se ne escono dalla croce rossa ritrovando gambe e braccia, scatenandoli in una serie di baruffe  tanto demistificanti quanto divertenti. Anche Francesco Pintus li ritrae tutti e quattro, stilizzati, intenti a sostenere non si capisce bene che macchinari complicati di leve e pulegge dai colori brillanti. Il quadro di Giampaolo Desogus è talmente ricco di simboli sardi doc che ci vorrebbero due pagine di giornale per descriverlo nella sua interezza, dalle tombe dei giganti al bronzetto raffigurante una nave , la Sardegna sdraiata sulla destra a mò di donna incinta, il pancione scoperto, quattro mori in campo rosso espulsi dal quadro e posti sulla cornice. Un S. Giorgio dorato nella parte alta del dipinto con espressione misticheggiante. Antonello Serra fa intrecciare sinuose lingue a quattro pesci gialli provvisti di naso, le pinne che coprono loro gli occhi, in un trionfo di gialli verdi e viola. Angelo Pilloni se la cava mettendo al posto delle regolamentari teste di moro quattro diversi bronzetti ieraticamente composti e patinati dall’ossido di rame. Francesco Argiolu dipinge quattro grandi facce di pastore con barritta, inquartate  in croce rossa, che come fossero in sequenza vanno levandosi una benda dagli occhi. "Adesso vedo chiaro", titola. Sergio Lai dipinge la sua Sardegna con quattro faccioni di mori dalle prominenti mascelle, tutti variamente strozzati e impediti da bandiere italiane, la croce centrale costituita da due lance che intrecciandosi  fanno sanguinare un cuore verde. In alto una mano che regge un cappello che pare chiedere la carità. Si intuisce in lui una visione poco ilare della situazione sociale dell’isola natia. Come Carlo Deperu del resto che, a sottolineare la fama che la Sardegna si è da poco conquistata come "esportatrice di veline", ne dipinge quattro nere di capelli e rosse di labbra, il vestito in verità morigerato e incredibilmente accollato. Francesca Pili invece stilizza quattro ragazze, due di schiena, sedute, e due variamente accoccolate, vestite solamente di un vezzoso nastro rosso che raccoglie la crocchia dei capelli. Il quadro di Tino Columbu "La forza dei sardi" mostra dei guerrieri indiscutibilmente Shardana, con scudo rotondo e spada sguainata, dipinti in schiera, nel sottofondo le navi con le prore dalle lunghe corna. Di Antonio Giuseppe Sassu non può passare inosservata la caffettiera in toni di rosso e di blu che spicca al centro  del suo quadro, in alto uno scorcio di costa smeralda (forse) dipinta coi medesimo colori. Giorgio Cannas mette in una vetrinetta a quattro ante delle sculture in ossidiana. Alberto Serra  scolpisce delle piastre d’acciaio su cui posa sopra un aeroplano di metallo sagomato come fosse fatto di carta, tipo quelli che appena ieri i miei studenti si divertivano a far volare dalle finestre della scuola mentre io davo loro le spalle alla lavagna. Insomma par di capire che il simbolo dei sardi può essere davvero reinterpretato nella maniera più insolita. A decretarne la futilità, l’inconsistenza?  Intorno ad esso c’è un dibattito annoso che lo relega a una dignità minore, in quanto proveniente da una storia che racconta di una Sardegna conquistata e schiavizzata. Simbolo quindi dei conquistatori più che dei sardi che dovettero subirlo "obtorto collo". Per alcuni la nazione sarda dovrebbe casomai riconoscersi nell’albero "deradicato" della casa di Arborea, verde in campo bianco, sotto il quale vessillo Mariano quarto e i suoi discendenti, in primis Eleonora, tentarono invano di fare dell’isola tutta una sola patria. Ma una tale scelta presuppone che tutto un popolo, tutta una nazione, si riconosca come tale e, in uno status nascente, si dia quindi nuove leggi, nuovi ordinamenti statuali, nuovi simboli. A intraprendere un cammino diverso, anche totalmente, da quello fin qui intrapreso. In questa terra di Lombardia dove mi è dato di vivere c’è una forza politica che va concionando  da decenni oramai di separazione e alterità che la vedono "schiava di Roma". Sebbene la cosiddetta "bandiera padana"venga sban
dierata ad ogni riunione di partito non si può certo dire che abbia conquistato i cuori della gente. Mai ne ho visto agitare una che non fosse in quel di Pontida o giù di lì. Al contrario il vessillo dei quattro mori svetta invariabilmente in ogni dove si abbia una riunione di gente e in ogni parte del mondo.  Perché è simbolo, oramai, potentissimo: vuole dire qui ci sono sardi, c’è la Sardegna che batte in questi cuori. E’ stato metabolizzato.  E’ la madre terra e in quanto tale sacra, come la vita stessa.

Sergio Portas

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