UN CAMPO DI CONCENTRAMENTO PER I ROM A PERDASDEFOGU? UNA PAGINA DOLOROSA SCRITTA DURANTE LA SECONDA GUERRA MONDIALE


di Elisabeth Ledda

 “L’unica razza che conosco è quella umana”, scriveva in un aforisma Albert Einstein. Ma il corso delle vicende umane ha profondamente smentito questa idea di uguaglianza, e la paura del diverso, dello straniero, della cultura altra ha generato una scia di odio e violenza difficile da reprimere, tanto che continua a serpeggiare anche in quelli stati definiti civili e democratici. L’antica massima ciceroniana “historia magistra vitae” non è stata compresa da molta parte dell’umanità, e gli errori del passato, riemergendo, spaventano per la loro sorprendente attualità. Con crescente interesse dell’opinione pubblica, le pagine di cronaca nazionale si occupano quasi quotidianamente della “questione zingari”, definiti scomodi e pericolosi, una vera minaccia per la sicurezza collettiva e per il paese. Molti sono i fattori che generano pregiudizi nei confronti di questo popolo: prima di tutto l’ignoranza, ma anche un distorto senso di superiorità (di razza, religione, lingua). Con la parola “zingari” si usa definire impropriamente le popolazioni Rom e Sinti provenienti dal nord dell’India, che intorno all’anno mille emigrarono da quelle zone a causa di problemi politici ed economici e successivamente si distribuirono in diverse zone dell’Asia, dell’Europa, del nord-Africa e dell’America. La storia, la cultura, le tradizioni, i miti di questo popolo sono stati sempre tramandati oralmente e raccontano la vita di chi ha sempre vissuto ai margini della nostra società, subendo persecuzioni e continue discriminazioni. Una delle pagine più dolorose del loro passato è stata scritta durante la seconda guerra mondiale, quando oltre quattrocentomila Rom e Sinti furono sterminati nei campi di concentramento. Al pari della più nota Shoah, il Porrajmos, ossia la grande devastazione, fu stabilito sulla base delle teorie razziste che caratterizzavano il nazismo e colpì in modo feroce questo popolo. L’aspetto più terribile della detenzione consisté soprattutto negli esperimenti scientifici cui i Rom fecero da cavie, a partire dal 1943, ad Auschwitz e in altri campi di concentramento. Ma quale ruolo ebbe l’Italia fascista in questa vicenda? L’11 settembre 1940 vennero emanate le prime disposizioni per l’internamento degli zingari italiani: una circolare telegrafica del Ministero degli Interni fa esplicito riferimento alla loro reclusione, dando per scontato il fatto che debbano essere respinti e allontanati dal territorio del regno. Nella circolare è scritto che “sia perché essi commettono talvolta delitti gravi per natura intrinseca et modalità organizzazione et esecuzione, sia per possibilità che tra medesimi vi siano elementi capaci di esplicare attività antinazionale… est indispensabile che tutti zingari siano controllati”. Si dispone quindi “che quelli nazionalità italiana certa aut presunta ancora in circolazione vengano rastrellati più breve tempo possibile et concentrati sotto rigorosa vigilanza in località meglio adatte ciascuna provincia”. Il 27 aprile 1941, il Ministero dell’Interno emana un’ulteriore circolare avente ancora per oggetto l’“Internamento degli zingari italiani”, a conferma del fatto che questo popolo, considerato altamente pericoloso, dovesse essere convogliato in aree specifiche per agevolarne la sorveglianza. Purtroppo finora l’esistenza dei campi di concentramento per i Rom è documentata quasi esclusivamente dalle testimonianze orali dei sopravvissuti. I ricordi dei protagonisti della vicenda sono lacunosi, spezzati dalla riserbo della memoria e dalla mancanza di una tradizione scritta che caratterizza la propria cultura. Solo di recente sono affiorati alcuni interessanti dati. Dagli studi condotti da Mirella Karpati e Giovanna Boursier si scopre che l’Italia del ventennio mise in piedi una politica di vera persecuzione degli zingari e che anche la Sardegna fu una delle destinazioni per i deportati. “Mia figlia Lalla è nata in Sardegna, a Perdasdefogu, il 7 gennaio 1943, perché eravamo lì in un campo di concentramento” racconta Rosa Raidic (Lacio Drom n.2/3, 1984), una delle rarissime voci di zingari internati durante la seconda guerra mondiale sotto la dittatura fascista. Difficile stabilire con certezza se a Perdasdefogu vi fosse un vero campo attrezzato. L’aspetto singolare è dato dal fatto che tra la popolazione locale non esista memoria di un luogo di internamento nel paese, forse perché realmente non se ne percepì la presenza, oppure perché vi fu una rimozione generale di questo episodio, una cancellazione dalla memoria collettiva. Si preferisce pertanto ipotizzare a Perdasdefogu l’esistenza di un campo di sosta coatto, una vera e propria zona di confino per i Rom. Carlo Spartaco Capogreco, nel libro “I campi del duce”, non conferma questa ipotesi, sostenendo le teorie di Annamaria Masserini, studiosa di storia dei nomadi, secondo cui “gli zingari si disperdevano nell’interno dell’isola e badavano a se stessi”. Lo storico Claudio Natoli precisa invece: “È ormai documentata l’esistenza di campi nel Molise, a Boiano e Tossicia, dove le condizioni erano particolarmente degradanti, e ad Agnone, ma si riscontrano internamenti di Rom anche alle Isole Tremiti, a Perdasdefogu in Sardegna e nel grande campo di Ferramonti, in provincia di Cosenza”. Erano Rom italiani, ma anche di altre nazionalità, in particolare un gran numero di origine slava, fuggiti in Italia dalle persecuzioni in patria. Molti di loro riuscirono a scappare e si unirono alle bande partigiane, contribuendo alla liberazione del nostro paese dal nazi-fascismo.

Il cuore rallenta la testa cammina

in quel pozzo di piscio e cemento

a quel campo strappato dal vento

a forza di essere vento

Khorakhané (Fabrizio de Andrè)

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6 commenti

  1. Mi spiace deludere l’articolista ma ha preso una bufala solenne!
    A quei tempi i priogionieri di guerra furono internati in campi di prigionia, fra cui Carbonia (lotto B ) tutti gli ‘indesiderati’ venivano avviati al lavoro in miniera. Nei tempi citati Perdasdefogu non era conosciuta manco alla maggioranza dei sardi, e tanto meno alle prefetture; era un paesino di montagna ad economia agro-pastorale come tanti all’interno.
    Solo negli anni cinquanta assieme ad altri territori semi deserti in altri comuni, furono eseguiti gli espropri per la costituzione di zone militari che l’Italia, gentilmente, offrì alla Nato e all’esercito!

  2. Credo anch’io (Escalaplanese di nascita) che sia una buffala. Oltre che capre e pecore non c’era altro.

  3. maria antonietta

    A Berlino in una piazza ci sono delle lastre sul terreno dove sono scritti i nomi di tutti i campi di concentramento o di prigionia fascisti. Ho trovato Perdasdefogu e mi sono meravigliata non avendone mai sentito parlare. ma qualcosa ci sarà stato se c’è una lastra a ricordarlo o no? il fatto che nessuno ne abbia mai parlato non significa che non sia mai esistito e forse è un bene che non sia diventato famoso quel posto.

    • Pietro Bertelli

      Se non fossi stato a Berlino quest’estate e non avessi reso omaggio al memoriale dedicato agli zingari – tra la Porta di Brandenburgo e il Reichstag -non ne avrei saputo nulla: un altro “armadio della vergogna”.

  4. Ho letto tempo fa di questa famiglia vissuta a perdasdefogu. Si era integrata e fatta ben volere dalla, popolazione locale. Non conosco i dettagli del loro arrivo a perdas. A fine guerra. Andarono via. Come al solito a qualcuno piace aggiungere dei particolari inesistenti che ottengono il solo risultato di cancellare l’esistito.

  5. I chiarimenti nell’articolo su questo link : http://www.lanuovasardegna.it/regione/2011/04/03/news/a-foghesu-un-lager-senza-il-filo-spinato-accoglieva-gli-zingari-1.3403619
    Pracitamente vivevano nel paese come gli altri abitanti, torna tutto anche il nome della figlia della Signora.
    Bisognerebbe spiegarlo a chi ha fatto le ricerche per far mettere il nome Perdasdefogu su quelle lastre.

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